La riconoscenza d’un monarca africano

Mentre Giovanni Finfin, generalissimo e principe si cullava bravamente nelle sue illusioni, una bufera si addensava lentamente sul suo capo.
La popolarità immensa che ormai godeva presso i chikani e presso gli imbikini e che aumentava di giorno in giorno, aveva cominciato a mettere in gravi pensieri Sua Maestà Korosko. Il monarca,  dopo la vittoria dell’uomo bianco, non si sentiva più tanto sicuro sul trono e temeva che un bel giorno, anzi un brutto giorno, i suoi guerrieri, che adoravano il loro generalissimo, lo mandassero a
passeggiare pei boschi senza corona.

Cominciò a manifestare i suoi timori al capo dei feticci e questi che temeva per i suoi idoli di legno e che non vedeva di buon occhio l’elefante e la scimmia, temendo che lo spodestassero, lungi dal calmare le sue apprensioni, si affrettò invece ad approvarle.

I due compari cominciarono a pensare sul serio circa il modo di sbarazzarsi dell’importuno generalissimo e dei suoi due animali.

Sbarazzarsi di loro! La cosa non era così facile come a tutta prima sembrava.
La vita dell’uomo in Africa vale meno d’una pipata di tabacco, però Finfin non era un uomo qualunque da farsi arrestare e decapitare senza opporre resistenza.
Se Korosko avesse voluto tentare un simile colpo, tutti i guerrieri sarebbero indubbiamente accorsi in sua difesa.

– Non vi è che un mezzo – disse una sera il monarca al suo degno amico. – Avvelenare innanzi tutto l’elefante e la scimmia.

— L’uomo bianco potrebbe avere dei sospetti e prendersela con noi — osservò il capo dei fetìcci.

— Come fare adunque?

– Cercare di sopprimere l’uomo bianco innanzi tutto.

— L’impresa mi sembra difficile.

– Meno che lo pensiate, maestà; avveleniamo i suoi cibi.

— è impossibile, mio caro. Il generalissimo ha in orrore la nostra cucina e non si mitre che di selvaggina uccisa e cucinata da lui e di radici che raccoglie colle sue mani.

— E se cercassimo di venderlo come schiavo! — suggerì lo scellerato stregone. - Voi sapete che fra poco deve giungere una carovana di bornesi per comperare gli schiavi che noi possediamo.

– Benissimo! – esclamò il monarca raggiante. – Come faremo però a sorprenderlo e legarlo?

– Ubriacheremo le sue guardie e mentre dorme lo faremo prendere.

– Splendido progetto!

– Di facile attuazione, monarca.

– Lo tenteremo.

I due furfanti si strinsero la mano e si separarono.

Due settimane dopo quel colloquio la carovana bornese giungeva nella capitale di Korosko. Si componeva di oltre cento negri tutti armati di fucili e seguiti da un grande numero di cavalli e di asini. Era solita, in una certa epoca, passare per quei paesi, per provvedersi di schiavi e di avorio, sapendo già di poter trovare presso quei piccoli monarchi gli uni e l’altro.

Korosko ed il capo dei feticci, accolsero lietamente i capi della carovana, cedettero a buone condizioni tutti i guerrieri antropofaghi che erano caduti nelle loro mani, più proposero loro la vendita del generalissimo e dei suoi due compagni, la scimmia e l’elefante, vantando l’intelligenza dell’una e dell’altro.

I bornesi accettarono, contando di venderli a buon prezzo a qualche sultano del loro paese, e stabilirono di partire la notte istessa, appena avuto in consegna l’uomo bianco.

Come si può immaginare, Giovanni Finfin, sicuro della popolarità che s’era guadagnato, non aveva avuto il minimo sospetto dello scellerato affare, tanto più che Korosko ed il capo de’ fetìcci s’erano sempre mostrati presso di lui premurosi e riconoscentissimi.

La sera che doveva venire consegnato ai negrieri bornesi, Korosko lo aveva invitato nella sua capanna reale, intrattenendosi con lui parecchie ore ed offrendogli da bere due bottiglie di vino portoghese che aveva potuto avere dalla carovana. Essendosi il re mostrato d’un’amabilità straordinaria, Giovanni Finfin non aveva potuto indovinare, nemmeno lontanamente, i tristi progetti
del miserabile.

Uscito assai tardi dalla capanna reale, dopo aver accarezzato Pompeo che stava di guardia coi negri della scorta, si diresse verso la propria dimora e giunto colà si addormentò d’un sonno di piombo.

