Capitolo XXV IL TESORO DEL GRAN CACICO

 L’indomani, assai prima dello spuntare del sole, la scialuppa si fermava sulla riva, sulla quale fiammeggiavano innumerevoli fuochi.

 Le cateratte del Maddalena non erano che a poche centinaia di passi ed i salti d’acqua, spaventosi a vedersi, producevano un fragore tale da impressionare qualunque uomo per quanto fosse stato coraggioso.

 I filibustieri stavano là, con Buttafuoco, Raveneau de Lussan e la contessina di Ventimiglia, tutti occupati a costruire, con dei rami e dei giunchi, dei grandi panieri.

 Invano avevano cercato di oltrepassare la cascata, seguendo le rive. Rupi spaventevoli e abissi senza fondo li avevano arrestati proprio quando si trovavano a pochi passi dal Darien.

 L’accoglienza fatta ai tre prodi, dopo tanti giorni d’assenza, come si può immaginare, fu calorosissima. Quello però che piú gradirono fu una stretta di mano della contessina.

 – Ora siamo liberi, – disse don Barrejo a Raveneau ed a Buttafuoco, – poiché il marchese è morto e conduciamo con noi un suddito del defunto Cacico.

 “Non tardiamo piú oltre ad entrare nel Darien, ora che nessuno ci ostacolerà la marcia.”

 – Quando avremo discesa la cascata, non perderemo né un giorno né un minuto, – rispose il capo dei filibustieri. – Io non avevo previsto un cosí grande ostacolo.

 – Sperate di superarlo?

 – Lo speriamo mercé certi panieri di mia invenzione. La discesa sarà però spaventosa e vi posso dire che molti dei miei uomini preferirebbero ammazzarsi piuttosto che subire una cosí tremenda prova.

 – Se vorrete saremo io e Mendoza a fare pei primi la prova. Siamo buonissimi nuotatori e anche uomini da sapercela cavare sempre, anche nelle piú disastrose condizioni.

 – Ho veduto come siete giunti qui dopo tante avventure, – rispose Raveneau. – Vi calcolavamo già morti.

 – Noi!…

 – Impiccati dal marchese di Montelimar.

 – Mentre, signor Raveneau, il marchese ha dovuto fare i conti colla mia draghinassa, in un duello cavalleresco, come si usa nel nostro paese.

 “Se la sorte gli è stata contraria, io non so che cosa farci.”

 – I guasconi sono sempre guasconi, in qualunque angolo del mondo si trovino, – disse Buttafuoco, il quale assisteva al colloquio. – Quel Montelimar, d’altronde, ci aveva già dati troppo fastidi.

 “Sia pace alla sua anima.”

 Intanto la fabbricazione dei panieri procedeva rapidissima. Erano specie di ceste, profonde un metro e mezzo, e della circonferenza di uno, rinforzate con liane.

 Ognuna doveva contenere due uomini.

 Prima però di affidarsi alla terribile cascata, i filibustieri, che in fondo ci tenevano alla loro pelle, specialmente ora che stavano per mettere le mani sulle favolose ricchezze del Gran Cacico, avevano fatto una serie di esperimenti per vedere se potevano fidarsi di quei galleggianti di nuova specie.

 Ne avevano cosí lanciati cinque o sei, mettendovi in fondo dei grossissimi sassi che potessero, su per giú, pesare quanto due uomini ed avevano constatato che avevano tutti disceso felicemente la cascata, rovesciandosi solo dopo il salto.

 Essendo i filibustieri tutti abilissimi nuotatori, d’un bagno non si preoccupavano.

 Al momento però di tentare la grande prova, un vero spavento aveva invaso tutti quegli uomini che pur erano abituati a guardare in viso la morte.

 Quel grande salto di piú di venti metri e che finiva poi in una rapida, era tale da impressionare tutti. Era soprattutto il rombo spaventevole, che saliva dall’abisso, che dava una forte scossa agli animi.

 I panieri erano pronti, abbastanza bene verniciati con resine di pino, ma nessun uomo si presentava per entrarvi.

 Fortunatamente vi erano i due guasconi senza paura e Mendoza.

 – Giacché gli altri non si decidono, proviamo noi, – aveva detto il primo. – Dopo tutto non si tratterà di prendere che un brutto bagno, è vero, Mendoza?

 Il basco fece una smorfia.

 – E se i panieri si spaccano contro le roccie e noi venissimo scaraventati attraverso alla cascata senza piú nessun rifugio?

 – Tu avrai mille ragioni, compare, ed io ne ho altrettante. Vuoi che torniamo indietro ora che il Darien sta dinanzi a noi?

