Viva la Capitana!

Mentre il capitano turco e il rinnegato polacco cavalcavano furiosamente verso la spiaggia, onde catturare i fuggiaschi, la gagliotta, spinta da una fresca brezza navigava rapidamente verso il sud onde raggiungere, prima di lasciare definitivamente l’isola, la baia di Suda.
La duchessa aveva già deciso di rivedere un’ultima volta il Leone di Damasco, a cui doveva la propria vita e la liberazione del visconte e poi doveva rimettergli la nave e cercarne un’altra, quantunque i greci avessero esposto il loro desiderio di accompagnarla in Italia dove avrebbero avuto l’occasione di prendere imbarco su qualche veliero o di arruolarsi in qualche compagnia di ventura.
Appena la gagliotta ebbe superato il promontorio, mettendosi al coperto degli sguardi dei giannizzeri e della castellana, la duchessa era scesa precipitosamente nel quadro dove il visconte, con un’ansietà facilmente immaginabile, l’aspettava.
Due grida erano subito echeggiate nel piccolo salotto:

— Eleonora!

— Gastone!

Il visconte aveva preso fra le mani il bello e fine viso della duchessa e lo guardava cogli occhi ardenti, resi più fiammeggianti dalla febbre che

torturava quel povero corpo semidissanguato dai morsi delle avide sanguisughe.
— Io avevo saputo che voi, Eleonora, eravate giunta in Cipro — disse il visconte. — Ed è stata la speranza di potervi un giorno rivedere che mi ha sorretto e che mi ha incoraggiato a subire, senza cedere, le orribili miserie fattemi provare dai vili mussulmani.
— Voi lo sapevate, Gastone! — esclamò la duchessa.

— Sì, le gesta di Capitan Tempesta erano giunte fino a Hussif o meglio fino agli stagni morti.
— Ma come?

— Mi aveva parlato di Capitan Tempesta un cristiano fatto prigioniero dai turchi durante una sortita degli assediati e datomi per compagno nella pesca delle sanguisughe.
Dalla descrizione che mi aveva dato sul vostro volto e soprattutto dalla presenza di El-Kadur, io avevo subito supposto che quel capitano, che tutti i cristiani di Famagosta ammiravano, foste voi.
Quel giorno, credetemi Eleonora, fui lì lì per impazzire per la gioia. Voi in Famagosta! Mai più lieta notizia poteva giovare all’animo mio, scoraggiato da tante umiliazioni e da tanta sofferenza.
— Vedervi finalmente libero, qui, dinanzi a me, dopo tante paure e tanti orrori… non si direbbe un sogno, visconte?
— Sì, e sono fiero di dovere a voi, alla vostra audacia, al valore del vostro braccio, la mia libertà.
— Ho fatto ciò che qualunque altra donna avrebbe potuto e dovuto tentare e null’altro, mio Gastone.

— No, — disse il visconte con vivacità. — Solo una duchessa d’Eboli poteva possedere tanto coraggio. Nessuna altra avrebbe osato venire qui, in questo covo di tigri e di leoni che mette lo sgomento anche nei più forti cuori dei guerrieri cristiani, mia Eleonora.
— Credete che io non abbia saputo che voi avete vinto perfino la prima lama dell’esercito mussulmano?
— Come voi lo sapete, Gastone?

— Il soldato che m’informò della presenza vostra e di El-Kadur, mi raccontò anche del vostro duello.
— Una inezia, — disse la duchessa, sorridendo.

— Che spaventava i capitani cristiani rispose il visconte.

— I quali non avevano avuto la fortuna di aver imparato il maneggio della spada sotto la direzione del miglior tiratore di Napoli — disse la duchessa scherzando. — Quella vittoria la debbo a mio padre.
— Ed al vostro coraggio, Eleonora.

— Bah! Non parliamone più, Gastone. Vi farò anzi conoscere fra poco il mio avversario.
— Chi? Il Leone di Damasco? — chiese Le Hussière con sorpresa.

— Andiamo da lui, essendo sua la nave. Io debbo la mia salvezza al Leone di Damasco. Senza il suo aiuto non sarei uscita viva da Famagosta.
— Non ci tradirà? — chiese il visconte, che pareva preoccupato.

— No, è troppo generoso e poi se io gli devo la mia salvezza, egli mi deve la vita.

— Lo so: lo avete risparmiato, mentre avreste potuto ucciderlo. Tuttavia io non mi fiderei di quel turco.
— Non temete, Gastone: quello è un mussulmano diverso dagli altri.

— Poi salperemo subito per l’Italia, è vero, Eleonora?

