L’abbordaggio della galera

Il grido del rinnegato greco aveva spento di colpo l’entusiasmo sollevato fra l’equipaggio dalla improvvisa comparsa della bellissima capitana.
— Altro che secchia d’acqua gelata! — aveva esclamato papà Stake, digrignando i denti gialli. — Questo è un colpo di bombarda!
Il visconte era diventato pallido ed aveva lanciato sulla duchessa, che si era pure fatta smorta in viso, uno sguardo angoscioso.
— Tre vele! — aveva poscia gridato, volgendosi verso Nikola, che si riparava gli occhi con ambo le mani. — Non v’ingannereste voi?
— No, signor visconte — riprese il greco, — Ho troppo buoni occhi per non distinguere una galera da uno sciabecco o da una gagliotta. Ha virato in questo momento al largo della punta d’Hussif e giurerei che corre su di noi.
— Corpo… d’un’àncora spezzata, — brontolò papà Stake, la cui fronte si era abbuiata. — Che quella dannata turca si sia finalmente accorta che noi non avevamo nulla da fare con quel briccone di Maometto? Vediamo un po’: ho gli occhi ancora buoni io!…
Attraversò più rapidamente che poté la tolda e salì la scala che conduceva sul cassero, seguito da Le Hussière, dalla duchessa, da Perpignano e da El-Kadur.

— Vediamo se tu hai sognato, Nikola, — disse, avanzandosi verso la murata poppiera. — Mi sembra impossibile che quei cani di mussulmani ci siano già alle costole.
Che naso hanno adunque costoro per fiutare i cristiani a così grande distanza?
Sarebbero per caso dei cani eccellenti per cercare i tartufi?

Sempre brontolando, come già era suo costume, s’avvicinò al greco che teneva tesa la destra verso il settentrione.
— Dove sono quelle vele? — chiese.

— Guarda, — rispose il greco laconicamente.

— Ventre d’un pescecane! — esclamò il vecchio marinaio. — Pare impossibile! Tre vele! Non può essere che una galera.
— Veneziana o turca? — chiese il visconte, con apprensione.

— Non ho delle lenti dinanzi agli occhi, signor visconte, — rispose il vecchio. — E poi, anche con uno di quei tubi non potrei certo discernere la bandiera che sventola sulla cima della maestra ad una così grande distanza.
— Non credi che sia veneziana? — chiese la duchessa.

— Uh! — fece il mastro, crollando la testa. — Che cosa potrebbe venire a fare qui una galera della Serenissima, ora che Cipro è tutta in mano ai turchi?
— Allora è turca?

— È più probabile, signora.

— E ci lasceremo raggiungere ed affondare? — chiese il visconte.

— Non ci rimarrebbe che di gettarsi alla costa, — disse Nikola Stradioto, avanzandosi. — Disgraziatamente la brezza è cessata.
— Mentre la costa è lontana, — disse papà Stake. — Per superare le quindici miglia che ci separano, con questa calma, ci vorrebbero almeno otto ore.
— Decidete, mastro, — disse Le Hussière. — Perchè quella nave trova vento?
— Naviga al largo, signore, al di fuori dei promontori. Dalla tinta oscura dell’acqua mi pare che laggiù il venticello non sia cessato.
— Gettiamoci anche noi verso ponente.

— Ci allontaneremo dalle spiagge.

— Abbiamo colubrine ed archibugi e siamo in buon numero e risoluti, a quanto mi sembra.
— Pronti a morire piuttosto che tornare schiavi, — disse Nikola. —
Disponete interamente dei miei uomini, signore.

— Che cosa ne dite, Eleonora? — chiese il visconte. — Capitan
Tempesta può dare un prezioso consiglio.

— Al largo, papà Stake, — rispose la duchessa. — Noi non sappiamo ancora se quella nave sia amica o nemica e se vedremo di aver dinanzi dei mussulmani torneremo alla costa. Vi pare, papà Stake?
— Vivaddio! — esclamò il mastro. — L’ho sempre detto io che voi meritereste d’essere nominata grande ammiraglio!
Un marinaio navigato non avrebbe parlato meglio di voi, signora.