 “Io credo che tutta questa faccenda finirà, come al solito, benissimo.

 “De Gussac parte coll’indiano e tu con me.”

 – Volete proprio dare l’esempio? – chiese Raveneau, il quale pareva pure in preda ad una profonda impressione di terrore.

 – Ma sí, signor mio, i guasconi ed i baschi vanno sempre avanti a tutti.

 – Se riuscite, vi raccomando di stare attenti alla contessa di Ventimiglia che s’imbarcherà con Buttafuoco.

 – La pescheremo quasi al volo, ve lo assicuriamo, – rispose don Barrejo.

 Poi, alzando la voce, gridò:

 – Imbarcate!…

 Due panieri forniti di pertiche, erano stati messi in acqua.

 Il guascone numero uno e Mendoza salirono nel primo, facendolo affondare col loro peso fino a metà; De Gussac e l’indiano montarono sull’altro.

 I filibustieri, entusiasmati da tanta prova di coraggio, avevano gridato per tre volte:

 – Urrah per la Guascogna e per la Biscaglia!

 La contessina di Ventimiglia, assai commossa, aveva salutato i quattro audaci, facendo sventolare il suo fazzoletto.

 – Via!… – gridò don Barrejo, prendendo una delle due pertiche. – Andiamo a vedere che cosa si trova sotto la cascata.

 I panieri furono lasciati andare e trascinati rapidamente verso il salto, il quale ruggiva spaventosamente lanciando cortine d’acqua polverizzata.

 I quattro uomini cercavano di dirigersi alla meglio e soprattutto di non perdere l’equilibrio, essendo quei panieri formati di scorza d’albero leggiero.

 Ad un tratto, quando meno se l’attendevano, si trovarono sopra il salto. Nessuno aveva potuto trattenere un grido di orrore nel contemplare lo spaventoso spettacolo.

 L’acqua della fiumana si precipitava, ruggendo, attraverso i canali, come fosse ansiosa di uscire da quella strettoia e di riprendere il suo corso tranquillo. I due panieri rotearono un po’, presi dalle controcorrenti, poi furono scaraventati con grande impeto.

 Decisamente i guasconi ed il basco avevano una fortuna straordinaria, poiché si trovarono, senza sapere il come, sotto la rapida ed ancora dentro i panieri, i quali avevano meravigliosamente resistito alla terribile prova.

 Si spinsero verso la riva, manovrando furiosamente le pertiche, e di là fecero segno ai filibustieri che li guardavano dall’alto delle rocce, di tentare a loro volta la prova.

 Fu quello il segnale delle partenze.

 Sotto la direzione di Buttafuoco si formarono parecchie piccole flottiglie, collegate fra loro con forti liane, affinché gli uomini potessero portarsi aiuto a vicenda.

 Il gran salto ingoiava panieri ad ogni istante, poiché ormai tutti avevano fretta di raggiungere il basso della rapida.

 Non tutti però uscivano salvi e alcuni rimanevano sfracellati in fondo alla cascata insieme alle persone che li montavano. Altri invece si rovesciavano e i filibustieri, perché valenti nuotatori, riuscivano ancora a salvarsi, perdevano però il frutto del loro bottino che dalle sponde del Pacifico avevano gelosamente conservato.

 Raveneau de Lussan, nelle sue memorie, fa una descrizione emozionante che mette i brividi.

 I piú arditi della banda, – scriveva, – tutto che avvezzi a sfidare ogni sorta di pericoli, tremavano come fanciulli gettando gli occhi su quei mostruosi salti da dove l’acqua si scaraventava, con impeto irrefrenabile, giú nel profondo.

 All’avvicinarsi di esse era d’uopo d’immensi sforzi da parte dei naviganti, per declinare alla sponda piú vicina.

 Se ciò riusciva prendevano i panieri, che erano piú o meno malmenati, e ne levavano le poche provviste e le armi che avevano potuto conservare; se sfuggivano, i filibustieri si gettavano a nuoto aiutati dai compagni che li avevano preceduti.

 Dopo due ore, tutta la banda si trovava accampata sul margine d’un bosco, fra grandi falò prontamente accesi per asciugare le polveri, innanzi tutto, e la carne secca, l’unico commestibile che possedevano, avendo ormai consumato ogni cosa.

 La contessa di Ventimiglia, la quale aveva affrontata la terribile prova con grande animo insieme a Buttafuoco, si trovava nel campo.

 Come ne avevano l’abitudine, i piú rinomati filibustieri si radunarono a consiglio per decidere sul da farsi.

