La fuga

Uscito da quell’ultima caverna, Finfin si trovò nella rocca degli jagas, dinanzi ad una grande capanna, presso la quale si trovavano radunati dodici dei più famosi capi della tribù ed il gran sacerdote, capo dei feticci. Ricevette freddamente i complimenti dei negri, poi lo fecero entrare nella capanna dove si trovavano i fetìcci della tribù, strane divinità rozzamente scolpite in pezzi d’albero e rappresentanti uomini, uccelli fantastici ed animali spaventevoli con delle bocche enormi e dei denti mostruosi.
Colà ricevette un grande mantello bianco adorno d’una fascia rossa e di fiocchi pure rossi; poi il capo dei fetìcci, dopo d’aver rivolto alle divinità un lungo discorso affatto incomprensibile, gli dette una sciabola, un coltellaccio ed un vecchio fucile a pietra che doveva sparare per puro caso.
Così abbigliato ed armato venne, dai dodici capi, condotto attraverso la cittadella e lasciato sulla soglia del palazzo reale.

Il capo che conosceva la lingua dei chikani lo invitò ad entrare, dicendogli: – La nostra regina ti aspetta.

Giovanni Finfin non si fece ripetere due volte l’ordine.
Salutò e ringraziò i capi, poi entrò in una vasta stanza adorna di pelli di leoni e di leopardi e colle pareti coperte di tappeti di pelo di cammello.
In un angolo, seduta su di un vecchio cuscino di seta, stava Namouna, avvolta in un ampio mantello di lana bianca e col capo coperto d’un grazioso turbante rosso, ricco di perle e di zecchini d’oro.

— Ero certa di rivedere l’uomo bianco — gli disse, alzandosi — io non ho dubitato un solo istante del tuo coraggio.

— Quelle prove non erano tali da spaventare — rispose Finfin. — Ringrazio però vostra maestà d’avermi avvertito che nulla avrei avuto da temere. Ed ora quale sarà la mia sorte? Io non ho alcun desiderio di terminare i miei giorni fra questi antropofaghi.

— Noi fuggiremo presto — disse la regina. Quando?… - Fra tre giorni.

— E gli jagas?…

– Non saranno qui né i capi, né i loro guerrieri.

— E perché?

– Saranno tutti verso il sud.

— A guerreggiare qualche tribù?
– Sì.

– Ed io non dovrò seguirli?
– No.

– Sono un guerriero.

– è vero, ma l’uomo bianco rimarrà a guardia del palazzo reale: così voglio io. Hai piena fiducia nel tuo elefante?…

– Non obbedisce che a me.

— Resisterà nel deserto?

— Lo spero — rispose Finfin. — Troveremo delle oasi sul nostro cammino? Simili animali non possono sopportare a lungo la sete e la fame.

— Le oasi sono numerose — rispose la regina. — Ve ne sono dodici di qui al mio paese natìo.

– Allora nulla avremo da temere. Converrà però portare dei viveri con noi.

– La mia schiava prediletta preparerà ogni cosa, non temere, uomo bianco. Fra tre giorni noi potremo lasciare questo paese maledetto.

— Io sono pronto a tutto.

– Ed anch’io sono decisa a tutto – disse la regina. – Pensa che sono quattro anni che non rivedo mio padre ed i fratelli miei.

– Fra quindici giorni li abbraccerete tutti.

– E tu sarai ricco.

– Grazie, maestà, ma non ci ho mai tenuto molto al denaro.

– Nei paesi civili vale più che nel deserto e ti sarà utile.

— Comprerò un piccolo bastimento e tornerò a navigare — disse Finfin.

– Eri marinaio?…

— Ufficiale a bordo del brick l’Aglae, maestà.

– Io ti farò dare tanto oro da comperartene uno nuovo. Si alzò nuovamente ed avvicinandosi a Finfin gli disse:

— Silenzio: bada che se mi tradisci ti farò uccidere.

– Non diffidate di me, maestà. Preme a voi lasciare questo paese, ma forse ho più fretta io di andarmene. Fra gli antropofaghi non mi ci trovo bene, ve l’assicuro.

— Addio, uomo bianco: conto su di te.

Finfin strinse la piccola mano che la regina gli porgeva, quindi lasciò il palazzo reale. Essendo ormai libero di andarsene ove voleva, la sua prima visita fu per Enogat.
Il gigantesco animale era stato ricoverato sotto una immensa tettoia costruita appositamente per lui, abbellita da stuoie variopinte ed ombreggiata, all’intorno, da gruppi di splendide palme.

