Capitolo 14 Le calme tropicali

Alle cinque del mattino i raggi del sole invasero bruscamente lo spazio, illuminando l’oceano fino agli estremi limiti dell’orizzonte. Quasi contemporaneamente, il forte vento che spingeva l’aerostato verso l’est scemò grado a grado, e parve che la corrente si spezzasse, o si disperdesse, come se avesse trovato un ostacolo.
Veniva forse respinta dai venti alisei, che soffiano da levante a ponente, partendo dalle coste del Portogallo e dalla Spagna, e terminando nell’America centrale? L’ingegnere, che temeva d’essere stato trascinato dall’uragano molto al sud, lo supponeva.
Se ciò era vero, per il Washington si preparava un brutto momento, poiché poteva venire afferrato da una grande corrente e ricondotto verso le coste americane, senza che gli arditi aeronauti avessero potuto opporvisi in modo alcuno.
“A mezzodì faremo il punto e sapremo dove ci troviamo” disse Kelly ad O’Donnell che lo interrogava. “Speriamo di non essere discesi tanto al sud.”
Il caldo però cresceva di mano in mano che il sole si alzava sull’orizzonte, e questo era un indizio certo che l’aerostato era stato condotto nelle regioni ardenti del tropico del Cancro. Alle nove il termometro già toccava i 32° Rèaumur ed accennava ad alzarsi ancora.
O’Donnell, abituato ai climi freddi del Canada, cominciava a soffrire assai ed aveva disteso la tenda per difendersi dai morsi di quel sole, diventato così bruscamente insopportabile. Il solo Simone, da vero negro, pareva che si trovasse benissimo in quella temperatura elevata: anzi sembrava che si fosse persino calmato, poiché ora se ne stava silenzioso, non aveva più gli sguardi smarriti, né il suo viso manifestava l’impressione paurosa di prima.
Alle dieci il pallone era quasi immobile. Una calma assoluta regnava sopra l’oceano, il quale, col cessare del vento, era ridiventato tranquillo e terso come una immensa lastra azzurra.
“Ci troviamo nelle regioni tropicali” disse l’ingegnere che da qualche minuto osservava la superficie dell’Atlantico.
“Da che cosa lo arguite?” chiese O’Donnell.
“Vedete laggiù volare quegli uccelli?”
L’irlandese si curvò sul bordo della navicella e col cannocchiale vide alcuni volatili dalle penne bianche e nere, le ali forcute, la coda fornita di due lunghe penne, i quali si precipitavano di quando in quando sui flutti con estrema rapidità, per pescare i pesci che guizzano alla superficie.
“Che uccelli sono?” chiese.
“Fetonti, o, come li chiamano i marinai, paglie in coda. Questa specie non si allontana mai dai tropici.”
“Ma come si trovano qui, a una così grande distanza da terra?”
“Sono uccelli dal volo potente e possono in poche ore attraversare incredibili distanze. Chissà? Forse hanno i loro nidi alle Azzorre, o alle Canarie, o alle isole del Capo Verde.”
“Dove ci troviamo noi dunque?”
“Lo sapremo fra un’ora e mezzo. O’Donnell. Il mezzodì non è lontano.”
Durante quell’ora e mezzo il Washington non guadagnò più di dieci miglia: il calore invece aumentò sempre più, toccando i 35 gradi. Se a quell’altezza di 3800 metri era così elevato, quale non doveva essere presso la superficie dell’oceano? Colà il termometro doveva segnare i 40 gradi, se non di più.
A mezzodì preciso, l’ingegnere fece il punto. Fatto rapidamente il calcolo, dopo le osservazione dell’ottante constatò che il Washington si trovava a 17° 15′ di longitudine ovest, ed a 24° 39′ di latitudine nord.
“Siamo a poche miglia dal tropico” diss’egli. “I fetonti non mi avevano ingannato.”
