Nella prateria

Quando l’emigrante ebbe terminato il suo racconto, l’alba cominciava a spuntare.
Essendovi da temere un improvviso ritorno degl’indiani, Ralph consigliò i suoi compagni di rimettersi subito in marcia per gettarsi nei grandi boschi che correvano parallelamente al Rio Pecos.
Aiutarono il mormone a montare su uno dei cavalli, ricaricarono i fucili e si rimisero in via guidati dall’Alligatore del Lago salato il quale giurava su tutti i toni di respingere da solo tutti gl’indiani che si fossero presentati dinanzi a lui.
Le tenebre si diradavano rapidamente ed il sole cominciava a far capolino al di sopra degli alberi altissimi, illuminando la foresta.
Ralph, dopo di essersi orientato coll’astro diurno, prese un piccolo sentiero che si apriva in mezzo alle folte piante e che doveva condurre ad un altro guado da lui solo conosciuto.
Dopo una mezz’ora il piccolo drappello giungeva felicemente dinanzi ad un fiume che doveva essere un affluente del Rio Pecos.
Ralph stava per scendere la riva quando si arrestò mandando un grido di terrore.
Dai cespugli vicini erano improvvisamente usciti numerosi indiani.
– Prendete le armi! – gridò.
Non poté dire di più. I selvaggi mandarono il loro grido di guerra e si gettarono con grande rapidità addosso ai viaggiatori, sparando le loro armi.
Quattro indiani si avventarono contro Ralph gridando:
– Noi teniamo il ladro di cavalli, l’Alligatore del Lago salato. Tu non sfuggirai più, cane selvaggio!…
– Per la mia morte! – gridò Ralph, alzando il fucile. – Voi non avrete vivo l’Alligatore del Lago salato.
E scaricata la sua carabina sugli assalitori, spronò il cavallo, facendolo saltare in mezzo ai cespugli.
Gl’indiani, sorpresi, non ebbero il tempo di trattenerlo. Quando vollero prendere l’offensiva, l’Alligatore del Lago salato era già lontano.
Mentre ciò avveniva, il negro Tom ed il mormone, colpiti dalle palle delle pelli-rosse cadevano al suolo sanguinanti.
Randolfo, vedendoli a terra, si era gettato contro gli assalitori i quali stavano per impadronirsi di Telie e di Mary. Scaricò contro di loro la carabina, quindi le pistole, gridando nel medesimo tempo alle due ragazze di mettere i cavalli al galoppo.
Le pelli-rosse, sorprese dalla rapidità dell’attacco e spaventate per la morte di tre dei loro compagni, si sbandarono un po’.
Randolfo approfittò subito di quella momentanea inazione e si cacciò pure nella foresta, dietro alle due ragazze.
Gl’indiani si erano radunati subito e vedendo i nemici a fuggire, si precipitarono sulle loro orme; però alcuni colpi di fucile li costrinsero a diventare più guardinghi.
L’uomo che aveva fatto quelle scariche era Ralph, l’Alligatore del Lago salato.
Invece di allontanarsi subito dal luogo del combattimento, s’era nascosto nella selva, avendo giurato di non abbandonare nel pericolo le due ragazze. Vedendo passare Randolfo al galoppo, lo raggiunse gridando:
– Per la mia morte! Ancora una volta le abbiamo suonate a quei selvaggi! Spronate, signor Randolfo! Lasceremo indietro quei serpenti.
– Non essere così lieto, Ralph – rispose il giovane uomo con voce triste. – Il mio vecchio Tom ed il mormone sono rimasti nelle mani di quelle pantere.
– Sono già stati scalpati. Cosa volete? Così va la guerra.
– Dove andremo ora?
– Fuggiamo nella prateria – rispose l’Alligatore del Lago salato. – Dobbiamo cercare di allontanarci più che potremo.
– E perché non torneremo al forte?
– Ormai deve essere circondato dagl’indiani. Tutte le tribù dei comanci sono discese al sud.
– Cosa faremo nella prateria, se non abbiamo viveri?
– Vi sono cervi, bisonti e anche orsi. Ne snideremo qualcuno. Spronate, capitano.
Raggiunsero le due ragazze le quali erano pure assai rattristate per la disgraziata fine dei loro compagni e le incitarono a frustare i cavalli onde guadagnare più via.
Erano allora usciti dalla foresta e dinanzi a loro si estendeva la grande prateria, ricca di altissime erbe e di fiori. Qualche albero isolato si vedeva pure sorgere in lontananza.
Per quattro ore continue il drappello continuò a galoppare, allontanandosi sempre dal Rio Pecos, poi non vedendo apparire più alcun indiano, si fermò sulle rive d’un fiumicello dal corso molto rapido.
Avendo tutti fame, Ralph si offrì di recarsi a caccia per procurarsi qualche cervo o qualche tacchino selvatico.
Mentre l’Alligatore si allontanava, le due ragazze, raccolta un po’ di legna secca, avevano acceso il fuoco per prepararsi un po’ di thè, avendone ancora una piccola provvista.