Dieci schiavi erano stati destinati per i suoi servigi, sicché le provviste abbondavano.
Ammassi di foglie fresche e profumate, montagne di banane e di radici eccellenti si vedevano dovunque, con grande soddisfazione del colosso.
Quattro volte al giorno gli stregoni andavano ad adorarlo portandogli sempre dei dolci, che Enogat divorava ingordamente con grande gioia degli adoratori.
Vedendo entrare il padrone, Enogat scostò, con un leggero colpo di proboscide, gli schiavi che stavano rinfrescandolo con tinozze d’acqua e gli andò incontro festeggiandolo.

Pareva che l’intelligente animale avesse ormai compreso che il suo salvatore non correva più alcun pericolo.

Finfin s’intrattenne a lungo col suo gigantesco amico, accarezzandolo e parlandogli come se l’animale potesse comprenderlo, poi scese nel villaggio situato a metà montagna ed andò a prendere Pompeo.

Anche la scimmia manifestò la gioia di rivederlo, con grida e con contorcimenti buffi, abbracciandolo a più riprese, come se non l’avesse veduto da lungo tempo.

Verso sera Finfin fece ritorno alla rocca e andò nella capanna assegnatagli, una bella casetta situata a breve distanza dal palazzo reale e dal capannone di Enogat.
Due schiavi, messi a sua disposizione, gli prepararono la cena, composta di banane, di carne di capra arrostita e di pesci del lago.

Fortunatamente, per quella sera gli antropofaghi non pensarono a sacrificare nessun prigioniero per appagare i loro ributtanti appetiti.
Due giorni così trascorsero senza che nulla di nuovo accadesse nella rocca.
La mattina del terzo però, la popolazione della cittadella fu tutta in moto.
I guerrieri, sotto la condotta dei loro più famosi capi, si preparavano a partire per una lontana spedizione.

Una tribù di negri, che abitava al sud del grande deserto, tempo addietro aveva massacrati parecchi guerrieri jagas ed ora gli abitanti della rocca si recavano colà per vendicarli.

Finfin assistette tranquillamente alla partenza di quei feroci negri, augurando loro una felice spedizione, poi quando vide la lunga colonna sparire fra le vallate della montagna si diresse sollecitamente verso il palazzo reale.
La schiava prediletta di Namouna, quasi avesse indovinati i pensieri dell’uomo bianco, lo attendeva sulla porta.
Vedendolo gli mosse incontro, poi gli disse in francese: – Sarà per questa sera.

— Per che ora? — chiese Finfin.

— A mezzanotte.

– Dove attenderò la regina?

– Sulle rive del lago.
– Ma vi sono dieci schiavi a guardia di Enogat. Come potrei sbarazzarmi di costoro?…

– Quando tu andrai a prendere l’elefante, i negri saranno ubriachi.

– E vi saranno delle sentinelle alla porta della rocca?…

– Nessuna.

– Verrai anche tu?…

– Sì, se me lo permettete.

–    Enogat è forte e non bada a portare una persona di più. Ed i viveri?

– Li troverai nella capanna dell’elefante – rispose la schiava.

— Non domando altro — disse Finfin.

– A mezzanotte, sulle rive del lago.

– Ci sarò.

La schiava gli fece un saluto colla mano e rientrò nel palazzo, mentre Finfin e Pompeo tornavano nella loro capanna, in attesa del calar del sole.
Finfin, quantunque avesse piena fiducia nella prudenza della sovrana, era però tutt’altro che tranquillo. Aveva dei sinistri presentimenti e guardava di frequente Pompeo come se avesse voluto consigliarsi con lui. La scimmia naturalmente non poteva comprenderlo e rimaneva tranquillamente sdraiata sul suo letto di foglie.

Finalmente, dopo lunghe ore d’attesa angosciosa e che a Finfin parvero doppie, la sera venne. Essendosi alzati dal lago dei veli di vapore, l’oscurità era assai profonda, tanto più che la luna non doveva sorgere prima delle undici pomeridiane.
Finfin impaziente di stare fermo, prese il moschettone, lo caricò con cura mettendovi dentro parecchi pezzi di piombo per mitragliare le sentinelle nel caso che avessero voluto seguirlo, cinse lo sciabolone, fece cenno a Pompeo d’armarsi d’una pesante mazza che aveva trovata nella capanna e uscì a passi lenti, cercando di non far rumore.

La maggior parte della popolazione già russava dentro le capanne. Solamente in qualche tugurio si udiva ancora qualche mormorio di voci femminili.
Per le vie nessuno; sul sentiero che conduceva verso il lago pure nessuno.

– Benissimo – mormorò Finfin. – La notte è veramente propizia per prendere il largo.

Tenendosi rasente le pareti delle capanne, Giovanni giunse in breve tempo nei pressi del palazzo reale.

Guardò in alto e vide che una finestra, difesa da una specie di persiana di foglie di palme intrecciate, era illuminata.

– La regina veglia attendendo il momento propizio per raggiungermi – mormorò.

