I banditi della prateria

La notte era serena e tranquilla.
La luna, sorta interamente dietro i monti, illuminava la grande prateria fino alle lontane boscaglie costeggianti il corso del Rio Pecos. Nessun rumore si alzava fra le erbe. Perfino i lupi coyotes, che sono quasi sempre abbondanti in quelle regioni, pareva che fossero scomparsi dopo la discesa delle bande indiane.
I tre cavalieri, sempre guidati dal Piccolo Pietro, il cui olfatto era davvero incredibile, s’avanzavano in silenzio, guardando attentamente i gruppi di cespugli che apparivano qua e là, potendo nascondere qualche piccola banda d’indiani.
Erano tutti e tre pensierosi e preoccupati. Quantunque fossero tutti coraggiosi ed ormai abituati alla vita avventurosa, il pensiero di doversi in breve misurare coi loro formidabili avversari, cinque o forse dieci volte più numerosi, destava nel loro animo non poche apprensioni.
Specialmente Randolfo era molto meditabondo. Quel bravo giovane pensava certamente ai gravi pericoli che correva sua sorella, specialmente ora che sapeva di aver da fare anche con Braxley, il suo mortale nemico che voleva derubarlo della grossa sostanza lasciata da suo zio.
Tutta la notte i cavalieri continuarono a marciare, non scambiando che pochissime parole e senza aver incontrato un solo indiano.
A giorno fatto essi giungevano sulle rive d’un affluente del Rio Pecos e che era fiancheggiato da alberi annosi e molto folti.
Il quacchero, che era prudentissimo, fece fermare i compagni, poi voltosi verso il Piccolo Pietro che fiutava le erbe con una certa precipitazione, manifestando qualche inquietudine, gli chiese:
– Cosa dici, Piccolo Pietro?
Il cane alzò la testa, guardò il padrone, poi mandò due sordi latrati.
– Ti comprendo – disse il quacchero. – Per di qua sono passati molti indiani.
– Lo capite? – chiese Diego, stupito.
– Ci comprendiamo perfettamente – rispose Morton.
– Che gl’indiani siano vicini? – chiese Randolfo.
– Piccolo Pietro sarebbe più inquieto – rispose Morton.
– Conosci questo fiume?
– Benissimo, anzi vi so dire che seguendo le sue rive giungeremo in breve al villaggio abitato dall’Avvoltoio Nero.
– Vorresti condurci colà?
– Non potremo raggiungere vostra sorella per via.
– Che gl’indiani siano già così lontani?
– Devono aver camminato molto – rispose Morton.
– Credevo che anche i guerrieri dell’Avvoltoio Nero fossero discesi verso il forte con le bande dei comanci.
– Che importa a loro del forte? Sanno bene che v’è più da perdere che da guadagnare laggiù. A loro basta la paga promessa da Braxley.
– E come faremo noi ad assalire un villaggio? Sarà molto popolato.
– Agiremo con furberia, giovanotto. Anche se fossimo in venti non potremmo avere la vittoria. Voi sapete che le pelli-rosse si difendono bene e che sono guerrieri molto temibili.
– Lo so pur troppo.
– Ci avvicineremo senza destare sospetti, ci armeremo di pazienza e aspetteremo il momento buono per liberare vostra sorella. Voi sapete che gl’indiani sono grandi cacciatori e che di quando in quando intraprendono delle spedizioni per procurarsi della selvaggina. Noi aspetteremo una di quelle occasioni per entrare nel villaggio.
– E frattanto mia sorella non verrà torturata?
– Suppongo che Doc non lo permetterà. Lo chiamano Cuor Duro, però vi è sua figlia di mezzo e Telie saprà far proteggere la sua amica.
– Conto anch’io su quella fanciulla. È energica e affezionata.
– Sì, Randolfo. Io che la conosco da bambina so di quanto sia capace. Per proteggere vostra sorella sarà pronta a sfidare la collera di suo padre.
