Degli uomini a trecento miglia dal Polo

Per quanto sembrasse inverosimile, pure non v’era da ingannarsi: era una vera voce umana quella che scendeva dalla manichella la quale funzionava come una tromba acustica. Cosa volessero significare quelle parole, i due cacciatori lo ignoravano; come non potevano immaginarsi chi fosse lo sconosciuto che si trovava su quell’enorme banco, così lontano dalle terre abitate e così vicine al polo.

– Fulmini! – aveva esclamato Sandoé.

– E lampi! – aveva aggiunto l’ebridano.

Poi si erano guardati in viso col più vivo stupore, che tradiva anche un certo terrore.

– Che mistero è questo, Mac-Doil? – chiese finalmente Sandoè.

– A me lo chiedi?… Voleva domandarlo a te.

– Che sia qualche…

– Spirito o qualche fantasma?…

– Sì, MacDoil.

– Per centomila foche!…

– Corna di narvalo!…

– Al diavolo?… Fuggiamo!…

I due cacciatori girarono di comune accordo sui talloni, mentre la voce continuava a scendere distinta, ripetendo: Hoah!…Ka!…Hoak!…

Nel salotto incontrarono l’ingegnere ed Orloff i quali stavano per recarsi nella gabbia di prora, dove si udiva echeggiare la voce del timoniere.

– Signore!… – esclamò Mac-Doil, precipitandosi verso l’ingegnere. – Vi sono degli uomini sul banco!…

– Degli uomini!… – disse Nikirka, con stupore. – Sognate, MacDoil?

– No, signore – disse Sandoè. – Vi sono degli uomini o un uomo ed abbiamo udito parlare.

– A parlare!… Eh via!… Forse che è possibile udire una voce umana che venga dall’esterno?…

– Scende dalla manichella, signore!… Possibile!…

– Sì, sì – confermò MacDoil.

– Signor Orloff, credete che vi siano degli uomini in questi paraggi? – chiese l’ingegnere.

– Qui, a trecento miglia dal polo!… Non lo credo, signore – rispose il secondo.

– Ma venite! – gridò l’ebridano.

I due comandanti, quantunque fossero convinti che i due cacciatori si erano ingannati, li seguirono sotto il boccaporto ed udirono una voce che scendeva attraverso la manichella.

– È vero – disse l’ingegnere, meravigliato. – Qualcuno parla all’estremità del tubo!…

– È strano, signor Nikirka, inverosimile, eppure non v’è da ingannarsi – disse Orloff.

– Chi credete che siano?…

– Forse degli esquimesi.

– Ma degli esquimesi ad una così grande distanza dagli ultimi stabilimenti della

Groenlandia?…

– Che abbiano pescate le manichette? – chiese MacDoil.

– Sì – rispose l’ingegnere. – Le avranno scambiate per qualche animale di nuova specie.

– Che le strappino?…

– Non sarebbe da stupirsi. Chiamate Kalutunak e vediamo se intende questa lingua. L’esquimese, che stava sdraiato in mezzo ai suoi cani, fu lesto ad accorrere ed appena udì quella voce che non cessava dal parlare, disse:

– Ma questi sono esquimesi, padrone. Io comprendo questa lingua quantunque non sia del tutto eguale a quella che parla la mia tribù.

– Rispondi adunque – disse l’ingegnere.

L’esquimese accostò le labbra al foro comunicante colla manichella di babordo

e fra lui e lo sconosciuto abitatore del banco, s’impegnò questo strano colloquio: Chi sei?…

– Un uomo – rispose lo sconosciuto. – E tu?… Odo uscire delle voci dall’estremità di questo animale. Sei un uomo o una foca, o una morsa di forma diversa dalle altre?…

– No, sono un uomo.

– Allora perché hai spaventato la mia tribù e non sali?…

– Perché mi trovo sotto il mare.

– Allora non sei un uomo.

– Lo sono.

– Ma né io né gli uomini della mia tribù possiamo scendere in acqua. Sei diverso da noi?…

– Sono come te.

– Lascia che ti veda tutto. È la tua coda quella che io ho pescato col mio arpione?

– No, mi manda l’aria per respirare.

– Ma non respiri come noi? Sì.

