La fuga

Il nemico, già per due volte respinto, non ritenne prudente, pel momento, di tornare una terza volta all’attacco della capanna. Non s’era però molto allontanato da quei dintorni. Protetto dagli alberi, attendeva che giungessero dei rinforzi per impadronirsi di quegli ostinati e valorosi difensori.
Parecchi indiani si erano stabiliti lungo la riva del fiume per sorvegliare i movimenti degli assediati; temendo di venire raggiunti dalle pallottole si erano accampati molto lontani, credendo che la rapidità della corrente fosse bastante per impedire ai nemici di attraversare quel corso d’acqua e salvarsi sull’opposta sponda.
Randolfo ed i suoi amici, nascosti nei dintorni della capanna, chi dietro le rocce, chi dietro i tronchi degli alberi, sorvegliavano pure gli avversari, per impedire una sorpresa.
Di quando in quando qualche guerriero, scorgendoli, rompeva il silenzio, sparando qualche colpo di fucile, però senza buon risultato, colpendo quasi sempre o qualche albero od i pali della cinta.
A quelle provocazioni né Randolfo, né i suoi amici rispondevano, non volendo consumare inutilmente le munizioni. E poi ormai l’oscurità era così fitta da rendere impossibile una buona mira.
Qualche ora dopo Morton, che si trovava sulla cima dello steccato, vide alcune ombre arrampicarsi attraverso le rocce e avanzarsi con cautela, strisciando come rettili.
Sebbene facesse scuro, il quacchero stimò il numero dei nemici ad una quindicina. Non erano molti: tuttavia potevano dare molto da fare agli assediati, essendo quasi tutti muniti d’armi da fuoco.
Con alcune scariche potevano decimare il piccolo drappello che era già tanto esiguo.
Il quacchero, molto inquieto ed anche tristamente impressionato, scese dalla cinta ed avvertì Randolfo.
– Cosa mi consigli di fare, Morton? – chiese il giovane uomo.
– Respingerli subito.
– E poi?
– Non pensiamo al domani.
– Anzi, Morton, se non riceviamo dei rinforzi noi finiremo con l’esser presi. Se il capitano Linthon sapesse in quale triste posizione ci troviamo!
– E come avvertirlo? – chiese Morton.
– Vorrei tentare io di rompere la linea degli assedianti – disse Randolfo. – Il mio cavallo è agile e corre come il vento. Io mi slancio improvvisamente sul nemico, lo carico disperatamente e mi getto nel bosco. Voi intanto potreste approfittare per attraversare il fiume.
Morton ascoltò il giovane senza dare alcuna risposta. Egli pareva occupato a sorvegliare i movimenti della banda indiana.
– M’avete inteso, Morton? – chiese Randolfo.
– Guardate quella testa – rispose il quacchero, puntando il fucile.
Un indiano era comparso a trenta passi dalla cinta. I due assaliti lo mirarono e con due palle lo stesero al suolo senza vita. Doveva essere una vittoria sterile.
L’assalto era stato ritardato da quei due spari e fino a quando?
Gl’indiani avevano risposto a quegli spari con urla tremende. Dal fracasso che facevano si poteva arguire che il loro numero era più aumentato che diminuito.
– Dobbiamo deciderci – disse Randolfo. – Io dubito che noi possiamo resistere al loro assalto.
– Amici – disse improvvisamente il vecchio quacchero con accento risoluto. – Ho deciso di abbandonarvi per tentare di cercare dei soccorsi. Non voglio che queste fanciulle vengano scalpate da quei brutti selvaggi. Cercate di resistere fino a domani mattina e non occupatevi di me.
– Cosa vuoi fare, Morton? – chiese Randolfo.
– Passare attraverso la banda indiana.
– Tu non potresti farlo – rispose il giovane. – Verresti ucciso cento volte prima di giungere alla foresta. No, aspetta. Noi simuleremo un attacco e intanto tu cercherai di filare col mio bravo Baio.