Allentate le scotte, giovanotti, e viriamo un po’ a ponente. La brezza soffia laggiù e la gagliotta non è una tartaruga di palude.
Non ci hanno già raggiunti e poi abbiamo cannoni e palle da regalare. Alla manovra, e tutte le armi da fuoco e bianche in coperta!

Mentre alcuni rinnegati, sotto la condotta di Perpignano, che come abbiamo detto se ne intendeva di artiglierie, caricavano dapprima e mettevano in batteria le quattro colubrine onde essere pronti a salutare con una bordata i nemici, altri si slanciavano alle manovre onde spingere la gagliotta nella zona battuta dalla brezza.
Non era impresa facile, trovandosi il veliero troppo sotto la costa, che era difesa dai venti da una serie di promontori altissimi, tuttavia un po’ colle vele e molto coi remi, dopo una mezz’ora riuscirono ad allontanarla e spingerla verso il largo, tanto da poter approfittare un po’ di quella brezza, quantunque soffiasse molto leggermente ed anche assai irregolarmente.
Il visconte e la duchessa intanto avevano seguito ansiosamente cogli sguardi la rotta della galera, la quale essendo molto più lontana dai promontorî, poteva maggiormente approfittare di quel venticello.
Non era più possibile ingannarsi sulla via che seguiva quel grosso veliero. La sua prora era puntata diritta sulla gagliotta e faceva forza di vele per raggiungerla.
Essendo ancora molto lontana, non si poteva sapere se fosse veneziana o turca; era però più probabile che portasse sulla cima dell’albero maestro la bandiera verde del Profeta colla mezzaluna, piuttosto che quella della Serenissima col Leone di San Marco.

— Che ci raggiunga? — aveva chiesto la duchessa al visconte, la cui fronte si oscurava.
— Lo temo, — rispose Gastone.

— Potremo resistere noi ad un abbordaggio?

— Una gagliotta non può reggere contro una galera.

— Sicchè verremo catturati, — disse Eleonora con angoscia.

— Non ci hanno ancora raggiunti. Quel papà Stake mi sembra un bravo marinaio e non si lascerà facilmente prendere.
In quell’istante udirono dietro di loro una voce dire:

— Signora: avete dimenticato che ho ricevuto l’ordine dal mio padrone di vegliare su di voi?
La duchessa si era voltata vivamente. Ben-Tael, lo schiavo del Leone di
Damasco, le stava dinanzi.

— Che cosa vuoi? — chiese la duchessa.

— Il mio padrone mi ha detto che, nel caso che voi, signora, vi foste trovata in pericolo, andassi subito ad avvertirlo e mi sembra che il pericolo ci sia in questo momento.
— Credi anche tu che quella nave sia mussulmana?

— Sono salito poco fa fino sulle crocette del maestro e sono ormai convinto che al di sopra di quelle vele sventoli la bandiera del Profeta. Anche lo scafo, troppo alto, non è simile a quello delle galere della Repubblica.
— E che cosa vorresti fare?

— Chiedervi il permesso di raggiungere la costa e di recarmi dal mio padrone, prima che io venga fatto prigioniero assieme a voi.
— Siamo lontani sette od otto miglia. Lo schiavo ebbe un sorriso.

— Ben-Tael è un nuotatore che ha ben pochi rivali, — disse poi — e che non ha paura degli squali.
— Noi però non siamo ancora certi di venire raggiunti da quella galera,
— disse la duchessa. — Guarda: la nostra gagliotta fila benissimo in questo momento.
— È vero, signora, tuttavia è meglio prendere delle precauzioni. La duchessa interrogò collo sguardo il visconte.

— Possiamo contare sulla protezione del Leone di Damasco? — chiese
Gastone.

