Combattimento con un leone

L’indomani Giovanni Finfin fu svegliato dai brontolìi crescenti di Pompeo.
Credendo che qualche guerriero fosse entrato, si affrettò ad alzarsi. Non vi era nessuno; però al di fuori si udivano delle voci umane le quali diventavano più distinte.

— Qualcuno viene a farci visita — mormorò Finfin. — Teniamo gli occhi su Pompeo perché non ne faccia una delle sue. E capace di perdere la pazienza e di balzare alla gola di qualche guerriero. Pompeo, mio bravo amico, non muoverti; sii buono per ora. Il quadrumane lo comprese di certo, poiché si accovacciò in un angolo, limitandosi a brontolare.

Poco dopo la porta della capanna veniva aperta e sei capi jagas entrarono, guardando colla più viva curiosità i due prigionieri.

Giovanni si era alzato e si era messo a guardarli senza paura, come un uomo che non si sente ancora vinto; Pompeo invece mostrava i denti ed arruffava i peli del muso, indizio di collera.

I capi parevano non sapessero capacitarsi della tinta bianca del giovane bretone, né del colore dorato dei suoi capelli e discorrevano animatamente fra di loro, additandosi ora l’uno ed ora l’altro il prigioniero. Anche Pompeo doveva sorprenderli assai, essendo assolutamente sconosciute le scimmie nel deserto.
Vedendo che i capi non si decidevano ad andarsene e che continuavano a chiacchierare, Finfin si provò ad interrogarli prima in francese, poi nella lingua dei chikani.

Alla domanda formulata in francese nessuno rispose, però uno di quei capi udendo la lingua dei chikani subito rispose.

— Finalmente! — esclamò Finfin. — Ora che qualcuno di questi messeri mi comprende, forse saprò che cosa si vuol fare di me. Si volse verso quel capo dicendogli:

– Posso sapere che cosa volete fare di me? Io non sono un negro per trattarmi come uno schiavo.

– Ditemi innanzi tutto a quale razza appartenete – disse il capo.

– A quella bianca.

– Vi è una razza di uomini bianchi come voi? – chiese il capo con stupore.

– Si ed è molto numerosa e così potente da vincere in pochi minuti tutti gli jagas del deserto.

Il capo ebbe un sorriso d’incredulità poi chiese:
— Dove abita quella razza?

– Assai lontano di qui, al di là dei mari.

— Non so cosa tu voglia dire, lo non ho mai udito parlare né di uomini bianchi, né del mare. E quel tuo compagno a quale razza appartiene?

— Non è un uomo, è una scimmia.

– Non ti capisco.

— Non m’importa, ignorante! — gridò Finfin, seccato. — Dimmi invece che cosa volete fare di me. Volete mangiarmi forse?

– Non si sa nulla, finora.

— E quando potrò saperlo?

– Deciderà il re.

– Giacché vi è un re, conducetemi da lui.

— Tu sei straniero e non puoi vederlo.

– Al diavolo te e tutti i tuoi stupidi compagni! – urlò Finfin al colmo della rabbia.
A discorrere con questi miserabili perdo inutilmente il tempo e spreco il fiato. Malgrado quelle invettive, forse non comprese d’altronde, i capi jagas s’intrattennero qualche tempo ancora nella capanna, poi si alzarono e se ne andarono, chiudendo ermeticamente la porta.
Per tre giorni la situazione del nostro eroe non cambiò.

A certe ore fisse due negri, armati di mazza e di zagaglie, portavano a lui ed alla scimmia dei cibi consistenti per lo più in pesce affumicato e in maiz e datteri, poi richiudevano accuratamente la porta per impedire la fuga dei prigionieri.
Durante quelle tre lunghe giornate, Giovanni Finfin non era stato tranquillo un solo momento. L’idea di dovere forse servire di pasto a quegli abbominevoli antropofaghi lo aveva incessantemente turbato.

Anche Pompeo non era tranquillo. Abituato a vivere in libertà non sapeva adattarsi a vivere rinchiuso in quella capanna. Si arrabbiava di sovente, brontolava, digrignava i denti, arruffava il pelo ed i baffi. C’era da temere che ne facesse qualcuna delle sue alla prima ricomparsa dei negri.
La quarta mattina, una musica scordata si udì al di fuori. Certamente era prodotta da corni di avorio e da tamburoni di legno coperti di pelle di onagga.
La scimmia, udendo quel fracasso, era balzata in piedi mandando un urlo di furore.