– Andiamo? – chiese Diego. – Non perdiamo troppo tempo, amici.
– Io sono pronto – disse Randolfo.
– Non precipitiamo. Se il Piccolo Pietro non è tranquillo, vuol dire che qualche pericolo c’è su questo fiume.
– Non vuoi attraversarlo? – chiese Randolfo.
– Anzi lo passeremo subito e andremo ad accamparci sull’altra riva.
Chiamò il Piccolo Pietro, se lo mise in sella, quindi spinse il cavallo nel fiume, ordinando ai compagni di tenere i fucili pronti.
Il passaggio di quel corso d’acqua, contrariamente alle pessimiste previsioni di Morton, fu compiuto felicemente.
Erano però appena giunti sulla riva opposta, quando il Piccolo Pietro fece udire un sordo latrato, poi un secondo, quindi un terzo.
– Un pericolo ci minaccia – disse Morton.
– Che vi siano degl’indiani? – chiese Randolfo.
– No, qualche bestia feroce.
– La preferisco alle pelli-rosse – disse Diego.
– Che vi sia qualche orso?
– Andiamo avanti con precauzione – disse Morton a Randolfo.
Stettero un po’ in ascolto, poi non udendo più nulla e osservando che anche il cane si era tranquillizzato, attraversarono la foresta che si estendeva sulle rive del fiume.
Erano appena usciti dalle piante, quando ai loro occhi si offrì una casa di bell’aspetto, circondata da una palizzata. Solamente il tetto si vedeva sfondato ed in parte abbruciato.
Un grido di sorpresa uscì dalle labbra di Diego.
– Io conosco questo luogo! – esclamò.
– Voi lo conoscete? – chiesero ad un tempo Randolfo e Morton.
– Sì: è la casa di Sombrero.
– Chi era questo Sombrero? – chiese Randolfo.
– Non lo avete mai udito nominare?
– No.
– E nemmeno sua figlia Carmencita?
– Tanto meno.
– L’intrepida amazzone della prateria?
– No, Diego.
– E nemmeno voi, Morton?
– Se debbo dirvi il vero, mi pare d’aver udito raccontare una certa istoria di banditi.
– E che banditi! – esclamò Diego. – A me è toccata in quella casa un’avventura romanzesca straordinaria, alcuni mesi prima che la bella figlia di Sombrero venisse appiccata dalle truppe messicane.
– Una storia interessante?
– Superba, Randolfo.
– Ce la racconterete durante la colazione.
– Con tutto il piacere. Andiamo in quella casa, amici. È disabitata e passeremo la giornata al coperto.
Spronarono i cavalli e dopo pochi minuti giungevano dinanzi a quell’abitazione.
Era una graziosa costruzione in legno, ad un piano, con una bella veranda, in parte crollata, che le girava intorno.
Le imposte erano cadute e le colonne sostenenti la galleria erano tutte annerite dal fumo.
Dinanzi si estendeva un piccolo giardino cintato; le erbe cattive avevano oramai soffocate quasi tutte le piante utili. Si capiva che quell’abitazione era rimasta deserta parecchi anni.
Diego, che pareva avesse molta pratica di quella casa, spinse il cancello che era rimasto socchiuso e condusse i suoi due amici in una stanza a pianterreno, di già vuota e con le pareti guastate.
– Riposeremo qui – disse. – È in questa stanza che io ho veduto quella povera Carmencita.
– Chi era costei, Diego? – chiese Randolfo.
– La figlia d’un bandito. Che brava fanciulla, però! Peccato che la polizia messicana l’abbia appiccata.
– Prepariamo la colazione, – disse Morton, – poi discorrerete a vostro comodo.
Dalla sua bisaccia levò della farina, del lardo, del prosciutto salato ed un mezzo fiasco d’acquavite ed impastò certe frittelle che poi mise ad arrostire sotto la cenere calda, quindi chiamò gli amici che avevano intanto visitata la casa.
