I Tuareg

Sbarazzatisi da quei pericolosi avversari, Namouna, il bretone e Pompeo fecero ritorno là ove avevano lasciato l’elefante e la schiava.

Certi di non venire più disturbati, decisero di riposare fino al tramonto, anche per non affrontare di pieno giorno i raggi cocenti di quel sole implacabile.
La schiava fece raccolta di legna secca ed accese il fuoco e Namouna, dimenticando di essere stata regina, mise a bollire, in una pentola che aveva messo nei sacchetti dei viveri fatti appendere ai fianchi dell’elefante, del pesce secco, mentre Pompeo si arrampicava sui palmizi per fare raccolta di datteri profumati.

Giovanni invece, volendo visitare l’oasi, prese il fucile e si mise in cerca di selvaggina, avendo la speranza di trovare qualche gazzella o qualche struzzo.
Aveva già attraversata tutta l’oasi senza aver trovato alcun animale che meritasse un colpo di fucile, quando attraversando una fitta macchia di palmizi, vide qualche cosa di giallastro apparire in mezzo ad alcuni cespugli.

—    Che cosa può essere? — si chiese, arrestandosi indeciso.

In quell’istante udì un basso ruggito che gli fece gelare il sangue.

– Un leone qui! – esclamò Finfin. – Che brutto vicino! Non avrei mai supposto che questo piccolo paradiso fosse abitato da predatori così sanguinari ! Amico Finfin, non è il momento di risicare la pelle.

Fece lestamente il giro della macchia, tenendosi al largo e poi precipitosamente ritornò all’accampamento, mettendosi sotto la protezione di Enogat.

— Avete trovato nulla? — gli chiese Namouna. Poi, accorgendosi della sua emozione, gli disse:

– Mi sembrate preoccupato.

— Lo sono davvero — rispose Finfin. — Ho scoperto un abitante in quest’oasi.

– Qualche negro forse?

— No, un giallo armato di denti e di artigli — disse Finfin, sorridendo.

– Che cosa volete dire?

— Che per vicino abbiamo un leone

— Un leone! — esclamò Namouna, tremando. — E non vi ha assalito?

– Sono fuggito a tempo.

– E se viene qui?…

– Bah!… S’incaricherà Enogat di metterlo a posto.

— Volete rimanere qui?

– Fino a questa sera. Oh…

Un ruggito tremendo era echeggiato a breve distanza, un ruggito minaccioso.
Enogat che stava semicoricato, divorandosi tranquillamente un grosso fascio di foglie fresche e profumate ed un mucchio di datteri, udendo quel grido di guerra del re degli animali, si alzò di scatto, dondolando minacciosamente la sua formidabile proboscide, poi mandò un sonoro barrito.
Finfin e Namouna avevano intanto afferrati i fucili, pronti ad aiutare il pachiderma.

Un fitto cespuglio, che si trovava lontano cinquanta passi, in quel momento si aprì sotto una spinta irresistibile ed un superbo leone di grossa taglia, con una lunga criniera nerastra, comparve mandando un secondo e più assordante ruggito.

— Eccolo!… — urlò la schiava.

– Signora – disse Finfin a Namouna – siete sicura del vostro colpo?

– Sempre – rispose l’ex regina con voce ferma.

– Mirate giusto.

— E se manchiamo ai nostri colpi?…

– Enogat è pronto a sostenere la lotta.

Puntarono i due moschetti e fecero fuoco quasi contemporaneamente.
Il leone colpito da una o da tutte e due le palle fece un balzo immenso, ma appena ritoccato il suolo si scagliò addosso al gruppo umano mandando un ruggito di furore.

Enogat, con una rapida mossa, s’era gettato dinanzi a Finfin ed alle due donne. Si piantò solidamente sulle robuste gambacce, tese la proboscide e prese il leone al volo, stringendolo con tale forza da fracassargli di colpo le cestole e la spina dorsale.

Non contento, l’alzò a quindici piedi dal suolo, lo dondolò per alcuni istanti, poi lo scagliò, con impeto tremendo, contro un grosso palmizio, riducendolo un ammasso di carne e di ossa sanguinolenti.

– Bravo, mio Enogat!… – urlò Finfin, mentre Pompeo correva ad accarezzare il suo colossale e valoroso amico.

– Che forza!… – esclamò Namouna, ammirando l’elefante. – Con simili animali si possono sfidare tutte le bestie feroci dell’Africa.

– Signora – disse Finfin, sedendosi dinanzi alla pentola – ora possiamo fare colazione senza timore di venire disturbati.

