Capitolo 12 L’uragano

Difatti, il povero negro stava per aprire gli occhi. Aveva respinto la coperta di lana che O’Donnell gli aveva gettato addosso e cercava di liberarsi le gambe dai legami.
Si alzò a sedere con una brusca mossa e girò all’intorno uno sguardo smarrito, fissandolo poi sull’ingegnere e, quindi, sull’irlandese. Il suo volto nero, che contrastava vivamente col bianco dei suoi ricciuti capelli, tradiva ancora un profondo terrore, e le sue labbra non avevano riacquistato colore.
“Dove sono?” chiese, con voce rauca e tremula.
“Simone, amico mio,” disse l’ingegnere, “non riconosci più i tuoi amici?”
Il negro lo guardò senza rispondere, poi, passandosi una mano sulla fronte, sembrò evocare qualche lontano ricordo.
“Simone, tranquillizzati” riprese l’ingegnere. “Non vi era motivo di spaventarsi tanto.”
“Ah!” esclamò il negro. “Mi ricordo quegli occhi…oh! che orribili occhi!”
Un tremito convulso lo riprese a quel ricordo, e i suoi denti stridettero.
“Calmati, Simone” disse O’Donnell. “Che diamine! Tanta paura per un polipo gigante? Prendi questo bicchiere di whisky e mandalo giù, figliolo mio.”
Il negro afferrò il bicchiere che l’irlandese gli porgeva e lo vuotò d’un fiato, poi domandò:
“È morto il mostro?”
“L’ho ucciso” rispose O’Donnell.
“E quegli occhi? Dove sono quegli occhi?”
“Ventre di foca!” esclamò O’Donnell. “Vuoi che me li sia messi in tasca?”
“Mi fanno paura, li vedo ancora dinanzi a me, mi fissano sempre. Che orrida luce mandano!”
“Signor Kelly, temo che il suo cervello sia malato.”
“Quando l’impressione di terrore sarà cessata, forse si calmerà” rispose l’ingegnere. “Sorvegliamolo però, O’Donnell: in un momento di eccitazione, quel povero giovanotto può commettere qualche pazzia.”
“Temete che salti in mare?”
“No, ma…..” disse l’ingegnere, esitando.
“Mi mettete dei sospetti, Mister Kelly.”
“E quali?”
“Che Simone sia diventato pazzo.”
“Non lo credo: ma non vi nascondo che sono assai inquieto per il suo stato. Povero giovane! Se avessi saputo che non era un uomo adatto a prendere parte a questo viaggio irto di pericoli, l’avrei lasciato a terra: ma io lo credevo ormai abituato ai viaggi aerei, dopo avergli fatto fare più di ottanta ascensioni sul pallone frenato. Orsù, non disperiamo: forse si calmerà!”
L’ingegnere però cominciava a dubitare. Il negro pareva tranquillo, è vero, ma i suoi sguardi erano sempre smarriti ed avevano di quando in quando certi lampi, come quelli che si vedono negli occhi dei pazzi.
Si era coricato sulle casse e rimaneva immobile, immerso in chissà quali tetri pensieri; pareva che non si rammentasse più di trovarsi sul vascello aereo e nemmeno di essere in compagnia del suo padrone e di O’Donnell. Però dai trasalimenti che agitavano le sue labbra si indovinava che egli era ancora in preda a un terribile spavento e che pensava sempre agli occhi smisurati del polipo gigante.
Il Washington intanto continuava a filare sopra l’immenso oceano. Il sole, che cominciava a diventare assai caldo, aveva dilatato completamente l’idrogeno, innalzando l’aerostato di altri duecento metri.
Il vento si manteneva stabile e sempre fresco e trascinava il vascello aereo nella stessa direzione del giorno innanzi, cioè verso il sud-est. Però da certi indizi, s’indovinava che doveva fra non molto subire qualche violenza.
Qua e là, perduti nell’immensità celeste, si vedevano parecchi cirri, e si sa che quelle nubi portano un cambiamento nelle direzioni e nelle velocità dei venti. Anche ad oriente si vedevano salire nubi biancastre, opaline che indicavano come in quella regione soffiasse una corrente contraria.
“La perturbazione atmosferica si avvicina,” disse l’ingegnere a O’Donnell, “e temo che l’incontro violento delle correnti d’aria produca qualche uragano. Siamo vicini a una regione che si è acquistata una ben triste celebrità.”
“A quale regione?”
“Le Antille e le Lucaie non sono lontane, O’Donnell.”
“Vi è la fabbrica dei cicloni in quelle isole? chiese l’irlandese.
“Sì” rispose l’ingegnere ridendo. “Non vi è forse regione più battuta dagli uragani che quella. Quelle ricche e splendide isole ogni qualche tempo subiscono danni immensi a causa delle trombe che vanno a rompersi sulle loro coste. Vi basti sapere che colà il vento raggiunse più volte una velocità di 45 metri per minuto secondo.”
