La regina degli antropofaghi

Passarono alcuni istanti, ma con suo sommo stupore Giovanni non sentì le unghie del feroce carnivoro dilaniargli il petto. Invece fu un ruggito terribile che gli lacerò gli orecchi, seguito subito da un barrito a lui ben noto.
Aprì gli occhi e vide una lunga appendice, il naso d’un gigantesco elefante scendere rapidamente dalla sommità della cinta, avviluppare il leone e trarlo in aria.

Un grido era sfuggito alle labbra di Finfin.
– Enogat!

Pompeo aveva risposto con un altro urlo, con un urlo di gioia e di trionfo.
Un clamore assordante scoppiò fra gli jagas, si erano rizzati in piedi e guardavano con stupore misto a spavento l’enorme elefante che stringeva sempre il leone , fracassandogli, con una stretta irresistibile, le cestole.
Pompeo, che pochi momenti prima era più morto che vivo, rassicurato ormai dalla presenza del suo formidabile amico, con uno slancio si issò sulla cinta e con un volteggio ammirabile cadde sul largo dorso dell’elefante, mandando urla di gioia.

Intanto Enogat con un urto del possente suo petto aveva diroccata la cinta.
Senza abbandonare il leone, il quale ruggiva tremendamente, tentando, senza però riuscirvi, di dilaniare la proboscide che lo soffocava, si slanciò nel recinto mandando un barrito di collera.

Agitò il leone in aria per qualche istante, come se volesse mostrarlo al suo padrone, poi lo scagliò contro la parete del recinto, fracassandogli la spina dorsale.
Non contento, gli corse addosso colpendolo replicatamente colle sue zanne, quindi lo schiacciò sotto i suoi larghi piedi riducendolo in un ammasso di ossa e di carni sanguinolenti.

Come mai il bravo pachiderma si trovava colà ed in così buon punto per salvare ancora la vita al suo padrone?

Guidato dal suo ammirabile istinto, aveva seguita costantemente la traccia di Finfin, percorrendo oltre cento leghe attraverso al deserto.
Così, di passo in passo era giunto sulle rive del lago. Non avendolo trovato nel villaggio inferiore era salito nella rocca, passando inosservato, essendo tutta la popolazione accorsa al recinto.

Udendo forse le grida di Pompeo, il pachiderma si era affrettato ad accorrere da quella parte ed era giunto dietro al recinto nel momento in cui il leone stava per uccidere Finfin.

Vedendo comparire improvvisamente quel mostruoso animale, gli jagas dapprima erano rimasti colpiti da un vero spavento, poi avevano afferrato le loro armi e si erano precipitati nel recinto, credendo che il pachiderma, dopo d’aver ucciso il leone, si preparasse a gettarsi contro di loro.
Armatisi di zagaglie, di fucili, di mazze e di sciaboloni, si slanciarono contro quel gigantesco avversario, senza curarsi, almeno pel momento, del prigioniero bianco.

Già stavano per impegnare la lotta, quando dalla loggia del palazzo reale, dietro le cui persiane si teneva celata la corte, partì un lamento.
Udendolo, il tumulto cessò come per incanto. Le armi rimasero alzate senza però venire scagliate contro l’elefante e tutti quei negri si arrestarono come fossero rimasti inchiodati al suolo.

La medesima voce, una voce di donna, certamente quella d’una regina, riprese, dopo un istante, con un tono da non ammettere replica:
– Tutti a terra!…

I guerrieri obbedirono. Lasciarono cadere le armi e le fronti s’inchinarono a destra ed a manca.