– Giovanotto! – disse il quacchero. – Voi pensate che io possa attraversare le bande degl’assedianti a cavallo? Così facendo non sfuggirei alla morte. No, io cercherò d’arrampicarmi inosservato fino alle rocce che costeggiano il fiume e di là tenterò di giungere al forte.
– E senza il cavallo?
– A me basta il mio Piccolo Pietro.
– Allora va’, mio bravo amico. La nostra vita sta nelle tue mani, cerca perciò di risparmiare la tua. La nostra riconoscenza sarà eterna e sapremo darti un regalo cospicuo.
– Amico, – rispose il quacchero, con fierezza, – io non ho bisogno di danaro ed i miei servigi non li ho mai fatti pagare.
«Io sarò solamente felice di sapere che voi mi conserverete la vostra amicizia.
«Attendete il mio ritorno; intanto combattete da forti e non scoraggiatevi.»
Randolfo promise di seguire le istruzioni di Morton e questi si preparò a partire.
Sapendo che i suoi amici scarseggiavano di munizioni, lasciò a loro la sua provvista di palle e di polvere, non conservando per sé che alcune cariche; si sbarazzò di una parte delle sue vesti per essere più libero e armatosi del fucile, uscì dalla cinta.
– Amico, – gli disse Randolfo, stringendogli vivamente la destra, – voi non partirete per abbandonarci.
– Giovanotto, – rispose freddamente Morton, – se io avessi voluto abbandonarvi non avrei aspettato ora. Voi sapete a quale pericolo vado incontro, forzando le linee indiane. Se io fossi un traditore, avrei cercato altra via. Fidatevi di me e attendete il mio ritorno.
Salutò le due fanciulle, il negro e John Forting, chiamò il suo cane fedele e si gettò fra le alte erbe.
Quando Randolfo non lo scorse più, comandò una scarica generale per distogliere l’attenzione degl’indiani e per lasciar tempo al quacchero di allontanarsi con maggior agio.
Cessati gli spari, Randolfo s’arrampicò sulla palizzata e si mise in ascolto, col cuore pieno d’angoscia. Egli cercava di seguire la marcia di Morton, senza risultato.
Il silenzio profondo della notte non era interrotto da alcun rumore. Era un buon indizio.
Il quacchero doveva essere ormai scivolato fra le linee dei selvaggi, perché diversamente si avrebbero uditi degli spari.
Stava per discendere onde rassicurare i compagni sulla sorte del coraggioso quacchero, quando gli parve di vedere delle ombre avanzarsi con precauzione.
Un nuovo assalto stava per avvenire? Randolfo lo temette.
Guardando meglio, vide quelle ombre a muoversi, apparire e scomparire, quindi spingersi nuovamente innanzi.
– Vengono – disse a John Forting che lo interrogava.
– Sono molti? – domandò lo scorridore.
– Numerosissimi.
– Potremo respingerli ancora.
– Scaricheremo tutte le nostre armi, poi vedremo. Siete pronti?
– Sì.
– Anche tu Mary, e anche voi Telie?
– Sì – risposero le due ragazze.
– Fuoco! – gridò Randolfo. – Se dobbiamo morire, cercheremo prima di far pagare cara la vittoria del nemico.
E unendo i fatti alle parole, scaricò prima il suo fucile poi le pistole, mentre i suoi compagni facevano altrettanto.
Quelle scariche arrestarono ancora una volta i selvaggi, i quali credevano forse d’aver dinanzi un numero rilevante di nemici.
Dopo d’aver risposto a quelle fucilate, le pelli-rosse retrocessero, riprendendo le loro primiere posizioni.
Randolfo per spaventarle maggiormente continuò a far scaricare le armi per qualche minuto, respingendoli nella foresta. Quando vide che il terreno era sgombro, disse a Forting:
– Noi dobbiamo pensare a mettere al sicuro le due ragazze. Se gl’indiani tornano e vincono, almeno non uccideranno anche loro.