– Allora non comprendo nulla. Da dove vieni?

– Da lontano.

– Vi sono degli altri uomini fra questi ghiacci?… Sì.

– Ho sempre creduto che non esistesse che la mia tribù, ma se tu parli come me vuoi dire che ve ne sono degli altri. Puoi salire?…

– No, se non spezzi il banco.

– Lo farò spezzare.

– No – disse l’ingegnere il quale ascoltava la traduzione che faceva Kalutunak.

– Sarebbero necessarie parecchie settimane di lavoro per aprire un varco così vasto da permettere al battello di galleggiare. Che si ritiri lontano e noi faremo scoppiare un’altra torpedine.

Kalutunak trasmise all’abitante della regione polare le parole dell’ingegnere, comandandogli di allontanarsi tosto se non voleva saltare in aria assieme ai ghiacci e di abbandonare la manichella che aveva arpionata.

Quando Orloff, dalla gabbia di prora, avvertì che la manichella era ricaduta in acqua, l’ingegnere, da un altro ripostiglio laterale fece levare una seconda torpedine e la introdusse nel tubo di lancio, comandando macchina indietro.

La seconda esplosione fu più tremenda della prima ed il battello, quantunque si trovasse ad ottocento metri dal luogo ove la torpedine era scoppiata, fu spinto con grande impeto contro la vòlta delYke-field e perdette una delle due manichelle, strappata forse dalla caduta di qualche masso o recisa da qualche ghiaccione coi margini taglienti. Gli effetti di quella nuova carica di fulmicotone furono maggiori delle precedenti. Un tratto di cinquanta metri del banco su una larghezza di venti o trenta, era crollato e da quella grande apertura scendeva un gran fascio di luce.

Il battello s’inoltrò entro quel grande squarcio, emergendo tutta la piattaforma e buona parte dell’estremità superiore della poppa e della prora, comprese le due gabbie.

L’ingegnere, Orloff, i due cacciatori e l’esquimese salirono sulla piattaforma, ben lieti di poter respirare a pieni polmoni e di poter contemplare un po’ di cielo illuminato dal sole.

– Che ritorni l’uomo che ci parlò? – chiese MacDoil.

– Sarà spaventato e si guarderà per ora dall’avvicinarsi – rispose Orloff.

– Ma possiamo salire noi – disse l’ingegnere. – Vedo là quel margine che può permetterci una scalata.

– Che faccia issare un alberetto? – chiese il secondo. – Ne abbiamo qualcuno nella camera delle macchine e potrà servirci.

– Fate pure.

I marinai furono tosto avvertiti e s’affrettarono a trasportare sulla piattaforma un alberetto lungo cinque o sei metri, il quale fu appoggiato ad un margine della squarciatura.

I due cacciatori prima, poi l’ingegnere, Orloff e l’esquimese s’arrampicarono lestamente su quella specie di ponte, e aiutandosi poscia l’un l’altro salirono sull’ice’field girando intorno, con viva curiosità, gli sguardi.

Le prime cose che scorsero su quella immensa distesa di ghiacci, furono tre capannucce di forma semicircolare, simili a quelle usate dagli esquimesi della Groenlandia ossia fabbricate di ghiaccio e di neve e tre uomini di bassa statura, coperti di pelle d’orso bianco ed armati di corni di narvalo aguzzati all’estremità.

Quei tre sconosciuti stavano avanzandosi verso la spaccatura, la quale era tutta all’intorno sparsa di enormi massi di ghiaccio sollevati dall’esplosione, ma vedendo quegli uomini che pareva salissero dal mare, si erano subito arrestati come se fossero indecisi fra l’avanzarsi ed il fuggire.

Kalutunak si fece però innanzi, gridando: – Timal… Timal… (Salute!… Salute!…)

Udendo parlare la loro lingua, i tre esquimesi s’avanzarono, con prudenza però, guardando colla più viva curiosità i due comandanti ed i due cacciatori ed emettendo grida di meraviglia.

Resi arditi dalle parole di Kalutunak, si misero a girare attorno ai quattro europei, come se volessero accertarsi che non appartenevano ad una specie diversa, toccando i loro stivali, i loro fucili, le loro vesti e finalmente osarono grattare perfino i loro volti come non credessero che quella tinta bianca fosse naturale.