Guardò verso la porta principale del palazzo reale, dove di solito vegliavano alcuni guerrieri e dapprima non scorse alcuno.

Guardando però con maggior attenzione vide distese al suolo, col capo appoggiato ai primi gradini, delle forme umane perfettamente immobili.

– Diavolo!… – esclamò. – Le sentinelle sono state ubriacate o avvelenate? La regina deve essere una donna da non indietreggiare dinanzi ad un delitto. Tese gli orecchi e udì un russare sordo, come soffocato.

— Hanno bevuto troppo — disse Finfin. — Speriamo che non si sveglino prima di domani mattina.

Si diresse adagio adagio verso la grande tettoia sotto cui doveva trovarsi Enogat. Anche colà vide dei corpi umani stesi al suolo a breve distanza dall’elefante.

– Sbornia generale – disse Finfin, ridendo. – Allora avanti!… Entrò sotto la tettoia e chiamò a bassa voce Enogat.

L’elefante udendo la voce del padrone rispose con un soffio poderoso, poi si drizzò prontamente in piedi, dondolando giocondamente la proboscide.

— Amico mio, bisogna partire — disse Finfin.

Enogat scosse la sua testona dall’alto in basso e colla proboscide cinse il padrone per metterselo sul dorso.

In quell’istante un’ombra apparve all’estremità della capanna, poi una voce ben nota a Finfin chiese:

– Come va che qui dormono tutti?… Pezzi d’asini, è così che si fa la guardia al fetìccio nazionale? Domani vi farò mettere allo spiedo tutti.

— Il capo dei feticci!… — esclamò Finfin. — Ecco un uomo che viene a guastare le mie faccende. Bah!… Lo prenderò pel collo e lo strangolerò se vorrà dare l’allarme.

Il vecchio stregone scorgendo un’ombra umana a qualche passo da Enogat, si avanzò frettolosamente dicendo:
– Chi veglia qui!…

— Io — rispose Finfin che lo aveva compreso.

– L’uomo bianco? – chiese lo stregone nella lingua dei chikani, non ignorando che Finfin non conosceva ancora il dialetto degli jagas.

– Sì, grande sacerdote – rispose il bretone.

— Che cosa fate qui a quest’ora?

– Sono venuto a trovare l’elefante. Voi dovete già saperlo che è mio amico.

— Lo so, ma che cosa è accaduto dei suoi guardiani?… Ne aveva dieci a sua disposizione.

— Volete saperlo?… Venite con me. Giovanni si diresse verso l’altra estremità della capanna e gli mostrò i dieci schiavi stesi l’uno sull’altro, come se fossero morti.

– Chi li ha uccisi? – chiese lo stregone con ispavento.

– Io credo che siano solamente ubriachi, gran capo dei fetìcci – disse Finfin.

– A me invece sembrano morti.

– Provate a scuoterne uno.

Il vecchio negro si curvò su quel cumulo di corpi per rimuoverlo. Giovanni Finfin, che aveva fatto rapidamente il suo piano per sbarazzarsi da quell’importuno, non si lasciò sfuggire quella bella occasione.

Il suo pugno piombò con sordo rumore su una tempia dello stregone. Il povero diavolo, intontito e svenuto, piombò sugli schiavi senza mandare un lamento.

–    Mi rincresce di averlo mezzo accoppato – disse Finfin. – Quel vecchio sospettoso poteva però dare l’allarme e mandare a male la nostra fuga.

Si avvicinò sollecitamente ad Enogat e raggiunse Pompeo il quale si era già accomodato sul largo dorso dell’elefante.

– Partiamo – comandò Finfin, armando il moschettone.

Il gigante con uno strappo spezzò la fune che lo teneva legato ad un palo della capanna e si mise in marcia, obbedendo perfettamente ai cenni del padrone.
Attraversata la rocca senza aver incontrato un solo abitante, l’elefante giunse in poco tempo dinanzi ad uno dei ponti levatoi che mettevano sul sentiero.
Colà nessuna sentinella vegliava, però pochi passi innanzi Giovanni Finfin scorse un guerriero seduto su di una piccola roccia e che pareva lottasse col sonno.
Con un cenno arrestò l’elefante sotto la nera ombra proiettata da un’alta palizzata, poi scivolò a terra, seguito da Pompeo il quale brandiva risolutamente la sua pesante mazza, arma terribile in quelle mani. — Cerchiamo di sorprenderlo — mormorò Giovanni.

Il guerriero jagas pareva che non si fosse accorto di nulla. Appoggiato al suo fucile, barcollava a destra ed a manca, come fosse impotente a resistere al sonno che a poco a poco lo vinceva suo malgrado.

Tuttavia non dormiva ancora; era solamente in preda ad una vaga sonnolenza che lasciava percepire ancora il più lieve rumore.

