La liberazione di Ralph

Verso il tramonto, Randolfo ed i suoi due amici, bene riposati, avendo dormito una parte della giornata, lasciavano l’abitazione del bandito per rimettersi sulle tracce degl’indiani dell’Avvoltoio Nero.
Morton contava, con una rapida marcia, di trovarsi al mattino a non molta lontananza dal villaggio indiano, salvo casi imprevisti, non potendo essere certo che la notte dovesse trascorrere tranquilla in quelle regioni abitate dai guerrieri rossi.
Quei timori d’altronde di non dover trascorrere la notte in una calma assoluta, erano giustificati dalla condotta del Piccolo Pietro.
Quell’intelligente animale non era tranquillo. Ogni tratto si fermava come fosse irresoluto fra l’andare innanzi od il retrocedere e si volgeva spesso verso il suo padrone, mandando dei latrati che non facevano presagire nulla di buono. Sembrava che presentisse l’avvicinarsi di nemici con due o con quattro gambe; però non era possibile saperlo con certezza.
Morton, che comprendeva il suo cane, era diventato di una estrema prudenza. Essendo il terreno diventato ancora boscoso, prima di far avanzare il cavallo interrogava il Piccolo Pietro e, se lo vedeva arrestarsi, aspettava fino a che si mettesse in cammino.
– Qualche cosa ci minaccia – disse a Randolfo ed a Diego che lo interrogavano.
– E chi?
– Se il Piccolo Pietro potesse parlare me lo direbbe subito; non si può pretendere da lui che venga a dirmi in un orecchio quale pericolo si cela fra questi alberi. Egli mi avverte di essere prudente e questo è già molto.
– Siamo ancora lontani dal villaggio?
– Non lo vedremo prima di domani mattina, Randolfo.
– Allora in questo bosco vi possono essere delle spie indiane.
– No, indiani – disse Morton. – Piccolo Pietro si comporterebbe diversamente.
– Cosa volete fare? – chiese Diego.
– Consigliarvi di rimanere qui fino al mio ritorno.
– Volete esplorare il bosco?
– Sì, amici. Voglio chiarire il pericolo che ci minaccia.
– E perché non lo affronteremmo insieme? – chiese Randolfo.
– Un uomo solo può andare dappertutto, avanzarsi, retrocedere o nascondersi, mentre tre, e coi cavalli, nulla potrebbero fare senza venire subito scorti. Voi rimarrete qui ed io andrò alla scoperta col Piccolo Pietro. Fra qualche ora e forse prima sarò di ritorno.
– Fate quello che volete – disse Diego. – Noi saremo pronti ad accorrere al primo colpo di fucile.
Il quacchero scese di sella, affidò ai compagni il cavallo, armò il suo vecchio fucile e dopo d’aver raccomandato a loro di non inquietarsi, scomparve in mezzo agli alberi, preceduto dal fedele cane.
Diego e Randolfo s’erano fermati in mezzo ad un folto gruppo di piante. Legati i cavalli, avevano accese le sigarette chiacchierando fra di loro a voce bassa.
Era appena trascorso un quarto d’ora da che il quacchero si era allontanato, quando a breve distanza udirono un grido umano.
Randolfo e Diego erano balzati in piedi!
– È Morton! – aveva gridato Randolfo.
– Che gl’indiani lo abbiano assalito? – si chiese Diego.
– Corriamo, amico.
Si slanciarono tutti e due in mezzo agli alberi nel momento in cui si sentiva lo sparo del fucile del quacchero.
Attraversati alcuni gruppi d’alberi, videro con orrore una scena terribile.
Una intera famiglia d’orsi neri, composta del padre, della madre e di tre orsacchiotti, muoveva contro Morton, il quale, appoggiato al tronco d’un albero, li minacciava col calcio del fucile, arma ormai insufficente a tenere a posto quelle formidabili fiere.
