Un elefante divorato dalle termiti

Giovanni Finfin e Pompeo – tale era il nome dato all’intelligente ed affezionato quadrumane – per un mese intero seguirono il corso di quel fiume vivendo dei prodotti della caccia e di frutta che la scimmia andava a cogliere sulle cime dei più grandi alberi.

Gazzelle, lepri, ed uccelli non erano mancati, abbattuti dal giovane bretone, come non erano mancati le noci di cocco, i banani, gli ananassi e le radici nutrienti della cassava ossia della manioca.

Armato d’un lungo e nodoso bastone, Pompeo, che aveva già quasi raggiunti i sei piedi d’altezza in quel breve tempo, aveva sempre aperta la marcia al suo giovane padrone, abbattendo, con la sua forza prodigiosa, tutti gli ostacoli che presentava la foresta.

Il bravo quadrumane, reso ardito dalla presenza del suo protettore, era diventato un compagno valoroso e devotissimo. Ormai aveva imparato a non temere più gli animali feroci, come pure s’era abituato agli spari della carabina.
Anzi aveva perfino imparato a servirsene ed era meraviglioso a vederlo sparare. è bensì vero che non aveva potuto abituarsi a tenere aperti gli occhi, ma non montava. Bastava d’altronde lo sparo per mettere in fuga le fiere.
Allorquando la notte calava, Pompeo, da bravo servitore, preparava il bivacco, facendo raccolta di legna secca e disponendola in circolo per tenere lontane le fiere, poi si recava nel bosco a fare provvista di frutta.
Del resto l’uomo e la scimmia vivevano sul piede della più perfetta eguaglianza.
Dividevano fraternamente le frutta e si aiutavano scambievolmente.
Quando Finfin dormiva, Pompeo montava la guardia; egli prendeva la carabina del suo amico, e coll’orecchio teso e gli occhi ben aperti, accovacciato in mezzo al cerchio di fuoco, ascoltava senza paura tutti i rumori della foresta, pronto a dare l’allarme al menomo indizio di pericolo.

Quando a suo turno l’uomo vegliava, la scimmia dormiva con una confidenza che dimostrava quanta sicurezza avesse nel suo padrone.
Durante le fermate nulla era più attraente che l’assistere alle conversazioni che il giovane bretone intavolava colla scimmia; questa, lo si capisce, rispondeva a suo modo dimenando le braccia e le gambe e roteando i suoi occhi. Si sarebbe però detto che essa cominciava a comprendere la lingua del suo padrone.
Il fatto è questo: che servo e padrone con gesti e con occhiate si comprendevano perfettamente.

Giammai oratore trovò certamente un auditore più attento e più paziente, come Finfin quando parlava con Pompeo.

Allorquando la conversazione era finita, la scimmia posava la sua grossa testa sulle ginocchia del giovane padrone, e manifestava la sua soddisfazione con delle grida di gioia.

Dopo tante marce, un bel giorno, i due viaggiatori si trovarono sul margine dell’immensa foresta.

Colà il fiume descriveva una grande curva, quindi proseguiva la sua corsa attraverso una serie di paludi, mantenendo una direzione che doveva condurlo direttamente al mare.

Dinanzi ai due viaggiatori si estendeva una pianura erbosa, limitata verso settentrione da una catena di colline verdeggianti dietro le quali si vedevano innalzarsi delle bianche colonne di fumo.

Era l’umidità di una valle profonda situata dietro le colline e che il sole trasformava in colonne di vapore?

Oppure era un indizio della presenza di abitazioni occupate da alcuni negri?
Finfin che si era avventurato nell’interno del Congo, non per sfuggire al re Mao-Kombo, ma per soddisfare, più che altro, il suo invincibile desiderio di andare in cerca di avventure emozionanti, decise senz’altro di dirigersi verso quelle colline.

Cominciando però a calare le tenebre, e non osando di notte attraversare quella pianura erbosa che poteva celare delle bestie feroci, rimandò al domani il passaggio del fiume e la marcia verso quelle nuvole di fumo.
Per l’ultima volta egli si accampò sul margine di quella immensa foresta sotto la cupa ombra d’un baobab enorme che formava da solo una piccola boscaglia.
Pompeo, che ogni giorno diventava più prudente e più lesto, e che ci teneva a dormire senza preoccupazioni, si arrampicò sull’albero gigante, si armò d’un grosso randello e andò ad esplorare l’arruffata massa di foglie e di rami per tema che si nascondesse lassù qualche leopardo.