 Prevalse subito l’opinione di mandare l’indiano, con una scorta di dodici uomini armati, nei grandi villaggi delle tribú del Gran Cacico, per avvertirle che l’erede attesa era finalmente giunta e che aspettava l’omaggio dei suoi sudditi alla frontiera del suo stato.

 Era d’altronde l’unica decisione da prendersi, potendo quei fieri guerrieri allarmarsi per l’avanzata di tanta gente e tendere, nelle grandi foreste, delle disastrose imboscate.

 L’indiano, avvertito dalla decisione presa, partí senza indugio, fiero di guidare una scorta di dodici uomini bianchi armati tutti delle canne che tuonano.

 Per tre giorni il campo rimase senza notizie della piccola spedizione, e già Raveneau e Buttafuoco cominciavano ad inquietarsi, quando verso il mezzodí del terzo, l’indiano ed i filibustieri si mostrarono, accompagnati da sessanta guerrieri armati d’archi e di rompi-costole e guidati dall’yunko, il piú vecchio e reputato stregone di tutte le tribú.

 La lingua spagnuola era famigliare anche ai selvaggi, i quali non potevano trafficare con nessun altro popolo, pena l’incendio dei villaggi ed il sequestro delle derrate, quindi Raveneau e Buttafuoco s’intesero subito col potente individuo che dalla morte del Gran Cacico guidava le tribú.

 La contessina di Ventimiglia fu condotta sotto una capanna di frasche e mostrò a tutti i guerrieri il tatuaggio che portava sulla spalla destra, formato da un triangolo con sette stelle racchiudenti un serpentello rosso.

 La prova ormai era chiara, lampante, poiché il misterioso tatuaggio, conosciuto solo dagli stregoni della nazione e dai piú famosi guerrieri, non poteva in nessun modo essere stato falsificato, specialmente da una donna che giungeva dai mari dove il sole sorgeva.

 – Tu sei quella che noi da tanto tempo aspettavamo, – disse l’yunkoalla contessina. – D’altronde anche senza quel segno tu possiedi i lineamenti e gli occhi ardenti del defunto Cacico.

 “Noi tutti siamo quindi pronti ad obbedirti.”

 – La raccolta delle uova d’oro è assicurata, – mormorò don Barrejo, il quale si trovava presente alla prova con Buttafuoco e Raveneau. – La fortuna della mia taverna è assicurata.

 I guerrieri costruirono una specie di lettiga con rami d’albero e liane, vi gettarono sopra le pelli di giaguaro e di coguaro che portavano dietro le spalle ed alzarono la reginetta, mandando il loro formidabile urlo di guerra.

 Tutti i filibustieri li accompagnavano, impazienti di vedere le favolose ricchezze del Gran Cacico.

 La traversata dei grandi boschi fu compiuta felicemente. In ogni villaggio ove la contessina giungeva, riceveva subito l’omaggio dei nuovi sudditi, ed i filibustieri avevano viveri in grande quantità.

 – Questa è una vera marcia trionfale, – disse don Barrejo a Mendoza ed a De Gussac. – Vorrei che durasse sei mesi almeno.

 “Non credevo che questi selvaggi, che fino a pochi anni fa erano ancora dei formidabili mangiatori di carne umana, fossero diventati cosí gentili.

 “Ah!… Quei Ventimiglia hanno avuto sempre una fortuna indiavolata.”

 – Tu però non vorresti essere stato né il Corsaro Verde, né il Rosso, – gli rispose il basco, – poiché non saresti qui a riempirmi gli orecchi delle tue eterne chiacchiere.

 – Colle mie chiacchiere ti ho condotto però ben lontano. Parlano molto i guasconi, ma agiscono anche molto.

 – Ed i baschi no, forse?

 – Uhm!… Uhm!… – fece don Barrejo, ridendo.

 – Furfante, quando avrai aperto un nuovo albergo verrò a trovarti e farò il possibile per tagliarti un orecchio.

 – Diventi un antropofago, compare? È vero che siamo sulla terra degli ex-mangiatori di carne umana.

 Il buon basco credette opportuno rispondere con un’allegra risata, alla quale fece eco anche De Gussac.

 L’indomani la truppa giungeva al grandecarbet della nazione, ossia al grosso villaggio che teneva, sotto di sé, con pugno di ferro, tutti gli altri minori dispersi in quell’immenso paese.

 Le accoglienze, come si può immaginare, furono entusiastiche.

 Migliaia e migliaia di guerrieri scortarono la nipote del defunto Gran Cacico, dando segni della piú pazza gioia, fino alla grande capanna reale.

