Il fortino del capitano Linthon

Il fortino che il capitano Linthon aveva rizzato sulla riva destra del Rio Pecos, si componeva d’un grande fabbricato costruito in legno, capace di alloggiare un centinaio di persone, con vaste tettoie pei raccolti, e scuderie amplissime pel bestiame e d’un recinto di grossi tronchi di albero per difenderlo dagli attacchi degl’indiani.
Aveva due ponti levatoi che alla sera venivano alzati, alcune scarpe e due piccoli bastioni armati di quattro falconetti di alcune grosse spingarde, artiglieria sufficente per respingere le orde dei guerrieri rossi. Sessanta coloni fra uomini, donne e fanciulli lo abitavano. Si occupavano dell’allevamento del bestiame e della coltivazione delle terre dissodate sulle sponde del Rio.
Quantunque quello stabilimento agricolo non contasse che pochi anni di esistenza, i coloni ormai godevano una grande agiatezza, mercé le loro assidue cure e la saggia amministrazione del capitano.
Le scuderie erano piene di cavalli, di buoi, di porci e di montoni; i cortili pullulavano di tacchini, di oche e di galline e le tettoie erano ricolme di grani e di frutta d’ogni specie.
Si poteva dire ormai che l’abbondanza regnava a dispetto degl’indiani i quali avevano più volte tentato di assalire il forte per saccheggiarlo e distruggerlo.
All’arrivo del drappello, tutti gli abitanti del forte uscirono per accogliere degnamente i nuovi ospiti, acclamandoli e salutandoli con salve a polvere.
Il capitano presentò a tutti Randolfo Harringhen e sua sorella, quindi ad una giovane donna che egli aveva adottato e teneva cara come sua figlia.
Quella fanciulla si chiamava Telie Doc.
Era figlia d’un carissimo amico del capitano, Abel Doc, il quale aveva avuto la disgrazia di essere stato fatto prigioniero dagl’indiani comanci.
Per un caso singolare, Doc, invece di cercare di fuggire, aveva abbracciata la causa dei suoi vincitori, dimenticando completamente sua figlia ed altresì obliando l’amicizia che aveva contratta col capitano.
Si diceva anzi che i comanci, avendolo conosciuto intrepido, l’avessero elevato alla dignità di gran capo; però tutti ignoravano veramente su quale territorio si trovasse e se fosse ancora vivo, non essendo più stato visto da alcun scorridore del capitano Linthon.
La giovane Doc era una graziosa fanciulla, di forme bellissime, dalla pelle assai bruna, i capelli lunghissimi e neri e gli occhi lucentissimi.
Nell’insieme aveva un non so che di selvaggio; però tutti dovevano convenire che una ragazza più bella non si poteva trovare su tutta la frontiera del Texas.
Apprendendo che Randolfo voleva ripartire all’indomani, manifestò subito una strana agitazione. I suoi occhi neri e vivaci si fissarono sul giovane, poi, dopo alcuni istanti d’imbarazzo, gli disse:
– Mi rincresce che voi partiate così presto. Io vorrei pregarvi di rimanere qui qualche mese assieme a vostra sorella, quantunque sappia che il tempo è troppo prezioso in questo paese.
– È impossibile, mia bella fanciulla – rispose Randolfo. – Ho fretta di giungere alle sorgenti del Rio Pecos.
– Ha delle ricchezze da raccogliere lassù – disse il capitano. – Il mese che perderebbe qui potrebbe più tardi rimpiangerlo.
– È vero – rispose Randolfo. – Voi capitano, che conoscete queste regioni, sapreste dirmi se il viaggio sarà molto faticoso?
– Ed anche pericoloso, giovanotto, perché questa parte della prateria un po’ più al nord si converte in boscaglie molto fitte che sono tutt’altro che facili ad attraversare. Aggiungete per di più che gl’indiani hanno colà i loro territori di caccia e che difficilmente non li incontrerete. Io vorrei darvi invece un consiglio.
– Quale, capitano? – chiese Randolfo.
– Di abbandonare l’idea di spingervi fino alle sorgenti del Rio Pecos per cercare le miniere d’oro. Fissatevi nelle nostre vicinanze e fondate una colonia agricola. Qui gl’indiani difficilmente si fanno vedere, quindi troverete ora qui un rifugio sicuro senza esporre vostra sorella a dei gravi pericoli.
– È impossibile. Mio zio non mi ha lasciato tanto da poter impiantare da me solo una colonia e poi ho fermamente deliberato di recarmi nel paese dell’oro.
– Io ammiro la vostra audacia, mio giovane amico. Fate quello che volete e non dimenticate che io sono pronto ad aiutarvi in tutti i modi possibili.
– Grazie, capitano. A me basteranno i consigli che mi avete dato ed una guida per poter passare il Rio Pecos là dove ci sarà il guado.
– L’avrete, amico – disse il capitano.