Regnarono alcuni minuti di silenzio profondo, poi la voce femminile riprese: – Il Grande Spirito ha parlato a Namouna, la vostra regina. Egli non desidera più la morte dell’uomo bianco che ha dato tante prove di essere un valoroso.
Sia concessa a lui la vita e lo si riconduca nella sua capanna in attesa degli ordini del Grande Spirito. Sia del pari risparmiato l’elefante; giacché egli ha vinto il leone, emblema della forza e fetìccio degli jagas, proclamo il vincitore feticcio nazionale. Ho detto, queste sono le mie volontà e questi sono i desideri del Grande Spirito: sia punito di morte chi non mi obbedirà!…
Giovanni Finfin non aveva potuto comprendere ciò che aveva detto la regina degli antropofaghi, però aveva indovinato il senso, vedendo i guerrieri arrestarsi, inchinarsi, quindi deporre le armi.

— Buono!… — mormorò. — Pare che per questa volta si voglia risparmiarci. Speriamo che non cambino parere.

Con suo sommo stupore ed anche con gioia, egli vide poco dopo accorrere tutti i negri e gettarsi a terra intorno all’elefante come se avessero voluto adorarlo.

Enogat, comprendendo di non dover più nulla temere, si accontentava di guardare tutti quei negri curvi dinanzi a lui, senza far male ad alcuno. Forse l’intelligente animale aveva compreso che quegli uomini non chiedevano altro che di adorarlo.

Giovanni stava per raggiungerlo per dimostrare a quei selvaggi che egli era l’amico del loro dio, quando vide avanzarsi un capo, il solo forse che potesse comprenderlo, avendo già scambiato con lui delle parole durante la sua prima visita.

— Si può sapere che cosa succede ora qui? — gli chiese.

Il capo, prima di rispondere, s’inchinò dinanzi a lui, poi disse:

— La regina m’incarica di dirti che tu sei salvo e che d’ora innanzi non correrai più alcun pericolo. Sei tu l’amico dell’elefante?…

— Ora te ne darò la prova.

– E questo che domanda la regina.

Giovanni fece segno a Enogat di avvicinarsi.

L’elefante si fece largo fra la folla degli adoratori e giunto dinanzi al padrone s’inginocchiò come per invitarlo a salire sul suo dòrso.

Giovanni prese fra le braccia l’enorme testa del pachiderma, accarezzandola.
L’uomo parlava e l’animale rispondeva con dei bassi barriti, come se lo comprendesse perfettamente.

Anche Pompeo era sceso a terra e tutti tre manifestavano la loro gioia di vedersi finalmente ancora riuniti.

Gli jagas spettatori muti di quella scena, non staccavano gli occhi dal loro nuovo fetìccio, ammirando probabilmente la sua alta intelligenza.

– Sei soddisfatto? – chiese finalmente Finfin al capo jagas, che non lo aveva lasciato.

– Sì – rispose questi. – Tu sei l’amico del nostro fetìccio nazionale.

— Sarò ora libero?

– Su ciò deciderà la regina.

– Chi è questa tua regina?

— Una giovane del deserto.

– Posso vederla?

— Io non lo so.

– Cosa farete ora di me ?

— Ti ricondurremo nella tua capanna e colà attenderai gli ordini della regina, nostra signora.

– L’elefante verrà con me?…

— è impossibile — rispose il capo. — Egli è stato creato feticcio nazionale e come tale non potrà lasciare la nostra città. Sarà alloggiato nel palazzo reale, avrà schiavi e stregoni pei suoi servigi e viveri in quantità.

– E la scimmia?…

— Verrà con te, se così desideri.

– Benissimo: andiamo. S’accostò a Enogat e gli disse:

– Rimani qui, mio bravo Enogat e lasciati adorare da questi stupidi, noi ci rivedremo presto.

L’elefante certamente lo comprese, poiché si accovacciò in mezzo al recinto. Pompeo prima di lasciarlo, gli mormorò all’orecchio, nel suo linguaggio, qualche cosa, poi seguì il suo padrone.