Randolfo e Diego avevano subito puntati i fucili, poi entrambi li avevano abbassati, non osando fare fuoco pel motivo che il corpo del quacchero, in certo qual modo, serviva di scudo al maschio.
Quel bestione, che era di proporzioni gigantesche, si trovava di già addosso a Morton e cercava di afferrarlo fra le sue zampacce pelose per soffocarlo o per rompergli le costole.
– Morton! – gridò Diego. – Tiratevi indietro!
Ciò detto fece segno a Randolfo di rimanere fermo e s’avanzò arditamente contro l’intera famiglia dei plantigradi, tenendo il dito sul grilletto del fucile.
Il quacchero vedendo giungere quel soccorso inaspettato e nulla potendo fare avendo l’arma già scarica, fece un salto indietro, rifugiandosi dietro il tronco d’un albero.
Era tempo di recare soccorso al povero scorridore della prateria. Aveva già ferito il maschio col fucile, però quell’animalaccio, trasportato dalla sua ferocia, invece di arrestarsi, si era gettato sul quacchero con tale impeto che se l’avesse incontrato sul suo passaggio lo avrebbe infallantemente fatto a pezzi o ridotto in un ammasso di carne stritolata.
Diego aveva spiccato un salto a destra del quacchero affrontando coraggiosamente il terribile avversario.
Puntare il fucile e fare fuoco, fu cosa d’un momento. La pallottola andò a colpire l’orso proprio in mezzo al petto: nondimeno l’animalaccio non cadde, anzi sempre più inferocito tentò di abbracciare il cacciatore.
In quel momento anche Randolfo s’era fatto innanzi. La sua pallottola penetrò nella testa della fiera, fracassandogli la sommità del cranio.
Vedendolo cadere, la femmina accorse subito per vendicarlo. Il quacchero aveva in quel frattempo avuto tempo di caricare il suo fucile.
Un quarto sparo rimbombò e anche quel secondo nemico cadde per non rialzarsi più.
– Agli orsacchiotti ora – disse Randolfo.
– Non vale la pena di occuparsi di loro – disse il quacchero. – Sono così piccini che dubito che possano sopravvivere. Se avessimo del tempo si potrebbe ucciderne qualcuno e metterlo ad arrostire, essendo la loro carne molto delicata.
– Abbiamo troppa fretta per prepararci una simile colazione – disse Diego. – Torniamo ai nostri cavalli e riprendiamo la corsa.
– Era questo il pericolo che ci minacciava? – chiese Randolfo.
– Lo suppongo – rispose Morton. – Vedo che il Piccolo Pietro è più tranquillo ora.
– Che avesse fiutati gli orsi?
– Piccolo Pietro ha un olfatto sorprendente. Egli sa distinguere il passaggio d’un indiano da quello d’un bisonte o d’un cervo rosso.
– Partiamo – disse in quel momento Diego.
Erano giunti ai cavalli. Ricaricarono le armi, poi salirono in sella abbandonando quel luogo che per poco non costava la vita all’affezionato e valoroso quacchero.
La foresta era ridiventata molto fitta, essendovi in quei dintorni numerosi stagni che mantenevano il terreno assai umido, e anche non pochi corsi d’acqua, tutti affluenti del Rio Pecos.
Il terreno andava però a poco a poco alzandosi come se volesse diventare montagnoso. La prateria non doveva più ricomparire agli occhi dei viaggiatori.
Essendovi dei sentieri tracciati dagli uomini e dal passaggio continuo degli animali, i tre cavalieri potevano marciare con rapidità considerevole.
Durante la mattinata nessuna avventura venne a turbare quella corsa. Anche il Piccolo Pietro si era mantenuto molto tranquillo.
A mezzogiorno, avendo incontrato un gruppo di cervi rossi, ne uccisero uno che fu subito scuoiato. Un bel pezzo scelto fu messo ad arrostire e servì da colazione.
Dopo qualche ora di riposo il quacchero, che voleva giungere al villaggio dell’Avvoltoio Nero sul far della notte per non farsi scoprire ed agire con maggior sicurezza, comandò ai suoi amici di risalire a cavallo.