Si assisero a breve distanza dal fuoco e si misero a mangiare col miglior appetito, poi avendo passata la notte senza chiudere gli occhi, si sdraiarono all’ombra delle palme e s’addormentarono placidamente sotto la guardia di Enogat e di Pompeo, due guardiani fidatissimi.

Dormivano da quattro o cinque ore, quando furono bruscamente svegliati da un barrito sonoro e dalle grida della scimmia.

Giovanni Finfin per il primo aprì gli occhi e vide Enogat in piedi, con la proboscide tesa e Pompeo armato di fucile.

— Cosa succede? — si chiese con inquietudine.

Balzò in piedi imitato da Namouna e lanciò un rapido sguardo verso il deserto.
Sulla sabbia scintillante scorse sette mahari e una dozzina di cammelli montati da negri armati di fucili e di lance.

— Ancora gli jagas!… — esclamò. — Si vede che non ne hanno avuto abbastanza della batosta di questa mattina. Ah!… Birbanti!… Ne volete ancora?… Ebbene, sia!…
– Sono quasi una ventina – disse Namouna. – Come potremo resistere al loro attacco? – Enogat è ben riposato e si lascerà indietro i cammelli senza molta fatica — rispose Finfin.

– Fuggiamo?…

– è necessario, signora.

— Gli uomini dei mahari ci inseguiranno.

– Tanto peggio per loro. Partiamo!…

L’elefante obbediente alla voce del padrone si coricò, poi con la tromba prese una ad una le donne, poi Finfin, quindi Pompeo e se li mise sul robusto dorso.

— Al trotto, mio bravo Enogat… — gridò Finfin.

L’elefante non si fece ripetere il comando. Attraversò lestamente l’oasi e raggiunto il margine settentrionale del deserto si lanciò sulle sabbie fuggendo precipitosamente.

Gli jagas, vedendolo scomparire, si misero ad urlare e gli uomini che montavano i mahari si slanciarono dietro le sue tracce, mentre quelli dei cammelli, impotenti a lottare in velocità, si arrestavano sfogandosi in vociferazioni spaventevoli che parevano ruggiti di belve feroci in furore.

Giovanni attese che i mahari giungessero fino a trecento metri, poi mirò il primo con estrema attenzione e fece fuoco.

Questa volta non fu l’uomo che ricevette la palla, bensì l’animale, il quale cadde sconciamente trascinando con sé il cavaliere.

Gli altri risposero con una scarica generale la quale non ebbe altro risultato che quello di accelerare maggiormente la corsa di Enogat.
Quel primo scacco però non li fece disperare, e l’inseguimento continuò con accanimento senza pari, interrotto da frequenti spari.

Namouna aveva pure preso il moschetto e sparava a fianco di Finfin, tuttavia senza molto successo, in causa delle scosse disordinate dell’elefante.
Alla quarta fucilata però Finfin abbattè un guerriero e Namouna alla sesta fece stramazzare un mahari.

I nemici non erano ridotti che a cinque, pure non si erano arrestati e continuavano a sparare, quantunque i sussulti impetuosi dei loro mahari impedissero loro di mirare con qualche speranza di successo.

– Bisogna abbatterne qualche altro e forse allora si decideranno a lasciarci finalmente tranquilli — disse Finfin. — Affrettiamoci o qualche palla finirà per colpirci.
Mirarono i guerrieri che si trovavano allora a soli centocinquanta passi, occupati a caricare i loro fucili e fecero fuoco simultaneamente.

Altri due jagas caddero uno dopo l’altro.

Era troppo per i superstiti. Senza occuparsi a scaricare i loro moschetti, volsero

i loro mahari e fuggirono all’impazzata.

— Questa volta non torneranno più di certo — disse Finfin, moderando la corsa dell’elefante per accordargli un po’ di riposo.
– Possiamo essere sicuri di non rivederli più – disse Namouna. – Ormai devono essere convinti dell’inutilità dei loro sforzi e della inefficacia delle loro armi, essendo oltremodo superstiziosi.

– Che cosa volete dire, signora?

— Che sono persuasi della potenza straordinaria dell’elefante.

– Ossia? Non vi comprendo ancora.

– L’elefante è un feticcio per loro e devono essere persuasi che ormai ci protegge.

– è vero – disse Finfin ridendo – mi ero dimenticato che Enogat è una divinità per quegli antropofaghi.

Mentre chiacchieravano, l’elefante aveva moderata la sua corsa, camminando però sempre di buon passo per giungere in qualche altra oasi.
Il deserto tendeva allora a cambiare. Alle pianure immense si succedevano delle collinette sabbiose ed anche qualche gruppo di palmizi di tratto in tratto appariva.

