Una strage

Quando Randolfo aprì gli occhi non si trovava più colle membra legate e nemmeno a fianco del vecchio guerriero e dei suoi compagni.
Si trovava invece coricato su di una coperta di lana, stata stesa sul margine del bosco, presso un ruscelletto di acqua cristallina.
Uno sconosciuto stava presso di lui guardandolo con un vivo interesse.
Quell’uomo era alto assai, molto magro, coi lineamenti energici, resi più fieri da una folta barba nera.
Pareva che avesse quarant’anni e che fosse, dal modo di vestire, uno scorridore od un avventuriero delle praterie.
Ai suoi piedi stava un lungo fucile e alla cintura portava due pistole ed una scure ancora lorda di sangue.
A poca distanza pascolava un bellissimo cavallo nero, bardato con una certa eleganza.
– Temevo che gl’indiani vi avessero ucciso – disse, salutando con un gesto della mano Randolfo. – L’emozione deve essere stata molto forte, mio giovane.
– Siete voi che mi avete salvato? – gli chiese Randolfo stendendogli la mano.
– Sì, mio giovane.
– Lasciate che vi ringrazi.
– Ho fatto ben poco – disse lo sconosciuto. – Io ignoravo che voi foste un uomo bianco e per poco non ammazzai voi pure.
– Avete uccisi gl’indiani per progetto?
– Per vendicare i miei amici vilmente trucidati da quelle canaglie – disse l’avventuriero, mentre una cupa tristezza si spargeva sul suo volto.
– Odiate gl’indiani?
– Molto, e quanti ne troverò li ucciderò tutti.
– Non siete voi colui che chiamano Scibellok, lo spirito dei boschi?
– Non so chi sia costui.
– E come vi trovate qui?
Lo sconosciuto scosse il capo, poi disse:
– Ve lo dirò più tardi. La mia è un’istoria tremenda.
Andò a raccogliere alcuni rami d’albero e accese un allegro fuoco, poi andò a riempire, nel vicino ruscello, una pentola che aveva levata dal suo sacco da viaggio e vi gettò dentro un bel pezzo di carne fresca, assieme ad alcune manate di fagiuoli ed alcuni navoni di prateria.
Mentre preparava la colazione, Randolfo lo aveva informato sul suo essere e gli aveva raccontato in seguito a quali avventurose circostanze era caduto nelle mani degl’indiani.
Lo scorridore lo aveva ascoltato in silenzio.
Quando il giovane ebbe finito, si volse verso di lui, dicendogli:
– Noi libereremo vostra sorella e la sua amica.
– Vi ho detto che gl’indiani sono molti.
– Non importa. Con un po’ di audacia vi riusciremo, ve lo prometto.
– Chi siete voi che non temete gl’indiani?
– Diego Camargo.
– Il vostro nome non mi dice nulla.
Lo scorridore sorrise.
– Ve lo dirò poi chi sono – disse. – Intanto pranziamo.
Stese sull’erba un mantino, vi pose sopra due scodelle di ferro, e levata dal fuoco la pentola, invitò Randolfo a prender parte alla colazione.
Terminato il pasto, lo scorridore accese una sigaretta, ne offrì una anche a Randolfo, poi sdraiatosi sulla fresca erba, disse:
– Vi racconterò ora per quale motivo ho votato un odio implacabile contro le pelli-rosse.
– Sono curioso di saperlo – disse il giovane.
– È una istoria tremenda.
– Vi ascolto, Diego.
Lo scorridore stette un momento silenzioso, guardando le nuvolette di fumo della sua sigaretta, poi disse con voce lievemente alterata:
– Due anni or sono, mentre mi trovavo nel Nuovo Messico, avevo stretto amicizia con un brav’uomo chiamato Eben Johnson.
«Essendo io stato rovinato da un grande incendio che aveva distrutto le mie proprietà, Eben mi aveva fatto la proposta di emigrare con lui e con la sua famiglia nel Texas, per rifarmi la fortuna perduta.
«Accettai e m’unii a loro.
«La carovana si componeva di Eben Johnson, sua moglie Mary, suo figlio Thomas e le sorelle Anna e Maria più un fanciullo adottato, Hippolet, che comunemente veniva chiamato Liph.
«Oltre a loro s’era unita la famiglia Willis, quella di Montangas e di Harbruk ed il vecchio Kanks.