“Dobbiamo aver percorso una distanza immensa da ieri a stamane” disse O’Donnell. “Ieri ci trovavamo a…”
“A 32° 54′ di longitudine e a 30° 7′ di latitudine” disse l’ingegnere.
“Dunque noi abbiamo percorso in ventiquattr’ore?”
“Circa mille miglia verso il sud-est.”
“Sfido qualunque vascello a varcare uno spazio in così breve tempo. Se il vento ci spingesse sempre in tale direzione dove ci trascinerebbe?”
“Verso le isole del Capo Verde.”
“E se ci portasse all’est?”
“Sulle coste del deserto di Sahara.”
“Dove andiamo ora?”
“All’est.”
“Ma gli alisei in questa regione, Mister Kelly?”
“Non sono lontani, e se scendiamo poche decine di leghe verso il sud, li incontreremo. Sapete dove temo di trovarmi?”
“Non lo saprei.”
“Nella zona delle calme del Cancro.”
“Brutta scoperta. Mister Kelly.”
“Terribile, O’Donnell, poiché queste calme possono tenerci immobili, o quasi, per parecchi giorni e forse per delle settimane. Il nostro aerostato ha, si può dire le ore contate e cadrà in pieno oceano.”
“Ma abbiamo la navicella.”
“È vero; ma le nostre provviste sono limitate, e soprattutto l’acqua comincia a scemare rapidamente, con questo calore intenso.”
“Diavolo! La cosa è più seria di quanto credessi, Mister Kelly. Tuttavia non disperiamo: chissà che questa calma si rompa ben presto e il vento ci sospinga sulle coste africane.”
Quella calma che li imprigionava non accennava a cambiarsi. Pareva che le correnti aeree si fossero disperse, o che il calore solare le avesse assorbite, poiché non soffiava il più leggero alito di vento, né in alto, né presso la superficie dell’oceano, che era liscia come un cristallo. Solo il caldo aumentava in modo inquietante, facendo rapidamente svaporare la provvista di acqua racchiusa nei barili di alluminio. Per colmo di sventura, l’idrogeno sfuggiva attraverso i pori della seta. Si era guastata la vernice in qualche punto, a causa dell’umidità depositata sugli aerostati dalle nubi, o si scioglieva invece per l’estremo calore? Forse per un motivo, o per l’altro, la forza ascensionale del Washington era scemata, e verso le punte estreme dei due immensi fusi tornavano a disegnarsi delle pieghe. Da tremilaseicento metri, in otto ore, era disceso di quasi cinquecento. Se non avessero gettato quel sacco di zavorra, sarebbe forse disceso di altri mille.
L’ingegnere tuttavia non si sgomentava, possedeva ancora i suoi quattrocento metri cubi di idrogeno e circa seicentocinquanta chili di zavorra, o con questi mezzi calcolava di mantenere in aria il suo aerostato parecchi giorni ancora. Scomparso il sole, la discesa del Washington si accentuò e divenne ben presto assai rapida, abbassandosi la temperatura di parecchi gradi in pochi quarti d’ora. Alle dieci non era che a duecento metri dalla superficie dell’oceano. Prevedendo un’altra caduta e volendo risparmiare la zavorra più che poteva, l’ingegnere fece gettare la guide-rope unitamente ai due coni e all’àncora a branchi.
Poiché gli oggetti immersi in acqua perdevano una parte del loro peso specifico, con tale manovra si scaricava l’aerostato di un peso non disprezzabile. Infatti, il Washington malgrado la temperatura continuasse a scemare, arrestò la sua discesa, mantenendo i suoi duecento metri.
Quella prima notte, passata fra le calme del tropico, fu tranquilla. L’aerostato rimase perfettamente immobile, lasciando agio agli aeronauti di riposare comodamente. L’ingegnere però, che dormiva con un solo occhio, fu svegliato più volte dai balzi dei pesce-cani, i quali si erano radunati in parecchi sotto il Washington urtando più volte i due coni e l’ancorotto. All’alba il sole apparve all’orizzonte bruscamente, fugando le tenebre, e la temperatura, che era scesa a 28 gradi, salì quasi istantaneamente a 34 gradi. Il Washington parve che si svegliasse di colpo e s’innalzò lentamente nell’aria, ma quasi a malincuore. stentatamente. Quegli uomini, quella zavorra, quel battello e tutti gli oggetti che conteneva, cominciavano a diventare pesanti per le sue forze, che a poco a poco s’indebolivano, pari a quelle d’un ferito che perde lentamente il proprio sangue.
