I furori dell’Oceano Artico

Il 5 giugno il battello navigava nelle acque dello stretto di Lancaster, un altro vastissimo canale aperto fra le coste settentrionali delle Terre di Baffin e l’isola di Devon settentrionale.

Attraversava allora i paraggi esplorati dal più instancabile dei viaggiatori artici,

da Parry, il primo che si era slanciato alla ricerca del famoso passaggio del Nord-Ovest. Si può dire che quel valente marinaio fu il più celebre di tutti ed anche il più fortunato, poiché fu il primo a scoprire i diversi passaggi, che dovevano condurre gli altri nei mari dell’ovest, a rilevare un grandissimo tratto di coste ed a visitare un gran numero d’isole, delle quali s’ignorava prima l’esistenza.

Il tempo che fino allora si era mantenuto bello, cominciava a guastarsi.

Dalle coste meridionali dell’isola di Devon, spinti da un vento freddissimo che soffiava dalle regioni nordiche, s’avanzavano pesanti nebbioni, mentre lo stretto veniva percorso da gigantesche ondate le quali facevano oscillare pericolosamente i ghiacci galleggianti, diventati già numerosissimi.

Di tratto in tratto qualche enorme iceberg, perduto l’equilibrio, precipitava con immenso fragore inabissandosi o si rovesciava su qualche banco con uno scroscio spaventevole, fracassandolo e sminuzzandolo.

Il vento intanto cresceva sempre ed ululava sinistramente fra tutte quelle vette di ghiaccio e sollevava ondate più mostruose, le quali si sfasciavano le une sulle altre con estrema violenza.

Il Taitnyr però continuava a mantenersi alla superficie e non aveva rallentata la corsa. Nemmeno gli sportelli della piattaforma erano stati chiusi, quantunque qualche ondata di tratto in tratto s’infrangesse contro la cancellata.

Il gigantesco fuso d’acciaio d’altronde pareva dotato di grandi qualità nautiche, poiché balzava agilmente sui marosi, mantenendo sempre scoperte le sue parti superiori. Il rollìo però si faceva sentire vivamente in causa della sua forma troppo arrotondata, ma nessuno soffriva il mal di mare, nemmeno i due cacciatori.

Continuando tuttavia ad avanzarsi il nebbione e crescendo i ghiacci, la navigazione diventava difficile anche pel Taimyr, il quale non poteva avere una rotta precisa essendo le sue bussole sfalsate.

Orloff si era messo al timone, non riuscendo sempre a scorgere i ghiacci che la nebbia cominciava a nascondere, di tratto in tratto il battello vi urtava contro con estrema violenza. Verso sera il mare divenne burrascosissimo, assumendo un aspetto pauroso, selvaggio. Le raffiche si succedevano alle raffiche sempre più impetuose, ruggendo o fischiando; le acque dello stretto s’alzavano in forma di vere montagne, le quali correvano disordinatamente verso le desolate spiagge della Terra di Cockburn, rompendovisi contro con fragori assordanti; i ghiacci danzavano furiosamente ora scintillando sulle creste spumeggianti ed ora precipitandosi negli avvallamenti, entro i quali s’urtavano fra di loro sfracellandosi con tali detonazioni da credere che contenessero nel loro interno delle cariche di dinamite. L’ingegnere, coperto da un ampio mantello di tela cerata, era salito sulla piattaforma assieme ai due cacciatori e pareva che si divertisse ad ammirare quello spettacolo pauroso, mentre il suo battello sfidava impavido la tempesta e speronava gagliardamente i ghiacci.

Il fanale elettrico, che era stato acceso per vincere l’oscurità della nebbia, rendeva quella scena più strana, facendo balenare gli ice~bergs, i quali brillavano come se fossero diamanti di proporzioni mai sognate.

– Per mille balene! – esclamò Mac-Doil. – Ecco uno spettacolo che fa venire i brividi, ma che non si cesserebbe mai di guardare.

– È vero – rispose l’ingegnere che si era seduto sull’ultimo gradino. – È uno spettacolo che solamente qui, in queste alte latitudini, si può vedere ed ammirare.

– Il vostro battello non correrà pericolo, con questo mare irritato?…

– No, il mio Taimyr non lo teme.

– Ma può avvenire un incontro cogli ice-bergs, signore.

– Me ne rido degli ice-bergs io.

– E se uno si rovesciasse su di noi?…

– Nessuno ci impedisce di sottrarci ai loro urti.

– In qual modo?…

– Immergendoci.

– È vero, signor Nikirka e quante navi sarebbero contente di imitare il vostro Taimyr, se potessero poi ritornare a galla.

– Sì e anche quella che passa ora.

– Quale, signore? Ascoltate!…

Fra i muggiti delle onde, gli scrosci dei ghiacci e gli ululati del vento, si erano udite delle voci umane echeggiare in mezzo al nebbione.

Una grande ombra passava al di là della striscia luminosa proiettata dalla lampada elettrica, tuffata negli umidi vapori che il vento sbatteva in tutte le direzioni.