— Lo credo fermamente, — rispose Eleonora. — Egli si è dimostrato troppo riconoscente di avergli io risparmiata la vita.
— Allora se vuoi, va’ pure, — disse Le Hussière, volgendosi verso lo schiavo. — Se noi vedremo di non poter sfuggire alla galera ci getteremo alla costa ed in qualche luogo potrai trovarci.
— Verso quella di Suda, — aggiunse la duchessa. — È quella la nostra rada di rifugio, tu lo sai.
— Sì, signora. Vi aspetterò colà, — rispose lo schiavo.

Si strinse la fascia che gli girava intorno ai fianchi, si assicurò bene il jatagan, lasciò cadere il mantellone, rimanendo quasi nudo, poi d’un salto varcò la murata scomparendo sott’acqua.

— Per centomila squali! Un uomo in mare! — urlò papà Stake. — Vira sul posto!
— Lascia andare, papà Stake, — disse la duchessa. — È lo schiavo di
Muley-el-Kadel che se ne va.

— Ha paura, quel gaglioffo, dei suoi compatrioti? Appena torna a galla lo prendo a colpi d’archibugio.
— Se ne va col mio permesso: non occuparti di lui. E la galera?

— Che l’inferno la danni e che quel cane di Maometto crepi di colèra! — gridò il vecchio marinaio che pareva furioso. — Si direbbe che quella nave ha una riserva di vento nella sua stiva.
— Guadagna? — domandò Le Hussière.

— Sì, signor visconte. La brezza soffia più forte laggiù che qui, a quanto mi pare.
— Turco! Turco! — gridò in quel momento una voce che scendeva dalla coffa dell’albero maestro.
— San Marco ed il suo leone ci proteggano, — disse papà Stake, gettandosi via, con un pugno, il berretto. — Già ne avevo la certezza anche prima.
— Che cosa farete, mastro? — chiese il visconte.

— Stringiamo verso la costa e cerchiamo di raggiungere la rada di Suda,
— rispose il marinaio.

— È tutto quello che possiamo tentare, — disse Nikola Stradioto, che si era in quel momento accostato. — Dubito però che la galera ci conceda il tempo necessario per arrivarci.

— Cammina molto più rapidamente di noi e fra dieci minuti saremo sotto il suo fuoco.
— Lascia le scotte e pronti a virare, — comandò papà Stake, volgendosi verso i greci. — Cambia i fiocchi!
La gagliotta che prima s’avanzava verso ponente, tornò a levante.

Disgraziatamente il vento era sempre debolissimo sotto la costa e non molto favorevole. La galera invece, che veleggiava al largo, nella zona battuta dalla brezza, guadagnava sempre.
In meno di dieci minuti si trovò quasi all’altezza della gagliotta e sparò la sua prima cannonata a sola polvere, invitando i fuggiaschi a fermarsi ed a mostrare la loro bandiera.
— Eccoci fritti! — esclamò papà Stake, strappandosi un ciuffo di capelli. Prima di tre quarti d’ora, con questa calma dannata, non potremo toccare la spiaggia. Signor visconte, signora e voi tutti, prepariamoci alla resistenza.
— Eleonora, nella batteria col signor Perpignano, — disse Gastone. —
Là sarai meglio al riparo che qui.

— E voi? — chiese la duchessa, guardandolo con angoscia.

— Il mio posto è in coperta con Nikola, El-Kadur e papà Stake. Per ora i turchi non verranno all’abbordaggio, quindi la vostra formidabile spada non è necessaria.
Presto, Eleonora: si preparano a scatenarci addosso qualche bordata. Confidiamo in Dio e nel nostro valore.

Poi, vedendo che la coraggiosa donna esitava, la prese per una mano e la condusse, con dolce violenza, nella batteria, dove Perpignano, con sette rinnegati, si preparava a far tuonare le colubrine.
— Non esponetevi, Gastone, — disse la duchessa, stringendogli le mani attorno al collo. — Pensate che vi amo.
— Mi guarderò dalle palle turche rispose il visconte con un sorriso. — Siamo vecchi amici con quelle e come mi hanno risparmiato sugli spalti di Nicosia, si terranno anche ora lontane da me. Non temete, Eleonora.
— Eppure ho dei tristi presentimenti.

