Terribile combattimento contro uno squalo

L’Aglae, lasciate le coste di Francia, navigava rapidamente sulle azzurre acque dell’Atlantico, spinta da una brezza favorevolissima che le imprimeva una velocità di sei o sette nodi all’ora.

Il tempo si manteneva buonissimo ed il cielo era sereno, senza una nube, senza un cirro che accennassero ad un rovescio d’acqua od un cambiamento di vento.

Giovanni Finfin, ormai iscritto sul ruolo di bordo come pilotino, faceva intanto del suo meglio per accaparrarsi la fiducia dell’intrattabile capitano e l’amicizia dei suoi compagni, riuscendo al di là di tutte le previsioni. Dotato d’una prodigiosa agilità, d’una intelligenza superiore e d’una istruzione completa, mercé le cure del curato di Sant Enogat, che da vecchio marinaio aveva abbondato
in matematica ed in calcoli trigonometrici, apprendeva rapidamente tutte le manovre e non si trovava imbarazzato al timone e dinanzi la bussola. Che più? Sapeva servirsi ottimamente del sestante, calcolando, senza errare, la longitudine e la latitudine.
I marinai del veliero, comprendendo che quel giovanotto era superiore a loro, avevano presto cominciato ad amarlo ed a incoraggiarlo, tanto più poi che il mastro lo aveva sotto la sua protezione.

Uno solo, un maligno, aveva trovato di che ridire del giovanotto. Invidioso dei suoi progressi e della protezione del mastro, aveva più volte cercato di beffeggiarlo, ma Giovanni, un bel giorno, seccato, lo aveva preso pel colletto e con un pugno magistrale lo aveva mandato a rompersi il naso contro l’albero dirimpetto, dimostrando che oltre ad avere delle buone disposizioni per diventare
col tempo un valente ufficiale aveva anche il pugno solido, qualità assai apprezzata nella marina.

Da quel momento egli fu proclamato un vero marinaio non solo, ma più nessuno osò disputare con un camerata che sapeva dispensare dei pugni di quel peso. Finfin poteva ormai esser contento o lo sarebbe certamente stato, se un dispiacere non lo avesse crucciato continuamente. Egli pensava sovente al buon curato di Sant Enogat, suo padre adottivo, che egli aveva abbandonato per diventare marinaio, senza aver osato avvertirlo della sua risoluzione, per tema di avere un rifiuto.

Aveva sperato dapprima di fare l’incontro di qualche nave in rotta per la Francia, onde incaricarla di trasmettere una sua lettera a Sant Enogat, ma l’Aglae dopo la sua partenza da San Malo non aveva veduto alcun veliero. Mastro Tommaso, di frequente interrogato sulla possibilità d’un tale incontro, aveva risposto sempre in modo da non distruggere le speranze del suo giovane allievo,
però intanto i giorni passavano ed il rapido brick s’allontanava sempre più dall’Europa.

Quindici giorni dopo già l’Aglae si trovava sotto i tropici, fendendo colla sua prora ammassi di alghe marine, in mezzo alle quali si vedevano ondeggiare mollemente un gran numero di splendide meduse e di altri polipi dalle tinte trasparenti, delicatamente variegate d’azzurro, di rosa e di giallo.
Già le coste d’Africa non erano lontane quando un avvenimento imprevisto, ma che doveva avere una conseguenza gravissima ed insieme fortunata per Finfin, accadde a bordo dell’Aglae

Un mattino, mentre il terzo ufficiale era di quarto sul ponte, nello scendere nel quadro per prendere una carta geografica, in causa del forte rollio perdette l’equilibrio e cadde così malamente nel frapponte da offendersi la colonna vertebrale.

Il povero uomo fu prontamente raccolto e trasportato nella sua cabina, ma il suo stato era deplorevole, tanto che ormai nessuno sperava che sopravvivesse alla disgrazia.

Il capitano, prontamente avvertito, s’affrettò a visitare il poveraccio, tanto più che questi era suo nipote, figlio d’una sua sorella, e vedendolo in quello stato si mise a bestemmiare come un barbaro. Si fece portare la piccola farmacia e tentò con ogni mezzo di richiamarlo in vita senza però riuscirvi. Comprese allora che fra poco sarebbe rimasto senza ufficiale e senza nipote e non sapendo con chi prendersela, andò in coperta sperando di sfogarsi su qualcuno.
La velatura era in ordine, i marinai ai loro posti, la rotta era esatta, quindi non vi era alcun appiglio per prendersela col personale di bordo.
Brontolando ed imprecando si curvò sulla murata, e fu allora che vide nuotare nella scia della nave un gigantesco pescecane. La presenza di quel tiranno dei mari caldi poteva essere fortuita, abbondando specialmente sotto i tropici, ma al capitano Dorsemaine non parve naturale e bastò per risvegliare il suo irascibile umore.

– Ah! Tu vieni qui per aspettare il cadavere di mio nipote, canaglia! – urlò, al colmo del furore. – Ecco uno che la pagherà per tutti!