Animali non se ne vedevano in luogo alcuno, invece qua e là si scorgevano molti scheletri di cammelli, completamente spolpati dagli avvoltoi e fors’anche dalle jene.

Verso sera Giovanni fece arrestare l’elefante in mezzo ad un avvallamento e fece preparare il pasto, composto di un po’ di pesce cucinato al mattino, di alcuni datteri e d’un sorso d’acqua assai calda.

Riposarono fino alle undici di notte, poi quando la luna sorse, si rimisero in cammino, ansiosi di giungere ad un’altra oasi per abbeverare e nutrire la loro cavalcatura.

Tutta la notte Enogat marciò con grande lena, accontentandosi delle foglie d’un palmizio mezzo intristito e d’un otre d’acqua, poi all’alba fece nuovamente alto dietro una collinetta sabbiosa.

Essendosi provvisti d’una tenda, i fuggiaschi la rizzarono ed attesero pazientemente che il sole tramontasse, non osando sfidare quei raggi di fuoco.
La giornata parve eterna, ma finalmente anche l’astro diurno scomparve e poterono rimettersi in cammino. Enogat però pareva assai sfinito e non si avanzava che con grande pena.

Quel corpaccio enorme aveva bisogno d’acqua e d’un nutrimento ben più abbondante.

— Se non troviamo un’oasi prima che spunti il giorno, Enogat non sarà più in grado di trasportarci – disse Finfin. – Il povero animale è sfinito.

– La troveremo presto – rispose Namouna. – Io mi ricordo perfettamente la via tenuta dalle carovane che si recano al sud dell’Algeria.

— E saranno necessari parecchi giorni prima di giungere da vostro padre?…

– Fra cinque o sei noi vi saremo.

— Allora avanti. Namouna non si era ingannata. Poco dopo la mezzanotte i fuggiaschi giungevano in una seconda oasi, più vasta della prima e provvista di due pozzi d’acqua limpida e sufficientemente fresca.

Vi erano boschetti di datteri, di acacie spinose, di aloè e non mancava nemmeno la selvaggina.

Giovanni Finfin fu tanto fortunato da uccidere una splendida gazzella la quale fornì carne fresca e deliziosa in quantità.

I fuggiaschi si fermarono due giorni in quel grazioso isolotto, poi il terzo, dopo essersi forniti d’acqua in abbondanza e di foglie per Enogat, ripresero l’eterna marcia attraverso a quelle pianure sabbiose e bruciate dal sole.
La seconda marcia fu più lunga della prima ed il povero Enogat fu messo un’altra volta a dura prova, però la terza oasi fu pure felicemente raggiunta ed anche la quarta.

Undici giorni dopo la loro fuga s’arrestavano alla quinta, ossia l’ultima. Dopo di quella due giorni di marcia ancora e Namouna avrebbe finalmente potuto abbracciare suo padre ed i suoi fratelli.

Già ormai si credevano fuori di pericolo, quando nel momento di ripartire, Giovanni Finfin scorse una nuvola di polvere assai fitta alzarsi verso il sud.

– Cosa sarà? – chiese a Namouna. – Un uragano di sabbia che s’avanza?…
– Non lo credo – rispose l’ex regina.

— Che siano dei nuovi nemici?…

– Stiamo per attraversare una regione frequentata dai Tuareg – disse Namouna, aggrottando la fronte.

– Chi sono questi Tuareg?…

– Dei berberi feroci, audacissimi, che abitano le regioni settentrionali del deserto e che vivono di saccheggi.

– Diavolo!… – mormorò Finfin. – Non ci mancherebbe che un assalto da parte di quegli indemoniati saccheggiatori. Che dobbiamo fare?

— Fuggire subito — disse Namouna. — L’oasi abitata da mio padre non è lontana che dieci ore di marcia.

L’elefante scosse le sue larghe orecchie, aspirò fortemente l’aria, poi, essendosi ben riposato e ben pasciuto, ripartì di buon passo, dirigendosi verso il nord.
Intanto la nuvola di polvere diventava più distinta ed ai raggi del sole si vedevano uscire talora, da quel velo fitto, dei rapidi bagliori prodotti forse da lance o da sciabole.
Namouna che la osservava attentamente, dopo alcuni istanti disse a Finfin:

— Quegli uomini non devono montare dei cavalli e dei cammelli comuni.

– V’ingannate – disse Finfin. – Sono due mahari montati da due uomini che si avanzano a tutta corsa verso di noi.

– Saranno gli unici del gruppo. Se fossero tutti mahari la nube avanzerebbe più rapidamente.

– Vi sembrano Tuareg quei due uomini?

– Sì – rispose Namouna.

– Da cosa li riconoscete?
– Dalla pezzuola che copre buona parte del loro volto.