Nel volgersi per condurre il suo nuovo amico nella sala da pranzo, vide Telie ferma dietro a loro e tutta attenta ad ascoltare i loro discorsi.
– Ebbene, cosa fate ancora qui? – gli disse il capitano, con accento severo. – I nostri discorsi non vi possono interessare, quindi andatevene colle altre donne.
La giovane arrossì, poi si affrettò ad allontanarsi.
Il capitano e Randolfo erano appena entrati nel cortile interno quando apparve ancora Harry. Pareva in preda ad una viva inquietudine e pensoso.
– Cos’hai, figlio mio? – gli chiese il capitano.
– Ho da darti una brutta nuova. Scibellok sta scorrazzando le foreste.
– Le nostre? – chiese il capitano vivamente.
– No, quelle dipendenti dal capitano Corraster.
– Sei tu certo di ciò?
– Tutti conoscono quell’uomo che porta per insegna una croce sanguinosa sul suo petto.
– Allora anche noi siamo minacciati.
– Chi è questo Scibellok? – chiese Randolfo.
– Il diavolo dei boschi – disse Harry.
– Un indiano?
– Non si sa precisamente se sia un bianco od una pelle-rossa. Vi sono alcuni che lo credono uno spirito infernale. È stato veduto da qualcuno dei nostri? – chiese il capitano.
– No, però hanno veduto due uomini uccisi. Avevano due colpi di coltello formanti una croce, in mezzo al petto, ed il cranio spaccato da un colpo di scure.
– È il suo modo di uccidere – disse il capitano, che era diventato pensieroso.
– Ha mai fatto male ai vostri uomini? – chiese Randolfo.
– No, anzi è il nemico degl’indiani. Quando le pelli-rosse minacciano una colonia, Scibellok compare e quanti ne sorprende altrettanti ne uccide. La sua presenza indica che i guerrieri rossi si sono messi in campagna.
«Orsù, Harry, dimmi chi ha veduto i due indiani uccisi da Scibellok.»
– Ralph.
– L’Alligatore del Lago salato?
– Sì.
– Hum! Ci credo poco a quel ciarlone vanitoso. Più tardi lo interrogheremo.
Entrarono tutti nella sala da pranzo, una bella stanza spaziosa, adorna di numerose pelli d’orso, di corna di ruminanti e di armi, e si assisero ad una tavola bene imbandita assieme a Mary ed alla figlia adottiva del capitano.
Quando uscirono nel cortile trovarono tutti i coloni radunati intorno ad un giovanotto magro come un ragno, coi capelli lunghissimi ed arruffati, gli occhi volpini, e che indossava un costume da cacciatore di prateria. Quel giovanotto raccontava con enfasi l’incontro che aveva fatto col genio dei boschi e della scoperta dei due indiani trovati morti nella foresta.
Per ottenere maggior effetto, si dimenava come un diavolo nella pila dell’acqua benedetta e batteva colle mani il suo lungo fucile, le pistole ed il coltello che pendevagli dalla cintura.
Vedendo comparire il capitano gli si slanciò incontro, gridando:
– Voi sarete contento di me, signor Linthon. Avete veduto con quanta celerità ho portata la notizia dell’avvicinarsi degl’indiani.
Poi vedendo Randolfo e sua sorella, riprese subito con aria spavalda:
– Ah! Vi sono degli stranieri che sono giunti dal Sud! Mi darete notizie del Texas. Io sono vostro amico, io sono Ralph, l’Alligatore del Lago salato.
– Tanto meglio per voi; vi prego di occuparvi dei vostri affari e non dei miei, e di conservare per voi la vostra amicizia – disse Randolfo.
– Per la mia morte! – gridò lo scorridore. – Sappiate che io sono un gentiluomo e che non ho paura di nessuno. Io sono tale uomo da uccidere un avversario con un colpo di pugno, con una bastonata, col fucile, col coltello e anche colla scure.
Così dicendo quello spaccone si dimenava come una scimmia, alzando le braccia e le gambe ed impugnando fieramente il fucile.
Randolfo non si degnò nemmeno di rispondere a quelle gradassate. Il capitano disse a Ralph:
– Invece di fare tanto fracasso, vorresti dirmi dove hai rubato quella bella giumenta che quattro giorni or sono non possedevi?
Udendo quelle parole, l’aria provocante dello scorridore scomparve come per incanto. Egli girò all’intorno uno sguardo imbarazzato come se non osasse più incontrarsi cogli occhi penetranti del capitano, poi ripreso il suo sangue freddo, disse:
– Rubata! Io non ho mai rubato né giumente, né cavalli. Io prendo i miei destrieri agl’indiani, dopo di averne prima uccisi i cavalieri e di averli anche scotennati. Chi dice il contrario avrà da fare con l’Alligatore del Lago salato.