«A tutta questa brava gente si erano uniti parecchi operai, un medico, alcuni giovanotti di Buffalo; oltre a costoro poi vi erano dei carrettieri e delle guide e in tutto eravamo sessantatré persone, comprese diciotto donne e sei fanciulli.
«La carovana bene armata e ben equipaggiata era provveduta di carriaggi tirati da buoi, e di cavalli da sella e da tiro. Scopo del viaggio era quello di giungere ad una specie di pianura, posta lungo una foresta, a sessanta miglia al sud-ovest del forte Leanvenworth, sulle rive del fiume del Northe.
«Tre mesi erano scorsi, monotoni oltre ogni dire, quando si giunse a destinazione. Esplorati i luoghi, furono trovati convenienti a stabilirvisi, e tosto furono atterrati alberi, rizzati piuoli e fabbricate abitazioni per le varie famiglie. Contro ogni regola di prudenza però, giacché in quei paesi si è esposti ad ogni sorta di sorprese, le case non furono erette l’una vicina all’altra. Ogni gruppo aveva creduto di dover costruirsi la propria abitazione a suo comodo, sicché esse si trovavano alla distanza di un miglio l’una dall’altra. Tutte però erano circondate da palizzate per difenderle dagli assalti delle pelli-rosse.
«Erano trascorsi così quasi due anni e tutto procedeva a meraviglia.
«Le nostre terre erano perfettamente coltivate; non lungi da noi, a quaranta miglia di distanza, si innalzava un villaggio notevole e popolato da emigranti, col quale facevamo frequenti scambi.
«Eben Johnson riceveva ogni giorno le felicitazioni dei suoi amici vicini per la scelta che aveva fatta della sua residenza situata al confluente del Rio del Northe col Canadian, giacché le pelli-rosse vi portavano con piacere, nei loro canotti, tutta la selvaggina che potevano procurarsi.
«Questa vita tranquilla fu turbata dalla notizia che erano stati veduti degli indiani chiamati arapa-hoe a girare nelle vicinanze, quantunque fossero amici degli apachi nostri alleati.
«Liph, che sapeva acquistarsi l’affetto di tutti, si recava frequentemente dal nostro vicino Kanks per farvi la corte alla bellissima Ameida, figlia di questi, e della quale era innamorato alla follia. Quella passione lo tratteneva spesso tardi fuor di casa, ed una sera, quantunque fosse buio pesto, lasciò me e la famiglia Johnson per recarsi a trovare la sua diletta.
«Noi eravamo seduti attorno ad un buon fuoco, mentre Anna e Maria erano salite al primo piano per riposare. A questo piano si giungeva col mezzo di una scala a mano, e quantunque mistress Johnson avesse supplicato suo marito di fabbricarle una scala come ne hanno tutte le persone per bene, questi si era ostinato a lasciare le cose nello stato primitivo, senza dare alcuna ragione plausibile della sua ostinazione.
«Ad un tratto, Nero, un bel cane di guardia, si alzò e si diede ad abbaiare fortemente, poi corse verso la porta e continuò a ringhiare.
«Come già dissi, un’alta palizzata circondava la nostra abitazione, e la barriera non era mai chiusa finché Liph non rientrava.
«Mentre prestavamo orecchio ai rumori, udimmo ad un tratto aprirsi la barriera ed un istante dopo qualcuno bussò alla porta.
«Era quella una cosa insolita, giacché nessuno dei nostri vicini veniva mai a trovarci di sera.
«Johnson si alzò, e malgrado le preghiere della moglie, spalancò la porta.
«Al chiarore della fiamma del nostro focolare, vedemmo un certo meticcio che i “pionieri” trattavano con una certa diffidenza, quantunque cercasse di rendersi utile in mille modi.
«Johnson fu meravigliato di vederlo giungere in quell’ora, ma il meticcio, senza porvi attenzione, gli chiese un po’ di polvere e di piombo.
«“Veramente” rispose Johnson, “non ne ho troppa neppur io, però non voglio negarvi il favore che mi domandate. Eccovi ciò che chiedete.”
«E senza pregarlo di restare più a lungo, il mio amico lo ricondusse fino alla porta della palizzata, che lasciò aperta per vederlo allontanarsi.
«Alcuni momenti dopo udì distintamente il galoppo di un cavallo che faceva risuonare il suolo disseccato della prateria. Mistress Johnson non fece attenzione a questo incidente, però quando il marito rientrò, gli dichiarò che la presenza del meticcio nulla presagiva di buono.