Giovanni strisciava lungo la palizzata, tenendosi nascosto sotto l’ombra che la cinta proiettava, sperando di giungergli improvvisamente addosso e di prenderlo pel collo prima che mandasse un sol grido.

Già distava soli pochi passi, quando il guerriero jagas udì il soffio rumoroso dell’elefante.

Si volse rapidamente e, vedendo il fetìccio nazionale, restò stupito. Credette certamente che il gigante nazionale si fosse accostato per rimproverarlo di non fare buona guardia e si gettò a terra dinanzi a lui come volesse domandargli perdono.
Miglior occasione non poteva presentarsi a Giovanni Finfin.

Con un balzo gli fu addosso e presolo pel collo lo tenne fermo aspettando che Pompeo giungesse in suo aiuto.

Quando la scimmia fu sopra al prigioniero, stringendolo in modo da soffocarlo, Giovanni si strappò di dosso la cintura e lo imbavagliò strettamente, quindi gli legò le gambe e le braccia onde non potesse fuggire.
– Anche questo non ci darà più noia – disse, trascinando il povero negro dietro la cinta e ruzzolandolo in fondo ad un fossato.

Prese il fucile e le munizioni dell’jagas, risalì sul dorso dell’elefante con Pompeo e diede il segnale della partenza, certo ormai di non venire più disturbato.

Enogat si mise a scendere il sentiero che conduceva verso il deserto con una certa precipitazione, essendo molto ripido, e giunto all’imboccatura della valle si fermò sotto la fitta ombra d’un macchione di sicomori giganteschi.
Finfin si mise in osservazione essendo quello il luogo scelto dalla regina per l’incontro.

In quel momento la luna cominciava a sorgere, mandando i suoi pallidi raggi attraverso gli strappi delle masse vaporose e specchiandosi nelle tranquille acque del lago.

Giovanni in preda a vive inquietudini non staccava gli sguardi dal sentiero e tendeva gli orecchi temendo di udire verso la rocca delle urla di guerra. Non si occupava della sentinella, bensì del capo degli stregoni il quale poteva essere tornato in sé in tempo per dare l’allarme.

Già cominciava a perdere la pazienza quando finalmente distinse due forme bianche scendere rapidamente il sentiero.

– La regina e la sua schiava – mormorò, respirando. – Se tardavano ancora un poco me ne andavo solo.

In meno di dieci minuti quelle due ombre giunsero all’imboccatura della valle, tanto camminavano leste. Vedendo l’elefante, s’affrettarono a raggiungerlo.

– Presto, signore – disse Finfin. – È già molto tardi!

– Abbiamo avuto appena il tempo di fuggire – disse Namouna, con voce affannosa per la lunga corsa.

– Si sono accorti della nostra fuga?… – chiese Finfin con ansietà.

– Lo temo, uomo bianco. Ho udito un alto gridìo dalla parte della tettoia.

– Da quella dell’elefante? Sì.

– Il capo degli stregoni è tornato in sé troppo presto, ma Enogat ha le gambe lunghe – mormorò Finfin. – Presto, salite e partiamo subito.

– Avete delle armi? – chiese Namouna.

– Due fucili.

– Partiamo, valoroso uomo bianco. Ad un comando del padrone, Enogat prese delicatamente la regina, poi la schiava e se le mise in groppa.

– Tenetevi ferme – disse Finfin.

Poi volgendosi verso l’elefante, comandò:

– Avanti al trotto, mio bravo Enogat.

L’elefante comprendendo forse che il suo padrone correva qualche pericolo, partì al trotto, scendendo il sentiero che serpeggiava per la valle.
In quel momento un urlo immenso, feroce, echeggiò sulla cima della montagna, in direzione della rocca e piombò nella vallata destando l’eco.

– Diavolo!… – esclamò Finfin, impadronendosi del fucile, mentre Pompeo afferrava l’altro. – Pare che si siano accorti della mia e della vostra fuga, maestà.

– è vero – disse Namouna con un tremito nella voce.

– Credete che ci inseguiranno?

— Ne sono certa.

– Bah!.., Ormai Enogat corre più d’un cavallo.

— Hanno dei cammelli, uomo bianco.

— Sì, ma sulla montagna quegli animali non sono capaci di correre — rispose Finfin. – Se manca loro la sabbia sono come le rane fuori dell’acqua.

— Pensate che se ci raggiungono ci uccideranno tutti per poi divorarci.

– Ormai non li temo più, signora – rispose Finfin. – Avanti, mio bravo Enogat, allunga sempre il passo. Noi faremo correre quei ributtanti antropofaghi e se ci verranno vicini li pagheremo con del buon piombo. Avanti, Enogat!… Ep!… Ip!… Di galoppo!…

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