Mangiarono lestamente, mandarono il Piccolo Pietro a vegliare sulla porta della cinta, poi si sdraiarono all’ombra di un acero grandissimo che cresceva in mezzo al giardino.
– Ed ora, amico Diego, raccontateci la vostra interessante istoria – disse Randolfo.
– Pare che vi prema – disse Diego.
– Tutte le storie della prateria mi piacciono.
– E poi inganneremo un po’ il tempo – disse Morton che aveva accesa una monumentale pipa.
– Ciò che sto per narrarvi, risale a sei anni fa – cominciò Diego. – Io ero allora un agente d’una compagnia mineraria che aveva la sua sede a Messillo, presso il Rio del Northe.
«Da qualche tempo, le nostre carovane incaricate di portare l’oro della miniera, nell’attraversare la prateria, venivano regolarmente saccheggiate e non per opera d’indiani, bensì d’una banda di uomini bianchi che dovevano abitare lungo le rive del Rio Pecos.
«Parecchie spedizioni organizzate dalle truppe messicane, non avevano avuto alcun successo. Quei birboni erano sempre sfuggiti alle ricerche. Un giorno venni chiamato dal direttore della miniera ed incaricato di formare una colonna di gente scelta per dare la caccia a quei ladroni e possibilmente distruggerli. Si sapeva che quei saccheggiatori obbedivano ad un uomo chiamato Sombrero. Si ignorava tuttavia dove si radunassero e in quanti fossero.
«Il desiderio del direttore fu prontamente realizzato ed io mi trovai ben presto alla testa di dodici uomini montati su veloci cavalli e ben armati per quella specie di guerra.
«Lasciato il Northe, mi diressi subito verso il Rio Pecos, e per quattro o cinque giorni frugai quelle foreste senza nulla trovare.
«Una mattina, slanciandomi sul mio ardente cavallo, oltrepassai i compagni e giunsi verso il mezzogiorno su un sentiero sabbioso, sul quale mi parve di scorgere le tracce recenti del passaggio di alcuni cavalli. Era la prima volta che penetravo in un luogo simile, e così ricco di nopali, querce e cactus. Mi parve di trovarmi in una vera foresta vergine.
«Non esitai un istante e dissi a me stesso che quel sentiero mi avrebbe condotto in qualche luogo abitato senza fallo. Né m’ingannai; un quarto d’ora dopo mi trovai d’improvviso davanti ad una spianata, che si sarebbe detta preparata in pieno bosco dalla mano dell’uomo, e nel centro della quale sorgeva una magnifica casa.
«Dapprincipio pensai che quella potesse essere il rifugio della banda di ladroni comandata da Sombrero, e perciò esitai molto prima d’inoltrarmi. Il mio cavallo, avendo sentito le emanazioni della scuderia e della provenda che l’aspettava, gettò un sonoro nitrito.
«Era troppo tardi per nascondermi, quindi rimasi in sella, limitandomi ad armare il mio fucile.
«In quell’istante un grosso cane da guardia cominciò ad abbaiare con fracasso e vidi la porta aprirsi e comparire una bella e giovane donna.
«“Floc! Floc! Zitto!” gridò con voce sonora.
«Il cane ubbidì e si arrestò tosto.
«La giovane mi guardò con un certo interesse, poi mi disse:
«“Signore, venite a riposare nella casa di mio padre e vi prometto che non avrete da lagnarvi. Voi siete nostro ospite”.
«Ciò detto, senza attendere alcuna risposta da parte mia, chiamò un domestico negro e gli comandò di condurre il mio cavallo nella scuderia e di averne cura.
«Poscia con grazia infinita m’invitò a seguirla in una stanza elegantemente ammobiliata e mi pregò di sedere dicendomi:
«“Abbiate la compiacenza di attendermi alcuni istanti. Torno subito”.