Animali veramente feroci non ve ne erano, nondimeno a randellate fece fuggire una banda di scimmie, alcuni gatti selvaggi e perfino uno stormo di parrocchetti.
Qualcuno di questi uccelli però, sorpreso nel sonno, cadde accoppato dalle furiose legnate di Pompeo e fu subito raccolto da Finfin per mangiarselo a cena.
Quando la brava scimmia ebbe terminata l’esplorazione, scese dall’albero e fece raccolta di legna per tener acceso il fuoco anche alla notte. Terminata la cena, Finfin montò il primo quarto di guardia, lasciando che la scimmia si riposasse durante le prime ore della notte.

Arrotolò una foglia secca di tabacco, si fece una specie di sigaro, l’accese al fuoco e addossatosi al tronco enorme del baobab si mise a fumare beatamente, seguendo cogli sguardi i getti di fumo azzurregnolo.
A che cosa pensava Finfin?

Probabilmente al capitano Dorsemaine, all’Aglae, al bravo curato che lo aveva raccolto ed allevato, alla sua Bretagna… Pensava ancora, quando un grido strano, possente, rauco, giunse fino ai suoi orecchi.
Finfin d’un balzo fu sul fucile.

Tese gli orecchi cercando d’indovinare a quale animale poteva appartenere quella voce formidabile.

– Che cosa sta per succedere? – si chiese, con una certa inquietudine.

Quel grido che si ripeteva ad intervalli, aveva un suono tutto affatto particolare e mai il nostro giovane lo aveva udito durante il suo soggiorno in quei boschi.

Pareva un gemito, ma che gemito… L’animale che lo mandava doveva essere certamente di dimensioni mostruose. Finfin guardò la scimmia e vide che dormiva placidamente.

–    Se Pompeo è tranquillo, ciò significa che io non corro alcun pericolo – disse.

–    Andiamo adunque a vedere cosa succede.

Preso il fucile, si assicurò che era carico e si diresse verso la foresta, dalla parte ove si udivano a echeggiare quelle strane grida.

Dopo un quarto d’ora il giovane bretone giungeva in una radura piuttosto vasta dove vide alzarsi un gran numero di coni di fango scuro, costruiti dalle termiti bianche, una specie di grosse formiche che posseggono delle pinzette così solide da rompere perfino il legno, e che sono avidissime della carne.

Questi insetti vivono in colonie numerosissime e sotto terra scavano una infinità di gallerie ed anche delle caverne di dimensioni straordinarie. è sommamente pericoloso, soprattutto per un animale un po’ pesante, camminare sopra quelle gallerie poiché il terreno facilmente cede e capita di frequente di precipitare entro delle cavità assai profonde.

Le termiti o formiche bianche, hanno due modi per fabbricare le loro dimore.
O si scavano le gallerie o costruiscono dei grandi coni piramidali, alti dodici o quindici piedi con una base di ottanta a cento.

Guai poi all’uomo che piomba entro quelle gallerie! Nessun supplizio è più spaventevole di quello a cui sarà condannato.

Le termiti piombano sul disgraziato a battaglioni e lo divorano vivo, pezzetto a pezzetto.

Finfin udendo le grida uscire dal centro del formicaio si diresse a quella volta ed entro una grande cavità, probabilmente in una caverna sotterranea che serviva d’asilo alle sanguinarie formiche, scorse un mostruoso elefante.

Dei milioni di formiche correvano sul suo corpo, cercando di intaccare la spessa epidermide. Altre, più furbe, si introducevano nella sua tromba e nei suoi orecchi strappando la carne pezzetto per pezzetto e cagionandogli delle angosce atroci.
Sotto quelle migliaia di morsi, il pachiderma era diventato furioso. Si dimenava come un ossesso, sprofondando sempre più nel suolo ed agitava pazzamente la proboscide tentando di sbarazzarsi di quei piccoli, eppur così accaniti nemici.
Finalmente riconoscendo l’inutilità della lotta, il povero animale, ritenendosi vinto, si era accovacciato in fondo a quella buca, attendendo stoicamente la morte.