— Sì, Gastone. Ormai più nulla abbiamo da fare a Cipro. La Repubblica ha abbandonata l’isola al suo destino, nè si sente per ora più in caso di ritentarne la conquista.
Andremo a Napoli e là vivremo felici e dimenticheremo le sofferenze passate.
Il dolce clima del golfo vi rimetterà presto dalle torture infami fattevi subire da quella crudele Haradja.
Saliamo sul ponte, Gastone: io non sarò pienamente tranquilla finchè non rivedremo le coste italiche.
— Quale altro pericolo ci può minacciare, Eleonora? — chiese il visconte.
— Non sono tranquilla, Gastone, — ripeté la duchessa. — Temo qualche vendetta da parte di Haradja. Quella donna è crudele ed energica e può contare sulle galere di suo zio.
— Mi hanno detto che la squadra mussulmana è sempre ancorata nel porto di Nicosia, — disse il visconte. — Prima che giunga qui noi saremo ben lontani.
— Noi non ci fermeremo che il tempo appena necessario per noleggiare una nave e veleggeremo subito nel Mediterraneo verso l’Occidente.

— Saliamo, Eleonora: l’aria del mare mi farà meglio che quella mefitica degli stagni morti.
La prese per mano e la condusse sulla tolda.

La gagliotta era già lontana dalla rada e scivolava leggera leggera sulle acque azzurre del Mediterraneo, dirigendosi verso il sud.
Le coste di Cipro, molto dirupate in quel luogo e tagliate da piccoli fiords, si delineavano a sette od otto gomene.
— Come andiamo, papà Stake? — chiese la duchessa al vecchio marinaio che s’avvicinava col berretto in mano.
— Benissimo, signora: la gagliotta va meglio d’una galera. Il signor visconte è soddisfatto del nostro colpo di testa?
— Dammi la mano, marinaio, — rispose il signor Le Hussière.

— È troppo onore, signor visconte, — disse papà Stake, che sembrava assai imbarazzato.
— Stringi senza timore: sono due mani cristiane che s’incontrano.

— E leali, signore, — disse l’orso marino, afferrando la destra che il visconte gli porgeva — e sempre pronte a dare addosso a quei porci mussulmani. Huff! Non so perchè il buon Dio abbia messo al mondo quelle bestie rabbiose!
Vorrei affogarle tutte, — riprese il marinaio grattandosi furiosamente la punta del naso — e farle divorare dai pescicani… no, dai granchi di mare!
Una voce lo interruppe:

— Buon giorno, padrone.

— Ah! Il pezzo di pan bigio, — mormorò papà Stake, vedendo l’arabo rizzarsi dietro il visconte. — Hum! Che aria da funerale ha quel selvaggio.
El-Kadur si era accostato silenziosamente al visconte. Il suo volto non sembrava davvero troppo allegro ed i suoi occhi nerissimi erano umidi.
— Tu, mio bravo El-Kadur! — esclamò il visconte. — Quanto sono felice di vederti!…
— Ed io non meno di te, signor visconte, — rispose l’arabo, sforzandosi di dare al suo viso un’espressione gioconda, — Ero più che certo che noi saremmo riusciti a strapparti dalla schiavitù. Ecco, ora sei felice, signore.
— Sì, immensamente felice, — rispose il visconte. — Spero che ormai i mussulmani non mi divideranno più mai dalla donna che amo.
Uno spasimo intenso, indescrivibile, alterò il viso dell’arabo, ma ebbe la durata d’un lampo. La duchessa che l’osservava attentamente, lo aveva però notato.
— Signore, — disse — tu ora non hai più bisogno dei miei servigi. Il mio compito è ormai finito e vorrei chiederti una grazia che la padrona mi ha rifiutata.
— Quale? — chiese il visconte un po’ sorpreso.

— Di non ricondurmi in Italia.

— El-Kadur! — disse la duchessa con accento imperioso.

— Il povero schiavo vorrebbe ritornare nel suo paese, — riprese l’arabo, fingendo di non aver udito il grido della sua padrona. — La mia vita sta

forse per tramontare, poichè mi sento sfinito e immensamente stanco e vorrei tornarmene laggiù.
Sogno tutte le notti gli sconfinati deserti dell’Arabia, i verdi palmizi dalle foglie piumate, le tende nereggianti sulle aride, eppur così belle pianure, baciate dal sol bruciante e lambite dalle onde del Mar Rosso.
Noi, figli delle regioni ardenti, abbiamo la vita breve e quando sentiamo giungere la morte non abbiamo che due soli desideri: un letto di sabbia e l’ombra d’una delle nostre piante.
Prega la donna che ami che dia la libertà al povero schiavo.