Si trovavano allora in mezzo a delle colline molto boscose, ricchissime di selvaggina. Dei cervi e dei tacchini selvatici pascolavano in piena sicurezza, senza spaventarsi troppo della presenza di quei cavalieri.
– Buon segno – disse il quacchero, a cui nulla sfuggiva.
– Perché? – chiese Randolfo.
– Se qui fossero passati degl’indiani, questa selvaggina sarebbe spaventata.
– Allora siamo ancora lontani dal villaggio.
– Attraversata questa catena di colline lo vedremo – disse Morton.
Una mezz’ora dopo, superate alcune alture boscosissime, giungevano in una vallata pure coperta da piante di alto fusto e attraversata, in tutta la sua lunghezza, da un fiume che scendeva descrivendo molti serpeggiamenti.
Morton, vedendo che tutto era tranquillo in quel luogo, si disponeva a dare il comando di arrestarsi all’ombra di quelle piante per concedere un breve riposo ai cavalli.
Aveva già fermato il suo destriero, quando si accorse che il Piccolo Pietro dava segno di essere inquieto.
– Il mio cane ha fiutato qualche orma nemica, – disse a Randolfo ed a Diego, – e non mi sembra disposto a fermarsi qui.
– Che si sia ingannato? – chiese Randolfo.
– Il mio Piccolo Pietro non si sbaglia mai – rispose Morton.
– Andremo avanti ancora?
– Io sarei d’avviso di salire quell’altura che ci sta di fronte per esplorare il terreno dall’alto. Se vi è qualche accampamento d’indiani, lo vedremo subito. Volete venire con me, Randolfo? Diego resterà a guardia dei cavalli.
– Sono pronto a seguirvi.
– Voi, Diego, nascondetevi in mezzo a quelle piante; se vedete qualche cosa, mandate un fischio.
– Non ho paura io – rispose il messicano.
Morton prese il fucile, chiamò il cane e si arrampicò sulla collina seguìto dal giovane.
Giunto sulla cima, la quale si alzava isolata e piena di piante, il quacchero s’accorse che il Piccolo Pietro aveva avuto piena ragione di essersi mostrato inquieto.
– Il mio bravo cane aveva fiutato il passaggio o la vicinanza dei nostri nemici – disse.
– Cos’hai scoperto, Morton? – chiese Randolfo.
– Vi sono delle pelli-rosse nascoste in quella valle.
– Dove sono?
– In quel piccolo vallone. Guardate là, sotto quelle piante.
Randolfo si alzò sulla punta dei piedi e vide, sotto un gruppo d’alberi, situati entro una vallata laterale e assai ristretta, cinque indiani seduti attorno ad un fuoco e che parevano parlassero con molta animazione.
– Che siano soli? – chiese Randolfo.
– Vi è qualcunaltro presso una pianta – rispose Morton.
– E che non mi pare una pelle-rossa – disse Randolfo.
– È un povero bianco.
– Lo vedi bene?
– Sì, Randolfo. È qualche scorridore di prateria che ha avuto la disgrazia di lasciarsi prendere da quei rettili.
– Cosa vogliono fare di lui? Vedo che si alzano e che si dirigono verso il prigioniero.
– Si preparano a martirizzarlo.
– E noi li lasceremo fare, Morton?
– Mi rincresce; giudicherei però un’imprudenza se noi cercassimo di sottrarlo al suo tristo destino.
– Non sono che cinque.
– E non pensate che qualcuno potrebbe sfuggire e correre al villaggio dell’Avvoltoio Nero, ad avvertire quegli abitanti della nostra presenza?
– Con Diego siamo in tre e possiamo ucciderli tutti.
– Chi risponde di ciò? Se qualcuno sfugge, vostra sorella sarebbe perduta e noi assieme a lei.
– Non importa. Io non posso assistere al martirio di quel povero uomo senza nulla tentare per salvarlo.