– Luce a tribordo!… – aveva gridato una voce.

– Un fenomeno? – aveva chiesto un’altra.

– All’orza, timoniere!… Alle gabbie, ai bracci…

Ma il battello era passato oltre e le voci si erano perdute fra i fischi del ventoed i fragori delle onde.

– Chi saranno quei naviganti? – chiese Sandoé.

– Balenieri inglesi – rispose l’ingegnere. – Scendiamo prima che il mio battello possa causare qualche disastro.

Il boccaporto fu chiuso, le eliche laterali furono messe in movimento ed il battello, riempiti i suoi serbatoi, scese a cinquecento metri sotto la superficie, profondità a cui non potevano giungere le punte subacquee dei più colossali ice-bergs.

Neanche però laggiù regnava la calma, poiché il battello provava delle brusche oscillazioni che lo gettavano di frequente fuori di rotta e le acque, scorte attraverso gli sportelli ed illuminate dalla lampada elettrica, apparivano torbide.

Quale silenzio però negli abissi marini!… Mentre alla superficie i ghiacci tuonavano, mentre le onde si sfasciavano con muggiti paurosi ed il vento ruggiva, nessun rumore scendeva sotto le onde e giungeva agli orecchi dell’equipaggio.

Se il Taimyr non avesse continuato a provare delle oscillazioni, si avrebbe potuto credere che alla superficie regnava una calma assoluta, mentre invece imperversava una terribile bufera.

– Avrei però creduto di trovare l’acqua tranquilla a simile profondità – disse Mac-Doil ad

Orloff, il quale aveva allora abbandonata la gabbia del timone.

– Altri hanno creduto che ad otto o dieci metri sotto le onde il mare si trovasse tranquillo anche durante le grandi tempeste, e come potete osservare, erano in errore – rispose Orloff.

– Forse credevano che le onde non si alzassero che pochi metri, mentre ora si sa che gli uragani, in certi paraggi, sollevano delle onde di dimensioni gigantesche che misurano sovente trenta e più metri d’altezza.

– Teste di balena!… Trenta metri!…

– Sì, Mac-Doil, e come potete immaginarvi, simili ondate devono scombussolare il mare fino ad una ragguardevole profondità.

– Però ci troviamo a cinquecento metri, signor Orloff.

– È vero, ma ogni onda propaga la sua azione nel senso verticale fino a trecentocinquanta volte la sua altezza, quindi un cavallone alto trenta metri dovrebbe eccitare le acque sottostanti ad oltre dieci chilometri di profondità.

Diavolo!…

– Non crediate però che a tale profondità si debba risentire una forte agitazione.

– Allora quando il mare è in tempesta, deve scombussolare il suo fondo dovunque.
– No, poiché non sempre le onde misurano un’altezza di trenta metri e non sempre il fondo dell’oceano ha una profondità di soli dieci chilometri.

«Ordinariamente le onde non superano i sei o sette metri, però se ne misurarono di quelle che avevano un’altezza di trentasei e perfino di quarantadue piedi, specialmente nei pressi del capo Horn e di quello di Buona Speranza, e perfino di sessanta nell’Oceano Australe. Anzi Dumont d’Urville afferma di averne vedute alcune di settanta piedi.»

– Quelle masse liquide così enormi, dovevano di certo rimuovere il fondo.

– Non sempre, poiché certi oceani hanno dei baratri immensi, spaventosi.

– E dove si sono trovati questi abissi?…

– In vari punti. Sembra però che le maggiori profondità si trovino fra le isole giapponesi e la penisola di Kamsciakta, dove lo scandaglio diede ottomilacinquecentoquindici metri ed a levante delle isole Kurrili ottomilacinquecento e fra le isole Samoa e Tonga dove si misurò un baratro profondo ottomiladuecentottanta metri.

– Credete che vi siano profondità maggiori?

– È probabile, anzi si dice che nell’Oceano Pacifico si sia misurato un abisso che avrebbe quattordicimila metri.

– Che vi siano dei pesci in fondo a quei baratri?

– Non credo che potrebbero esistere ad otto, dieci o dodicimila metri, ma a seimila furono pescati degli animali marini dalle forme bizzarre e dai colori smaglianti e che erano provveduti di un apparecchio luminoso, che doveva guidarli fra quelle tenebrose acque.

– Come mi piacerebbe scendere a quelle profondità. Credete che il Taimyr resisterebbe?

– È probabile.

– Lo tenterà il signor Nikirka?

– Lo spero, ma dopo il nostro ritorno.

– Il nostro ritorno?… Quando torneremo noi?…

– Tutto dipende dai ghiacci.

– Ma infine, mi volete dire dove andiamo?

– Al nord.

– Lo vedo, per centomila trichechi, e fino dove?…

– Lo sapremo presto.

– Ditemelo ora.

Orloff alzò le spalle e come le altre volte non rispose.

L’indomani, il Taimyr navigava sotto le acque della baia di Baffin.

Parla alla tua mente

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