La fuga del “thug” (seconda parte)
Maggio 11th, 2007 at 1:49 am (i misteri della jungla nera)
- Ebbene, mio caro, - disse Macpherson con accento sarcastico,-come hai passata la notte?
- Credo di averla passata meglio di te, - rispose lo strangolatore.
- E cos’hai deciso?
- Che non parlerò. La mano del capitano corse all’impugnatura della sciabola.
- Che sieno tutti eguali, questi rettili? - gridò egli.
- Pare che sia così, - disse lo strangolatore.
- Non dirlo così presto, però. Ti dissi che posseggo dei mezzi terribili.
- Non abbastanza terribili pei “thugs”.
- Dei mezzi che martirizzano al punto da invocare la morte.
- Mezzi che non valgono i nostri.
- Lo vedremo quando ti contorcerai fra gli spasimi più tremendi.
- Puoi cominciare subito.
Il capitano impallidì, poi un’ondata di sangue gli salì al volto.
- Non vuoi proprio parlare, adunque? - gli chiese con voce strozzata dall’ira.
- No, non parlerò.
- E’ la tua ultima risposta? Bada…
- L’ultima.
- Sta bene, ora agiremo. Bhârata?
Il sergente s’avvicinò.
- C’è un palo nel sotterraneo?
- Sì, capitano.
- Legherai solidamente quell’uomo.
- Bene, capitano.
- Quando il sonno lo vincerà, lo terrai desto a colpi di spillo. Se fra tre giorni non parlerà, farai macerare le sue carni a colpi di frusta. Se si ostina ancora, verserai dell’olio bollente, goccia a goccia, sulle sue ferite.
- Fidatevi di me, capitano. Aiutami, Saranguy.
Il sergente e Tremal-Naik trascinarono via lo strangolatore, il quale aveva ascoltato la sentenza senza che un muscolo del suo volto trasalisse Discesero una scala a chiocciola molto profonda ed entrarono in una specie di cantina molto vasta, sostenuta da volte, ed illuminata da una feritoia aperta a fior di terra, difesa da solide sbarre di ferro.
Nel mezzo ergevasi un palo, a cui fu legato lo strangolatore. Bhârata vi pose accanto tre o quattro spilli lunghi e colla punta acutissima.
- Chi veglierà? - chiese Tremal-Naik.
- Tu, fino a questa sera. Poi un sipai ti darà il cambio.
- Va bene.- Se il nostro uomo chiude gli occhi, pungi forte.
- Ti obbedirò, - rispose Tremal-Naik con calma glaciale.
Il sergente risalì la scala. Tremal-Naik lo seguì con lo sguardo fino che poté, poi, quando ogni rumore cessò, si sedette di fronte allo strangolatore che lo fissava tranquillamente.
- Ascoltami, - disse Tremal-Naik abbassando la voce.
- Hai anche tu qualche cosa da dire? - chiese Negapatnan, beffardamente.
- Conosci Kougli?
Lo strangolatore udendo quel nome trasalì.
- Kougli!- esclamò. - Non so chi sia.
- Sei prudente, sta bene. Conosci Suyodhana?
- Chi sei tu? - chiese Negapatnan, con manifesto terrore.
- Uno strangolatore come lo sei tu, come lo è Kougli, come lo è Suyodhana.
- Tu menti.
- Ti do una prova che dico il vero. La nostra sede non è nella jungla, né a Calcutta, né sulle rive del sacro fiume, ma nei sotterranei di Raimangal.
Il prigioniero rattenne a gran pena un grido, che stavagli per uscire dalle labbra.
- Che sia vero che tu sei dei nostri? - chiese egli.
- Non ti ho dato le prove?
- E’ vero. Ma perché sei venuto qui?
- Per salvarti.
- Per salvare me?
- Sì.
- Ma come? Con qual mezzo?
- Lascia fare a me e prima di mezzanotte sarai libero.
- E fuggiremo assieme.
- No, io rimango qui. Ho un’altra missione da compiere.
- Una qualche vendetta?
- Forse, - disse Tremal-Naik con aria tetra. - Ora silenzio e aspettiamo le tenebre.
