Il re Mao-Kombo

Mezz’ora dopo l’Aglae levava le ancore e cominciava a risalire il fiume per giungere alla dimora reale di MaoKombo.

I negri che abitavano le rive, vedendola veleggiare sul fiume, accorrevano numerosi salutandola con urla assordanti che si sarebbero potute scambiare per grida minacciose, tanto erano acute. Manifestavano invece la loro gioia poiché l’arrivo d’una nave è per lóro un grande avvenimento, sapendo che ben presto avranno polvere, armi e soprattutto dei liquori per ubriacarsi sconciamente per delle intere settimane. Giovanni Finfin, non abituato a quelle vociferazioni spaventevoli, aveva creduto in buona fede che quei negri si preparassero ad assalire la nave, ma il mastro si era affrettato a rassicurarlo.
Tuttavia non vi era molto da fidarsi di quegli abitanti e dello stesso MaoKombo.
Se lo avessero potuto, non si sarebbero fatto scrupolo di assalirla e di ammazzare l’equipaggio, per poi saccheggiare ogni cosa. Il capitano Dorsemaine non lo ignorava e, siccome era prudentissimo, appena l’Aglae fu in vista della dimora reale, ordinò di scaricare i due cannoni che teneva a poppa per dare un’idea a quei negri della sua potenza.

Quelle due detonazioni fragorose che si ripercossero lungamente sotto i boschi, produssero un effetto eccellente. Tutti i negri che correvano lungo le rive per accompagnare l’Aglae, si gettarono col viso contro terra, dando segni del più vivo terrore, mentre altri si salvavano a tutte gambe, rifugiandosi in mezzo alle foreste, non osando più seguire quella nave che possedeva simili arnesi di
distruzione.

Quello spavento nulla aveva di straordinario, poiché ormai è saputo da tutti che i negri hanno sempre avuto paura delle armi da fuoco. Anche oggidì i congolesi quando adoperano i fucili per scaricarli, voltano altrove la testa per non vedere il lampo e poi lasciano cadere a terra l’arma, scappando via. Figuratevi che eccellenti soldati si potrebbe ricavare da simili poltroni!…    ,

Il villaggio di Mao-Kombo fu ben presto in vista. Si componeva d’un centinaio di capanne colle pareti di fango secco ed il tetto di canne intrecciate e d’una immensa tettoia, residenza del monarca.

Il capitano Dorsemaine fece ancorare la nave a breve distanza dalla riva, poi comandò di mettere in acqua la grande scialuppa, facendovi mettere dentro un piccolo barile d’acquavite di patate, un vecchio abito gallonato che doveva aver servito a qualche servo di casa signorile, un grande cappello a due punte adorno di piume, due sacchetti di palle e di polvere, uno specchio a
mano, un lungo fucile che doveva avere almeno mill’anni, delle pezze di stoffa a vivi colori, de’ sigari ed alcuni occhiali che contava di regalare ai ministri del monarca.
Quando tutto fu pronto si volse verso Giovanni Finfin, dicendogli:

– Giovanotto mio, verrete a terra con me. Giacché vi siete imbarcato per correre in cerca di avventure e per visitare l’Africa, voglio presentarvi il più grottesco re del Continente Nero. Sarà uno spettacolo che gradirete assai.

– Grazie, capitano – rispose Finfin che ardeva dal desiderio di accompagnarlo.
Scesero nell’imbarcazione dove già si trovavano quattro marinai armati di fucili e di scuri, e si fecero trasportare a terra sbarcando in mezzo ad una banda numerosa di negri.

Preceduti da due dozzine di guerrieri armati per la maggior parte di vecchi fu cili, ridotti in uno stato così miserando da temere che non facessero più fuoco, presero un sentiero aperto fra una prateria di erbe di Guinea, graminacee che raggiungono sovente l’incredibile altezza di dodici piedi, ed ombreggiato da poche aloè intisichite.

Oltrepassata la solida palizzata che cingeva il villaggio, il capitano, i suoi compagni ed i negri si diressero verso la capanna reale, sfilando fra una moltitudine di tuguri di paglia e di canne che più che case parevano veri porcili.
La dimora reale si rizzava al centro del villaggio, in mezzo alla piazza del mercato.
Quel palazzo si componeva nient’altro che di cinque capannoni riuniti, il più vasto dei quali era destinato per ricevimento. Gli altri formavano gli appartamenti destinati alle donne del monarca, ai ministri ed ai servi, o meglio agli schiavi.