– Ehi, Pompeo, amico mio, sii prudente – gli disse Finfin. – Se commetti qualche bricconata quegli uomini ci uccideranno senza misericordia. Che cosa vorranno questa antropofaghi? Che sia il re che viene a vedere l’uomo bianco? stiamo a vedere e soprattutto stiamo in guardia.

La musica continuava ad avvicinarsi con un crescendo spaventoso. I negri dovevano soffiare con tutta la forza dei loro polmoni, a rischio di scoppiare.

Finalmente la porta s’aprì con grande fracasso ed una trentina di negri, orribilmente dipinti ed armati da guerra, entrarono preceduti da un vecchio negro che doveva essere uno stregone.

Dietro di loro s’erano fermati i musicanti, i quali non avevano cessato un solo istante dal soffiare entro i lunghi corni d’avorio e di battere sui tamburi.
Scorgendo quegli uomini, Pompeo era balzato in piedi arruffando i peli e lanciando sguardi feroci.
Due jagas si avvicinarono a lui per legarlo con una corda, ma Pompeo pronto come un lampo si scagliò addosso al più vicino, lo afferrò a mezzo corpo e dopo averlo fatto volteggiare in aria come una pagliuzza, lo scagliò contro la parete a fracassarsi il cranio.

Il negro, ucciso di colpo, lasciando cadere la sua zagaglia, rimase a terra senza vita.

Giovanni Finfin non perdette il suo tempo. Raccolse prontamente la lancia, l’alzò minacciosamente e la cacciò nel corpo del secondo jagas passandolo da parte a parte.

– Coraggio, Pompeo! – urlò. – Cacciamo fuori questi cani!

Un urlo di furore scoppiò fra i guerrieri che si erano aggruppati all’estremità della capanna e venti zagaglie si alzarono per trafiggere i due prigionieri.
Un grido imperioso, reciso, dominò il tumulto ed arrestò le armi pronte a colpire.

Tosto quindici o venti uomini, lasciate cadere le zagaglie, si scagliarono contro Pompeo ed il suo padrone, impegnando una lotta disperata.
Dopo una breve quanto inutile resistenza, Giovanni e Pompeo venivano atterrati, ridotti all’impotenza e solidamente legati.

– è finita! – sospirò il povero bretone, lanciando uno sguardo compassionevole verso la scimmia. — Fra poco noi verremo divorati!

I due disgraziati furono condotti fuori della capanna fra le grida di vittoria degli jagas e vennero spinti brutalmente sul sentiero che conduceva alla rocca, mentre le trombette d’avorio ed i tamburi raddoppiavano il fracasso.
Dopo una ventina di minuti, il drappello giunse sulla cima del monte. Colà, su di una pianura abbastanza estesa, sorgeva la rocca degli antropofaghi.
Quella cittadella era assolutamente imprendibile.

Delle trincee formate da enormi blocchi di basalto e da palizzate solidissime, la circondavano da ogni parte, rendendo l’accesso difficilissimo.
Delle vaste capanne ed un gran numero di case fabbricate con argilla seccata, occupavano l’area della cittadella, disposte però senza ordine.
Solamente nel centro, dove si ergeva una grande costruzione bizzarramente merlata, si vedevano parecchie grandi capanne disposte simmetricamente.
Dalla rocca uno splendido panorama si offriva agli occhi degli abitanti. Al disotto si scorgeva il lago, coi suoi numerosi affluenti; da un’altra parte si vedeva estendersi, a perdita di vista, il sabbioso deserto, colle sue oasi e coi suoi gruppi di palme; più oltre invece, apparivano gruppi di montagne interrotte da abissi profondi, da cateratte superbe e da cupe boscaglie.
In altra occasione Finfin avrebbe ammirato quello splendido paesaggio, ma, come si può credere aveva ben altri pensieri pel capo. Il timore di venire ben presto ucciso con un colpo di mazza e messo ad arrostire su un gigantesco spiedo per servire di cena al re di quel popolo d’antropofaghi, lo torturava troppo per occuparsi di panorami.

Attraversata la cittadella i due prigionieri furono condotti sulla piazza del mercato, nel cui centro si alzava la dimora del re.

Quel palazzo era davvero meraviglioso, essendo il popolo che lo aveva costruito assolutamente barbaro.

Pareva un castello, fabbricato però con mattoni di un’argilla rossastra, seccati al sole invece di essere stati cotti.

Agli angoli s’alzavano quattro torri di forma piramidale, invece di circolare, con vaste finestre e senza merli; il fabbricato centrale aveva invece un gran numero di pinacoli raffiguranti per lo più dei mostri o delle creature umane colle braccia tese e le gambe allargate.