— Tutti, anche i più valorosi, ne hanno al principiare d’un combattimento. Voi lo sapete quanto e forse meglio di me, Eleonora, che avete assistito all’assedio e alle stragi di Famagosta.
Un secondo colpo di cannone, seguito subito da uno schianto e da una bestemmia lanciata da Nikola, l’interruppe.
— Il mio posto è in coperta, — disse il visconte, separandosi bruscamente dalla duchessa. — La mia presenza è necessaria.
— Andate, mio valoroso.

Gastone Le Hussière, sfoderò la spada e salì rapidamente la scaletta, mentre Perpignano gridava ai rinnegati:
— Pronti per la bordata!

Quando Le Hussière giunse in coperta, la galera non era che a ottocento passi e si sforzava di tagliare la via alla gagliotta, veleggiando parallelamente alla costa.

Avendo l’alberatura molto più alta, i suoi contropappafichi ricevevano ancora vento sufficiente per sospingere la nave, sorpassando le piccole alture dei promontori, mentre la povera gagliotta non riceveva che qualche rado soffio.
La prima cannonata dei mussulmani, dopo quella in bianco, non era andata perduta. La palla, ben diretta, aveva smussata l’estremità del pennone della vela latina di trinchetto, la quale, cadendo in coperta, per poco non aveva accoppato o per lo meno ferito gravemente il greco.
Dopo quel primo messaggero di ferro, la galera si era messa attraverso il vento mostrando i suoi dieci sabordi di babordo, dai quali uscivano le gole nere di altrettante colubrine.
Era la mussulmana una grossa nave, dal castello di prora altissimo e col largo cassero più alto ancora, d’un tonnellaggio sei volte almeno superiore a quello della gagliotta, con immense vele latine al di sotto delle coffe e vele quadre al di sopra.
Un gran numero di guerrieri, colle corazze e gli elmetti, occupava i due ponti, armati di scimitarre e di picche, in attesa del momento opportuno per montare all’arrembaggio.
— Mastro, — disse il visconte, accostandosi a papà Stake che teneva il timone. — Potremo noi raggiungere la costa prima che le artiglierie turche ci colino a fondo?
— Bisognerebbe chiederlo a Maometto, signor visconte, — rispose il marinaio. — Ma è probabile che quel cane rognoso sia diventato muto e anche sordo in questo momento. Che il diavolo lo affoghi in una vasca piena di zolfo liquefatto almeno!

Un altro colpo di cannone rimbombò in quel momento sulla galera e l’alberetto del maestro, tagliato un po’ sopra la crocetta, precipitò con fracasso in coperta.
Nel medesimo istante si udì giù dalla batteria il tenente Perpignano a gridare:
— Fuoco!

Le quattro colubrine, che erano state portate tutte a tribordo, avvamparono quasi nel medesimo tempo, foracchiando le vele della galera, facendo saltare parte della murata prodiera e sfracellando non pochi archibugieri.
— Perdinci! — esclamò papà Stake. — Ecco una bordata che vale una bottiglia di Cipro, no, anzi un barile. Bevete il sangue dei vostri guerrieri, cani!
I mussulmani, non indugiarono a rispondere con tutti i loro pezzi di babordo. Dieci detonazioni rimbombarono una dietro l’altra, con un crescendo spaventevole, tempestando con palle di pietra e palle di ferro la povera gagliotta, esposta sempre al fuoco, per la scarsità del vento.
La murata di tribordo fu portata via quasi tutta d’un pezzo assieme a due greci che erano stati fulminati da due schegge di pietra; il casotto di poppa fu sconquassato e scoperchiato e parecchie palle si sprofondarono nei madieri e nei corbetti, attraversando la stiva da parte a parte.
— Questo si chiama un uragano di fuoco, — disse papà Stake, che era sfuggito miracolosamente a quella spaventevole bordata. — Un altro come questo e spazzerà via anche noi.

Il visconte si era precipitato verso il boccaporto che metteva nella batteria chiedendo ad alta voce:
— Nessun ferito?