— Sicchè tu, El-Kadur, vorresti lasciarci? — chiese la duchessa.

— Sì, se me lo consenti.

— Perchè tu, allevato a fianco della mia fidanzata, suo protettore e sua guida, vorresti lasciarci, El-Kadur? — chiese il visconte. — Napoli vale meglio dell’Arabia: il palazzo dei duchi d’Eboli meglio della tenda. Parla.
L’arabo aveva socchiusi gli occhi. La duchessa, che aveva già ormai capito quale segreta fiamma divorava il cuore del selvaggio figlio dei deserti, lo guardava fisso.
— Lo vuoi, El-Kadur? — gli chiese.

— Sì, padrona, — rispose l’arabo con voce sorda.

— E non rimpiangerai la tua signora? Tu che sei stato il suo compagno di infanzia?
— Dio è grande.

— Quando avremo lasciato Cipro tu sarai libero, mio fedele El-Kadur.

— Grazie, padrona, — rispose l’arabo.

Non aggiunse nessuna altra parola, s’avvolse strettamente nel suo mantellone ed andò a sedersi a prora, mentre il visconte e la duchessa salutavano i marinai che facevano ala sul loro passaggio.
Papà Stake insieme a Nikola era tornato ad avvicinarsi a loro.

— Signora, — disse — vi siete dimenticata dell’equipaggio dello sciabecco?
— Dei marinai turchi? rispose Eleonora.

— Quei cani rognosi sono sempre rinchiusi e ben legati nella sentina della gagliotta e siccome potrebbero costituire per noi un grave pericolo, vengo a chiedervi che cosa dobbiamo fare di loro.
— Che cosa ci consigliereste? — chiese la duchessa, rivolgendosi ad entrambi.
— Io li annegherei colle zampe e le braccia ben legate, — rispose papà
Stake senza esitare.

— Ed io li appiccherei ai pennoni aggiunse il greco.

— Costoro non hanno combattuto contro di noi, — disse la duchessa. —
Nulla ci hanno fatto di male.

— Sono dei turchi, signora.

— È vero, papà Stake ed è perciò che noi, cristiani, dobbiamo mostrarci generosi, è vero, Gastone?
Il visconte approvò con un gesto.

— Allora dovremo sbarcare quei furfanti? — chiese il lupo di mare, un po’ contrariato da quella generosità che trovava inopportuna. — Se noi ci fossimo trovati nelle loro zampe scommetterei il mio berretto contro un pezzo di canapo che i pescicani a quest’ora avrebbero fatta un’abbondante scorpacciata di carne umana.
— Tu potrai avere ragioni da vendere, ma io, come donna, non posso permettere che si assassinino a sangue freddo quei prigionieri.
Il marinaio crollò il capo come un uomo niente affatto contento, poi riprese:
— Mi dimenticavo di dirvi una cosa, signora. I marinai che hanno affondato lo sciabecco hanno trovato nella stiva di quel legno due grosse casse che sembra fossero destinate alla castellana d’Hussif.
— Le hai fatte aprire?

— Sì e vi ho trovato degli splendidi vestiti da donna turca. Devo farle portare nel quadro? Mi sembra che non abbiate ormai più bisogno d’indossare un costume maschile, ora che il signor visconte è qui, pronto a difendervi. Spetta a noi uomini, servirvi di scudo coi nostri petti.
— Mi sorride l’idea di diventare una dama mussulmana, — rispose la duchessa. — Capitan Tempesta ed Hamid non hanno più ragione di sussistere.
— Sareste più attraente, Eleonora, — disse il visconte — e non fareste più girar la testa alle donne. So che Haradja si era pazzamente innamorata di voi, credendovi in buona fede un principe mussulmano.

— Un idillio che mi avrebbe fatto ridere assai, se voi non foste stato prigioniero, — rispose la duchessa. — Se ella avesse saputo la verità, chissà come mi avrebbe fatto pagare caro quell’inganno.
— Non sareste certo uscita viva dalle unghie di quella jena.

— Spero che ormai non mi vedrà più, a meno che non venga a cercarmi a Napoli od a Venezia.
— E ciò sarà un po’ difficile, signora, — disse papà Stake, che era subito ritornato, dopo d’aver dato ordine ad alcuni marinai di portare nel quadro lecasse destinate ad Haradja — quantunque non siamo ancora tanto lontani da poterci ritenere al sicuro dalle sue grinfie.
— Nessuno può averla informata che io sono una donna.

— Eh! Chissà, signora. I traditori non mancano mai.

— Diventate pessimista, papà Stake?