 I filibustieri furono allogati in altre dimore, accordando loro il diritto di mettere le mani su tutti i viveri che vi si trovavano. Se ne approfittassero si potrebbe fare a meno di dirlo.

 Alla presenza di tutti i capi dei villaggi, il terzo giorno del suo arrivo, perché cosí voleva la consuetudine, la contessina ed i filibustieri venivano condotti entro una spaziosa caverna, dove si trovava l’oro a monti.

 Erano milioni di piastre, in pepite ed in polvere, che il Gran Cacico aveva lasciato alla nipote.

 Fu un caso, se don Barrejo, vedendosi dinanzi a cosí colossali ricchezze, non impazzí.

 Si trattava ora di trasportare fino alla costa quel tesoro, ma la gente non mancava per preparare casse o vuotare alberi e trasformarsi poi in portatori.

 Il golfo del Messico d’altronde era vicino ed i filibustieri potevano approfittare dei corsi d’acqua, avendo messo gl’indiani a loro disposizione un numero sufficiente di barche per contenerli tutti ed il tesoro insieme.

 Dopo tre altri giorni la contessina, ormai troppo civilizzata per vivere in mezzo a quei selvaggi, nominava il suo successore nella persona d’un famoso guerriero che era stato intimo amico del Gran Cacico.

 L’ora della partenza finalmente suonò. L’eredità, rinchiusa in tronchi d’albero scavati accuratamente, fu imbarcata su della grosse piroghe montate da robusti battellieri indigeni, che non temevano le rapide.

 Migliaia d’indiani, profondamente commossi, scortarono fino al fiume la loro reginetta che non dovevano certo piú rivedere.

 La separazione fu dolorosa per tutti. Anche i rudi filibustieri, abituati a trattare gl’indiani come bestie feroci, apparivano commossi non meno dei selvaggi.

 Cinque giorni piú tardi le imbarcazioni salutavano finalmente le acque del gran golfo messicano.

 La grande traversata dell’istmo, cosí pericolosa in quei tempi, era stata compiuta con pochissime perdite d’uomini, rimasti per la maggior parte sotto la terribile cascata.

 Furono mandati dei filibustieri a visitare le baie della costa e la fortuna che fino allora li aveva protetti, non mancò nemmeno all’ultimo momento, poiché fu scovata una nave olandese che una tempesta aveva costretta a cercare un rifugio contro le furie dei venti e del mare.

 Fu subito noleggiata ed avviata verso la Giamaica, porto allora aperto a tutte le nazioni e dove era piú facile trovare degli imbarchi per l’Europa, poiché quella fertilissima isola manteneva frequenti rapporti colla madre patria.

 Un milione di piastre fu messo a disposizione dei filibustieri da parte della contessina alla quale ne rimanevano molti altri.

 A don Barrejo ed a Mendoza ne erano toccate abbastanza per mettere su l’albergo che sognavano, avendo deciso di dare per sempre un addio alle avventure e di mettersi in società anche con De Gussac.

 La storia è finita.

 La contessina di Ventimiglia dopo qualche giorno s’imbarcava per l’Europa con una scorta di filibustieri i quali non sospiravano che il momento di far ritorno ai loro paesi.

 I due guasconi ed il basco s’imbarcavano su una caravella per raggiungere qualche porto dell’istmo e di là rientrare la traversata, attraverso però a paesi noti e molto popolati.

 Colla partenza di Buttafuoco e di Raveneau de Lussan, finí la razza di uomini tanto singolari e tanto formidabili, né vi fu piú congrega dei Fratelli della Costa, né sul golfo del Messico, né sull’Oceano Pacifico, né piú gente filibustiera, sebbene per molti anni ancora s’udisse, nei mari dell’America Centrale, parlare di pirati che qualche volta emularono colla loro arditezza, i terribili combattenti che tanto male avevano recato alla Spagna.

 Una partita si era formato un rifugio nell’isola della Provvidenza, che è una delle Bermude e due donne fra essi si resero singolarmente celebri, avendo diviso sempre valorosamente coi loro compagni le fatiche ed i pericoli, per puro amore di bottino. Furono entrambe inglesi.

 Vestivano gli abiti del loro sesso, unendovi i lunghi calzoni da marinaio; portavano sciolti i lunghi capelli, al fianco una sciabola, sotto il petto due pistole e negli abbordaggi usavano una specie d’azza della forma stessa che avevano usata in guerra gl’inglesi nei tempi di mezzo. La storia ha ricordato i loro nomi: Maria Read ed Anna Bonay, però non ha detto come finirono.

 Probabilmente finirono appiccate insieme ai loro compagni.

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