«Johnson lasciò errare sulle labbra un sorriso, ma quando accostò la candela al volto per continuare la lettura, m’accorsi che era pallido come un cadavere.
«Cos’era accaduto? Johnson era un uomo coraggioso: se quindi era impallidito bisogna pur dire che esistesse un pericolo reale.
«Ben presto mistress Johnson si alzò per andare a coricarsi.
«Verso le nove ore, la porta della palizzata s’aprì bruscamente e Liph entrò. Suo padre adottivo gli chiese che cosa lo rendesse cupo e meditabondo.
«“Ho veduto, uscendo dalla casa di Kanks, un uomo montato su un cavallo bianco e che si dirigeva a gran galoppo verso il bosco.”
«“Ah!” replicò Johnson. “Vi è certo qualche cosa in aria, giacché il meticcio che è venuto a girare qui attorno, circa un’ora e mezza fa, montava un cavallo nero.”
«Si volse verso di me, dicendomi:
«“Avete paura ad uscire?”
«“Io? no!” risposi.
«“Vorrei pregarvi, caro amico, di andare da Kanks per domandargli della polvere. Non ho voluto lasciar indovinare a quel mariuolo d’un sangue misto che era a corto di munizioni. Potrebbe darsi che domani mattina fossimo costretti a difenderci vigorosamente.”
«Mi disposi a partir subito.
«“Siate prudente” mormorò Johnson; “non vi nascondo che io credo esservi qui nelle vicinanze delle pelli-rosse. Tornate al più presto e fate in modo d’esser qui prima che la luna si alzi.”
«Mi lanciai fuori e giunsi all’abitazione di Kanks senza ostacolo, e dopo aver eseguita la mia commissione, me ne tornai in fretta.
«Avevo appena percorso qualche centinaio di metri, quando scorsi sei indiani della prateria, che s’inoltravano direttamente verso la nostra abitazione.
«Mi posi a correre e trovai alla palizzata lo stesso Johnson che mi attendeva e che mi fece tosto entrare. Ci affrettammo a chiudere tutti i catenacci, indi Johnson mi pregò di svegliare Liph e Tom. Fatto ciò, caricammo le armi, fucili, carabine, pistole, ed aspettammo, mentre Liph andava a montare la guardia.
«Passarono alcune ore. Suonarono le due senza che nulla accadesse; allora Johnson ci disse che credeva di essersi ingannato e gettandosi sul rustico letto, dopo pochi minuti s’addormentò, russando allegramente.
«Stavo per imitare il suo esempio, quando tutto ad un tratto Nero abbaiò con forza. Balzammo in piedi, afferrammo i fucili, prestammo attento orecchio, benché nessun rumore ci fosse dato di udire.
«Eppure Nero, col naso appoggiato alla fessura inferiore della porta, continuava a ringhiare.
«Eben Johnson e suo figlio parlarono a bassa voce, poi Liph aprì la porta e s’avanzò sul davanzale del log-cabbin, in mezzo all’oscurità. Andò verso la palizzata e, salendo con precauzione un tronco, gettò uno sguardo all’ingiro.
«Ad un tratto tornò vicino alla casa, chiamò Eben Johnson e suo fratello Thomas, e tutti tre si diressero verso la palizzata.
«Mistress Johnson e le sue figlie si erano svegliate. Alcuni momenti dopo le vidi entrare nella stanza principale, in preda alla massima ansietà.
«Allorché dissi alle tre donne che gli arapa-hoe erano nelle vicinanze, mistress Johnson e le sue figlie presero le carabine. In questo istante Eben Johnson mi chiamò.
«“Arrivano. Li vedete?” mi chiese.
«Infatti si scorgeva una dozzina di forme nere che si dirigevano dalla parte delle nostre palizzate.
«“Attenzione, figli miei, mirate bene e non fate fuoco se non quando ve lo comanderò” disse Johnson.
«Le pelli-rosse si inoltravano sempre, con prudenza, senza fare il minimo rumore.
«Aspettammo fino al momento in cui si trovarono a venti metri dalla nostra palizzata. In questo momento Johnson gridò: “Fuoco!”.
«Dobbiamo aver colpito per lo meno la metà degli assalitori, giacché non ne vedemmo che sei a rialzarsi e fuggire verso il bosco.
«“Sia lodato Dio!” esclamò Johnson. “Eccoci liberati da questi malandrini.
«“Non si aspettavano certo una simile accoglienza; noi però, affrettiamoci a ricaricare le carabine.