– E dove nasconderle? – chiese lo scorridore.
– Fra le rupi che dominano il corso del fiume – rispose Randolfo. – Colà saranno al sicuro dalle palle.
– L’idea mi sembra buona, però non si potrà metterla in esecuzione per ora.
– E perché, John?
– Guardate!
Randolfo si volse e scorse alcuni indiani che agitavano dei rami resinosi infiammati.
– Cosa vogliono fare? – si chiese.
– Tenteranno d’incendiare la nostra capanna.
– O che vogliano impedirci di fuggire?
– È possibile anche questo, mio giovane amico.
– Facciamo fuoco su di loro.
Alcuni colpi di fucile furono sparati. I selvaggi fuggirono subito abbandonando i rami e si posero in salvo nella foresta.
– Ora cerchiamo di trovare un rifugio alle due fanciulle – disse Randolfo.
Per una combinazione fortunata, alcune nuvole avevano allora oscurata la luna che era comparsa sull’orizzonte, rendendo l’oscurità più profonda.
Randolfo disse ai suoi uomini di non trascurare la sorveglianza e uscì dalla cinta dirigendosi, con grandi cautele, verso il fiume. Attraversato il terreno scoperto giunse sulle rocce, poi si calò verso la riva.
Di là poté vedere in mezzo al fiume un’isoletta boscosa che poteva servire di ricovero. Un buon nuotatore poteva raggiungerla e di là scovare i selvaggi che si erano nascosti sulle rive.
Felice di quella scoperta, il bravo giovane stava per ritornare, quando essendo la luna uscita dalle nuvole, gli mostrò in che cosa consisteva quell’isoletta.
Non era un brano di terra, bensì un agglomeramento di alberi trasportati colà dalla corrente e forse arenatisi su qualche bassofondo.
Quella scoperta sconcertò Randolfo.
– Siamo disgraziati – disse. – Se Morton non viene in nostro aiuto, noi non scapperemo più agl’indiani.
Guardando ancora verso il fiume, vide in quel momento un canotto seguire la riva su cui egli si trovava e fermarsi alla base d’una roccia. Un uomo, dopo d’aver guardato intorno, saltò a terra.
Randolfo, spaventato, credette che fosse qualche indiano. Chiamò tutto il suo coraggio e si gettò risolutamente addosso a quell’uomo, alzando il calcio del fucile.
– Muori, cane! – gli gridò.
Lo sconosciuto evitò il colpo che doveva rompergli la testa e rispose in buon spagnolo:
– Per la mia morte! Non sono un selvaggio io!
Stupito, Randolfo lo guardò meglio e riconobbe in quell’uomo Ralph Stackpole, il ladro di cavalli.
– Tu? – disse.
– Dio vi benedica – rispose Ralph. – Quale fortuna l’avervi ritrovato! Vi sapevo in pericolo e cercavo il modo di venire in vostro soccorso.
– E come lo sapevi tu?
– Avevo udito le grida delle pelli-rosse ed i vostri colpi di fucile. Disponete di me. Io sono a vostra disposizione, pronto a farmi uccidere per salvare vostra sorella e Telie.
– E come avete fatto a giungere qui?
– Ho attraversato il bosco a piedi, non osando adoperare il mio cavallo, e sono passato sull’altra riva attraversando il guado superiore. Stavo cercando il mezzo di raggiungervi, quando in mezzo ai cespugli scorsi un povero uomo che era gravemente ferito ad una gamba. Lo credetti un indiano e m’avvicinai a lui per scaricargli addosso il mio fucile. Era invece un bianco, un mormone unico superstite d’una numerosa carovana che gl’indiani avevano distrutta. Mi pregò di salvarlo offrendomi in cambio di darmi i mezzi per attraversare il fiume. Gli promisi di non dimenticarlo e di ritornare più tardi a prenderlo ed egli m’indicò un luogo ove aveva scoperto un canotto indiano. Infatti trovai la barca e con quella superai la rapida corrente del guado basso e sbarcai su questa riva.
