Tremal-Naik (terza parte)
novembre 2nd, 2007 at 2:46 am (I Pirati della Malesia)
Era un superbo indiano, alto cinque piedi e sei pollici, color del bronzo. Largo e robusto aveva il petto, muscolose le braccia e le gambe, fieri i lineamenti del volto e regolarissimi. Yanez, che aveva visto cinesi, malesi, giavanesi, africani, indiani, bughisi, macassaresi e tagali, non si ricordava di aver incontrato un uomo di colore così bello e così vigoroso. Non c’era che Sandokan che potesse superarlo.
Quell’uomo dormiva, ma il suo sonno non era tranquillo. Il petto gli si sollevava affannosamente, la sua ampia e bella fronte si corrugava, le labbra di un rosso vivo, ardente, fremevano e le sue mani, piccole come quelle di una donna, si aprivano e si chiudevano, come se volessero afferrare qualche cosa e stritolarla.
- Bell’uomo! – esclamò Yanez.
- Zitto, parla – mormorò il luogotenente.
Un rauco accento straziante era uscito dalle labbra dell’indiano.
- Mia! – aveva esclamato.
La sua faccia, d’un tratto, divenne burrascosa. Una vena che gli solcava la fronte s’ingrossò improvvisamente.
- Suyodhana – mormorò, con accento d’odio, l’indiano.
- Tremal-Naik! – disse il luogotenente.
A quel nome l’indiano si scosse, si alzò di scatto e fissò sul luogotenente uno sguardo che scintillava come quello di un serpente.
- Che cosa vuoi? – chiese.
- Un signore vuol vederti.
L’indiano guardò Yanez che stava qualche passo indietro a Churchill.
Un sorriso sdegnoso sfiorò le sue labbra mettendo a nudo i denti bianchi come l’avorio.
- Sono una belva forse? – chiese. – Che…
Si arrestò e trasalì. Yanez che, come si disse, stava dietro al luogotenente, gli aveva fatto un rapido cenno. Senza dubbio aveva compreso che gli stava dinanzi un amico.
- Come ti trovi qui dentro? – chiese il portoghese.
- Come può trovarsi un uomo che nacque e visse libero nellajungla – disse Tremal-Naik con voce triste.
- È vero che tu sei unthug ?
- No.
- Eppure hai strangolato delle persone.
- E vero, ma non sono unthug .
- Tu menti.
Tremal-Naik si alzò digrignando i denti e con gli occhi fiammeggianti; ma un nuovo gesto del portoghese lo calmò.
- Se tu mi lasciassi alzare il mantellino, ti mostrerei il tatuaggio che distingue ithug .
- Alzalo, – disse Tremal-Naik.
- Non accostatevi, milord! – esclamò il luogotenente.
- Non ho arma alcuna – disse l’indiano. – Se io alzo un braccio, scaricami in petto le tue pistole.
Yanez s’avvicinò al letto di foglie e si curvò sull’indiano.
- Kammamuri – mormorò con voce appena distinta. Un rapido lampo brillò negli occhi dell’indiano. Con un gesto alzò il mantellino e raccolse il biglietto contenente le pillole che il portoghese aveva lasciato cadere.
- L’avete visto il tatuaggio? – chiese il luogotenente che aveva, per precauzione, armato una pistola.
- Non lo ha – rispose Yanez, raddrizzandosi.
- Non è unthug dunque?
- Chi può dirlo? Ithugs hanno tatuaggi in più parti del corpo.
- Non ne ho – disse Tremal-Naik.
- Da quanto tempo si trova qui, luogotenente? – chiese Yanez.
- Da due mesi, milord.
- Dove lo si condurrà?
- In qualche penitenziario dell’Australia.
- Povero diavolo! Usciamo, luogotenente.
Il marinaio aprì la porta. Yanez ne approfittò per volgersi indietro e fare a Tremal-Naik un ultimo gesto che significava «obbedite».
- Volete visitare il fortino? – chiese il luogotenente quand’ebbe chiusa e sprangata la porta.
- Mi pare che non abbia nulla di attraente – rispose Yanez. – Arrivederci dalrajah , signore.
- Arrivederci, milord.