Lasciò il prigioniero ed andò a sedersi ai piedi della scala, aspettando pazientemente la notte.
La giornata lentamente passò. Il sole scomparve dietro l’orizzonte e l’oscurità divenne profonda nella cantina.
Era il momento opportuno per agire. Fra un’ora e forse meno, il sipai doveva scendere.
- All’opera, - disse Tremal-Naik, alzandosi bruscamente e traendo dalla cintola due lime inglesi.
- C’è da fare? - chiese Negapatnan, con emozione.
- Devi aiutarmi, - rispose Tremal-Naik. Taglieremo le sbarre della feritoia.
- Non s’accorgeranno che tu mi hai aiutato a fuggire?
- Non s’accorgeranno di nulla.
Sciolse i legami che stringevano il corpo, le braccia ed entrambi i piedi del prigioniero, e assalirono vigorosamente i ferri, cercando di non fare rumore.
Tre sbarre erano state di già divelte e non ne rimaneva che una, quando Tremal-Naik avvertì uno scalpiccìo che veniva dalla scala.
- Fermati! - diss’egli rapidamente. Qualcuno scende.
- Il sipai forse?
- Certo è lui.
- Allora siamo perduti.
- Non ancora. Sai gettare il laccio?
- Giammai fallii il colpo.
Tremal-Naik sciolse il laccio che portava stretto attorno al corpo, nascosto dal “dubgah” e glielo diede.
- Mettiti presso alla porta - gli disse, estraendo il pugnale. - Il primo che appare, uccidilo.
Negapatnan ubbidì prendendo il laccio nella mano dritta. Tremal-Naik si mise di fronte a lui, dietro allo stipite della porta, col pugnale alzato.
Il rumore andava avvicinandosi. D’un tratto un lume rischiarò la scala e apparve un sipai, con una scimitarra sguainata.
- Attento, Negapatnan, - bisbigliò Tremal-Naik.
La faccia del thug divenne terribile. Gli occhi mandavano sinistri bagliori. Le labbra lasciavano a nudo i denti, le nari si dilatavano.
Pareva una bestia assetata di sangue. Il sipai si arrestò sull’ultimo pianerottolo.
- Saranguy! - chiamò.
- Scendi, - disse Tremal-Naik. - Non ci si vede più.
- Va bene, - rispose, e varcò la soglia della cantina.
Negapatnan era lì. Il laccio fischiò nell’aria e si strinse così fortemente attorno al collo, che il sipai cadde al suolo senza emettere un lamento.
- Devo strozzarlo? - chiese il thug, ponendo un piede sul petto del caduto.
- E’ necessario, disse Tremal-Naik, freddamente.
Negapatnan tirò a sé il laccio. La lingua del sipai uscì un palmo dalle labbra, gli occhi schizzarono dalle orbite e la pelle da bronzina divenne nera. Agitò per qualche istante le braccia, poi si irrigidì. Era morto.
- Che la dea Kâlì abbia il suo sangue, - disse il fanatico, sciogliendo il laccio. - Spicciamoci, prima che scenda qualche altro.
La feritoia fu nuovamente assalita e la quarta sbarra fu spezzata.
- Passerai? - chiese Tremal-Naik.
- Passerei per una feritoia molto più stretta.
- Sta bene. Ora legami solidamente e imbavagliami.
- Il “thug” lo guardò con sorpresa.
- Io legarti? E perché? - chiese.
- Perché non si sospetti che io sono uno dei tuoi.
- Ti capisco. Sei più astuto di me.
Tremal-Naik si gettò in terra presso al cadavere del sipai, e Negapatnan lo legò e lo imbavagliò.
- Sei un brav’uomo, - disse il thug. - Se un giorno avrai bisogno di un amico fedele, ricordati di me. Addio.
Si slanciò verso la feritoia, dopo di essersi armato delle pistole del sipai, vi si issò e scomparve.
Non erano trascorsi ancora dieci secondi, che s’udì un colpo di fucile ed una voce gridare:
- All’armi! Un uomo fugge!