– Andiamo da Diego: quel bravo e coraggioso compagno deciderà.
Stavano per andarsene, quando videro i cinque indiani alzarsi e mettersi a danzare attorno al prigioniero percuotendolo colle aste delle loro lance e mandando acute grida di gioia.
Il povero uomo, irritatissimo per quel brutale trattamento, invece di restarsene tranquillo per evitare che gli succedesse qualche cosa di peggio, fece subito uso delle braccia che gli erano rimaste libere.
Appena si vide vicino un indiano gli diede un tale pugno in mezzo al petto da farlo cadere a sei passi di distanza, poi tentò di farne cadere un secondo.
Gli altri però gli furono subito addosso legandogli anche le braccia, percuotendolo brutalmente e alzando su di lui le scuri come se volessero rompergli il cranio.
Randolfo non seppe più frenarsi.
– Morton, – disse con accento risoluto, – andiamo a strapparlo a quei rettili.
– Non precipitiamo le cose.
– Ti dico che io andrò in soccorso di quel disgraziato qualunque cosa possa succedere.
– Io vi seguirò, giacché lo desiderate. Dio non permetterà che questa buona azione torni svantaggiosa a vostra sorella.
Tutti e due scesero la collina tenendosi nascosti sotto le piante e si appressarono a Diego, raccontandogli quanto avevano veduto.
Il bravo scorridore rispose con queste parole:
– Dove vi sono degli indiani da uccidere, io corro sempre. Ho da vendicare i miei amici massacrati da quei miserabili abitanti delle praterie.
– Come li assaliremo? – chiese Randolfo. – Io proporrei di dividerci e scaricare su di loro, tutti assieme, le nostre armi, poi impugnare i coltelli.
Morton lo ascoltò, poi disse:
– Mi pare che sarebbe meglio agire tutti insieme. Avviciniamoci all’accampamento senza far rumore, aspettiamo che abbiano terminato la danza, poi facciamo una buona scarica coi fucili e colle pistole. Probabilmente nessuno scapperà alla morte essendo noi tutti abilissimi nel maneggio delle armi da fuoco.
– Approvato – dissero Randolfo e Diego.
– Io vi precedo col mio cane; voi mi seguirete ad una certa distanza.
Guardarono prima le loro armi, vi cambiarono le capsule e si misero in moto.
Morton chiamò il cane e si diresse sotto gli alberi avvicinandosi ad una forra che doveva condurlo nelle vicinanze dell’accampamento indiano; Diego e Randolfo lo seguivano a venti passi di distanza, senza fare rumore, quantunque un ruscello che scorreva là presso, rumoreggiasse tanto da soffocare lo scrosciare delle foglie ed il rompersi dei rami.
Giunto nella forra, il quacchero chiamò con un segno i suoi compagni, dicendo poi a loro:
– Siamo sulla buona via.
– Si vedono? – chiese Diego.
– Non ancora.
– Come sapete dunque che ci avviciniamo all’accampamento nemico?
– Il mio cane mi ha avvertito che gl’indiani non sono lontani.
– Li sorprenderemo – disse Randolfo. – Con una buona scarica a bruciapelo cadranno tutti.
Dopo una piccola fermata, Morton si rimise in cammino, seguendo il torrentello che scorreva in fondo alla forra.
Giunto in mezzo ai cespugli che crescevano all’estremità opposta del vallone, si fermò di nuovo, nascondendosi dietro il tronco d’un albero molto grosso.
– Eccoli – disse volgendosi verso i suoi due amici.
Randolfo e Diego lo raggiunsero e si nascosero dietro di lui.
A quindici passi si vedeva l’accampamento indiano.
Le pelli-rosse, dopo d’aver ballato intorno al prigioniero e di averlo maltrattato, si erano nuovamente sedute presso il fuoco per discutere forse sul genere di morte che dovevano applicare a quel povero uomo.
Randolfo, che voleva sapere per chi esponeva la propria vita e quella dei compagni, aveva aperto i cespugli per vedere il prigioniero.