— No, — rispose Perpignano. — Fuoco, ragazzi!

Le sue ultime parole furono coperte dal rimbombo delle quattro colubrine.
La galera, che si era nuovamente accostata, si prese una tremenda fiancata che la fece poggiare violentemente sul tribordo, mentre una delle quattro palle spezzava il cassero che era pieno d’armati, tracciando sul suo passaggio un solco sanguinoso. Urla feroci s’alzarono fra i mussulmani, seguite da furiose scariche d’archibugi.
Le Hussière, El-Kadur e gli altri che si trovavano sulla tolda, si erano pure armati di fucili e dopo essersi raccolti dietro una barricata che avevano frettolosamente formata fra l’albero di trinchetto e quello maestro, con casse, barili e cumuli di cordami, avevano a loro volta aperto il fuoco, tirando sul castello di prora e sul cassero.
Papà Stake e Nikola intanto si sforzavano di spingere la gagliotta sotto la costa, tuttavia ben presto s’avvidero che ogni manovra sarebbe riuscita inutile, poichè di gomena in gomena che guadagnavano, il vento diventava sempre più debole, ostacolato dall’altezza dei promontorî.
La galera invece guadagnava sempre, cercando di venire all’abbordaggio. Avendo un equipaggio sei o sette volte più numeroso, non poteva riuscire difficile vincere i pochi difensori della gagliotta.
Intanto i colpi di cannone e le scariche degli archibugi si succedevano con crescente fracasso. Gli artiglieri della gagliotta, sotto la direzione di

Perpignano, un puntatore meraviglioso, facevano prodigi, senza però riuscire a spuntarla sulle venti colubrine dei mussulmani.
Dopo un quarto d’ora, l’albero di trinchetto della gagliotta, spaccato un po’ sotto la coffa, rovinava in coperta con immenso fracasso, tutto ingombrando colle sue vele e coi suoi cordami e coprendo totalmente la barricata.
Il visconte si era appena sbarazzato dei cordami e stava per balzare fuori gridando: — Tutti sul ponte! — Ci abbordano! — quando una palla d’archibugio lo colpì in mezzo al petto, facendolo cadere al suolo.
— Oh! Mia Eleonora! — ebbe appena il tempo di gridare.

El-Kadur e Nikola che l’avevano veduto a stramazzare dinanzi alla barricata si erano slanciati su di lui, mentre papà Stake fuori di sè urlava:
— Hanno ferito il visconte!

Quel grido si era propagato nella batteria. Il tenente Perpignano e la duchessa, pallidi, angosciati, si erano slanciati su per la scaletta mentre i rinnegati, comprendendo che ormai era inutile prolungare la resistenza, cessavano il fuoco.
La duchessa si era gettata sul visconte.

— Mio Gastone! — aveva gridato, mentre le lagrime le sgorgavano dagli occhi.
Il signor Le Hussière, che era sorretto da El-Kadur e dal greco, le sorrise:
— Una semplice ferita, — disse. — Non spaventatevi, Eleonora. Una palla… qui… in mezzo al petto… passata forse…

Non potè più proseguire. Un tremito convulso lo prese, sbarrò gli occhi fissandoli sulla duchessa, impallidì spaventosamente, poi s’abbandonò fra le braccia di El-Kadur e di Nikola.
Eleonora aveva mandato un grido terribile, poi si era eretta verso la galera che stava già per abbordare la gagliotta, mostrando il pugno chiuso:
— Infami! — urlò. — Me lo avete ucciso!

Raccolse la spada lasciata cadere dal visconte e si scagliò su per la scala del cassero, gridando come una belva inferocita:
— A me, miei prodi! Sterminiamo quei miserabili, moriamo tutti!

El-Kadur, che aveva affidato a Nikola il signor Le Hussière, l’aveva prontamente raggiunta.

— Padrona, — le disse. — Che cosa fai? Il signor visconte non è che ferito. Perchè vai a cercare la morte, mentre può guarire?
— Ritìrati e lasciami morire!

