Un massacro di Mormoni

Harry Burklay – così si chiamava il ferito – aveva lasciato la frontiera del Messico venti giorni prima, guidando una carovana composta di centocinquanta persone fra uomini, donne e fanciulli, con un grande seguito di furgoni tirati per la maggior parte da cavalli.
La sua intenzione era di attraversare il Texas per giungere poi nell’Uthah, dove si trova il grande Lago salato, luogo di rifugio della setta dei mormoni.
Attraversato il Rio del Northe per non suscitare ostacoli da parte della popolazione che non vedevano di buon occhio quell’emigrazione che spopolava buona parte d’un borgo altra volta molto abitato, all’indomani la carovana si inoltrava nelle grandi praterie onde giungere sulle rive del Rio Pecos.
Il viaggio attraverso a quelle ricche pianure riboccanti di cervi, di daini, di bisonti e di tacchini selvatici i quali fornivano carne fresca in abbondanza, non poteva riuscire più tranquillo.
Se non che una sera, nelle vicinanze del Rio Pecos, erano stati veduti parecchi cavalieri, i quali destarono qualche apprensione nella colonna degli emigranti.
Le capigliature svolazzanti, i diademi di penne, le loro lunghe lance, erano cose sufficenti per far capire a quei poveri emigranti che avevano da fare con una banda di pelli-rosse.
Sapendo che in quei dintorni si trovano delle tribù di guerrieri comanci, Burklay che premevagli conservare la propria capigliatura e non mettere in pericolo la carovana, tenuto consiglio coi più vecchi scorridori di prateria, decise di piegare subito verso il Rio Pecos, per passare poi sull’altra riva.
Presa la nuova via, la carovana in breve giunse sulle rive del fiume e trovato un guado lo attraversò, accampandosi sulla sponda opposta.
Disposero i carri a croce di Sant’Andrea per meglio difendersi, ed essendo a corto di viveri, mandarono sulla prateria parecchi cacciatori per rinnovare le provviste.
Erano tre giorni che cacciavano piantando pali e tendendo corde onde seccare le carni, quando la sera del quarto, un cacciatore ritornò al campo con una ferita in un braccio dovuta ad una scure indiana. Interpellato dal capo mormone, raccontò come dei comanci lo avessero inseguito e ferito, e come essi fossero in numero tale, da destare serie apprensioni circa le probabilità di un attacco. Burklay, da uomo previdente, ne rese avvisati tutti quelli della carovana, onde si tenessero pronti a qualsiasi evento, e raddoppiò le sentinelle del campo. Le tenebre non tardarono a diventar fitte e in modo tale da non potersi vedere a duecento passi lontano. Fu verso la mezzanotte, che una delle sentinelle che vegliava dalla parte del Rio, credette di vedere alcune forme indecise che si muovevano sulle rive, forme che potevano essere daini ma anche uomini.
Egli stava per chiedere alla sentinella che lo fiancheggiava cento passi lontano, se nulla potesse distinguere, quando una scure indiana, scagliata da una mano sicura e vigorosa, lo colpì in testa, spaccandogli il cranio. Ebbe appena il tempo di dare l’all’armi che un indiano gli fu sopra strappandogli la capigliatura. Al grido d’all’erta, tutti gli uomini del campo in un batter d’occhio furono in armi, barricandosi sui furgoni.
Burklay, che non si smarriva, fece raddoppiar i difensori all’estremità della croce e ordinò alle sentinelle di ripiegarsi in fretta sul campo, concentrando nel medesimo tempo le donne e i fanciulli sui punti meno esposti. Prese queste precauzioni, armate le carabine e preparate le scuri, ognuno attese trepidante l’attacco delle pelli-rosse. Non andò molto che si udirono i cani del campo a latrare furiosamente, e poco dopo si videro numerosi indiani i quali passato il fiume, col favore delle tenebre, muovevano a cavallo e in doppia fila verso l’accampamento, colle lunghe lance in resta.
Non vi era più dubbio; ingannarsi sulle loro intenzioni era impossibile. Il loro numero sorpassava i duecento guerrieri. L’attitudine fiera e risoluta, e le loro mosse, davano abbastanza a conoscere come fossero decisi di fare ampia messe di capigliature.

