Giovanni Finfin

Un bel mattino di maggio, quando già il sole s’era alzato sull’orizzonte, nel momento in cui l’alta marea cominciava a montare, un bel brick, dipinto di fresco, con tutte le sue vele sciolte, usciva lentamente dalla baia di San Malo per guadagnare l’alto mare, lasciandosi a poppa le coste di Francia.
Quel bel veliero, che procedeva con grazia civettuola, leggermente sbandato sul tribordo, portava sulla poppa, a lettere dorate, il nome di Aglae Era molto conosciuto dai marinai di San Malo e tutti sapevano che la sua destinazione erano le coste dell’Africa.

Il suo capitano era un vecchio lupo di mare, chiamato Dorsemaine, ma che si conosceva meglio col nomignolo di Pelonero, datogli dai suoi marinai in causa del suo detestabile umore e della sua cattiveria.

Il capitano Dorsemaine aveva sessantanni già suonati e cinquanta di navigazione, avendo cominciata la sua carriera a dieci anni in qualità di mozzo.
Era un pezzo d’uomo, grande, grosso, con un collo da toro, con due pugni così poderosi da far paura a tutti, con un barbone gigantesco; un uomo infine che per vigore non la cedeva a nessuno e che per abilità marinaresca non aveva forse eguali. L’Africa specialmente la conosceva a menadito non solo, ma parlava anche numerose lingue, il cafro, l’yolofo, il biafro, il mandingo e l’ottentotto.

Con lui s’era certi di giungere in porto ed ecco il perché trovava sempre dei marinai pronti ad accompagnarlo, non ostante il suo esecrabile umore e la sua ruvidezza.

l’Aglae, salpate le ancore, era giunta già presso la lanterna del porto e continuava ad avanzarsi, spinta da una leggera brezza che soffiava da levante, quando una barca staccatasi dalla sponda, venne ad abbordarla a bordo. La montava un giovanotto di sedici o diciassette anni, alto di statura, colle braccia mu scolose, i capelli biondi e gli occhi azzurri come l’acqua del mare, un bel pezzo
di ragazzo insomma.

Senza attendere di venire interrogato dai marinai del veliero, quello sconosciuto si aggrappò alle grosse palle dell’ancora, pendenti a prora, a forza di braccia s’issò fino alle catene e, mettendo un piede nella cabina, con un volteggio ammirabile, balzò sopra la murata cadendo a tre passi dal capitano che stava in quel momento facendo spiegare i flocchi per superare il capo Frebel.
Sorpreso da quell’improvvisa invasione, il lupo di mare contemplò per alcuni istanti il nuovo venuto che lo guardava senza manifestare alcuno impaccio o timidezza, poi volgendosi verso il mastro d’equipaggio e mostrandogli il giovinetto, gli chiese ruvidamente:

– Chi è questo intruso? Lo conosci, Tommaso?

Il mastro che era occupato a legare una scotta, si volse bruscamente e girò intorno al giovanotto per meglio guardarlo, poi disse:

– Un bel pezzo di ragazzo, capitano; ha una taglia da vero marinaio.

– Non ti ho domandato se può riuscire un buon marinaio, imbecille! Ti ho chiesto se lo conosci.

Mastro Tommaso si dondolò comicamente sulle sue gambe, poi facendo un altro giro intorno al nuovo venuto che era rimasto impassibile, disse:

– Se non m’inganno questo giovanotto deve essere Giovanni Finfin, un buon ragazzo, ve lo assicuro che non sarà di certo un poltrone a bordo.

– Ah! Ah! E cosa vuole?

– Io lo ignoro.

Il lupo di mare guardò negli occhi il giovanotto, con aria quasi feroce, dicendo: — Cosa sei venuto a fare a bordo del mio legno?

– Io sono venuto qui perché desidero diventare marinaio – rispose fieramente il giovane, sostenendo imperterrito lo sguardo del lupo di mare. – Per soddisfare questo desiderio sono fuggito di casa, abbandonando il curato di Sant Enogat che mi aveva raccolto bambino sul mare e che mi fece le veci di padre fino a questa mattina.

– Ah! Ah! – esclamò il capitano, con aria ironica. – Tu vuoi diventare marinaio?

– Sì, capitano.

– Dove abiti?

– A Sant Enogat, ve lo dissi.

– E sei stato allevato da un curato?

– Che prima era chirurgo nella marina da guerra.

– Oh! Il bel marinaio! Dall’acqua salata all’altare! E tu credi che io ti prendaome marinaio?