La scimmia si era messa a correre attorno al formicolaio e mandava delle grida che rassomigliavano a gemiti. Pareva che gli elefanti vivessero in buon accordo colle scimmie, almeno così si poteva credere.

— io ti comprendo, amico Pompeo — disse Finfin. — Tu vorresti che io cercassi un mezzo per liberare il povero pachiderma, ma la cosa non mi sembra facile.

L’elefante udendo la voce umana alzò il capo e fissò il giovane bretone coi suoi occhi intelligenti, come se invocasse soccorso.

Finfin, che da qualche istante era diventato pensieroso, ebbe una felice ispirazione.
Si recò sul margine del bosco ove vi era una gran quantità di grossi rami d’albero, ne prese uno, si recò nella fossa e lo gettò.

Pompeo comprese forse l’intenzione del padrone e si affrettò ad imitarlo, procurando però di non colpire l’elefante.

In meno di una mezz’ora una parte della fossa era riempita, specialmente là dove il terreno saliva.

Finfin aveva pensato che rendendo una parte di quella grande galleria meno erta, l’elefante con un po’ di buona volontà, avrebbe potuto forse uscire.
Il povero pachiderma, comprendendo che l’uomo e la scimmia lavoravano per lui, non si muoveva più lasciando che le feroci termiti lo tormentassero.
Quando Pompeo credette sufficiente lo strato di rami, scese nella buca, si issò sul dorso mostruoso dell’elefante e si mise a parlare come per incoraggiarlo a muoversi.

L’animale comprese certamente ciò che si desiderava da lui. Si alzò sulle massicce gambe e puntando i piedi con supremo vigore, si mise ad arrampicarsi su quella specie di gradinata formata da quell’accatastamento di rami.

Giunto a metà salita, con un ultimo e più potente slancio si trovò finalmente sul solido terreno.

Appena si vide fuori si precipitò nel fiume che correva poco lontano e s’immerse quasi tutto sbarazzandosi delle feroci formiche che non si erano ancora decise ad abbandonarlo ed aspirando fragorosamente l’acqua per la proboscide.

Le formiche che si erano introdotte in gran numero in quella lunga appendice, furono soffiate fuori di colpo assieme all’acqua, e lanciate in aria.
Mentre si bagnava per calmare anche i dolori prodottigli da quelle migliaia di morsi, Giovanni era andato a raccogliere un fascio di canne da zucchero e delle foglie di palmizio.

S’avvicinò al fiume ed offerse al colosso quel cibo eccellente.
L’elefante invece di fuggire, uscì subito dal fiume mandando un barrito di soddisfazione e si mise a mangiare avidamente, guardando tratto tratto il giovane bretone con uno sguardo dolce.

Si sa che gli elefanti sono di carattere assai socievole, che sono buoni ed intelligenti al massimo grado, quindi non vi era nulla di straordinario nel procedere dell’ex prigioniero delle termiti. Si può anzi asserire che quei giganti hanno una viva preferenza per l’uomo e lo dimostrano gli elefanti indiani, veri ed affezionati servitori di quegli abitanti della grande penisola indostana.
Giovanni Finfin, felice di quell’insperato successo, aveva osato accarezzare il gigante e questi lo aveva lasciato fare, anzi aveva risposto strofinandogli dolcemente
la tromba sulle spalle.

– Con questi due compagni, io non ho più nulla da temere – disse Finfin. — Pompeo è già bravo e destro; l’elefante in breve lo sarà pure. E come lo chiamerò? Enogat? Ciò mi ricorderà il mio paese. Orsù, mio bravo Enogat, sii sempre buono e non avrai da lagnarti di me.

Il gigante, dopo d’aver mangiato, si era accovacciato al suolo guardando con una specie di viva curiosità ora il giovane bretone ed ora Pompeo che gli sgambettava intorno, portando nuovi fasci di erbe e di foglie odorose.
Colla proboscide poi faceva certi gesti, come se volesse invitarli a salire sul suo dorso.

– Proviamo – disse Finfin. – Mi pare che questo buon Enogat sia d’un umore eccellente.

Si accostò al pachiderma e s’arrampicò sul largo dorso, subito imitato dalla scimmia.

L’elefante si rialzò mandando un barrito che pareva di contentezza e vedendo Finfin tendere la mano verso le colline, attraversò senz’altro il fiume, approdando sulla riva opposta.

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