I traditori (terza parte)

- Che uomo ammirabile! - esclamò Tremal-Naik. - Nessuna cosa lo scombussola!

- Bisogna prendere le cose filosoficamente, - rispose il portoghese, ridendo. - Forse che ci hanno di già fucilati? No… dunque?

- È la mia valvola regolatrice. - disse Sandokan. - Quante volte ho dovuto la mia vita alla sua flemma.

- Al diavolo le chiacchiere! - esclamò Yanez. - Vediamo invece che cosa ci hanno portato quei bricconi d’insorti.

Per Giove! Ecco una brutta idea che mi farà scappare un altro po’ d’appetito.

- Quale? - chiesero ad una voce Sandokan e Tremal-Naik.

- Se questi viveri fossero avvelenati?

- Che strana idea! - esclamò Sandokan. - Se avessero voluto sopprimerci nessuno avrebbe impedito a loro di fucilarci.

- Forse hai ragione, - rispose Yanez.

Scoprí i due cesti e vi trovò delle focacce, dell’antilope arrostita, del riso condito con pesce, un fiasco di vino di palma e perfino delle sigarette formate da una piccola foglia di palma che conteneva del tabacco rosso.

- Non sono troppo avari, - disse.

E dimenticando i suoi timori addentò risolutamente una focaccia, ma subito un grido gli sfuggí.

- Canaglie! Ci hanno messi dentro dei sassi e per poco non mi sono spezzato un dente.

- Dei sassi! - esclamò Sandokan.

- C’è qualche cosa di duro lí dentro.

- Vediamo.

Prese la focaccia e la ruppe in due pezzi. Con sua sorpresa vide una piccola pallottola di metallo che sporgeva fra la mollica.

- Oh! - esclamò. - Che cos’è questo?

Yanez se n’era lestamente impadronito, guardandolo con viva curiosità.

- Qui dentro vi deve essere qualche cosa, - disse.

- Lo suppongo anch’io, - rispose Sandokan.

- Che l’abbia messo Bedar? - chiese Tremal-Naik.

- Vediamo se possiamo aprirla, - rispose Yanez.

Si provò a svitarla e s’accorse che la cosa non era difficile. L’aprí e ne levò una pallottolina di carta.

- Buono, - disse.

Lo svolse con precauzione, temendo di guastare la carta e vide alcune lettere tracciate con inchiostro azzurro.

- Questo è indiano, - disse. - A te, Tremal-Naik, che conosci la lingua meglio di noi.

- Non vi sono che tre parole, - rispose il bengalese.

- Leggi.

- “Aspettate questa sera.”

- E null’altro? - chiese Sandokan.

- No.

- Nemmeno la firma?

- Niente, Sandokan.

- Chi può averci mandato questo biglietto?

- Un uomo solo: Bedar.

- Aspettate questa sera, - ripeté Yanez. - Che venga a segare le sbarre di ferro delle nostre finestre?

- Suppongo che qualche cosa farà, - rispose Sandokan. - Abbiamo avuto una grande fortuna nell’incontrarlo. Se ci aiuterà sapremo ricompensarlo generosamente.

- Purché non ci fucilino prima del tramonto, - disse Yanez.

- Ordinariamente le esecuzioni si fanno al mattino, - osservò Tremal-Naik.

- Come mai hanno sospesa la nostra?

- Non credo, Yanez, che pensino d’altronde a fucilarci, senza prima ascoltare le nostre difese, - disse Sandokan.

- Sono ribelli e non si prenderanno la briga di farci subire degli interrogatori, mio caro Sandokan. Che cosa vuoi attenderti da persone che, fino a pochi giorni or sono, hanno scannato ferocemente quanti inglesi hanno potuto acciuffare, senza risparmiare né le donne, né i fanciulli? Che cosa siamo noi per loro? Delle spie, sospettano, gente che si ammazza come cani idrofobi e che nemmeno gli eserciti regolari delle nazioni piú civili risparmiano.

Bah! Giacché siamo ancora vivi, approfittiamo per finire la mia riserva di sigarette. - Ed il brav’uomo senz’altro preoccuparsi del domani, accese la sua ventesima sigaretta assaporando l’aroma delizioso del tabacco manillese.

Durante la giornata nulla accadde di notevole. Nessuno entrò nella prigione; solamente furono veduti ricomparire entro la cinta i due indiani dall’enorme turbante, i quali eseguirono una minuziosa ispezione come al mattino.

Il sole stava per tramontare, quando ilsubadhar rientrò seguito dalla sua scorta e da due altri indiani che portavano la cena.

- Hanno cambiata idea o si sono persuasi finalmente che non siamo delle spie ai servigi degli inglesi? - gli domandò Sandokan, appena l’ebbe veduto.

- Temo il contrario, - rispose l’ufficiale facendosi oscuro in viso.

- Allora ci fucileranno domani all’alba, - chiese Yanez con voce perfettamente calma.

- Non lo so, tuttavia…

- Continuate pure. Noi non siamo persone da impressionarci troppo facilmente. - Ilsubadhar guardò i prigionieri con vivo stupore. Quella calma, in uomini ormai votati alla morte, lo aveva scombussolato.

- Credete voi che io abbia voluto semplicemente spaventarvi? - chiese.

- Niente affatto, - rispose Yanez.

- Siete uomini di ferro?

- Non siamo femminucce, ecco tutto.

- Se io fossi il generale, ve lo giuro, vi risparmierei, - disse ilsubadhar . - È un peccato uccidere della gente cosí valorosa.

- Ditemi, - disse Sandokan. - Ci fucileranno senza giudicarci?

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