Finfin, scortato dal capo e da dieci guerrieri armati, lasciò la rocca e fu ricondotto nella capanna che aveva già abitata come prigioniero.
Quando vi giunse era così affranto da quelle tante emozioni che si lasciò cadere di peso sullo strato d’erbe che gli serviva da letto. L’energia che lo aveva sostenuto al mattino lo aveva finalmente abbandonato dopo tante dure prove.

Un sonno di piombo lo prese, un sonno però benefico, riparatore, il quale durò tutta l’intera giornata. Quando riaprì gli occhi la notte era calata ed attraverso le fessure del tetto vedeva
brillare le stelle.

— Diavolo!… — esclamò. — Per poco che durasse quel sonno dormivo ventiquattro ore di fila.

Si alzò stiracchiandosi le membra indolenzite e si guardò intorno. Con grande sua sorpresa vide ferma dinanzi a sé, una forma umana avvolta accuratamente in un grande mantello bianco, somigliante a quello che sogliono indossare i beduini del deserto.

Stupito ed anche un po’ spaventato da quell’apparizione, guardò Pompeo per vedere se dava qualche segno d’inquietudine, ma la scimmia dormiva profondamente senza fare il menomo movimento.

– Chi siete voi? – gli chiese in lingua francese, dimenticando di trovarsi a quattromila leghe dalla patria.

Una voce dolce, quasi melodiosa, gli rispose nell’egual lingua:

— Una donna.

Giovanni sobbalzò, credendo di sognare. Come mai quella donna conosceva il francese? Che avesse capito male? No, non era possibile.

— TI sorprende? — chiese la donna.

– Lo puoi credere, essendo noi in mezzo al deserto.

– è così?…

– Qui la mia lingua non può essere conosciuta.

— Forse dimentichi che il deserto confina coi possedimenti francesi dell’Algeria.

Un lampo attraversò il cervello di Finfin.

— Forse tu sei un’algerina? — le chiese con viva emozione.

– Io no, ma la regina sì.

— La regina di questo popolo d’antropofaghi!…

– è stata rapita molti anni or sono dai Tuareg, pirati del grande deserto e venduta agli jagas i quali l’hanno proclamata loro regina.

– E perché?

– Perché era la più intelligente e la più bella di tutte le loro donne.

— Non usano avere un re gli jagas?…

— Mai — rispose la donna. — Hanno sempre avuto delle regine e non dei re.

– Ed ubbediscono loro gli jagas?…

– Assolutamente.

– è bianca o negra la regina Namouna?…

– Quasi bianca.

— Giovane?

– Vent’anni.

– Felice?…

– No, poiché rimpiange sempre il suo paese.

— Dove abitava prima che venisse rapita?… — chiese Finfin.

– L’oasi di Asdier Asgas situata ai confini di Algeria.

— Spera adunque di poter un giorno ritornare in patria?

– è il suo sogno costante.

— E perché non fugge?

– E chi la guiderebbe attraverso al deserto?… Chi la difenderebbe? Nessun guerriero jagas si presterebbe ad aiutarla.

– è vero – disse Finfin. – E tu, chi sei?
– Una schiava di Namouna.

— Anche tu vieni dal deserto?

– Sì, ma dal Dornù.

— E chi ti ha insegnato il francese?

– La mia padrona.

— E che cosa desideri da me?…

La negra, poiché a Finfin sembrava tale, stette un momento silenziosa, come se fosse indecisa, poi disse con voce appena percettibile:

— Namouna.

– La regina! – esclamò Finfin.

— Sì, la regina — confermò la schiava.

– E cosa desidera da me?

— Vuole parlarti.

– Dov’è?…

— Nel suo palazzo, ma fra poco sarà qui.

– Verrà qui?…

– Silenzio: guarda!…

La schiava aveva afferrato per un braccio Finfin e lo aveva condotto verso la porta della capanna.

Una forma umana, avviluppata in un ampio mantello bianco e col capo coperto da un turbante infioccato, scendeva rapidamente il sentiero che conduceva alla piccola dimora del prigioniero.

