La spedizione di Fridthioff Nansen

Il secolo che sta per morire, è stato senza dubbio il più ricco di spedizioni marittime, dirette tutte attraverso i mari ghiacciati del settentrione, per cercare la conquista di uno dei due punti estremi del nostro globo: il Polo Nord. Numerosi sono stati i tentativi, specialmente in questi ultimi vent’anni, fatti dalle nazioni marinaresche dell’Europa e dell’America. Malgrado però l’ammirabile accanimento e la meravigliosa audacia degli esploratori, ben scarsi sono stati i successi, quantunque alcuni siano riusciti a giungere a così breve distanza dal polo, da far balenare la speranza che un altro, più fortunato o più temerario, riesca, in un tempo non lontano, a spiegare la bandiera delle nazioni civili su quel lontano punto della nostra terra.

Uno, a cui ha sorriso più che agli altri la fortuna, e che per tre lunghi anni ha tenuto sospesa l’attenzione dei geografi e degli esploratori, e che ha fatto palpitar d’angoscia e di speranza tanti cuori, è stato il norvegese Fridthioff Nansen. Nemmeno a questo audace è riuscito di attraversare l’enorme barriera dei ghiacci che i secoli hanno accumulato nell’Oceano Artico e di raggiungere la mèta, ma più di tutti ha potuto avvicinarsi al polo, superando Markham, che s’era spinto fino a sole quattrocento miglia, e Lockwood che con un viaggio ardimentoso si era avanzato fino a trecentotrenta, superando quest’ultimo di ben settanta miglia.

Già da parecchi anni Nansen aveva seguito attentamente le spedizioni organizzate in Europa ed in America e si era dato allo studio delle correnti marine polari, formandosi la convinzione che solamente seguendo il movimento dei ghiacci ed affidandosi al moto delle acque, una nave sarebbe forse riuscita ad aprirsi lentamente il passo attraverso l’enorme barriera e giungere, in un tempo più o meno lontano, alla sospirata mèta.

Egli credeva all’esistenza di una grande corrente di ghiacci dovuta al movimento delle onde e dei venti e che partendo dalle coste settentrionali della Norvegia doveva spingere verso quelle della Groenlandia, girando attorno al polo; ma quantunque gli uomini di mare delle regioni artiche avessero divisa la sua opinione, aveva subito trovato un grande ostacolo negli scienziati e nei geografi da gabinetto.

Presentata infatti una memoria al Congresso della Royal Geografie Society di Londra, come incoraggiamento aveva avuto, da parte di quei dotti, una risata così omerica, da dover sospendere la lettura ed andarsene più che presto col titolo di pazzo e d’ignorante.

Nansen però, natura ferrea e decisa, più che mai convinto dell’esistenza della corrente, non s’era per questo scoraggiato. Comprese che erano troppe le difficoltà per convincere i teorici e lasciata Londra se ne tornava nella natìa Norvegia in cerca di capitali per tentare la spedizione.

La fortuna arride all’audace. Uomini di cuore gli forniscono i mezzi per la costruzione della nave, un legno ben diverso dagli altri, colla carena molto convessa per poter meglio resistere alle enormi pressioni dei banchi di ghiaccio, ed ai primi d’agosto del 1893 salpa per le regioni polari pieno di confidenza nella riuscita dell’ardito tentativo, pronunciando queste fiere parole che riassumevano il suo programma: – A nessun patto tornerò indietro: io passerò e tornerò dall’altra parte!…

Il 4 agosto il Fram – tale era il nome della nave montata dall’ardita spedizione

– lasciato lo stretto di Jugor, naviga verso la costa siberiana dove incontra i primi ghiacci.

Rileva un gran numero d’isole, mai forse prima di allora conosciute, ed il 15 settembre giunge di fronte all’Onelek dove tenta, ma invano, di giungere alla costa per imbarcare dei cani. Fino al 22 si avanza in un mare quasi sgombro di ghiacci, navigando al nord delle isole della Nuova Siberia, ma a 78°50′ di latitudine Nord ed a 103°97′ di longitudine la nave viene presa fra i banchi, lasciandosi trasportare, come già aveva indovinato l’esploratore, verso il nord e nord-ovest. L’esistenza della grande corrente, che aveva fatto ridere i dotti della Royal Geografie Society, era adunque perfettamente confermata. La marcia del Fram, assieme ai banchi di ghiaccio che lo circondano, continua senza interruzione. Il freddo aumenta di giorno in giorno coll’avanzarsi dell’inverno e le pressioni dei banchi si fanno sentire violente, però la nave resiste meravigliosamente mercé la sua speciale conformazione che le permette di alzarsi sui ghiacci invece di farsi stritolare.

L’inverno sorprende l’ardito esploratore ed i suoi valorosi compagni. Furiose nevicate cadono senza interruzione ingombrando la coperta della nave ed il freddo diventa così acuto da far gelare perfino il mercurio dei barometri e dei termometri, toccando un giorno l’enorme cifra di 52° e 6′ sotto lo zero, ma i membri della spedizione non s’inquietano, avendo imbarcato viveri per tre anni ed avendo piena confidenza nella solidità del loro vascello.