Tuttavia risali fino a settecento metri, e toccata quell’altezza, incontrò una debole corrente d’aria che si dirigeva verso l’est, ma con una leggera deviazione verso il sud-est.
“Hum!” fece O’Donnell, che si era svegliato. “Siamo un po’ ammalati, Mister Kelly. Le forze del vostro valoroso Washington se ne vanno, e bisognerà rinvigorirle.”
“Lo credo, O’Donnell.” rispose l’ingegnere. “Se questa calma continua, non so che accadrà di noi.”
“A che velocità ci spostiamo?”
“Appena sette miglia all’ora.”
“Diavolo! Il nostro Washington è diventato una lumaca! Ditemi, Mister Kelly: vi sono stati degli aeronauti che sono precipitati in mare coi loro palloni?”
“Molti, come ve ne sono stati molti che si sono schiacciati contro terra.”
“La lista dei naufragi aerei deve essere immensamente lunga, Mister Kelly.”
“Meno di quello che si crede, O’Donnell, e le catastrofi avvenute si devono quasi sempre alle imprudenze degli aeronauti. Si calcola che siano state fatte, dalla scoperta dei palloni, più di ventimila ascensioni, e le disgrazie non superano forse il centinaio.”
“Devono però essere state tremende!”
“Questo è vero. O’Donnell, poiché quando un pallone scoppia o precipita, nessuna manovra può salvare l’aeronauta.”
“Chi sono stati i primi a fare quel terribile capitombolo?”
“Pilâtre, il rivale di Blanchard, e il suo compagno Romain, furono le prime vittime della scienza aerostatica. Si erano innalzati da Boulogne il 15 giugno del 1785, per tentare la traversata della Manica e scendere in Inghilterra, con un pallone munito di un fornello, il quale doveva mantenere il gas continuamente dilatato, introducendo una corrente d’aria calda in una specie di tubo. Volendo innalzarsi di più, invece di spegnere il fornello, lo attivarono, e il pallone scoppiò con un rimbombo formidabile. I due disgraziati piombarono a terra, sfracellandosi in mezzo a un bosco, a circa quattro chilometri dalla città, accanto a una torre che esiste ancora. Pilâtre fu ucciso sul colpo: il suo compagno respirò alcuni minuti, poi morì, senza aver pronunciato una parola. Una modesta colonna, situata all’estremità d’una prateria, ricorda la tragica fine di quelle prime vittime dell’aerostatica. Zambeccari, ardito aeronauta italiano, che diede un grande impulso all’aerostatica, fu un’altra vittima. Sfuggito miracolosamente alla morte in pieno Adriatico, sul quale il vento lo aveva trascinato dopo essersi innalzato da Bologna il 21 Ottobre 1804, alcuni anni più tardi morì bruciato sotto gli occhi della moglie, dei figli e d’un numero immenso di spettatori, essendosi rovesciata la lampada che serviva a dilatare il gas. Il suo corpo fu trovato carbonizzato.”
“Quale orribile fine!” esclamò O’Donnell, rabbrividendo.
“Nel 1802 Olivari s’innalzò con una semplice mongolfiera di carta: il suo pallone prese fuoco, e quell’audace precipitò al suolo, sfracellandosi.”
“E aveva avuto l’audacia di salire con un pallone di carta?”
“Sì, O’Donnell, ma simili audacie si chiamano pazzie. Il 7 Aprile 1806 Momesent s’innalzò con un pallone fornito d’una tavola invece di una navicella, per renderlo più leggero. L’aeronauta perdette l’equilibrio e andò a schiantarsi nei fossati della città di Lilla, scavandosi da se stesso una tomba nella sabbia.”