Il re stava assiso su di un tronco d’albero grossolanamente intagliato e adorno di pezzi di rame, di filo d’ottone e di conchiglie. Quel negro ubriacone portava sul capo un berretto di cotone contornato d’un gallone d’oro; alle reni aveva un gonnellino di tela che un tempo doveva essere stata rossa, adorno di conchigliette e di perle; ai piedi portava dei lunghi stivali, ma che ormai lasciavano vedere le dita del loro proprietario. Alle braccia ed alle gambe poi aveva un numero enorme di braccialetti ed anelli di rame e di ottone.

Un vecchio parasole, di dimensioni gigantesche, ombreggiava il monarca.
Non doveva di certo diminuire il calore infernale che regnava nel capannone, però lo riparava dai numerosi raggi solari che penetravano dal tetto sconnesso.
Ai piedi del monarca invece si vedevano due grosse zucche piene di vino di palma, un liquido assai gradevole, leggermente piccante e che bevuto in quantità ubriaca come il miglior vino d’uva.

Quel negro poteva avere cinquanta come sessant’anni, a giudicarlo dai capelli che eran già incanutiti, però era ancora vigorosissimo, avendo cura i negri di scegliere i loro monarchi fra gli uomini più alti di statura e più robusti.
Cinque ministri si trovavano seduti ai lati del trono. Erano cinque negri di statura pure altissima, adorni di braccialetti di metallo e di collane di coralli, con un sottanino formato di pezzi di stoffa di vario colore e portavano tutti alla cintura un corno, distintivo della loro alta carica presso quel grottesco monarca.

Dietro di loro poi stava una giovane negra, con due occhioni che parevano di porcellana e dei denti d’una bianchezza abbagliante, ma dai tratti del viso tutt’altro che belli. Indossava un sottanino di tela rossa adorna di perle e di conchiglie bianche e portava pure anelli, braccialetti e collane in gran numero.
Il capitano Dorsemaine appena entrato nella capanna, mosse sollecitamente verso il monarca, dicendogli in lingua congolese:

– Possente re Mao-Kombo, il tuo amico bianco ti saluta e ti prega di accettare i doni che depone ai tuoi piedi.

Fece un segno ai quattro marinai che lo seguivano e questi deposte a terra le casse che portavano, s’affrettavano ad aprirle gettando ai piedi del monarca il vestito, il cappello piumato, le munizioni, le armi ed i barilotti contenenti i liquori.

Il re negro guardò con serietà ridicola tutti quegli oggetti, per non mostrarsi subito troppo curioso di fronte ai suoi ministri, ciò che avrebbe potuto riuscire nocevole alla sua dignità reale, ma non potè trattenere un grido di gioia alla vista di quel vestito da servo europeo e di quel cappello a due punte adorno di piume.
Un altro grido subito gli rispose. Era uscito dalle labbra della principessa Ben-Bera, sua figlia.

Mentre il monarca si sbarazzava prontamente del suo vecchio gonnellino, senza badare ai presenti ed indossava precipitosamente l’abito regalatogli dal capitano, la principessa si era impadronita dello specchio che aveva scoperto fra i regali, per guardarsi, ma ad un tratto lo gettò via mandando un urlo di orrore.
Quello specchio era a due facce: l’una rifletteva l’immagine reale, l’altra invece, essendo ricurva, mostrava l’oggetto riflesso atrocemente deformato.
Giovanni Finfin raccolse lo specchio che per puro caso non si era spezzato, e lo ripresentò alla principessa ma dalla parte diretta.

La giovane negra vedendo riprodotti al naturale i suoi lineamenti, si mise a mandare grida di gioia e sorrise a Finfin.

Mentre ciò avveniva, il capitano Dorsemaine aveva fatto aprire uno dei due barilotti d’acquavite ed estratta una tazza di metallo l’aveva riempita offrendola al monarca.

– Bevi alla salute del tuo amico bianco, possente monarca – gli disse.

Il negro afferrò la tazza e la vuotò d’un fiato, come si fosse trattato d’un semplice bicchiere d’acqua.

– Il mio amico bianco è buono – disse, restituendo la tazza vuota. – Egli però deve sapere che Mao-Kombo ha molta sete.

Il capitano Dorsemaine comprese perfettamente ciò che voleva dire l’ubriacone e presentò il barilotto al monarca. Questi accostò le labbra e bevette avidamente a lungo. Quel recipiente era certamente più adatto per quello stomaco senza fondo.

