La battaglia

Il ritorno di Pompeo ferito, colla testa sanguinante dell’ambasciatore, diede pur troppo una prova lampante a Finfin che aveva avuto torto d’agire con un monarca africano come se fosse stato il capo d’una nazione civile.
Egli si pentì amaramente della morte del povero negro, ma ormai non vi era alcun rimedio. L’unica consolazione che gli rimaneva era quella di vincere quel barbaro antropofago e di ridurlo a dovere.

L’invasione del paese di Payli non era però possibile in causa delle difficoltà che presentava il terreno troppo boscoso e quindi troppo facile a difendersi.
Bisognava decidere quel barbaro ad uscire dai suoi stati, ma in qual modo? Ecco quello che Giovanni Finfin si chiedeva senza trovare una risposta soddisfacente.

Interrogò tutti i capi dei due eserciti per vedere se vi era qualche mezzo per provocare l’antropofago sovrano a battaglia campale, senza però un risultato soddisfacente.

Finalmente credette d’aver trovata una buona idea.

– Proviamo ad incendiare le sue foreste – disse. – L’incendio può propagarsi e bruciare i villaggi degli antropofaghi. Chiamò uno dei capi, gli comandò di raccogliere cinquanta uomini coraggiosi e si recò ad esplorare le montagne, per vedere quali potevano essere i punti migliori per mettere il fuoco alla foresta.

Durante quella escursione potè vedere che quattro gole comunicavano col paese degli antropofaghi, quindi decise di accendere i boschi che ingombravano le tre prime, lasciando intatti quelli della quarta perché servissero di passaggio ai nemici nel caso che questi si decidessero ad assalire gl’imbikini ed i chikani.

Scelti i posti, vi fece dare fuoco, poi ordinò a tutti i guerrieri di ritirarsi e di concentrarsi nel campo per tenersi pronti ad un possibile attacco da parte delle orde antropofaghe.

In brevi istanti le montagne furono avvolte fra fitte colonne di fumo, poi delle fiamme gigantesche si alzarono dovunque.

Gli alberi secolari, per la maggior parte resinosi, bruciavano come fuscelli, scoppiettando e lanciando in aria nembi di scintille e tizzoni ardenti, i quali provocavano subito altri incendi.

Lo spettacolo era imponente, terribile. Pareva che l’intero regno di Payli dovesse venire distrutto da quelle fiamme che di minuto in minuto diventavano più spaventevoli.

Tutti i guerrieri imbikini e chikani erano in piedi, raccolti in colonne le cui fronti guardavano la gola lasciata libera. Avevano tutti le armi in pugno, credendo che da un istante all’altro sbucassero le bande di Payli. Invece né nella gola né sulle montagne si vedeva spuntare alcuna persona.
Pompeo, la cui ferita insignificante non gli dava gran noia, seduto su di un albero rovesciato, contemplava lo spettacolo, mandando grida di gioia. Talvolta si alzava e partiva di corsa, come se avesse voluto slanciarsi verso quelle fiammate, poi tornava al suo posto continuando a gridare come un ossesso.

Per tre giorni continui l’incendio durò con eguale furia, poi cominciò a decrescere e finalmente verso la sera del quarto giorno cominciò qua e là a spegnersi.
Solamente sulla cima delle montagne dense colonne di fumo si alzavano ancora; non dovevano durare molto però, non essendovi più alberi da consumare.

– Diavolo!… – mormorò Finfin. – Sono già quattro giorni che aspettiamo e quel birbante di Payli non si decide ancora a uscire dal suo regno. Che debba andarlo a scovare nella sua capitale?… Domani bisognerà decidere qualche cosa o rimarremo senza viveri.

Non osando andare a coricarsi per tema d’una sorpresa notturna, fece la ronda nel campo per vedere se i battaglioni erano al loro posto e s’accorse che Pompeo non si trovava più accanto all’elefante.
Quella scomparsa lo stupì al massimo grado. - Dove può essere andato?… – si chiese. – Che si sia recato da Payli per accopparlo?…
Pompeo è capace anche di questo.

Chiese alle sentinelle se lo avevano veduto, senza però riuscire a sapere qualche cosa. Da alcuno era stato osservato mentre si dirigeva verso l’estremità dell’accampamento, da altri era stato veduto in altro luogo, senza che nessuno si fosse occupato di sapere ove andava, sapendo già che godeva la più grande libertà.

Giovanni, certo di rivederlo comparire ben presto, si ritirò nella capanna per gustare un po’ di sonno.

Dormiva da un paio d’ore; quando verso la mezzanotte udì le sentinelle dare l’allarme.

Si alzò precipitosamente credendo che i nemici si fossero mostrati nella gola.

Guardando in direzione delle montagne scorse subito una luce vivissima come se un altro spaventoso incendio si fosse esteso sulla seconda linea di picchi e di coni che chiudeva il paese di Payli verso ponente.

– Chi può aver incendiato quelle foreste? – si chiese, con una certa ansietà. — Che siano stati gli antropofaghi?