Giovanni Finfin fissò i suoi occhioni azzurri sul lupo di mare, con un misto di speranza e d’inquietudine.

– Io lo spero – disse poi.

– Tu lo speri? Per Bacco! Lo si vedrà poi, giovanotto mio, piccolo pescecane d’acqua dolce.

– Cosa volete dire?

– Pel momento rispondimi.

– Sono ai vostri ordini, capitano.

— Sai che andiamo in Africa?

— Lo so.

– Chi te lo ha detto?

– L’ho saputo nel porto.

– E non ti fa paura l’Africa?

– Anzi, tutt’altro, desidero vivamente di visitarla.

– E conti di andare laggiù sulla mia nave? – chiese ironicamente il lupo di mare.

— Se me lo permettete.

– E se non lo volessi?

– Mi getterei in mare, capitano – rispose risolutamente il giovinetto.

– Benissimo, tu diverrai marinaio a bordo dell’Aglae, ma devo prima provare se tu sei di buona stoffa.

– Provatemi, capitano.

Il lupo di mare fece un gesto al mastro, dicendogli:

— Prendi questo pollo novellino.

IL mastro appoggiò una larga mano su una spalla di Finfin.

– Sei preso, mio caro – disse.

– Ora lo condurrai nel frapponte e, tanto per cominciare, gli somministrerai venticinque colpi di corda. Se egli opporrà resistenza raddoppia la dose e picchia più forte, poi lo farai iscrivere nel ruolo di bordo e lo manderemo a danzare sulla cima del contropappafico. Ah! Ah! Tu vuoi diventare marinaio, giovanotto? Lo vedremo se il mestiere sarà di tuo aggradimento.

– Io sono rassegnato a tutto – disse Finfin. – Ma non intendo di venire battuto.

Se questo ordine brutale verrà eseguito, appena libero mi getterò in acqua.
Un sorriso grossolano spuntò sulle labbra del lupo di mare.

– Mio caro – disse. – Non siamo più in porto. Mastro Tommaso, conducilo via e picchia forte: cinquanta colpi.

– Avete detto venticinque, capitano – osservò il mastro con malumore.

– Mi sono ingannato; volevo dire cinquanta e cinquanta li avrà, hai capito?

Va’, giovanotto mio: così imparerai meglio il mestiere – aggiunse il lupo di mare con un sorriso feroce. Giovanni Finfin tentò, con una rapida mossa, di liberarsi dalla mano del mastro, ma questi lo trattenne forte e lo trascinò nel frapponte, mentre il capitano si sdraiava comodamente su di una poltrona a dondolo, accendendo la sua nera pipa, vecchia di cinquantanni per lo meno.

– Non aver paura, Giovanni – disse il mastro quando furono nel frapponte.

– Io ti conosco assai, più di quanto credi. Il giovanotto lo guardò con stupore.

– Voi mi conoscete?

– Come conosco il curato di Sant Enogat, quel brav’uomo che ti ha raccolto ed allevato. Ti basti sapere che quando egli era ancora medico nella marina, io ero a bordo della corvetta la Danae assieme a lui.

– Ma quando mi avete conosciuto?

– Finfin, mio giovane amico, ti ricordi della vecchia Reboussel?

– Quella donna che era stata assalita da un grosso cane?

– Sì, e che tu salvasti accoppando il cagnaccio con una poderosa legnata.

Quella vecchia, mio caro, era mia sorella. Come puoi immaginarti io non posso darti i cinquanta colpi di corda ordinati dal capitano.

– Volete risparmiarmeli?

– Risparmiarli di certo, mio giovane amico. Io devo obbedire, poiché se non lo facessi il capitano incaricherebbe un altro di accarezzarti le spalle, ma invece di battere te, mi sfogherò contro l’albero maestro.

– Non vi comprendo, mastro.

– Ventre di pescecane! Basterà che tu gridi come un dannato e che io conti i colpi a piena gola per ingannare il capitano.

– io non griderò – disse Finfin con voce risoluta.

– Diavolo! – esclamò il mastro con fare imbarazzato.

– Fate il vostro dovere, mastro, ed io farò il mio.

– Tu sei testardo come un vero bretone, Finfin; ma le mie braccia non si alzeranno sopra di te.

Rifletté un istante poi un sorriso spuntò sulle sue grosse labbra.

– Sei ben deciso a non gridare?

– No! Mille volte no!
– Ebbene io griderò per te.