– E quel ferito, dove si trova?
– È nascosto sulla riva opposta.
– Bisogna salvarlo.
– Penseremo a lui quando ci saremo liberati da questi selvaggi – disse Ralph. – Seguimi nella capanna.
– Si trova là vostra sorella?
– Sì, Ralph.
Salirono la ripida sponda del fiume e giunsero alla capanna nel momento in cui Mary e Telie stavano per uscire con Tom, per andare in cerca del fratello.
– Per la mia morte! – gridò Ralph, vedendo il volto pallido di Mary. – Voi in mezzo alle pantere della foresta! Oh! Povero me! Fatevi coraggio miss, io sono pronto a dare la mia vita alla mia benefattrice. Io non ho paura né dei comanci, né degli apachi, né dei corvi grossi, di nessun indiano.
– Ralph, – lo interruppe Randolfo, seccato da quella chiacchierata, – invece di promettere tante cose, provate la vostra riconoscenza con dei fatti. Ditemi invece, voi che conoscete tutti i dintorni, se noi possiamo fuggire di qui.
– Fuggire! Non mi sembra cosa facile, però gl’indiani non ci prenderanno.
– Sono molti, amico.
– Io non ho paura delle pelli-rosse.
– Ti vedremo alla prova.
– Guardate!
Il ladro di cavalli si arrampicò sulla palizzata con una lestezza da scoiattolo e giunto lassù si mise a gridare, dimenandosi come un pazzo.
– Ascoltatemi, teste di serpenti, razza maledetta, furfanti, ladroni! Io vi provoco a combattere contro di me, voi che non avete compassione per queste due giovani figlie! Venite a scalparci, se l’osate! Io sono un uomo che non ha paura di voi! Io sono l’Alligatore dei Lago salato!
Un assordante clamore si levò nel campo indiano a quella provocazione. Una voce furiosa rispose in cattivo inglese:
– Noi conosciamo Stackpole, il ladro di cavalli! Che si avvicini e noi gli strapperemo la capigliatura!
Poi parecchi colpi di fucile partirono da diverse direzioni.
Ralph, con un’audacia rara, non lasciò la cinta che veniva bersagliata dal nemico. Derideva gl’indiani, fingeva di prendere con le mani le palle come se fosse invulnerabile e non cessava dal provocare.
Randolfo dovette prenderlo pei piedi e tirarlo giù.
– Tu sei pazzo – gli disse.
– Ho voluto mostrare a quei serpenti che le loro palle non bastano ad uccidere l’Alligatore del Lago salato. Vedrete che ora diventeranno più prudenti e che ci lasceranno un po’ tranquilli.
– E noi ne approfitteremo – disse Randolfo.
– Volete fuggire?
– Saresti capace di trasportare le due ragazze sull’altra riva?
– È un po’ difficile, – rispose Ralph, – tuttavia si può tentarlo. Sarei lieto di poter condurre in salvo quei due angeli.
– Devi farlo, Ralph.
– E voi?
– Passeremo il fiume a nuoto.
– Vi avverto che la corrente è forte e che ha parecchi gorghi. Dubito che i cavalli possano riuscire.
– Non inquietarti per noi – riprese Randolfo. – Finché tu passerai noi resteremo qui a respingere gli indiani, poi ti raggiungeremo.
– Facciamo ancora alcune scariche sulle pelli-rosse, poi ce ne andremo.
Scaricarono tutte le loro armi verso il campo indiano, poi Ralph, approfittando della confusione, uscì dalla capanna, scese la riva e preparò il canotto, mentre Randolfo, Tom e Forting, continuavano a sparare per tenere lontane le pelli-rosse.

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