Guardò con maggior attenzione e vide delle ombre di statura gigantesca correre, come una legione di demoni, attraverso i sentieri delle montagne e delle foreste, agitando dei tizzoni accesi.
Si vedevano sorgere da tutte le parti, correre e balzare con una velocità ed una sveltezza prodigiosa, agitando sempre quelle strane fiaccole le quali si lasciavano dietro dei nembi di scintille.

– Chi sono quei diavoli? – si chiese Finfin, le cui ansietà aumentavano. – Che siano gli antropofaghi? Ma no è impossibile che degli uomini posseggano una tale agilità. Io credo che siano scimmie e di quelle grandissime.

Aveva appena terminate quelle riflessioni, quando in mezzo alle montagne si udirono dei clamori spaventevoli che si avvicinavano rapidamente.
Non vi era da ingannarsi: quelle voci erano umane. Certamente l’esercito di Payli stava per irrompere nell’accampamento dei chikani e degli imbikini.
Le grida delle sentinelle avevano già fatto balzare in piedi i negri ed accorrere tutti i capi intorno al generalissimo. Questi diede tosto gli ordini opportuni, raccomandando di formare un ampio semicerchio per potere, ad un dato momento, chiudere le ali addosso ai nemici ed accerchiarli, poi salì sull’elefante portando con sé il fucile ed un paio di picche.

Le urla si avvicinavano sempre, echeggiando spaventosamente. Gli antropofaghi erano già entrati nella gola e si preparavano ad irrompere, come tromba devastatrice, nella pianura.
Mentre gli antropofaghi muovevano all’attacco, incoraggiandosi colle loro ur la di guerra, il più profondo silenzio regnava nell’accampamento dei chikani e degli imbikini.

I negri, nascosti fra le alte erbe, colle lance in resta e le mazze pronte, aspettavano intrepidamente l’urto.

Quel silenzio, contrario alle abitudini dei guerrieri negri, gettò un po’ di indecisione fra le bande di Payli, di già sbucate dalla gola. S’arrestarono un momento, non sapendo dove rivolgersi, nulla potendo vedere in causa delle alte erbe che nascondevano i nemici.

Giovanni Finfin approfittò subito di quel po’ di panico che aveva invaso le bande del feroce re. Diede il segnale convenuto e tosto i chikani e gli imbikini, sbucando improvvisamente dalle erbe, si scagliarono contro gli antropofaghi mandando urla così selvagge da spaventare perfino i leoni.
L’urto fu tremendo!…

Quell’onda di uomini si rovesciò con impeto indescrivibile contro le bande di Payli, attaccandole colle lance, colle scuri, colle mazze, coi fucili.
D’ambe le parti si combatteva però con pari furore, poiché anche gli antropofaghi erano valorosi.

L’incendio che guadagnava rapidamente, illuminava allora il campo di battaglia.
Pareva che delle legioni di demoni combattessero in mezzo all’inferno.
Giovanni Finfin attese che si facesse un po’ di largo, poi slanciò innanzi l’elefante urlando:
– Avanti!… Mio bravo Enogat!…

Il gigantesco animale, udendo la voce del padrone, si precipitò in mezzo al campo di battaglia mandando dei barriti spaventosi, calpestando morti e moribondi e si rovesciò, come un uragano, in mezzo alle bande degli antropofaghi rovesciandole a colpi di proboscide.

I negri, spaventati da quell’improvvisa comparsa, non potevano reggere a simile attacco.

Alcuni tentarono di arrestarlo a colpi di lancia, ma vennero subito atterrati, pestati, ridotti in una poltiglia sanguinolenta dai larghi piedi del pachiderma.
D’altronde Finfin non rimaneva inoperoso. Il suo fucile sparava senza posa e senza mancare una sola volta ai suoi colpi.

Nondimeno Payli e le sue bande resistevano disperatamente all’attacco dell’elefante, dei chikani e degli imbikini.

Circondati da tutte le parti, col fuoco che si avanzava dietro le loro spalle, non avevano altra via di salvezza che quella di passare attraverso ai nemici ed era quello che tentavano di fare, combattendo con furore.

Payli vide subito che l’ostacolo maggiore era l’elefante. Chiamò a raccolta i suoi più valorosi guerrieri e si slanciò contro la bestia mostruosa, circondandola da ogni parte. Già il generalissimo e la sua cavalcatura correvano un grave pericolo, avendo da combattere contro i più prodi nemici, quando un avvenimento inatteso, sorprendente, venne a trarli da quella pessima posizione.
Una cinquantina di scimmie pongo, capitanate da Pompeo, ed armate di tizzoni ardenti, irruppero improvvisamente alle spalle degli antropofaghi, bastonando spietatamente quei poveri diavoli.

Apertosi il passo, piombarono addosso a Payli ed ai suoi guerrieri che circondavano l’elefante, impegnando una lotta tremenda. Nessuno poteva resistere a quell’attacco di nuova specie.

Gli antropofaghi, bastonati senza misericordia da quegli erculei scimmioni, abbrustoliti dalle fiamme dei tizzoni, fuggirono disordinatamente lasciando libero l’elefante ed il suo padrone.