Una mezz’ora dopo, mentre stavano bevendo quella buona infusione, si udì in lontananza un colpo di fucile.
Randolfo e le due ragazze supposero che fosse stato l’Alligatore del Lago salato e perciò non s’inquietarono, anzi se ne rallegrarono credendo che avesse già ucciso qualche animale.
Passarono però due ore ancora, senza che il ladro di cavalli facesse ritorno.
Randolfo che cominciava a essere inquieto, stava per prendere il fucile per andare in cerca del compagno, quando lo vide giungere. In quale miserando stato era però ridotto il fiero Alligatore!…
Aveva le vesti inzuppate d’acqua fangosa, i capelli appiccicati alle gote, la giacca a brandelli e non aveva nemmeno più il cappello.
– Cosa avete fatto? – gli chiese Randolfo che non aveva potuto trattenere le risa, vedendolo in quello stato deplorevole.
– Al povero Alligatore è toccata un’avventura che non se la sarebbe mai aspettata. Sono vivo per miracolo.
– Raccontate – disse Mary. – Avete incontrato degli altri indiani?…
– Niente indiani.
– Qualche orso? – chiese Randolfo.
– Lo avrei preferito a quel furiosissimo bisonte.
– Avete lottato contro un bisonte?…
– Sì, signor Randolfo. Ero appena entrato in mezzo ad un gruppo d’alberi, quando scorsi sdraiati alcuni grossi animali. Appena mi videro, un bisonte d’aspetto terribile, grosso quanto non me l’ero mai immaginato, si levò scagliandosi su di me. Voi sapete che i maschi talvolta diventano ferocissimi. Vedendomelo correre addosso, vi confesso che ebbi paura. Tuttavia per punto d’onore non fuggii e lo mirai nel cervello, facendo fuoco a breve distanza. La pallottola, invece di penetrar nella scatola ossea, si fermò sulla fronte dell’animale. Lo vidi arrestarsi per alcuni secondi come pietrificato. Si riebbe subito da quello sbalordimento momentaneo e cercò di tornare all’offensiva con maggior accanimento. Le sue narici erano dilatate dalla rabbia e dal dolore; la schiuma gli cadeva dalla bocca mentre scuoteva la testa in atto di minaccia e si batteva i fianchi colla coda.
«Io non avevo il tempo per ricaricare l’arma, né di riflettere su ciò che mi convenisse di fare. Per evitare di venire sventrato, mi misi a correre, affidandomi all’agilità delle mie gambe. Non osavo volgere la testa, però sentivo il furioso animale guadagnare terreno ad ogni istante su di me ed a far volare i ciottoli colle sue zampacce.
«Non era lontano da me più di dieci o dodici metri, quando il mio cappello prese il volo.
«Fu a quella sciocca avventura che dovetti la mia vita. Il bisonte, fermatosi bruscamente, si precipitò sul mio feltro e lo calpestò in tale modo da ridurlo a brani. Accorgendosi alla fine di non aver da fare con un essere animato, ricominciò a inseguirmi con crescente lena. Vi erano cento passi di distanza fra me e lui. Non occorre che vi dica che io facevo dei salti disperati per tenermi lontano; malgrado quegli sforzi, il mio avversario si avvicinava con non minor rapidità.
«Finalmente giunsi presso un corso d’acqua che era largo molto e anche profondissimo.
«Il bisonte, schiumante di rabbia, mi correva addosso con impeto sempre maggiore ed io cominciavo a essere spossato dalla fatica.
«La corrente era troppo rapida e piena di gorghi per affrontarla e potevo annegarmi. Non vi era però altro partito da prendere. O tentare la sorte o farmi sventrare.
«Raccomandatami l’anima a Dio, mi gettai risolutamente nel fiume. La corrente ed i gorghi mi cacciarono a fondo come se fossi diventato una massa di ferro, poi tornai alla superficie ed avendo scorto una radice d’albero sporgere dalla riva, mi vi aggrappai.
«Il bisonte era ancora là. Andava e veniva lungo la riva, mezzo disposto, in apparenza, a perseguitarmi anche in acqua.
«Il sangue gli colava a fiotti dalla ferita. Evidentemente aveva ricevuta una grave lesione al cervello. L’osso della fronte, spaccato dalla palla, doveva essere rientrato; pure il suo furore invece di calmarsi, non aveva fatto che raddoppiare. Stette più di un’ora presso di me, minacciandomi colle corna, poi lo vidi vacillare e quindi cadere nel fiume. Solamente allora uscii dall’acqua e qui tornai.»
– Povero Ralph – disse Mary, – che brutto quarto d’ora avete passato!
– Non un solo quarto d’ora – rispose l’Alligatore, che ormai rideva. – Sono stato due ore in quella posizione pericolosa.
– Penseremo più tardi a procurarci qualche cervo o qualche tacchino selvatico – disse Randolfo. – Le praterie sono popolate di animali.
– Vi prometto qualche arrosto prima di sera – rispose Ralph.
Si riposarono due o tre ore, poi verso le dieci il drappello si rimetteva in moto, allontanandosi sempre più dal Rio Pecos.

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