— No: io sono incaricato di vegliare su di te, padrona. Tuo padre ti ha affidato a me. Guarda: i turchi hanno pure cessato il fuoco e Metiub ci fa cenno d’arrenderci.
— Metiub! — esclamò la duchessa. — Il capitano d’Haradja! Siamo perduti!
Poi, presa da un improvviso accasciamento, lasciò cadere la spada, e s’abbandonò su un cumulo di cordami, coprendosi il viso fra le mani. Dei sordi singhiozzi le sfuggivano dalle labbra.

La galera intanto aveva abbordata la gagliotta presso la poppa, mentre i marinai mussulmani gettavano dei grossi parabordi per attutire l’urto e lanciavano nel medesimo tempo i grappini d’arrembaggio fra le sartie e le griselle dell’albero maestro.
Metiub, che indossava una corazza scintillante e che aveva in testa un pesante morione di bronzo, colla visiera alzata, fu il primo a balzare sul cassero della gagliotta, seguito subito da una dozzina di mussulmani coperti di ferro al pari di lui e armati di lunghe pistole colle micce accese e scimitarre dalle larghe lame.
— Ben felice di rivederti, signora, — disse con voce beffarda, indirizzandosi alla duchessa, — Sei una donna ammirabile e mi piaci assai più sotto queste vesti, che con quelle che indossavi al castello. Sicchè eri la figlia del pascià di Medina e non già il figlio. Peccato per Haradja.
La duchessa, udendo quelle parole piene di sarcasmo, era balzata in piedi come una leonessa, stringendo la spada che poco prima aveva lasciata cadere.
— Miserabile! — gridò. — Ti ho ferito una volta dinanzi alla nipote di Alì
Pascià ed ora ti ucciderò.

Tieni testa a questa donna cristiana tu che ti vanti di essere la più formidabile lama dell’armata mussulmana. Pròvati con me, se l’osi!
Il turco aveva fatto rapidamente due passi indietro, strappando dalla mano d’uno dei suoi marinai una pistola.
— Hai paura e cerchi di assassinarmi con una palla! — gridò la duchessa, che pareva in preda ad una terribile esaltazione. — È colla

spada che io ti attacco. Mostra la tua cavalleria, turco! Io sono donna e tu sei uomo!
Un sordo mormorio si era alzato fra i marinai che circondavano il capitano, un mormorio che non era certo una approvazione per la condotta del luogotente di Haradja.
La bellezza e l’audacia della duchessa si era imposta anche a quei feroci discendenti del Profeta.
Un ufficiale aveva stretto il polso di Metiub, impedendogli di far fuoco sulla valorosa donna, dicendogli:
— Questa cristiana appartiene ad Haradja e tu non puoi ucciderla.

Il capitano non aveva opposto resistenza e s’era lasciato disarmare.

— A Hussif noi salderemo i nostri conti, signora, — disse, mentre un vivo rossore gli coloriva le gote. — Non è questo il momento di scambiarci dei colpi di spada o di scimitarra.
— Contro chi ha vinto il Leone di Damasco e te, — disse la duchessa.

— Una donna! esclamarono i turchi con stupore.

— Sì, io che sono una donna, ho atterrato entrambi! — gridò Eleonora. Poi gettando via la spada quasi con disprezzo, aggiunse:

— Fa di me quello che vuoi, ora.

Il turco era rimasto incerto, oscillante fra l’ammirazione profonda, immensa che gli destava quella donna ed un odio intenso per la triste figura che faceva in quel momento, dinanzi al suo equipaggio.

— Siete mia prigioniera, — disse finalmente. — Io devo condurvi al castello d’Hussif.
— Legami dunque, — rispose la duchessa con ironia.

— Non ho ricevuto quest’ordine. Vi sono delle cabine sulla mia galera.

— E dei miei compagni che cosa intendi fare?

— Penserà Haradja.

— Ed un po’ anch’io, — disse in quel momento un uomo vestito da capitano dei giannizzeri, aprendosi il passo fra i marinai.

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