Quella donna, poiché tale doveva essere, aveva una taglia elegante e delle mosse che ricordavano quelle degli animali selvaggi. Procedeva rapida, senza produrre il menomo rumore, anzi pareva che non sfiorasse nemmeno il terreno.

Finfin, che cominciava ad inquietarsi, temendo che quella nuova avventura dovesse finire male, guardò intorno alla capanna credendo che vi fossero delle sentinelle, ma non vedendone nemmeno una, respirò.

— Speriamo che tutto finisca bene — mormorò.

La regina, giunta a pochi passi dalla capanna, si arrestò girando intorno gli sguardi per vedere se era stata seguita, poi entrò risolutamente e si fermò dinanzi a Finfin lasciando cadere il turbante che le copriva il capo ed il volto.
Essendo sorta la luna, il bretone potè osservare attentamente la regina degli antropofaghi.

La schiava bornese non aveva mentito dicendo che Namouna era giovane e bella.

Quella fanciulla poteva avere diciott’anni. Era di statura piuttosto alta, aveva una testa superba, dei lineamenti regolari, quasi caucasici e dei bellissimi capelli neri e assai lunghi.

La pelle del suo volto non era precisamente bianca; aveva invece una tinta leggermente bronzina, vellutata, che le dava una espressione singolare e che le si addiceva assai.

La giovane regina appena si vide dinanzi a Finfin, alzò su di lui i suoi occhi nerissimi, brillanti come due carbonchi, e dopo alcuni istanti di silenzio gli disse con una voce dolce, quasi supplichevole:

– L’uomo bianco ha udito i desideri di Namouna, la regina degli jagas?…

– Sì, maestà – rispose Giovanni Finfin.

— Io ho salvato la vita all’uomo bianco colla speranza che mi aiutasse a fuggire. Mi sono ingannata?

— Io sono agli ordini di vostra maestà.

– Mi aiuterete ad attraversare il deserto?

— Sono pronto a farlo: Enogat, il mio elefante ci trasporterà veloce verso le frontiere dell’Algeria.

– Vi obbedirà?

– Di questo non dubitate, maestà. Vorrei però sapere come faremo ad ingannare la vigilanza degli jagas.

— L’occasione favorevole non mancherà, ve lo assicuro. Quando voi sarete nominato guerriero, più nessuno vi domanderà dove andate.

— Io guerriero!… — esclamò Finfin.

– Se volete salvare la vita dovete diventarlo.

– E cosa dovrò fare ?…

– Subire delle prove terribili, innanzi tutto, però non abbiate alcun timore. Né il fuoco, né le belve, né le acque, né gli abissi vi toglieranno la vita.

– Sono pronto a tutto, pur di andarmene da questo brutto paese – disse Finfin.

— Addio, uomo bianco — disse la regina curvandosi verso di lui e tendendogli una mano. – Se voi riuscirete a condurmi nel mio paese, vi darò oro e gioielli in grande quantità.

– Lampi!.,. Siete molto ricca, maestà?… Eppure non ho veduto oro fra questi negri.

– Mio padre, nell’oasi di Asgas è ricco e potente: ha oro, pietre preziose, cavalli, cammelli e schiavi in gran numero e non sarà avaro col salvatore di sua figlia. Addio, uomo bianco: conto su di voi.

Ciò detto la regina uscì a rapidi passi seguita dalla sua schiava e scomparve ad una svolta del sentiero.

— Un’avventura ancora! — esclamò Finfin quando si trovò solo. — Pare che io finalmente debba diventare anche ricco come un nababbo indiano. Purché invece tutta questa faccenda non finisca male e termini su uno spiedo!… Orsù, penseremo a ciò più tardi.

Guardò Pompeo e vedendolo sempre addormentato si ricoricò sul suo letto di foglie, e chiuse gli occhi dicendo:
– Andiamo ad attendere l’alba di domani. Chi sa che non sia più fortunata.

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