Le scimmie però, sempre guidate da Pompeo, non si arrestarono per questo e continuarono a bastonare alla cieca, abbattendo anche non pochi chikani e qualche imbikino, non sapendo distinguere, lo si capisce, gli amici dai nemici.

In pochi istanti le bande degli antropofaghi furono disfatte. La maggior parte deposero le armi e si arresero ai loro nemici; poche riuscirono a fuggire.
Le scimmie, non trovando più nemici da combattere, si dispersero fuggendo verso le montagne, mentre Pompeo correva ad afferrare il re Payli prima che potesse fuggire, atterrandolo.

Giovanni, sceso dal suo elefante, chiamò a raccolta i capi e fece cercare subito, fra gli antropofaghi che si erano arresi, la principessa Juba per renderla a suo padre, ma non venne trovato che il cadavere decapitato.
Il feroce Payli, vedendo che la battaglia era ormai perduta, l’aveva fatta uccidere.

Quell’atto crudele esasperò non poco il bravo bretone.

Si fece condurre dinanzi il barbaro, lo colmò d’ingiurie, poi ordinò a Pompeo di legargli strettamente le mani e di mettergli al collo una specie di ceppo usato per gli schiavi.

– Tu non lo perderai di vista un solo istante – disse a Pompeo. – Se cerca di fuggire portalo all’elefante che s’incaricherà di accopparlo.
Fece legare tutti i prigionieri, circa trecento, destinati tutti a diventare schiavi, poi non avendo più che fare in quella regione e ritenendo inutile intraprendere la conquista del paese degli  antropofaghi, già terribilmente devastato dagli incendi, comandò di rimettersi in marcia per ritornare da Korosko.

I due eserciti, dopo d’aver fatto raccolta delle armi dei nemici, nonché delle ricchezze del re vinto, cadute intatte nelle mani dei chikani, lasciarono le frontiere di quel paese di antropofaghi, prendendo la via più breve.

Il generalissimo, montato sull’elefante e seguito dalla sua guardia, apriva la marcia, poi veniva Payli tenuto da Pompeo con una corda attaccata alla forca degli schiavi, quindi tutti gli altri prigionieri fiancheggiati dalle bande dei chikani e degli imbikini.

Quella marcia fu un continuo trionfo. In ogni villaggio che le bande attraversavano, gli abitanti organizzavano feste ed acclamavano l’uomo bianco, lo sterminatore degli antropofaghi.

Il re Payli vedeva non senza spavento l’apparire dei villaggi, poiché gli abitanti accorrevano in massa ad oltraggiarlo ed a sputargli addosso.
Il vinto monarca si era anzi tanto avvilito, da temere che tentasse di suicidarsi, cosa comunissima fra i negri e specialmente fra gli schiavi.
Pompeo però lo sorvegliava attentamente di giorno e di notte, impedendogli quasi di fare il menomo movimento.

Il quarto giorno i due eserciti entravano finalmente nella capitale del regno.
Giovanni, non sarebbe necessario a dirlo, fu accolto con un entusiasmo impossibile ad immaginarsi, specialmente quando si seppe che egli, secondato dall’elefante e da Pompeo, aveva deciso le sorti della battaglia.
Korosko, fedele alla parola data alla presenza del capo dei feticci, non uccise d’un colpo il vinto re, ma lo condannò a vivere in mezzo ad un formicaio di termiti.

La morte non era pronta, ma però era certamente molto più atroce. Infatti due giorrti dopo, di quel misero non rimaneva che uno scheletro accuratamente spolpato, degno di figurare in un museo anatomico.

Giovanni Finfin, diventato popolarissimo, fu nominato generalissimo dei chikani e dei loro alleati gli imbikini, e principe dello stato, assegnandogli per di più schiavi e terre in abbondanza.

Fu portato in trionfo per la capitale, acclamato come un salvatore della nazione, gli fu concessa l’entrata libera a corte a qualunque ora del giorno e della notte, e gli fu data una guardia d’onore incaricata di vegliare dinanzi alla sua capanna.

In quanto a Pompeo ed all’elefante, in premio dei loro straordinari servigi, furono nominati fetìcci nazionali da una grossa parte della popolazione.
Il capo dei feticci però che ci teneva molto ai suoi idoli di legno, spalleggiato dai vecchi della nazione e segretamente anche dal re, il quale cominciava a diventare geloso della popolarità dell’uomo bianco e dei suoi animali, tanto brigò da riuscire vittorioso in quella lotta religiosa.

Gli idoli di legno furono mantenuti, però l’elefante ebbe una bella capanna, degli schiavi per servirlo e adoratori in gran numero che lo veneravano in segreto, e Pompeo fu nominato comandante della guardia reale, funzione che egli esercitava con una gravita comica.
– Per poco che la continui – pensò Finfin – finirò col diventare re dei chikani e degli imbikini. Aspettiamo la morte di Korosko e cingerò la corona reale.

Per Bacco! Non credevo di certo di poter diventare un giorno re!

Povero Finfin! Tra breve doveva accorgersi quanto valeva la riconoscenza dei

negri!

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