«Mentre l’incognita s’allontanava, io esaminai con viva curiosità quella stanza che era ammobiliata con un lusso a cui generalmente non si è abituati sulle frontiere messicane. Sontuosi e morbidi tappeti d’oriente, tende di un gusto squisito, sedie imbottite, soffici poltrone, tutto era riunito per invitare al riposo, e, cosa straordinaria, vi era là su di un tavolo un mucchio di libri riccamente legati, francesi, inglesi e spagnoli.
«Io mi chiedevo che cosa significasse quel rebus in pieno deserto, allorché il fruscìo di un vestito di seta mi avvertì del ritorno della signorina.
«“Perdonate la mia assenza” mi disse, sedendosi su di un sofà e pavoneggiandosi graziosamente nel suo abito azzurro. “Ditemi: avete fatto un lungo cammino?”
«“Sì, signorina” risposi io, che cadevo di sorpresa in sorpresa, “vengo da Messillo.”
«“Dovete aver molta fame; ora pranzerete.”
«Diede alcuni ordini e, poco tempo dopo, noi ci sedevamo ad una tavola splendidamente imbandita.
«Il pranzo fu molto gaio e la grazia della giovane ne accrebbe molto l’incanto.
«Chiacchierando appresi che ella viveva assieme a suo padre e che era molto ricca, senza però sapermi dire il motivo per cui abitavano quella casetta perduta in mezzo alla prateria.
«Stavamo sorseggiando il caffè, quando mi chiese a bruciapelo:
«“Vorreste dirmi, signore, quale motivo imperioso vi ha guidato in queste lontane regioni?”
«“Oh! Una cosa semplicissima!” risposi io incautamente. “Sono incaricato di distruggere la banda guidata da Sombrero.”
«“Ah! Ah! Volete parlare senza dubbio di quei briganti che svaligiano i viaggiatori sulle principali strade?”
«“Appunto. Si pretende anzi che la figlia di Sombrero comandi spesso la truppa dei banditi.”
«“Voi solleticate la mia curiosità, signore” rispose la giovane. “Narratemi la strana istoria.”
«E senza attendere altro invito, mi diedi a raccontare tutto ciò che sapevo sul conto di quella capitana di briganti, che passava per essere di un’arditezza senza pari nel dirigere le spedizioni di cui ella stessa tracciava spesse volte i piani.
«Affascinato dalla conversazione della mia ospite, dimenticavo che era d’uopo rimettermi in cammino; finalmente, allorché il sole volse al tramonto, mi alzai e volli congedarmi.
«“Scusate, signore, voi non mi lascerete fino all’arrivo del padre mio, a cui bramo presentarvi.”
«“È impossibile, signora; i miei uomini devono attendermi.”
«“I vostri uomini! Voi comandate adunque una truppa di soldati?”
«Risposi affermativamente ed aggiunsi:
«“Li ho preceduti di una giornata. Essi saranno qui domani mattina, e devo raggiungerli per indicar loro la strada da seguire”.
«“Tanto meglio! Fermatevi adunque, signore; i vostri soldati vi troveranno qui, voi aspetterete mio padre ed io ordinerò la cena.”
«Carmencita, tale era il nome che la giovane aveva detto di portare, m’aveva affascinato. Io cedetti alle sue brame, confidando nella sagacità dei miei uomini per ritrovarmi. Quando la bella creatura riapparve, l’udii annunciarmi il ritorno del padre.
«Questi non tardò a presentarsi; era un uomo di grande statura, dal volto bronzino, dalla barba folta e nera, dai lunghi capelli dello stesso colore.
«Allorché Carmencita mi ebbe presentato, il padre mi domandò se era vero che io fossi in cerca del bandito Sombrero.
«“È vero” gli dissi. “Sapreste anzi voi dirmi se egli si trova in questa vicinanza?”
«“Lo credo” mi rispose egli. “Venendo qui, avete notato a quattro miglia di distanza, una piccola spianata?”
«“Sì” risposi.