– Non cercate d’ingannarmi, Ralph – disse il capitano. – Io conosco questa giumenta e vi posso dire che apparteneva allo scorridore Pietro Harper.
– Ciò è verissimo – rispose lo scorridore, sfrontatamente. – Io l’ho presa a Pietro Harper, però non colla intenzione di tenermela. Datemi un cavallo e prima che il sole tramonti il suo proprietario l’avrà.
– E si trova?
– A quindici leghe da qui.
– È troppo lontano perché i nostri occhi possano seguirvi.
– Mandatemi dietro qualcuno dei vostri. Ecco qui Morton il Sanguinoso, col suo inseparabile cane vecchio.
L’uomo che allora entrava nel fortino era un tipo singolare che godeva nella prateria una grande notorietà pei suoi bizzarri costumi.
I suoi lineamenti, già solcati da rughe profonde, indicavano come quell’uomo avesse già varcato da non poco la cinquantina.
Il suo naso assai prominente si abbassava verso la bocca mentre il suo mento si alzava come se volesse baciare quell’appendice. I suoi occhi erano invece dolcissimi e non avevano nulla di quella fierezza che si nota ordinariamente negli scorridori di praterie. Indossava nondimeno un costume da vero scorridore, interamente di cuoio, adorno di vecchi bottoni di rame e di cordoni che una volta dovevano essere stati azzurri.
Il suo fucile invece era assolutamente inadatto ad uno scorridore. Era un’arma vecchissima, quasi guasta, con un calcio informe, che forse non veniva mai adoperata. Anche il suo coltello probabilmente non era mai uscito dalla guaina per uccidere un indiano.
Ed infatti, malgrado il suo nomignolo di Sanguinoso, quel vecchio quacchero lo si credeva l’uomo più inoffensivo della prateria. Mai aveva voluto associarsi ai volontari del forte durante le loro escursioni contro gl’indiani e mai aveva scaricato il suo fucile contro un uomo.
Tuttavia godeva fama di essere un valente scorridore e forse nessuno conosceva meglio di lui la prateria. Vedendolo comparire, Ralph si mise a ridere.
– Non sarà certamente col suo cavallo bianco e paralitico che mi seguirà fino da Harper – disse. – Quel vecchio pazzo ha troppa paura degl’indiani per lanciarsi di notte nella prateria.
Il vecchio scorridore guardò pacatamente il gradasso, discese di sella mettendo a terra un cagnolino bianco che teneva in braccio, poi disse con voce tranquilla:
– Tu che parli tanto, non avresti fatto ciò che feci io quest’oggi.
– Hai scotennato qualche indiano, vecchio mio? – chiese ironicamente Ralph.
– Niente affatto. Lo saprai più tardi.
Poi senza aggiungere verbo andò a sedersi in un angolo del cortile, mettendosi sulle ginocchia il suo cagnolino bianco.
Il capitano, colpito dal fare misterioso del vecchio scorridore e dalle parole sibilline da lui poco prima pronunciate, gli si avvicinò per interrogarlo.
Morton stava allora interrogando il suo cagnolino bianco.
– Cosa dici di tutto ciò, Piccolo Pietro? – gli chiedeva.
L’intelligente animale aveva risposto con un sordo abbaiamento e con un contorcimento della testa.
– Rispondi meglio – aveva ripreso Morton. – Credi tu che noi dobbiamo raccontare a questa povera gente tutto quello che noi soli abbiamo veduto e che sappiamo?
– Morton – disse il capitano, interrompendolo. – Cosa vuoi dire con le tue misteriose parole? Perché ci chiami povera gente? Hai forse notizie dell’avvicinarsi degl’indiani?
– Se volete saperlo, vi do la notizia che i comanci si sono mossi dai loro accampamenti e che marciano verso il sud.
– Come lo avete saputo voi?
– Da un prigioniero che è miracolosamente sfuggito a loro, dopo d’aver affrontato mille pericoli. Egli mi ha raccontato che i comanci sono numerosi come le cavallette e che si sono posti sul sentiero della guerra.
«Se i vostri ospiti vogliono guadagnare le sorgenti del Rio Pecos, devono partire senza perdere tempo. Se dovessero rimanere qui alcuni giorni, non troverebbero più la prateria libera.»
– Non c’ingannate voi, Morton? – chiese Randolfo.
– Morton ha veduto ed ha udito.
– Cosa mi consigliate di fare, capitano? – chiese Randolfo.
– Di obbedire al vecchio scorridore – rispose Linthon. – Il vostro furgone però vi sarà di serio imbarazzo e vi direi di lasciarlo qui o di vendermelo. Con quel carro monumentale vi fareste subito scoprire.
– Non ho alcuna difficoltà a cedervelo.
– Venite, mio giovane amico. Combineremo ogni cosa e domani sera partirete. Se Morton ha parlato così, bisogna non solo credergli ma anche obbedirlo.

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