Non erano trascorse due ore quando quattro robusti bornesi, guidati da uno dei loro capi, entravano silenziosamente nella capanna, gettandosi rapidamente su di lui e legandolo ed imbavagliandolo così bene da impedirgli di fare il menomo movimento e di mandare il più lieve grido. I cinque bornesi uscirono senza essere disturbati da nessuno, avendo avuto Korosko la precauzione di chiamare presso di sé le guardie del generalissimo per dare loro degli ordini, e portarono il prigioniero nel loro accampamento.
Nessuno si era accorto di nulla. Pompeo, occupato a vegliare dinanzi alla capanna reale, nulla aveva potuto vedere; l’elefante dormiva placidamente sotto la sua tettoia ed i partigiani del generalissimo erano occupati a russare beatamente.
Quando il giorno spuntò, la carovana si trovava già a quattro ore di cammino dalla capitale di Korosko e marciava nel deserto.

Gli schiavi acquistati dal feroce e scellerato monarca, marciavano a piedi, divisi in piccoli gruppi di sei persone, legati col mezzo di forche di legno che portavano al collo; le donne invece avevano una semplice corda, però le disgraziate dovevano portare dei giganteschi canestri pieni di provviste.
Giovanni Finfin, nella sua qualità di personaggio importante, aveva una cavalcatura, ma in quale posizione si trovava il povero bretone! Sarebbe stato meglio che lo avessero lasciato camminare.

I bornesi l’avevano legato sul dorso d’un piccolo cavallo, coi piedi stretti da corde che passavano sotto il ventre dell’animale e con le mani pure avvinte.
Perfino al collo gli avevano messa una corda.

La fuga, in quella posizione, diventava impossibile.

Il disgraziato, in capo a quattro ore, aveva le membra quasi rotte per le continue scosse del cavallo ed in causa delle corde che non gli consentivano il menomo movimento.

Furioso per quel supplizio, fece chiamare con gesti il capo della carovana, un bornese dall’aspetto feroce, più nero d’un sacco di carbone, con due occhi che parevano di porcellana, e gli disse, nella lingua dei chikani, che non voleva più saperne di quella cavalcatura.

– Ebbene – rispose il capo – camminate a piedi. Vi prevengo però che io vi farò vigilare rigorosamente, essendo voi un personaggio che io ho pagato carissimo.

– Voi mi avete rapito, miserabile! – urlò Finfin che era esasperato.

– V’ingannate, giovanotto. Io vi ho comperato.

– E da chi?

– Da Korosko.

— Dal re? — gridò il bretone, con stupore. — E impossibile! Voi mentite!…

– Vi ho pagato quattro fucili, due barilotti di polvere e quattro fazzoletti rossi, una somma enorme, come ben comprenderete.

– E quel miserabile re, dopo d’avergli salvato il regno mi ha venduto! Ah! Canaglia! E della mia scimmia e del mio elefante cos’è avvenuto?

– Il re voleva vendere l’una e l’altro, anzi avevo sborsato anche per loro una bella somma, ma, nell’ultimo momento, non ebbi il coraggio d’impadronirmi di loro. – E sono rimasti presso Korosko?

— Sì — rispose il bornese.

— E di me che cosa volete fare?    «

– Lo si vedrà più tardi — rispose il bomese con un sorriso misterioso. – Per ora siete mio schiavo.

– è una infamia! Io sono un bianco, un uomo libero.

— Io non so nulla; vi ho comperato, ho pagato, dunque siete mio.

– Io fuggirò.

— Provatevi — rispose il negriero, ridendogli sul viso con fare insolente.
Giovanni, fuori di sé per la collera, ebbe per un istante l’idea di balzare al collo di quell’abbominevole trafficante di carne umana e di strangolarlo, quindi di aizzare il cavallo e di tentare una fuga disperata per ritornare fra i chikani e vendicarsi dell’infame Korosko, ma comprese subito che non sarebbe riuscito a nulla.

Il bornese era armato di fucile ed anche i suoi uomini avevano delle armi da fuoco, quindi non sarebbe stato difficile ucciderlo con una scarica sola. Il meglio da farsi era quello di rassegnarsi alla sua triste sorte, colla speranza di potere, alla prima occasione, prendere il largo e riacquistare la libertà. Crudele destino però quello del povero bretone. Dopo essere stato il fidanzato d’una principessa, erede presuntivo di un trono, generale in capo dell’esercito dei chikani e degli imbikini, aveva finita la sua brillante carriera col diventare un miserabile schiavo!
Povero Finfin! Che capitombolo!

Lasciamo un po’ la carovana marciante nel deserto e torniamo presso Korosko, dove erano rimasti Pompeo e l’elefante.