Voltando a lui il dorso, non poteva guardarlo in volto. Vide che era un uomo robusto, di statura elevata.
Era stato ancora legato all’albero e presso di lui vegliava un indiano armato d’una scure.
Gli altri quattro invece discutevano con molta animazione indicandosi il prigioniero e facendo atti di minaccia.
Morton si volse verso i compagni per consigliarsi un’ultima volta, prima di dare battaglia.
– Uccidiamo innanzi tutto quello che veglia sul prigioniero – disse. – Se lo lasciamo ultimo, ucciderà con un colpo della sua scure quel povero uomo.
– M’incarico io di lui – disse Diego. – Sarà il primo a cadere.
– Noi faremo fuoco sugli altri, così non ne rimarranno che due – disse Morton. – Ci riuscirà facile a vincerli.
«Vi raccomando di non lasciarli fuggire o noi non potremo più avvicinarci al villaggio dell’Avvoltoio Nero.»
– Lotteremo da forti – rispose Randolfo.
– Siete pronti?
– Sì – risposero il giovane e Diego puntando i fucili.
– Ebbene, mandiamo le nostre palle nelle teste di quei rettili. Fuoco!
Tre colpi di fucile partirono. Due indiani caddero a terra, fra cui quello che vegliava sul prigioniero.
La terza palla era andata perduta, avendo le pelli-rosse fatto in quel momento atto di alzarsi.
Il fumo azzurro delle fucilate coperse per un momento i tre uomini bianchi, salvandoli dai colpi dei loro avversari.
Questi erano saltati in piedi prendendo le loro armi. Vedendo il fumo, scaricarono da quella parte i loro fucili senza aspettare che i nemici si mostrassero, poi levarono le loro asce da combattimento, gettandosi in mezzo alle piante.
– Attacchiamoli! – gridò Morton, tentando di raccogliere i due fucili dei due indiani uccisi e che erano ancora carichi.
Uno dei tre indiani, più pronto, ne raccolse uno e lo puntò sul petto di Morton, sogghignando ferocemente. Un momento ancora ed il quacchero sarebbe caduto col cuore trapassato.
Il prigioniero però non era rimasto inoperoso. Accorgendosi che stavano per salvarlo, con pochi colpi aveva spezzato le corde e si era scagliato sull’indiano che stava per fucilare il quacchero.
Con un pugno tremendo lo rovesciò al suolo, poi si volse verso gli altri per aiutare i suoi salvatori.
L’uomo che era caduto, con un balzo si era raddrizzato sbarrandogli la via.
Fra il prigioniero ed il suo avversario s’impegnò una lotta disperata. Si mordevano, si graffiavano, si gettavano a terra, tentando di strangolarsi vicendevolmente.
Morton che si trovava in quel momento senza nemici di fronte, si slanciò in soccorso del prigioniero. Il tempo gli mancò. I due avversari, che erano rotolati fino al margine estremo della forra, erano caduti nel fiume che serpeggiava sotto di loro.
Il quacchero cercò di scendere verso il fiume per cercare di raccogliere o di aiutare il povero prigioniero. Non vedendo tornare a galla nessuno e udendo Randolfo e Diego gridare risalì la riva e impugnata la scure si precipitò verso il luogo della pugna.

Un altro indiano era comparso in aiuto dei compagni pericolanti; doveva essere il capo della piccola banda essendo più degli altri piumato e di statura più imponente. Vedendo il quacchero l’assaltò colla scure, minacciando di spaccargli la testa con un colpo solo.
– Anche tu sei qui! – gridò Morton.
– Io ucciderò l’uomo bianco! – rispose il guerriero.
– Vediamo! A te, prendi!
Le due armi s’incontrarono con un fragore terribile e andarono tutte e due in pezzi.
Morton serrò il suo nemico fra le robuste braccia e con una scrollata irresistibile lo gettò a terra mettendogli un ginocchio sul petto e prendendolo per la gola.