Sapendo quindi che da parte di quegli uomini, giurati e secolari nemici dei bianchi, non vi sarebbe stata né pietà né si avrebbe avuto quartiere, i mormoni accolsero i primi venuti con un vivo fuoco di moschetteria.
Vi risposero gl’indiani colle loro urla di guerra, precipitandosi poi al galoppo e con pazzo ardire contro i carri, attaccandogli a colpi di lancia e scagliando nubi di frecce. Sgomentati dalla moschetteria che si estendeva furiosamente a dritta e a manca prendendogli fra due fuochi, si affrettarono a battere in ritirata lasciando sei o sette dei loro sul terreno.
Ma ciò non poteva essere che una finta manovra, Burklay che la sapeva lunga, ordinò ai suoi uomini di non muoversi dai loro posti e di tenersi pronti a un secondo attacco che non doveva tardare.
E infatti, furono visti gl’indiani radunarsi sulle rive del fiume come progettassero qualche piano, poi dividersi in parecchie bande e cacciarsi nelle foreste vicine.
Una di esse, la più grossa, mostrossi dinanzi ai carri rivolti all’est e galoppò intrepidamente all’assalto, incoraggiandosi con spaventevoli vociferazioni e sostenendosi con nubi di frecce. Preso terra malgrado la viva fucilata dei bianchi, riparandosi dietro i loro scudi di pelle, colla scure in mano, irruppero fra i carri inerpicandosi sulle ruote, aiutandosi gli uni cogli altri, e facendo macello dei difensori, i quali si vedevano costretti a sgombrare in furia ed a ripiegarsi sul centro.
Burklay, vedendo che i suoi cedevano, raccolse tutti quelli che rimanevano sui forgoni che si distendevano sull’ovest, e alla loro testa precipitossi, con irresistibile slancio, sul nemico. Questa manovra, anziché giovare, fu fatale pei mormoni.
Avevano appena impegnato battaglia, che dalle foreste vicine sbucarono le altre bande correndo, a briglia sciolta, alle loro spalle. Burklay cercò di guadagnare i carri e di far fronte al nuovo nemico, ma non vi riuscì. Rotti dall’urto dei cavalli, presi a colpi di lancia, sbaragliati e respinti contro i carri, in meno che non si dica furono circondati. Allora un terribile massacro cominciò fra pellirosse e pelli-bianche. Lasciate le lance ed i fucili diventati inutili, si battevano colle scuri e coi coltelli, sfracellandosi le teste e sventrandosi a vicenda, abbracciandosi, dilaniandosi coi denti, strangolandosi, calpestandosi, fuggendo e inseguendosi. Per ogni dove risuonavano bestemmie, maledizioni, urla di feriti, gemiti di moribondi, a cui facevano eco le grida delle donne, i pianti dei fanciulli e le vociferazioni e le urla di guerra degl’indiani assetati di sangue.
I bianchi, oppressi dal numero, si strinsero attorno alle loro donne che gareggiavano di coraggio colle mannaie e coi tizzoni accesi; ma non ressero all’impetuoso attacco dei comanci che cominciarono a massacrarli. Furono dispersi o fulminati sui carri. Gl’indiani, precipitatisi sulle donne, cominciarono a rapirle assieme ai fanciulli, caricandole sui cavalli.
In quel terribile frangente, Burklay non perdette la testa. Radunati attorno a sé i superstiti, cercò aprirsi il passo fra il nemico vittorioso, tentando salvare una ventina di donne, ma fu schiacciato. I suoi compagni caddero l’un dopo l’altro sotto le scuri degl’indiani, ed egli stesso, ferito ad una coscia da un colpo di scure, rotolò fra le ruote di un carro, fingendosi morto.
Il poveretto, soffrendo terribilmente, passò la notte fra ansie indescrivibili, costretto d’assistere all’orgia dei selvaggi.
All’indomani, scomparsi gl’indiani, medicatosi alla meglio la ferita, abbandonava quel luogo per tema di ricadere nelle mani di quegli spietati nemici.
Per sua disgrazia la ferita era troppo grave per lasciarlo andare lontano. Smarriti i sensi dopo alcuni chilometri, era caduto al suolo, mentre il suo cavallo, sentendosi libero, si era dato alla fuga.
Forse sarebbe morto dissanguato, senza il provvidenziale incontro con Ralph, l’Alligatore del Lago salato e poi quello di Randolfo.
Tale era la tragica istoria di quel povero emigrante, trovato in così cattivo stato fra le macchie della foresta.

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