Diede ordine al timoniere di mettere la nave in panna, ossia attraverso il vento in modo da arrestare la corsa, poi guardò lo squalo. Vedendo che si era pure arrestato, non ebbe più alcun dubbio sulla intenzione del feroce divoratore d’uomini.

Egli non ignorava che quando vi è qualche cadavere a bordo i pescicani, attratti da un istinto meraviglioso, si affrettano a comparire per mangiarlo appena viene gettato in mare. Ormai non aveva quindi alcun dubbio su ciò che attendeva quello squalo: voleva che il suo ventre servisse di sepolcro al povero ufficiale agonizzante.

La collera è sovente una cattiva consigliera ed il capitano doveva farne l’esperienza.

Reso furibondo per l’ostinazione del tiranno marino, si volse a Tommaso, gridandogli:

– Portami il mio fucile; voglio mandare una palla esplodente a quel lurido mangiatore di morti!…

Il mastro non si fece ripetere il comando e gli portò una splendida carabina di precisione, di lunga portata, carica d’una palla esplodente, proiettile che basta a produrre la morte anche ad un elefante.

Per essere più certo del suo colpo, il vecchio lupo di mare si mise a cavalcioni della murata poppiera e mirò l’enorme pesce che giocherellava a cinquanta passi dalla nave, ora mostrando la sua grande bocca armata d’una triplice fila di denti acuti come quelli d’una tigre ed ora la sua possente coda. Disgraziatamente, proprio in quel momento, la nave, investita da una grossa onda, cappeggiò violentemente ed il povero capitano, perduto l’equilibrio, capitombolò in mare mandando un urlo di disperazione.
— Un uomo in mare! — si sentì a urlare il timoniere.

Giovanni Finfin si trovava in quel momento sul cassero, chiacchierando col mastro della disgrazia toccata al povero ufficiale. Udendo quel grido si slanciò verso la murata e vide il capitano nuotare faticosamente a venti braccia dal brick, tenendo ancora in mano la carabina.

– Tommaso!… – gridò. – Il capitano è caduto!…

– Per mille golette sventrate! – urlò il mastro impallidendo. – Presto! Una scialuppa in mare!…

Mentre i marinai, accorsi in coperta a quel comando, si affannavano a issare una scialuppa sulle grue per poi farla scendere, il povero capitano si dibatteva disperatamente in acqua.

Quella caduta, in altra occasione, l’avrebbe considerata come un incidente insignificante della vita marinaresca, essendogli toccata più volte una simile avventura. Essendo un forte nuotatore, non si sarebbe trovato imbarazzato a mantenersi a galla fino all’arrivo della scialuppa, ma in quel momento non poteva nuotare a suo agio avendo una mano impedita dalla carabina, arma troppo
preziosa per lui per decidersi ad abbandonarla.

Per maggior disgrazia vi era il pescecane. Questi, accortosi subito della presenza del nuotatore, si era arrestato aspirando rumorosamente l’aria, poi si era diretto verso il capitano, battendo l’acqua colla poderosa coda ed agitando le larghe pinne pettorali. In pochi slanci egli si trovò a pochi passi dal disgraziato.

Un grido orribile uscì dalle labbra del capitano: Aiuto!…

Quasi contemporaneamente verso il brick si vide una forma umana balzare sopra la murata poppiera, poi si udì un tonfo.

Il pescecane era allora giunto addosso al capitano. Aprì la sua enorme bocca mostrando quella paurosa voragine irta di denti, poi si rovesciò sul dorso per meglio afferrare la preda umana. Un momento ancora e pel capitano Dorsemaine era finita per sempre. A meno d’un miracolo, la sua ultima ora era suonata.
In quel supremo istante, il lupo di mare ebbe un’idea disperata. Invece di mantenersi a galla, si lasciò andare a fondo, risoluto a morire annegato piuttosto che di venire divorato vivo da quella enorme bocca. La sua immersione durò un buon minuto, ma l’istinto della conservazione fu più forte della sua decisione e lo ricondusse a galla.

Indovinate il suo stupore quando s’accorse di trovarsi in mezzo ad acqua tinta di sangue!… Girò intorno i suoi occhi spaventati, ma non vide più il mostro marino. Pure dalle profondità del mare il sangue saliva in gran copia come se sotto quelle acque si svolgesse un orribile dramma.

Passarono alcuni istanti, poi vide comparire bruscamente due corpi: uno era il pescecane, il quale si contorceva disperatamente arrossando le acque; l’altro era Giovanni Finfin, il quale teneva in pugno un enorme coltello.
— Finfin!… — esclamò il capitano. - Sono io, mio capitano – rispose il valoroso giovanotto, nuotandogli incontro.

— Sei caduto anche tu?

– Sono accorso in vostro aiuto.

– Ed hai ferito il pescecane!…

— L’ho scucito fino alla coda. Pazzo!…

– Eravate in pericolo e sono venuto a salvarvi – rispose modestamente il giovanotto.