La lunga notte polare giunge, però se il sole non si fa più vedere, se ne fabbricano uno che rischiara a sufficienza la nave ed i dintorni; è una poderosa lampada elettrica prodotta da un mulino a vento il quale funzionava magnificamente.

Il 20 ottobre il Fram, sempre trasportato lentamente dalla corrente che durante l’inverno era diventata più rapida, si trovava all’83° parallelo e la notte di Natale toccava la più alta latitudine alla quale fino allora erano giunti gli altri esploratori, ossia l’83° 24′.

Nel gennaio formidabili pressioni cominciano a stringere la nave. Enormi ghiacci si accumulano sui suoi fianchi con mille spaventosi muggiti, mentre i campi fremono e stridono. Pareva che il Fram dovesse da un istante all’altro venire stritolato come una semplice noce, invece resistette meravigliosamente alzandosi sempre più, sfuggendo alle ruvide carezze dei giganti del polo. Intanto la deriva diventava sempre più rapida verso il nord-ovest, spingendo la nave contro la Terra Francesco Giuseppe scoperta dal tenente della marina austro-ungarica Payer, durante la spedizione del 1874. Il 14 marzo era già giunta a 83° 50′ di latitudine Nord ed a 102°27′ di longitudine Est dal meridiano di Greenwich. Fu allora che Nansen, con un coraggio ammirabile, decise di abbandonarla per tentare di spingersi verso il polo a marce forzate, in compagnia d’un valoroso compagno, l’Johansen.

Affida il comando della nave a Sverdrup e si mette animosamente in marcia attraverso gl’immensi campi di ghiaccio, portando con sé viveri per cento giorni, tre slitte, due piccoli canotti esquimesi di tela da vele impermeabile e ventotto cani.

Il suo progetto era di spingersi più innanzi che poteva, quindi ripiegare verso la Terra Francesco Giuseppe e poi sulle Spitzbergen dove aveva la certezza d’incontrare, presto o tardi, qualche nave baleniera per farsi ricondurre in Europa. Aveva però la segreta speranza, con una rapida marcia, di poter finalmente giungere al polo.

Durante i primi giorni, i due esploratori furono costretti a fare delle lunghe fermate in causa della cattiva conformazione dei campi di ghiaccio. Il freddo era sempre intenso, mantenendosi quasi costantemente a 40° sotto zero, però potevano resistere sebbene non avessero portato con loro le pellicce per non sovraccaricare troppo le slitte.

Il 22 marzo i due intrepidi si erano già spinti fino all’85o10′ di latitudine, ossia a soli cinque gradi dal polo. Già cominciavano a sperare di poter giungere alla mèta, quando s’accorsero che i ghiacci, invece di derivare verso il nord, scendevano al sud.

Quella scoperta non isgomentò però i due esploratori, risoluti sempre di spingersi innanzi a qualunque costo, finché le loro forze lo permettevano. Ripresero la corsa verso il nord, lottando di velocità coi ghiacci, affrontando ogni giorno pericoli d’ogni specie e fatiche immense, con risultati però scarsi. Se guadagnavano venti miglia ne perdevano dieci in causa del moto retrogrado dei campi.

Il 7 aprile, stremati di forze, a corto anche di viveri, si arrestano a 86° 13′ di latitudine, ossia a sole 287 miglia dal polo!… Pochi giorni ancora di marcia e la scoperta sarebbe stata fatta, ma la più elementare prudenza imponeva un pronto ritorno e poi ogni lotta contro i ghiacci, i quali scendevano rapidamente verso il sud, era diventata impossibile.

I due valorosi, dopo essersi a lungo consigliati, decisero di ripiegare verso la Terra Francesco Giuseppe, colla vaga speranza di poter più tardi giungere alle Spitzbergen e farsi raccogliere da qualche nave.

Il ritorno fu triste. Il ghiaccio era diventato cattivo ed irregolare; la neve, cominciando a sciogliersi, rendeva difficile il percorso delle slitte; i loro orologi si erano fermati impedendo ai due disgraziati esploratori di stimare con certezza la latitudine, ed i viveri scemavano a vista d’occhio.

Fuggivano come due disperati, sapendo bene che nella sola rapidità stava la loro salvezza. Uccisero alcuni cani per mantenere in vita gli altri, non volendo abbandonare le slitte che portavano la loro tenda, i pochi viveri che ancora possedevano, i due canotti e le munizioni.

Le marce si succedevano alle marce, passando da un campo di ghiaccio all’altro, affondando nella neve ormai diventata troppo molle, aiutando i cani che ormai non avevano più forza dopo tanti digiuni. Ad ogni momento credevano di scoprire la Terra Francesco Giuseppe, ed invece non vi giungevano mai. Fortunatamente la selvaggina cominciava a mostrarsi ed ebbero la fortuna di abbattere alcune foche e qualche orso, e quella carne fu la loro salvezza poiché le provviste erano già finite e dei ventotto cani non ne avevano conservati che due soli.