“Quale urto deve produrre!”
“A simili correnti non resistono le case più solide.”
“Quelle disgraziate isole devono subire spaventevoli devastazioni, Mister Kelly.”
“Ve ne citerò alcune per darvi un’idea di quegli uragani. Nel 1825 un ciclone si rovesciò sulla Guadalupa, devastando completamente piantagioni di zucchero e di caffè, atterrando le abitazioni, anzi rasandole al suolo. Un grande fabbricato di pietra, appena costruito, fu rovesciato in gran parte, e le tegole venivano trascinate via con tale impeto, che talune attraversarono perfino delle porte da parte a parte!”
“Quello era vento!”
“Quarantacinque anni prima, un altro uragano aveva atterrato interamente Savanala-Marry, città situata sulla costa occidentale della Giamaica. mandando a picco quattro navi che si trovano nella baia e rovinandone altre tre. Alla Martinica invece fu così terribile, essendovisi unito uno spaventevole maremoto, che uccise novemila persone, seppellì circa mille infermi sotto le rovine dell’ospitale di Fort-de-France, atterrò la cattedrale, sette chiese e rovesciò centinaia di case, mentre il mare, alzatosi otto metri sul livello ordinario, d’un sol colpo spazzava via centocinquanta fabbricati.”
“Che tremendi disastri!” esclamò O’Donnell.
“Ma questo non è ancora tutto. Una flotta composta di cinquanta navi mercantili di due fregate, sorpresa dall’uragano nei pressi della Martinica, fu inghiottita dal mare, e soli sette barconi riuscivano a salvarsi. Dei cinquemila uomini che montavano quelle navi, ben pochi riuscirono ad approdare. A Santo Stefano altre ventisette navi furono fracassate contro la costa; alla Dominica tutte le abitazioni intorno al porto furono demolite; all’isola S. Vincenzo, di seicento case che formavano la cittadella di Kingston, solo quattordici rimasero in piedi, e il mare lanciò sulle spiagge banchi di corallo strappati dal fondo; a Santa Lucia infierì più tremendo, poiché atterrò tutte le abitazioni uccise fra i rottami seimila persone, distrusse il forte, e il mare sollevò dei grossi cannoni che erano situati su di un bastione alto trentacinque metri!
Durante quel cataclisma furono osservati dei fenomeni elettrici bizzarri. Si videro dei fulmini globulari in grande numero, e tutte le costruzioni metalliche furono distrutte o contorte o lacerate in modo incredibile.”
“Se si cogliesse un simile ciclone, il nostro Washington non resisterebbe.”
“Lo credo, O’Donnell. Anche innalzandoci, la spinta del vento sarebbe tale da lacerare i nostri palloni come fossero di carta. Fortunatamente simili uragani sono rari.”
“To’!” esclamò O’Donnell, che da qualche istante guardava verso l’est. “Che cosa si vede laggiù, Mister Kelly?”
L’ingegnere guardò nella direzione indicata e vide, a circa duemila metri, dinanzi all’aerostato, una zona color verde pallido, sospesa a circa duemiladuecento metri.
“E una nube trasparente che si mostra a noi orizzontalmente” disse.
“Si direbbe un grosso velo.”
“Il vento ci spinge sopra di essa. La osserveremo dall’alto.”
L’aerostato marciava precisamente nella direzione della nube. In pochi minuti vi fu sopra, essendo più alto di circa trecento metri. Tosto il colore verdastro scomparve, e i due aeronauti scorsero solamente una lunga distesa di nebbia leggerissima, che permetteva di discernere sotto di essa l’oceano. L’ombra immensa dei due palloni appena si distingueva su quella zona vaporosa, tanto era trasparente.
Al di là però di quella nebbia il Washington s’imbatté in una grande nuvola, o meglio in parecchi banchi di fitti vapori, disposti in strati dello spessore di ben oltre duecento metri sovrapposti gli uni su gli altri e separati da un breve spazio d’aria.
Gli aeronauti si trovarono avvolti in una semioscurità e provarono un’acuta sensazione di freddo assai umido.
In pochi istanti le loro vesti furono bagnate, e l’aerostato, diventato più pesante per quella umidità, s’abbassò bruscamente, attraversando strati inferiori.
“Precipitiamo?” chiese O’Donnell, mentre Simone, che pareva si fosse accorto della caduta del Washington, s’era rapidamente alzato, gettando uno sguardo strabuzzato.
“Ci fermeremo e più tardi risaliremo” rispose l’ingegnere.
“Senza gettare zavorra?”
“S’incaricherà il sole di asciugarvi. Badate a Simone, O’Donnell”
“Non lo perdo d’occhio.”