Quand’ebbe saziata la sete, il capitano levò da un astuccio un cannocchiale, lo allungò fino alla giusta misura e lo presentò al monarca, dicendogli:

– Recati alla porta della tua capanna e guarda la mia nave, possente re. Mao-Kombo prese Pistrumento non senza un certo terrore, e lo accostò ad un occhio. Appena potè vedere la nave, allontanò precipitosamente il tubo, facendo un gesto di spavento. - Ma cos’è questo oggetto? – chiese, con un tremito nella voce. – La tua grande barca pareva che volesse corrermi addosso.

– è un possente fetìccio1 – rispose il capitano. – Con questo tu potrai scorgere da lontano i tuoi nemici.

– Lo affiderò al capo dei miei sacerdoti – disse il re che non pareva completamente rassicurato. — In questi tubi deve nascondersi qualche potente talismano.

Sua figlia ed i ministri vollero a loro volta guardare entro quei tubi, ma non furono meno spaventati del re, vedendo la nave del capitano e gli alberi della riva assumere proporzioni gigantesche. Ad ogni modo tutti furono convinti che si trattava realmente di qualche feticcio straordinario, d’una potenza incalcolabile.

Dopo il cannocchiale, il capitano Dorsemaine estrasse da una cassa una grossa collana di perle e di pietre false e la diede a Giovanni Finfin, incaricandolo di passarla al collo della principessa Ben-Bera. La giovane negra fu talmente riconoscente di quella gentilezza e di quel regalo che per poco non abbracciò il luogotenente.

Intanto gli stregoni della tribù, avvertiti dal re, erano venuti a prendere il possente talismano, il cannocchiale, e lo avevano portato al feticcio della tribù, rappresentato da un grosso serpente, dinanzi a cui la figlia del re andava ogni mattina a fare omaggio danzandogli intorno assieme alle più belle figliuole del villaggio.

Quando tutti i regali furono dispensati, il ministro della casa reale, ad un cenno del re, diede fiato al suo corno ed entrarono parecchi schiavi recando dei canestri e dei recipienti pieni di pesci arrostiti, di ignami, di frutta, di riso bollito nel miele e delle uova di coccodrillo cucinate sotto la cenere, nonché parecchie zucche ripiene di vino di palma fermentato. Anche una scimmia arrostita
intera venne portata su di un grande canestro di verdi foglie di banano.
Giovanni Finfin, vedendo quei cibi, fece un gesto di repulsione che non isfuggì al capitano Dorsemaine.

– Giovanotto mio – disse questi. – Lascia, se non ti vanno, le uova di coccodrillo che puzzano di muschio ed anche la scimmia che ha l’aspetto d’un ragazzo arrostito, ma puoi attaccare i pesci che sono eccellenti ed anche le frutta.

– Mi sorprende però, capitano, come si possano mangiare le uova di coccodrillo.

– Uh!… Questi negri, mio caro, non sono schizzinosi. Ti assicuro che non si farebbero scrupolo alcuno a divorare anche della carne umana.

– Lo credete, capitano?

nota: 1 Divinità adorata dai negri. – Per Bacco!… Vent’anni or sono questa tribù metteva ad arrostire i prigionieri di guerra, dopo d’averli bene ingrassati con ignami e olio di cocco. Ti dirò che sull’alto corso del fiume ed anche sul Congo, si mangiano ancora i prigionieri.

– Puah!… I luridi negri!…

– Questione di gusti, giovanotto mio. Orsù, da’ un colpo di dente a questi bei pesci e puoi anche assaggiare il riso cucinato nel miele, un piatto non del tutto cattivo.

Giovanni Finfin, quantunque non fosse molto persuaso dell’ottimismo gastronomico del capitano, si fece animo e cercò di imitare Mao-Kombo, la principessa Ben-Bera ed i ministri, i quali già divoravano con un appetito da lupi.
Contrariamente alle sue previsioni non trovò spiacevole il pasticcio di riso e gustosissime le frutta ed i pesci. Si guardò bene però dal toccare le uova di coccodrillo e la scimmia arrostita.

Terminato il pasto, Mao-Kombo si sdraiò a fianco di uno dei barilotti d’acquavite e cominciò col capitano una lunga discussione commerciale.
Lasciamo quei due a trattare i loro affari e seguiamo l’interessante principessa Ben-Bera e Giovanni Finfin.

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