Andò a prendere una specie di frusta con cinque corde terminanti in grossi nodi, e avvicinatosi alla base dell’albero maestro del frapponte si mise a picchiare a tutta forza, gridando a piena gola:
– Uno!… Due!… Tre!…

Negli intervalli, ponendosi una mano dinanzi alla bocca, bene o male mandava dei gemiti che di colpo in colpo diventavano più strazianti. Un altro capitano che avesse avuto il cuore meno duro di quel ruvidaccio di Pelonero, si sarebbe commosso; invece quel lupaccio di mare, dopo i primi colpi si mise a urlare, pur continuando a dondolarsi sulla sua comoda sedia situata sul cassero:

– Picchia più forte, Tommaso! Metti un po’ di olio nelle tue braccia! Allora il bravo mastro che rideva a crepapelle, si mise a picchiare l’albero con maggior energia, aumentando i gemiti e contando con voce più potente i colpi.

Finfin seduto su di un rotolo di gomene osservava quella comica scena, ridendo.

Quando il mastro ebbe contati tutti i cinquanta colpi, Finfin, fresco come una rosa e lesto come un galletto, ricomparve sul ponte.

– Ah! Ah! – esclamò il capitano vedendo che il giovanotto non manifestava alcun dolore, anzi che aveva la faccia ilare. — Quel pesce d’acqua dolce ha la pelle ben dura, per centomila balene squartate! Si direbbe che ha finito or ora una partita di piacere.

– Noi faremo un valente marinaio di quel giovanotto, mio capitano – disse il mastro che tratteneva le risa a stento.

– Mandiamo quel diavolo lassù. Vedremo come se la caverà d’impiccio, Tommaso.

Il mastro fece segno a Finfin di salire sull’albero maestro. Non aveva ancora finito di additare l’alberatura che già il giovanotto s’era slanciato sulle griselle.
Saliva coll’agilità d’un gatto selvaggio, con piede sicuro, tenendosi ben stretto alle corde, passando rapidamente da un pennone all’altro, e sorpassando, senza arrestarsi, la coffa e la crocetta. Giunto all’alberetto s’aggrappò alle ultime corde, e si issò fino al mastrovento dell’albero maestro, toccando il pomo.

— Il giovanotto è lesto — disse il capitanò che lo osservava attentamente.

– Prendersi cinquanta colpi di corda e giungere lassù più presto d’un gabbiere è cosa che sorprende anche me. Cosa dici tu, Tommaso?

– Io penso, capitano, che avete ragione come già l’avete sempre – rispose il mastro con un furbo risolino.

– Si direbbe che quel Finfin è figlio di gente di mare.

– è possibile, capitano.

— Allora tu conosci i suoi genitori?

– Non li conosco né io, né Finfin, né il curato di Sant Enogat.

— Vuoi burlarti di me, Tommaso?

– No, capitano.

– Allora ti spiegherai.
– Giovanni Finfin è stato raccolto sulla spiaggia di San Malo dal curato di Sant Enogat, durante una furiosa tempesta. Pare che una nave fosse naufragata al largo e che il bambino, che era stato collocato entro una botte vuota, fosse stato spinto miracolosamente alla costa dalle grosse ondate.
– E chi lo ha allevato?

– Il curato.

– E ne ha fatto un marinaio? – chiese stupito il capitano.

– Era un uomo di mare anche quel brav’uomo.

– Cioè lo era stato un tempo – corresse il lupo di mare. – Bene! Bene! Quel giovanotto mi va e noi faremo di lui un bravo marinaio.

– M’incarico io di lui, mio capitano.

– Comincerai col fargli fare il quarto, poi lo farai notare sul ruolo di bordo. Ciò detto, mentre Finfin ridiscendeva in coperta, il vecchio orso scese nel quadro di poppa fumando come una locomotiva, mentre il mastro diceva al giovinetto:

– Ehi, Giovanni Finfin, sei dei nostri. Giacché volevi veder l’Africa, noi ti condurremo laggiù.

– Una parola, mastro – disse il giovanotto. – Io sono fuggito di casa senza avvertire nessuno e vorrei scrivere a quel bravo curato che mi ha fatto da padre.

– Ormai è troppo tardi, giovanotto mio. Però se incontreremo qualche nave in rotta per le coste di Francia, la incaricheremo di avvertire il curato di Sant Enogat. Vieni, Finfin: la zuppa è pronta! Poi tu monterai il quarto al timone in mia compagnia.

Parla alla tua mente

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