“Che capitombolo!”
“Il 17 Luglio 1812 Bittorf salì con una mongolfiera di carta e morì come Olivari, vittima della sua imprudenza. Più tardi precipitarono i fratelli Brachet, che alla navicella avevano sostituito un contrappeso. Non avendo potuto rallentare la discesa del pallone, si sfracellarono contro terra. Il 6 Luglio 1819 è una donna che cade vittima della sua audacia, la prima che avesse osato lanciarsi nelle alte regioni dell’aria. È la signora Blanchard: piombò sul tetto di una casa a Parigi e rimase uccisa.”
“Povera signora!”
“Dimenticavo La Mountain un imprudente alzatosi il 4 Luglio 1874 con una mongolfiera a Jone, nel Michigan. Invece di imprigionare il pallone nella rete, come si usò sempre, aveva avuto la disgraziata idea di racchiuderlo fra delle funi non arretate: queste si ravvicinarono le une alle altre, la mongolfiera uscì e lo sventurato aeronauta precipitò insieme alla navicella e alle corde penzolanti, schiacciandosi su di un campo, sotto gli occhi di migliaia di spettatori terrorizzati.
Dimenticavo Durof, innalzatosi il 31 Agosto 1874 a Calais assieme alla sua giovane moglie. Fu questo uno dei più drammatici naufragi aerei. Il suo aerostato, che si chiamava Tricolore, venne trascinato sull’oceano e dopo dodici ore cadde fra le onde. Marito e moglie, aggrappati al cerchio, lottarono disperatamente fra i marosi che cercavano di strapparli dal cerchio e d’inghiottirli, finché la giovane donna svenne. Suo marito la sostenne e non lasciò il cerchio. Una nave li scorse, gettò in acqua un canotto ed ebbe la fortuna di salvarli!
L’ultima catastrofe fu quella dello Zenith il pallone montato da Croce-Spinelli, Silvel e Tissandier. Voi sapete che solo quest’ultimo si salvò.”
“E un’ecatombe di aeronauti. Mister Kelly.”
“V’ingannate, O’Donnell. Forse, in ventimila viaggi fatti dalle navi, le vittime inghiottite dagli oceani sono più numerose.”
“E dite che queste catastrofi si devono alle imprudenze degli aeronauti?”
“Sì, ma talvolta anche degli spettatori, del popolo che assiste alle ascensioni e che non tiene conto dei pericoli ai quali vanno incontro gli aeronauti. Fu il popolo che costringe Zambeccari a fare l’ascensione del 21 Ottobre 1804 a Bologna. L’aeronauta non voleva partire, essendo il vento sfavorevole; ma fu beffeggiato, chiamato codardo, ed egli partì con due compagni, Andreoli e Grassetti, senza aver preso cibo, con il fiele sulle labbra, con la disperazione nell’anima: trascinati sopra l’Adriatico, furono salvati per miracolo da un bastimento. Nel 1812, il 21 Settembre, quello stesso popolo bolognese lo forzò ad affrettare l’ascensione: il pallone s’incendiò e il disgraziato morì bruciato vivo. Ad Arban toccò una sorte consimile, a causa del popolo triestino, che l’8 Settembre 1846 lo costrinse con ingiurie e minacce a innalzarsi malgrado il vento contrario, senza corda-guida, senza un’ancora, e venne raccolto morente in mezzo all’Adriatico. Ma quell’uomo era predestinato a venire inghiottito dal mare. Infatti, alcuni anni più tardi s’innalzava a Barcellona e…”
L’ingegnere non proseguì, si era girato verso l’est e i suoi occhi parevano fissi su qualche cosa.
“Scorgete qualche nave?” gli chiese O’Donnell.
“Non so che cosa sia, ma vedo laggiù un punto nero, che mi sembra immobile.”

Parla alla tua mente

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