Il Washington attraversò successivamente tre strati di densa nebbia e si arrestò a circa ottocento metri dall’oceano. Colà l’atmosfera era sgombra di nubi e raggi del sole, cadendo un po’ orizzontalmente, erano caldissimi.
Un’ora dopo l’aerostato risaliva fra le nubi; ma poco dopo tornava a ricadere a causa della umidità che lo rendeva sempre pesante. Essendo vicino al tramonto e sapendo che il pallone sarebbe egualmente ricaduto per il condensarsi dell’idrogeno, l’ingegnere non volle privarsi di parte della zavorra, che ora diventava più preziosa che mai.
Alle nove la notte scese con rapidità quasi fulminea, non essendovi presso i tropici che un brevissimo crepuscolo, e l’aerostato poco dopo ricominciava la discesa, mentre la seta dei due immensi fusi formava, specialmente alle due estremità, delle pieghe considerevoli.
L’ingegnere, vedendo il cielo coprirsi rapidamente di nubi e temendo che l’uragano già annunciato dal barometro scoppiasse durante la notte, non indugiò a prendere tulle le precauzioni necessarie per non trovarsi impreparato. Fece mettere per la prima volta in opera la pompa premente per riempire più che poteva i due palloncini d’aria, onde mantenessero tesa la superficie dei due grandi fusi, eliminando le pieghe del tessuto, che potevano diventare pericolose con un vento impetuoso. Sotto la violenta pressione della pompa, i due palloncini si gonfiarono tanto quasi da scoppiare, comprimendo l’idrogeno dei due fusi, il quale rioccupò gli spazi lasciati poco prima liberi dal condensamento. Se quell’aria non aumentava la forza ascensionale, manteneva però tesa la superficie della seta, la quale in tal modo non offriva presa al vento, né formava borse entro le quali potesse introdursi e produrre degli strappi.
Non si limitò a questo. Fece preparare due cilindri di idrogeno compresso sotto le manichelle dei fusi, che erano state saldamente legate a poppa della navicella, e disporre la zavorra lungo i bordi per essere più pronti a gettarla in mare al primo pericolo. Mentre erano occupati in questi preparativi le nubi avevano invaso la volta celeste, stendendosi sopra l’aerostato e facendo scomparire le stelle. Una profonda oscurità avvolgeva l’oceano e il Washington, oscurità che pareva diventasse di momento in momento più densa e paurosa.
Il vento aveva fatto un brusco salto, piegando verso il sud-est, e la sua velocità era notevolmente accresciuta, toccando i sedici metri per minuto secondo. Non aveva ancora raggiunto la rapidità che acquista nelle tempeste, che è di metri 22,5 per minuto secondo, di 27 nelle grandi tempeste, di 36 negli uragani e di 45 nei terribili cicloni, ma non doveva tardare a diventare più violento.
Lo si udiva fischiare talora attraverso le corde e le maglie delle reti e lo si sentiva imprimere delle scosse ai due grandi fusi, i quali campeggiavano come se si trovassero sulle onde del mare, facendo oscillare la navicella. Però sembrava che una calma assoluta regnasse intorno agli aeronauti, poiché, filando col vento e con pari velocità, raramente provavano gli effetti di quei soffi impetuosi.
Sotto, invece, si udiva l’oceano muggire sordamente a meno di quattrocento metri. Di quando in quando, su quell’immensa distesa color d’inchiostro, si vedevano fugaci bagliori, prodotti senza dubbio da un principio di fosforescenza.
Simone, ogni volta che udiva quei minacciosi brontolii e quei cozzi furiosi delle grande ondate, trasaliva e fissava i suoi grandi occhi sul padrone, mentre delle parole rotte gli uscivano dalle labbra contratte.
Alle dieci O’Donnell, essendosi aggrappato ad un filo di rame che rinforzava una corda di sostegno, con una grande sorpresa vide scoccare una scintilla e provò alla mano una puntura.
“Per Giove e Saturno!” esclamò “Che cosa è questa?”
“Brutto segno” rispose l’ingegnere “Bisogna sacrificare della zavorra e innalzarci.”
“Perché, Mister Kelly?”
“Ciò indica che l’aria è satura di elettricità e che fra poco cadranno parecchi fulmini. Saliamo, O’Donnell, prima che uno colpisca i nostri aerostati.”
“Quanta zavorra dobbiamo gettare?”
“Cinquanta chilogrammi basteranno.”
O’Donnell afferrò un sacco e lo precipitò nell’oceano.
Quasi nel medesimo istante un lampo abbagliante ruppe le tenebre e un sordo tuono echeggiò fra le tempestose nubi, perdendosi nei lontani orizzonti con un lungo rullo.

Parla alla tua mente

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