Il bravo scimmione nella sua qualità di comandante delle guardie del re, la notte del rapimento del suo padrone, non aveva abbandonata la dimora reale avendo assunta l’onorifica carica con grande serietà, e l’elefante non s’era svegliato un solo momento.

All’alba però Pompeo, come era solito a fare, si era recato nella capanna di Finfin per salutarlo e per intrattenersi qualche po’ con lui.
Potete immaginarvi la sua sorpresa quando non lo vide più e trovò il giaciglio scomposto.

Supponendo però che si fosse recato presso qualcuno, si mise a cercarlo prima nelle vie del villaggio, poi presso i capi, quindi andò a visitare, senza cerimonie, tutte le capanne, frugandole e rifrugandole, senza però alcun risultato. In preda ad una viva inquietudine, ritornò verso la capanna di Korosko, essendo l’ora della colazione.

Pompeo s’introdusse nella stanza del monarca e senza badare a nulla si mise a mandare grida disperate, poi afferrò il re per una mano, facendogli comprendere che voleva che lo seguisse.

Il re sapeva bene dove voleva condurlo Pompeo, però non aveva nessuna intenzione di seguirlo per tema che succedesse qualche guaio. Vedendo tuttavia che non v’era mezzo di resistergli e che la scimmia cominciava ad infuriarsi, s’armò d’una pistola sperando di sbarazzarsi presto di quell’importuno.

Uscendo dalla capanna, egli s’imbattè nel capo dei feticci e gli fece segno di seguirlo.
Quando gli fu vicino, gli mormorò in un orecchio:

— Sta’ attento e vedrai come si fa a mandare all’altro mondo questa scimmia seccante.

— Badate, maestà — disse il vecchio negro. — Pompeo può accorgersi delle vostre intenzioni e strangolarvi.

– Lo ucciderò a tradimento.

— Forse una sola palla non basterà.

— Gliela caccerò nel cranio — disse Korosko, con un sorriso feroce.

– E dell’elefante cosa faremo? – chiese il capo dei feticci con un tremito. – Temo sempre che diventi furioso e che si scagli attraverso le vie della capitale.

– Quello lo avveleneremo più tardi.

I due bricconi così chiacchierando erano giunti presso la capanna di Finfin.
Korosko s’era armato della pistola, avendo intenzione di far fuoco a bruciapelo addosso alla scimmia e per di dietro, ma Pompeo sventò quel progetto in causa di una abitudine di deferenza alla quale non aveva mai mancato verso il monarca. Invece di entrare pel primo s’era arrestato volgendosi verso il monarca onde lasciarlo passare.

Korosko dissimulò a gran pena la sua contrarietà, però non abbandonò l’arma, aspettando l’occasione propizia per scaricarla sulla scimmia.
Pompeo appena entrato cominciò a dar segni di un’irrefrenabile disperazione.
Guardava il monarca con occhi lagrimosi e urlava a tutta gola come per chiedergli cosa era avvenuto dell’amato padrone.

L’elefante, che si trovava poco lontano, udendo quelle urla, comprese che il suo amico era irritato ed inquieto e cominciava a soffiare rumorosamente mentre colla proboscide percuoteva le pareti della capanna sfondandole.

Il re ed il capo dei fetìcci cominciavano a sudare freddo. Avendo la coscienza tutt’altro che tranquilla, non si sentivano molto sicuri in presenza di quei due animali, entrambi pericolosissimi.

Korosko però non era proprio un pauroso. Pensando che l’occasione forse non si sarebbe più presentata, per tentare il colpo, armò risolutamente la pistola e mirò il quadrumane.

Pompeo, che conosceva le armi da fuoco, s’accorse del pericolo che correva.
Nel momento in cui il colpo partiva s’abbassò rapidamente, passò fra le gambe del monarca e si raddrizzò dietro all’assassino.

La palla intanto, invece di abbattere la scimmia, era andata a cacciarsi nel cranio del capo dei sacerdoti, il quale era stramazzato al suolo senza mandare un solo sospiro.

Pompeo, furioso, non aveva indugiato a balzare addosso al monarca. Le sue mani si strinsero attorno al collo dello scellerato negro con tal forza da fargli uscire la lingua d’un palmo dalla bocca.

Il miserabile mandò due o tre rantoli, poi cadde strozzato. Giovanni Finfin era stato vendicato!

La scimmia con un calcio poderoso respinse il corpo del monarca, s’armò del fucile del padrone, e si slanciò verso l’elefante il quale aveva già demolita una parete della capanna.

L’intelligente pachiderma, comprendendo certamente ciò che voleva il suo amico, lo prese delicatamente a mezzo corpo, se lo mise in groppa, poi si slanciò attraverso la campagna barrendo spaventosamente.

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