– Ragazzo mio!… Tu sei un valoroso!… Tu mi hai reso un grande servigio e che il fuoco mi abbruci se io non me lo ricorderò per sempre.

— Bah!… Un servigio che non vale la pena di parlarne più mai, mio capitano. Ecco la scialuppa che giunge: potete reggervi?

– Lo spero – rispose il lupo di mare. – Fulmini!… Ho avuto una grande paura, giovanotto mio, te lo assicuro. Se non avessi la pelle dura, sarei svenuto per l’emozione.

La scialuppa era stata calata in acqua e giungeva in loro aiuto. Mastro Tom maso, aiutato da un altro marinaio, trasse a bordo il vecchio lupo di mare, poi Giovanni Finfin, e li ricondusse sull’Aglae che si manteneva sempre in panna.

Quando il capitano si ritrovò sulla sua nave, afferrò la destra di Finfin e stringendogliela fortemente gli disse, alla presenza di tutto l’equipaggio:

— Giovanotto mio, tu farai carriera presto, te lo dico io, il vecchio Dorsemaine. Sei sotto la mia protezione e ben presto saprai cosa significhi ciò.
Mastro Tommaso invece abbracciò il giovanotto, proclamandolo ad alta voce il suo marinaio, parola che nella marina significa amicizia per la vita e per la morte.

Verso mezzodì, il povero ufficiale che si era fratturata la spina dorsale, dopo una straziante agonia cessava di vivere. Gli si fecero tosto i funerali, non permettendo il calore intenso di tenerlo a bordo fino all’indomani. Lo si rinchiuse in una forte amaca, vi si mise dentro una palla di cannone, legandola ai suoi piedi, poi la salma fu gettata in mare scendendo rapidamente nei profondi baratri dell’Oceano Atlantico.

Il capitano Dorsemaine non era certamente un uomo dal cuore sensibile; in cinquant’anni di navigazione, gran parte dei quali consumati a trafficare in schiavi, aveva avuto il tempo di corazzarsi l’animo; pure vedendo scendere in acqua il cadavere del nipote parve commosso e per parecchie ore stette rinchiuso nella sua cabina.
Quando però verso il mezzodì ricomparve in coperta aveva la sua pipa fra le labbra e fumava colla sua solita calma. Guardò le vele, osservò il cielo, poi il mare, quindi i suoi marinai, corrugando a più riprese la fronte. Pareva che cercasse, come di solito, qualche appiglio per prendersela con qualcuno. Ad un tratto si fermò in mezzo alla coperta, gridando:

– Fulmini di Brest!… Chi sta adunque alla barra del timone?…

— Ci sto io, capitano — rispose Giovanni Finfin.

– Ah! – disse il vecchio marinaio visibilmente contrariato.

Salì sul cassero e si fermò dinanzi all’abitacolo osservando la bussola. Vedendo che la rotta della nave era esatta, si volse verso Finfin, chiedendogli:

– Chi ti ha data la rotta?

– Nessuno, capitano – rispose il giovanotto ridendo. Il lupo di mare lo guardò con stupore.

— Mille tuoni! — esclamò. — Non te l’ha data il mio secondo?

– No, capitano.

– Dov’è il secondo?

– Sta completando il giornale di bordo. Rassicuratevi però, capitano, io sono sicuro dell’esattezza dei miei calcoli, il secondo li ha verificati e nulla ha trovato a ridire.

– Tu adunque conosci la matematica e la trigonometria.

– Un po’, capitano.

— Tu sai adoperare il sestante?

– Sì, capitano.

— Chi ti ha insegnato ciò?

– Il curato di Sant Enogat. Vi dissi già che era un marinaio.

— Mostrami il tuo calcolo.

Finfin trasse di tasca un pezzo di carta coperto di cifre e glielo porse.

— Questo è esatto come un cronometro — mormorò il vecchio marinaio con crescente stupore. – Ecco un giovanotto che in teoria la sa più lunga di me e che ben presto sarà più forte di me anche in pratica.

Non disse altro, ma scese dal cassero, si diresse verso prora e fermandosi dinanzi al mastro:

— Tommaso — gli disse. — Tu avvertirai l’equipaggio che da questo momento il pilotino Giovanni Finfin passa ufficiale in terza occupando il posto del mio povero nipote. Il luogotenente Finfin prenderà il secondo quarto della notte: hai capito?

Il marinaio, lietissimo del rapido avanzamento del suo marinaio, fece riunire l’equipaggio ed annunciò la nuova nomina. Un grido solo rimbombò fra quei bravi marinai:

— Viva il luogotenente Finfin!…

Quella nomina era stata da tutti appresa con vivo contento ed anche un po’ aspettata, avendo ormai dato prove, quel bravo giovanotto, di essere non solo valente ma anche istruitissimo.

Da quel giorno giammai ufficiale fu più rispettato ed amato dai suoi marinai come Finfin, ed il vecchio lupo brontolone non ebbe a pentirsi un solo istante della rapida carriera del suo protetto.

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