L’ingegnere ed Orloff dal canto loro, osservavano con interesse quegli abitanti dell’immenso campo di ghiaccio. Non si potevano ingannare sulla loro origine, poiché avevano i medesimi lineamenti dei groenlandesi, ma le loro vesti non erano lavorate come quelle dei loro compatrioti del sud e nemmeno le loro armi, le quali erano affatto primitive. Si comprendeva anche a prima vista che quei disgraziati, perduti ad una distanza così ragguardevole dagli ultimi stabilimenti danesi, non dovevano aver avuto alcun contatto cogli uomini bianchi non solo, ma nemmeno con quelli della loro razza.

Probabilmente molti anni prima, forse dei secoli, qualche famiglia si era spinta fino a così breve distanza dal polo o costretta dalla carestia o da qualche altro imperioso motivo ed i suoi discendenti avevano perduto le tracce del ritorno ed erano sempre rimasti colà, non conservando, dei loro compatrioti che la sola lingua ed anche alterata.

Kalutunak si era messo ad interrogare quei tre uomini per sapere come si trovassero colà, ma non aveva ricevuto una risposta soddisfacente. Erano nati in mezzo a quel deserto di ghiaccio dove erano stati sepolti i loro avi, credendo di essere i soli abitatori di quelle regioni, mai avendo udito raccontare dai loro padri che altri uomini vivessero nelle regioni del sud, né mai avendo pensato che altri ne esistessero.

– Si credevano soli ad abitare il nostro globo – disse Mac-Doil, dopo udita la traduzione di Kalutunak. – Bella consolazione!…

– Per loro il nostro globo non esiste – disse l’ingegnere. – Probabilmente credevano che al di là di questo banco più nulla si trovasse.

– Gli avi di questi uomini devono essersi spinti fino qui da parecchie centinaia d’anni – disse Orloff.

– Lo credo – rispose l’ingegnere. – Perfino la loro lingua si è corrotta.

Mentre chiacchieravano, altri due uomini più giovani e tre donne seguite da alcuni ragazzi, erano usciti dalle capanne di ghiaccio, guardando con stupore quegli esseri sorti dal mare.

– Che faccie affamate – disse MacDoil.

– L’abbondanza non deve regnare qui – rispose Orloff. – Colle armi primitive che posseggono, non devono essere in grado di procurarsi molta selvaggina.

– Mancano perfino di cani – disse Sandoè.

– Saranno morti forse da secoli. Di tratto in tratto scoppia una epidemia violentissima fra i cani esquimesi e li distrugge in gran numero.

– Provvederemo questi poveri abitanti d’armi e d’animali – disse l’ingegnere. Poi volgendosi verso Kalutunak:

– Domanda a questi uomini se procedendo verso il nord hanno mai trovato il mare libero. L’esquimese interrogò i suoi compatrioti, ma ci volle molto a spiegare a loro cosa fosse il mare libero e per far comprendere dove fosse il nord. Tutti confermarono di non aver veduto che ghiacci, ma di aver incontrato, nella stagione meno rigida, degli spazi sgombri dove si recavano a cacciare le foche e le morse e dove avevano veduto dei grossi orsi ed altri animali che non avevano osato assalire, essendo grandissimi e vivendo in acqua. Probabilmente alludevano alle balene o altri cetacei di gran mole.

Non potendo ricavare maggiori notizie da quegli uomini, i quali non dovevano essersi spinti molto al nord non possedendo né cani, né slitte, l’ingegnere diede il comando di tornare a bordo, avendo fretta di riprendere la navigazione.

Prima però di abbandonare il crepaccio, fece dono a quei poveri abitanti di una certa quantità di biscotti, di una cassa di pemmican, d’un barile di maiale salato, di alcune fiocine, d’alcune scuri e coltelli e di due cani esquimesi, maschio e femmina, facendo insegnare a loro da Kalutunak il modo di servirsene, e d’una piccola slitta.

A mezzodì il Taimyr, seguito dagli sguardi meravigliati di quegli esquimesi, s’inabissava per riprendere la corsa sotto l’interminabile banco di ghiaccio.

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