— Cosa mi consigliate di fare?

– Lasciare che quei due pirati del deserto ci raggiungano per conoscere la loro intenzione, e preparare le armi.
– Il mio fucile è carico.

I due mahari che correvano a tutta lena non impiegarono molto a raggiungere Enogat, non avendo il pachiderma ripreso il galoppo.

I due predoni parvero assai stupiti di vedere quell’animale gigantesco che mai avevano veduto prima, non essendovi elefanti nel deserto di Sahara, anzi titubarono un po’ prima di avvicinarsi. Quella perplessità fu però di breve durata ed il più ardito si fece innanzi impugnando un lungo moschettone e gridando:

– Stranieri, fermatevi!…

Namouna che conosceva la loro lingua, rispose:

– Che cosa volete da noi?…

– Noi siamo Tuareg! – gridò fieramente il negro.

– Ciò non mi dice nulla.

– Noi siamo i padroni del deserto.

— Tenetevelo il vostro deserto, noi non vogliamo mangiarvelo.

– Voglio dire che voi dovete pagare il diritto di passaggio – disse il pirata del deserto.

– Nulla abbiamo da darti.

– Avete delle armi e ce le darete.

— è impossibile — rispose Namouna. — Sono necessarie a noi per difenderci.

– Bada!… Dietro di noi vi sono altri cinquanta cavalieri. E tutti armati. Se non obbedite noi vi uccideremo.

– Siamo persone capaci di difenderci ed il nostro animale è così potente da uccidere mille Tuareg.

— Vi ripeto di arrendervi!… No.

— Allora vi uccido!…
I due scorridori del deserto avevano alzato rapidamente i loro moschettoni, ma Finfin che non perdeva uno solo dei loro movimenti li prevenne.
Uno sparo rintronò e l’uomo che aveva intimata la resa, colpito in pieno petto, balzò sulla sabbia rimanendo immobile. IL suo compagno scaricò il suo moschetto a caso, poi fuggì a rompicollo raggiungendo i suoi compagni.

— Eccoci ancora in guerra — disse Finfin. — Brutto paese dove bisogna sempre uccidere.

— Mio padre non è lontano — disse Namouna. — Prima che quei cavalieri ci raggiungano noi saremo in salvo.

Enogat, stimolato dal suo padrone, aveva preso un galoppo rapido; però i compagni del morto scorridore si erano messi animosamente in caccia, spronando vivamente i loro piccoli ed indomiti cavalli.

La nube s’avanzava ora rapida ed in mezzo ad essa si vedevano apparire gl’inseguitori.

Enogat si sforzava a guadagnare terreno però con magro risultato. Le tante fatiche sopportate dal povero animale durante, la lunga traversata del deserto, avevano indebolite assai le sue forze. Guai se quell’inseguimento avesse dovuto durare molte ore ancora.
Fortunatamente l’oasi del padre di Namouna non era lontana. Già il deserto accennava a cambiare rapidamente.

Gruppi di palme si vedevano dovunque ed alle sabbie succedevano delle piccole pianure di terra coltivabile. In lontananza si scorgevano anche delle montagne, forse quelle dell’Algeria meridionale; ed anche dei fiumi, disseccati però, apparivano.

I Tuareg, comprendendo che la preda stava per sfuggire, raddoppiavano gli sforzi per impedire che l’elefante potesse giungere ad Asdier Asgas.
Spronando furiosamente i loro cavalli in breve giunsero a tiro di fucile e cominciarono ad aprire il fuoco. Le palle però non arrivavano ancora a destinazione.

Giovanni e Namouna, presi i loro moschetti, rispondevano vigorosamente più per far capire ai loro nemici che non erano disarmati, anziché per qualche speranza di successo.

Già qualche palla era giunta presso di loro, fischiando sopra le loro teste, quando la schiava mandò un grido:
– i cavalieri di Asdier Asgas!…

– i sudditi di mio padre!… – aveva esclamato Namouna.
Due o trecento arabi, armati di lance e di fucili, erano comparsi sul margine d’una vasta oasi. Erano tutti a cavallo, coperti di tarbus dai vivaci colori e li comandava un vecchio, vestito splendidamente in rosso ed azzurro e di alta statura.
Quei bravi, nemici giurati dei predoni del deserto, si slanciarono a galoppo sfrenato contro i Tuareg, fugandoli con scariche micidiali, mentre il loro capo seguito da alcuni dei suoi fidi si avanzava verso l’elefante.
Due grida rimbombarono:

– Mio padre!…
— Mia figlia!…

Pochi istanti dopo l’ex regina degli jagas e lo Sceicco di Asdier Asgas si abbracciavano strettamente.

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