– Muori, miserabile, come tutti quelli della tua razza! – gridò il quacchero.
Quando Morton si rialzò, il suo avversario era già morto. Il coltello del quacchero gli aveva passato il cuore.
Primo pensiero di Morton fu quello di cercare Randolfo che aveva prima veduto alle prese con uno dei due ultimi indiani.
Lo trovò che si dibatteva al suolo, cercando di precipitare nel fiume il suo nemico.
Questi lo aveva assalito a colpi di scure; essendo poi scivolato e caduto, Randolfo gli s’era gettato addosso.
La lotta però non era facile, essendo anche gl’indiani molto robusti e molto agili. Anzi questo era riuscito a mettere sotto di sé il nemico.
Morton giungeva quindi in un buon momento.
– Ecco l’aiuto, Randolfo – gridò.
Aveva raccolto da terra una scure sfuggita alle pelli-rosse. Bastò un colpo solo per mettere fuori di combattimento e per sempre, l’indiano.
Mentre avveniva questo combattimento, Diego lottava a colpi di coltello contro l’ultimo superstite.
Entrambi avevano abbandonato i fucili ormai scarichi e lasciate le scuri che si erano spezzate. Diego incalzando vivamente l’avversario, l’aveva già costretto a indietreggiare fino su di una roccia che dominava il corso d’acqua.
Giunto colà l’indiano, sentendo dietro di sé il vuoto, aveva opposto una fiera resistenza.
Diego allora aveva afferrato un grosso macigno che si trovava a portata delle sue mani e glielo aveva scagliato contro a tutta forza, rompendogli la testa.
Mentre quel disgraziato, accecato dal sangue, aveva abbandonato l’arma che lo aveva fino allora difeso, una parte della roccia si era staccata, scivolando nel fiume assieme a lui.
– Diego! – gridò in quel momento Morton che era accorso, udendo quel tonfo.
– Presto, un fucile! – gridò lo scorridore.
L’indiano, sebbene gravemente ferito era ricomparso a galla mettendosi a nuotare verso la riva opposta. Se vi riusciva poteva essere la perdita di tutti gli uomini bianchi e costare anche la vita a Mary.
– Uccidiamolo o andrà ad avvertire l’Avvoltoio Nero della nostra presenza! – gridò Randolfo che era pure accorso.
Morton si guardò intorno e visto a terra uno dei due fucili delle sentinelle, lo raccolse. L’arma era ancora carica.
– A me – disse Diego. – Non manco mai ai miei colpi!
Pochi istanti dopo l’indiano colava a fondo con una palla nel cranio.
– Ed il prigioniero? – chiese Randolfo. – Dov’è fuggito?
– L’ho veduto rotolare nel fiume assieme ad un indiano – rispose Morton.
– Che sia stato ucciso? Mi rincrescerebbe di non vederlo più tornare.
– Andiamo a vedere – disse Morton. – Io so dove sono caduti.
Tornarono verso l’accampamento e si diressero verso la riva, gridando a voce piena:
– Amico! Amico!
Un momento dopo udirono una voce a rispondere:
– Vengo, signor Randolfo!
– Randolfo! – esclamarono Morton e Diego guardando con sorpresa il giovane uomo. – Il prigioniero vi conosce.
– Chi siete voi? – gridò il fratello di Mary.
– Aspettate un momento.
Un uomo si era levato fra le piante acquatiche della riva. Era però così lordo di fango, da non potersi riconoscere.
– Per la mia morte! – gridò quel disgraziato. – Non so come abbia fatto ad annegarlo!
– È morto il vostro nemico? – chiese il quacchero.
– Sì, Morton.
– Conosce anche voi? – esclamò Diego.
– Chi siete? Parlate una buona volta! – gridò Randolfo.
– Io sono… Ralph, l’Alligatore del Lago salato – rispose il prigioniero. – Aspettate che mi lavi dal fango che mi copre e vedrete che io sono veramente l’amico Ralph.

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