— Oh, no, signora; vorrei tuttavia essere già in vista delle coste dell’Italia, o per lo meno della Sicilia, mentre i capricci di questa brezza m’inquietano. Tende a scemare ed ho timore che una calma improvvisa ci arresti qui.
— Siamo già lontani da Hussif, — disse il visconte.

— Una ventina di miglia, signore; ben poca cosa.

— Nessun pericolo ci minaccia.

— Finora no.

— Allora fate preparare la colazione, papà Stake.

— Mentre io vado a saccheggiare le casse della mia fidanzata, — disse la duchessa ridendo.
Gastone attese che fosse scomparsa per la scaletta che metteva nel piccolo quadro, poi prendendo il vecchio marinaio per un braccio e traendolo verso prora, gli chiese con una certa apprensione:
— Ditemi, mastro, temete qualche cosa?

— No, signor visconte; un inseguimento da parte dei marinai turchi mi sembra, almeno per ora, improbabile, avendo già noi affondato lo sciabecco. Ma forse è appunto la scomparsa di quel piccolo veliero che potrebbe far nascere qualche sospetto nell’animo di Haradja. Quella donna è troppo furba.
— Potrà supporre che sia naufragato.

— Hum! Con un mare così tranquillo!

— Siete certo di non aver veduto altre navi nei dintorni d’Hussif?

— La costa, signore, io non l’ho visitata che per un brevissimo tratto. Io non vi potrei affermare se in qualche seno od in qualche canale potesse celarsi qualche altro veliero.
— Siamo bene armati?

— Quattro colubrine giù nel frapponte. Archibugi, spade e scuri non mancano nell’armeria e anche le munizioni non difettano. Uno sciabecco non potrebbe farci paura.
Avrebbe cattivo giuoco contro di noi se volesse inseguirci e tentare l’abbordaggio, — disse il vecchio marinaio. — Questa gagliotta è robusta e buona veliera e non potrebbe soccombere che contro una galera.

— E non credo che ve ne siano qui, — rispose il visconte.

— A meno che non ne venga qualcuna dal largo, in tale caso non ci rimarrebbe che gettarci sulla costa, ciò che io farei senza esitare. Ah! Ecco la signora! Per tutti i leoni della Repubblica! Ecco una turca che farebbe girare la testa a tutti i pascià mussulmani e anche al Sultano!
La duchessa era ricomparsa in coperta, più bella di prima: nessuno l’aveva mai veduta vestita da donna, eccettuati Le Hussière e Perpignano che l’avevano ammirata a Venezia colle vesti femminili.
Fra le tolette destinate ad Haradja aveva scelto un ricchissimo costume più georgiano che mussulmano che faceva risaltare meglio la sua bruna bellezza, i suoi occhi nerissimi ed i suoi lunghi capelli corvini.
Indossava un elegantissimo coulidjè, quella corta giubba di broccato rosso ricamato in oro, a crespe, colle maniche che scendono al di sotto del gomito e che sul davanti lasciano vedere la pirahen, ossia la camicia di seta bianca usata dalle georgiane e dalle persiane; larghi pantaloni pure di broccato di seta tempestati di piccole perle disposte a disegni, scendenti fino al collo del piede; piccole babbucce di marocchino rosso, a ricami d’argento, colla punta sottile e rialzata; ai fianchi una fascia alta, di seta azzurra, che toccava gli orli inferiori del coulidjè.
Sui capelli, divisi in un gran numero di trecce, con due soli graziosi riccioli scendenti ai lati del viso fino al petto, aveva messo un turbantino colla calotta rossa, circondato da un velo bianco. Le Hussière si era fermato dinanzi a lei, guardandola con ammirazione profonda; papà Stake invece, che pareva fosse improvvisamente impazzito, aveva gettato in aria il suo berretto urlando a squarciagola:
— Viva la nostra capitana!

Un gran grido partito da tutte le bocche vi aveva risposto:

— Viva la capitana!

Era appena cessato, quando un’imprecazione violenta risuonò. Tutti si erano voltati verso poppa.

Nikola Stradioto era là sul cassero, curvo innanzi come una fiera pronta a spiccare lo slancio, col viso alterato, gli sguardi fissi verso settentrione e le pugna tese.
— Ehi, Nikola, sei diventato matto? Che cosa ti piglia per venire a guastare il nostro entusiasmo?
— Per la Croce! — urlò il greco, con voce rauca. — Tre vele doppiano laggiù, al largo, il promontorio d’Hussif! Se non è una galera della Serenissima sarà una turca, maledetta! Guardatevi da quel falco rapace.

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