Il 6 agosto a 81°38′ di latitudine Nord ed a 63° di longitudine, dopo d’essersi imbarcati sui due canotti, essendo il ghiaccio tutto infranto, scoprivano tre isolette che chiamarono le Isole bianche e continuando a navigare verso il sud-est, sei giorni dopo sbarcavano sulla costa ovest della Terra Francesco Giuseppe. La loro fermata fu breve. L’estate fuggiva rapidamente ed i ghiacci cominciavano a formarsi dappertutto, minacciando di bloccarli su quella costa desolata che non offriva alcun rifugio.

Quantunque fossero esausti dalle fatiche e dalle privazioni, si rimisero animosamente in viaggio per giungere alle Spitzbergen prima che si chiudesse definitivamente la campagna dei balenieri, ma il 26 agosto venivano bloccati dai ghiacci.

Si trovavano allora ancora in vista della Terra Francesco Giuseppe, presso una costa inesplorata. Sebbene senza provviste, decisero di raggiungerla e di svernare colà, fidando nella Divina Provvidenza.

Con pietre e muschi si costruiscono una capanna, coprendola poi con pelle di foche ed i due poveri Robinson si preparano, in quell’umile ricovero battuto da gelidi venti del nord, a sfidare i rigori dell’inverno polare.

Le loro fibre non cedono né alle fatiche, né alle privazioni. Finché il tempo lo permette, battono le coste vicine per provvedersi di cibo onde poter sopportare i tremendi freddi.

Le foche e non pochi orsi bianchi, affrontati con coraggio disperato, somministrano a loro le pelli necessarie per coprirsi, l’olio per la illuminazione ed i viveri. Quando il freddo intenso sopraggiunge, i due Robinson erano pronti.

Avevano ormai abbondanti provviste d’olio di foca per la loro lampada, molta carne d’orso la quale costituiva ormai il solo nutrimento, facendola bollire al mattino e friggere alla sera, e s’erano fabbricato un grande sacco di pelle entro cui dormivano assieme per scaldarsi meglio.

Il lungo inverno polare trascorse, senza che la salute dei due esploratori soffrisse e senza che il loro appetito scemasse una sola volta. Soffrirono però la mancanza del pane, dello zucchero e del sapone!… La caccia alle foche ed il loro squartamento avevano ridotte le vesti dei Robinson in uno stato indescrivibile: un amalgama di olio puzzolente e di sangue, diventato assolutamente intollerabile. Quanto sarebbero stati felici se avessero posseduto un po’ di sapone per pulirle!… Questo fu il loro più costante desiderio, senza speranza di poterlo soddisfare fino all’incontro di qualche nave.

Il 19 maggio del 1895, ossia dopo dieci mesi di soggiorno forzato su quella terra deserta, vedendo che il mare cominciava a sbarazzarsi dai ghiacci, Nansen ed il suo compagno s’imbarcavano per raggiungere le Spitzbergen.

Colle coperte che possedevano si erano fatti due abiti nuovi, colle pelli d’orso si erano cuciti due nuovi sacchi per dormire e colle vele una nuova tenda; inoltre avevano accumulato nuove provviste e dell’altro olio per la loro lampada. Lo stato dei ghiacci permise a loro di trovare dei canali e di guadagnare l’alto mare dove le acque erano quasi libere.

I primi di giugno, dopo un’ardita e fortunata navigazione, giungevano all’81° di latitudine, su di un’altra costa. Essendo colà il mare libero, Nansen ed il suo compagno proseguirono la loro corsa per avvicinarsi alle Spitzbergen inoltrandosi in un vasto canale che seppero poi essere situato all’ovest di quello d’Austria.

Ormai credevano di dover proseguire per molti giorni ancora il periglioso viaggio, quando il 13 giugno facevano improvvisamente l’incontro, presso il capo Flora, della spedizione comandata da Jackson, la quale si era stabilita su quella costa.

Il 7 agosto i due fortunati esploratori, che l’Europa ormai aveva pianti come morti fra i deserti di ghiaccio del polo, lasciavano la Terra Francesco Giuseppe a bordo del Windward e sei giorni dopo sbarcavano sani e salvi a Vardò, in Norvegia, quasi contemporaneamente all’equipaggio del Fram, annunciando al mondo stupito la splendida riuscita della loro meravigliosa spedizione.

Al valoroso esploratore, le nazioni d’Europa e d’America hanno tributato largamente onori ed elogi, ma quali sono stati i risultati pratici della spedizione?… L’esistenza, prima messa in dubbio, d’una grande corrente che dall’est va all’ovest e che può, se non portare direttamente una nave al polo, spingerla almeno assai vicina e la concezione d’una nave che può sopportare le pressioni dei ghiacci sfuggendo alle loro strette mortali.

Potranno altri naviganti, dopo l’esperienza di Nansen, ritentare la prova e riuscire finalmente a porre i piedi su quel punto matematico e finora misterioso che è il polo?… Il tenente Payer, lo scopritore della Terra Francesco Giuseppe, uno dei veterani delle spedizioni polari, ed altri, dubitano che la fortuna dell’audace norvegiano possa ripetersi con maggior profitto.

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