«“In quei pressi deve trovarsi il rifugio del bandito. Questo non è però che un mio sospetto che non ho mai confidato ad anima viva.”
«Fu servita poco dopo la cena, terminata la quale, sebbene fossi stato invitato a fermarmi per passare la notte, risalii a cavallo per mettermi in cerca dei miei uomini.
«Nel momento in cui stavo per oltrepassare la cinta, mi volsi ancora una volta verso la casa e con mia meraviglia vidi Carmencita farmi cenno d’arrestarmi.
«Obbedii e quand’ella fu vicina, mi disse con un tono un po’ misterioso:
«“Vi avverto che voi correte dei grandi pericoli. State in guardia”. Indi mi porse una lettera facendomi però promettere che non l’avrei letta se non dopo raggiunti i miei uomini.
«Mi misi in marcia avanzandomi con precauzione per evitare quei gravi pericoli che dovevano minacciarmi.
«Avevo percorso un paio di miglia quando improvvisamente udii un sibilo simile ad un colpo di staffile.
«Un istante dopo io venivo precipitato di sella. Un laccio era piombato su di me, imprigionandomi strettamente le braccia attorno al corpo.
«Cercai d’afferrare il coltello che tenevo alla cintura, per tagliare quella maledetta corda. Non ne ebbi il tempo.
«Mi sentii trascinare velocemente al suolo, poi provai un urto violentissimo che mi fece quasi svenire.
«Vidi vagamente un uomo mascherato curvarsi su di me e sentii qualche cosa comprimermi sulle mie nari, forse una spugna imbevuta di qualche potente sonnifero.
«Il fatto sta che io svenni completamente. Quando tornai in me, mi trovai solo.
«Il mio cavallo pascolava a breve distanza e pareva tranquillissimo. Mi alzai e cercai le mie armi. Nessuno le aveva toccate; erano invece scomparsi i soli astucci delle mie pistole.
«Anche il denaro che io portavo indosso non era stato rubato.
«L’avventura, dovete confessarlo anche voi, amici, era stranissima ed assolutamente inesplicabile, almeno pel momento.
«Rimontai a cavallo e all’alba giunsi in una piantagione che allora si trovava a non molta distanza da qui e dove eransi fermati i miei uomini. E qui viene il buono.
«Nella notte alcuni di quei soldati erano giunti in quella casetta, ma l’avevano trovata vuota e sostenevano che era precisamente il rifugio di Sombrero.
«Avevano anzi trovato molti sacchi appartenenti alle miniere di Messillo nonché moltissime lettere, avendo quei ladroni audaci l’abitudine di fermare anche le diligenze postali.»
– E quella giovane? – chiesero ad una voce Morton e Randolfo. – Chi era costei?
– Non lo indovinate?
– No – disse Randolfo.
– Era la figlia di Sombrero, la capitana.
«Due giorni dopo, avendo dovuto ritornare a Messillo, fui chiamato da uno dei proprietari di quelle miniere che mi disse:
«“Voi dovete aver perduto gli astucci delle vostre pistole”.
«“È vero” gli risposi. “Devo averli perduti a poche miglia dal rifugio di Sombrero.”
«“Ebbene, eccoli” mi disse.
«Li presi e cercai la lettera di Carmencita che avevo messa dentro uno di quegli astucci.
«La trovai ancora intatta. Ruppi la busta e lessi queste parole:
«“I complimenti ed i saluti di Carmencita Sombrero”.»
– E di quella coraggiosa donna sapeste più nulla? – chiese Randolfo.
– Sì. Dopo due mesi, durante una spedizione audace, la sua intera banda veniva catturata dalle truppe del governo messicano. Suo padre fu ucciso nell’aspro combattimento.
– E la ragazza?
– Venne appiccata e mi dissero che affrontò serenamente la morte, senza manifestare alcuna emozione.
«Quella bella fanciulla valeva dieci uomini; ve lo dico io.»

Lascia un commento

*

 

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.