Delle finestre si aprivano sul davanti, difese da spessi graticolati che dovevano permettere al re di vedere ciò che succedeva sulla piazza, senza correre il rischio di essere veduto dal popolo.

Sul di dietro del palazzo invece si estendeva un grande recinto, costruito pure in mattoni seccati. Le pareti però non erano alte più di quattro metri.
Giovanni Finfin e il suo disgraziato Pompeo, furono condotti in quel recinto e liberati dalle corde che stringevano i loro polsi. Ciò fatto gli jagas si affrettarono a fuggire, chiudendo con fracasso la porta del recinto. — Che un pescecane mi mangi se io comprendo qualche cosa — disse il giovane bretone. – Perché ci hanno condotti qui? Sarei curioso di saperlo.
Aveva appena finito di rivolgersi quelle domande quando vide numerosi spettatori apparire sulle muraglie del recinto. Quei bricconi parevano in preda ad una pazza allegria, poiché ridevano allegramente guardando Finfin e la scimmia.
– Oh! Diavolo! – esclamò il bretone, che cominciava a diventare inquieto.

– Che cosa sta per succedere? Forse m’inganno, però credo che quei dannati negri vogliano giuocarmi qualche brutta sorpresa.

Ad un tratto, mentre una delle grate del palazzo reale veniva abbassata, udì, verso una bassa costruzione che si scorgeva all’estremità della cinta, un ruggito prolungato.

Rabbrividì e divenne pallido.

– La voce del leone! – balbettò. – A quale terribile supplizio ci hanno destinati questi mostri?

Guardò Pompeo. La povera scimmia, udendo il ruggito del re delle foreste era calzata in piedi, tremando.

– Mio povero Pompeo, coraggio! – disse Finfin. – Sarà l’affare d’un solo istante! Siamo stati condannati a morire divorati vivi dai leoni

In quell’istante urla terribili echeggiarono fra gli spettatori. Dalla piccola costruzione era balzato fuori un superbo leone dalla criniera fulva, uno dei più grossi della specie.

Nel vederlo, Pompeo aveva mandato un urlo strozzato e si era rifugiato dietro il suo padrone.

Il leone scorgendo l’uomo e la scimmia s’era arrestato, sorpreso forse di trovarsi dinanzi a tanta abbondanza, poi aveva mandato un secondo e più formidabile ruggito. Giovanni, pallido, atterrito, si era fermato in mezzo al recinto, guardando la terribile fiera. Un freddo sudore gli colava dalla fronte e le sue membra tremavano come se lo avesse colto un accesso di febbre.

– è finita! – mormorò con voce strozzata.

Si volse verso Pompeo che non tremava meno di lui e gli disse:

– Mio povero amico, non mostriamoci paurosi. Questi cani di negri sarebbero troppo contenti.

Ciò detto incrociò le braccia sul petto e gettò uno sguardo sprezzante e fiero sugli jagas che stavano in piedi sulla cinta, aspettando ansiosamente l’assalto del leone.

Un lungo mormorio d’ammirazione si levò fra gli spettatori, vedendo la posa risoluta ed audace del giovane bianco, mentre dal palazzo reale si udivano echeggiare delle grida.

Ad un segnale d’uno dei capi, i corni d’avorio cominciarono ad intonare una marcia selvaggia, mentre i tamburi venivano percossi furiosamente.
Udendo quel frastuono il leone fece un balzo innanzi, arrestandosi a cinquanta passi dai due prigionieri.

Tutti gli jagas, in piedi, urlavano e lo minacciavano per eccitare la sua collera, ma il feroce carnivoro non aveva bisogno di venire aizzato. La fame lo tormentava e bastava per deciderlo.

Con un secondo slancio, seguito da un ruggito più tremendo, più assordante, si accostò a Finfin, poi si arrestò battendosi i fianchi colla lunga coda. Uno slancio ancora e giungeva addosso alle vittime.

In quel supremo momento, Giovanni Finfin ebbe un po’ di paura e cominciò a indietreggiare, preceduto dal povero Pompeo.

In capo a pochi istanti l’uomo e la scimmia si trovarono a ridosso della cinta; più oltre non potevano andare, quindi la morte ormai era certa.
Il leone considerò le vittime per qualche minuto ancora, come se si divertisse della loro agonia, mandò un ultimo ruggito e si slanciò. Giovanni Finfin s’era addossato alla parete, chiudendo gli occhi. Ormai era finita per lui e per la scimmia…

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