«“Quanto a voi, amico Diego, andate a guardare dall’altra parte dell’abitazione per assicurarvi che non ritornino da quel lato.”
«Feci quanto mi comandava il mio vecchio amico, e ben me ne venne, giacché scopersi una ventina d’indiani i quali si dirigevano direttamente verso la palizzata, seguìti a poca distanza da molti altri che portavano dei rami accesi.
«Avvertii tosto Eben.
«“Seguitemi, se vi è cara la vita!” gridò.
«Tutti ci precipitammo verso il log-cabbin e chiudemmo solidamente le porte barricandole con sedie, tavoli e con letti.
«“Ed ora, saliamo al primo piano!” gridò.
«E per ultimo anche lui vi ascese portando i fucili, le asce, le fiaschette della polvere ed i sacchi delle palle.
«“Aprite le finestre” comandò, mentre tirava a sé la scala.
«Chiudemmo la botola, quindi gettammo presso le finestre i materassi per ripararci alla meglio dai colpi dei nemici e molti sacchi di farina e di grano, formando delle barricate.
«Non tardammo ad accorgerci della saviezza di quelle disposizioni, giacché gli arapa-hoe avevano ormai oltrepassata la palizzata, circondando dappertutto la casa.
«Una terribile scarica spezzò tutti i vetri; capimmo che quei miserabili volevano la lotta fino all’ultimo.
«Si erano immaginati che ci trovassimo a pianterreno, ma allorché, dopo spezzata la porta videro che nessuno vi era, gettarono urli di rabbia.
«Comprendemmo presto la sorte riservataci da quei rettili. Era ben peggiore di quella che ci avrebbero dato i proiettili di quei nemici senza pietà.
«Una nuova scarica fu fatta contro di noi. Johnson che non voleva sprecare le munizioni, ci aveva intimato di sdraiarci al suolo e di non rispondere.
«Un istante dopo egli si alzava e difendendosi con un materasso guardò al di fuori.
«“Gran Dio!” esclamò ad un tratto. “La casa di Kanks è in fiamme!”
«Liph a quelle parole si alzò, pronto a gettarsi dalla finestra. Johnson fu però pronto a trattenerlo.
«Frattanto udimmo uno scricchiolìo sotto i nostri piedi, quindi ci trovammo avvolti in una nube di fumo.
«Quei miserabili indiani avevano incendiata la casa.
«Cosa avvenne poi? Io veramente non lo so, poiché mentre le fiamme investivano la casa, ero caduto quasi asfissiato, perdendo ogni conoscenza.
«Quando tornai in me, mi trovavo fra braccia amiche.
«I coloni, avendo avuto sentore di ciò che avevano tramato le pelli-rosse, si erano prontamente radunati ed erano accorsi per salvarci.
«Quell’aiuto era però giunto troppo tardi. Tutti i miei amici, comprese le ragazze e la moglie di Johnson, erano morti fra le fiamme.
«Io stesso ero stato tolto dal fuoco in uno stato disperato.
«Guarii dopo due mesi di sofferenze inaudite, e appena mi sentii in grado di montare a cavallo mi avventurai nella prateria. Avevo giurato di vendicare quei poveri amici ed ho mantenuto il giuramento.
«Sono sei mesi che scorrazzo la prateria e molti indiani hanno pagato colla vita la crudeltà dei loro fratelli e continuerò finché avrò la forza di armare un fucile.
«Ecco la mia istoria.»
– È tremendo, Diego – disse Randolfo che era commosso. – E dove andavate ora?
– Avevo saputo che i comanci avevano abbandonato i loro accampamenti per fare strage di uomini bianchi, e sono disceso anch’io verso il sud per continuare le mie vendette. L’avete veduto questa notte se io ho risparmiato quei rettili.
– E mi abbandonerete ora per continuare le vostre vendette?
– No, Randolfo – rispose lo scorridore. – Giacché vi ho trovato, vi condurrò con me e cercheremo di salvare vostra sorella.
– Quando partiremo?
– Al tramonto del sole, non essendo prudente attraversare di giorno le praterie. Abbiamo i cavalli degl’indiani. Sceglierete il migliore e scenderemo verso il Rio Pecos. Volete ora un consiglio? Cercate di dormire finché io vado a battere il bosco per procurarci una buona cena.
Ciò detto lo scorridore prese il suo fucile, accese una seconda sigaretta e s’avviò verso il bosco, facendo cenno a Randolfo di non muoversi.

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