La liberazione di Kammamuri (seconda parte)
novembre 7th, 2007 at 4:18 am (I Pirati della Malesia)
Ilmaharatto , invece di rispondere, gli lanciò uno sguardo torvo.
- Coraggio, amico – continuò la guardia. – Ilrajah è buono e non ti appiccherà.
- Ma mi avvelenerà – disse Kammamuri con finto terrore.
- E come?
- Col cibo e con la bevanda che vedi.
- È per questo che non hai assaggiato nulla?
- Certamente.
- Hai torto, amico mio.
- Perché?
- Perché né iltuwah , né il riso, né le frutta contengono veleno alcuno.
- Berresti tu una tazza di quel liquore?
- Se tu lo vuoi!
Kammamuri afferrò la tazza entro la quale aveva sciolto le pillole del portoghese e la porse alla guardia.
- Bevi – disse.
L’indiano, che non aveva alcun sospetto, avvicinò la tazza alle labbra e bevve buona parte del contenuto.
- Ma… – disse esitando. – Cos’hanno messo in questotuwah ?
- Non lo so – disse ilmaharatto che lo guardava attentamente.
- Un fremito strano agita le mie… membra.
- Ah!…
- Toh! la testa mi gira, mi mancano le forze, non ci vedo più, mi pare…
Non finì. Traballò come fosse stato ferito in mezzo al petto, alzò le mani, sbarrò gli occhi e cadde pesantemente a terra rimanendo immobile.
Kammamuri d’un salto gli fu sopra e gli strappò la pistola e la scimitarra.
Così armato s’avvicinò alla porta e tese gli orecchi.
Temeva che il fracasso prodotto dall’indiano nel cadere attirasse altre guardie. Fortunatamente nessun passo si fece udire nel corridoio.
- Sono salvo! – esclamò respirando. – Fra dieci minuti sarò fuori della città.
Levò i corti calzoni, la giacca e la fascia che indossava l’indiano, e in un batter d’occhio si vestì. Sulla testa si annodò un fazzoletto in modo da nascondere buona parte della fronte e un po’ gli occhi, poi cinse la scimitarra e passò nella cintura la pistola.
- Avanti – mormorò. – Passerò per una guardia delrajah .
Aprì senza far rumore la porta, percorse il corridoio che era deserto e oscurissimo, scese la scala e, passando rapidamente dinanzi alla sentinella, uscì sulla piazza.
- Sei tu, Labuk? – chiese una voce.
- Sì – rispose Kammamuri, senza volgersi indietro per paura di venire riconosciuto da colui che lo interrogava.
- Che Siva ti protegga.
- Grazie, amico.
Ilmaharatto procedeva con passo rapido, guardando attentamente intorno a sé e aguzzando l’orecchio: si teneva presso i muri delle case, celandosi quando in fondo alle vie e alle viuzze gli sembrava di scorgere qualcuno che assomigliava a una guardia delrajah .
Dopo dieci buoni minuti giungeva ai piedi della collina sulla cui cima illuminato dalla luna, biancheggiava il fortino. Si arrestò tendendo gli orecchi.
Verso il fiume si sentivano i battellieridayachi e malesi canticchiare monotoni ritornelli; nel quartiere cinese si udivano gli acuti suoni dell’yo, specie di flauto a sei buchi e il dolce tremolio delkine , una chitarra con le corde di seta.