L’assalto dei montanari

L’uragano che da tante ore continuava ad imperversare sugli immensi altipiani, non accennava ancora a cessare, anzi pareva che ricominciasse a riprendere lena.

Si udiva in alto, verso la cima delle enormi pareti che formavano la vallata o meglio l’abisso, ruggire il vento e di quando in quando si udivano pure dei fragori strani e terribili, prodotti probabilmente dal rotolare di enormi valanghe.

La neve, spinta dalle raffiche, cadeva abbondantissima nel vallone, mentre la nebbia passava e ripassava ad ondate ed a cortine sempre più fitte, intercettando completamente la luce.

– Pare che sia calata la notte, eppur non devono essere che le tre o le quattro del pomeriggio – disse Rokoff, il quale aveva già fatto il suo primo giro intorno allo “Sparviero”. – Come fanno a vivere in quest’orribile abisso questi tibetani? Bel paese in fede mia! Lo sdegnerebbero perfino i lupi. Apriamo gli occhi; non si sa mai quello che può succedere. Se il capitano non è tranquillo, deve avere i suoi motivi.

Non avendo veduto nessuno presso lo “Sparviero”, allargò il suo giro, spingendosi verso le capanne dei tibetani, le quali erano allineate su due file. Anche là nulla di sospetto. Tutte le abitazioni erano ermeticamente chiuse e Rokoff non vedeva uscire che del fumo il quale, invece d’innalzarsi, si manteneva presso il suolo come se la nebbia lo soffocasse.

– Non si occupano più di noi – disse. – Preferiscono scaldarsi intorno ai loro camini primitivi e bruciare argol. Buon segno, almeno per ora.

Sul ponte del fuso, il fuoco del fornello brillava, lanciando fra la caligine qualche scintilla e si udivano i martelli rimbombare sonoramente.

I suoi compagni avevano cominciato a lavorare onde riparare quella maledetta ala, che per la seconda volta aveva messo in grave pericolo gli aeronauti. Rokoff, fatto un terzo giro, si sedette su un mucchio di neve, avvolgendosi nel gabbano, tirandosi il cappuccio sugli occhi e mettendosi il fucile fra le ginocchia.

Di quando in quando si alzava cercando di forare, cogli sguardi, la nebbia che si addensava con un’ostinazione desolante. Nel vallone tutto era silenzio. Non si udivano che i colpi di martello del macchinista.

In alto però il vento ruggiva sempre ed i rombi delle valanghe si seguivano.

– Se qualcuna cadesse qui e ci fracassasse lo “Sparviero”? – si chiese ad un tratto il cosacco. – Tutto è possibile in questo dannato paese.

Stava per alzarsi, quando gli parve di vedere un’ombra strisciare sul suolo. Veniva dalla parte del fuso e si dirigeva verso le casupole dei tibetani. Procedeva in un certo modo da crederlo più un animale che un uomo.

– Sarà qualche cane – disse Rokoff. – Mi hanno detto che questi pastori tengono dei molossi di statura gigantesca.

Si provò a dare il chi vive e, non ottenendo risposta, tornò a sedersi, più che mai convinto che quell’ombra non potesse essere un uomo.

Un quarto d’ora dopo però, ne scorgeva un’altra. Anche questa proveniva dal fuso e scivolava silenziosamente in direzione delle capanne.

– Che i cani vadano a ronzare intorno allo “Sparviero”? – si chiese Rokoff, un po’ inquieto. – To! Ed eccone là un terzo che se ne va.

Lasciò il posto e fece alcuni passi innanzi, ma già anche quell’ombra era scomparsa nella nebbia.

Curioso di chiarire quel mistero, fece un altro giro intorno al fuso e ne vide altri allontanarsi velocemente.

– Ciò non è naturale – disse.

S’avvicinò allo “Sparviero” sul cui ponte il capitano, Fedoro e gli altri due lavoravano martellando lunghe lamine di acciaio, alla luce del fornello.

– Signore – disse – è venuto nessuno qui?

– Ah! Siete voi, signor Rokoff? – chiese il capitano, accostandosi alla balaustrata. – Come va la vostra guardia?

– Mi pare che non vada bene.

– Perché dite questo?

– Avete veduto dei cani ronzare intorno al fuso?

– Dei cani! – esclamò il capitano, stupito.

– Io ho veduto degli animali fuggire.

– Saranno stati dei lupi.

– Si dirigevano tutti verso le casupole dei tibetani.

– Siete sicuro che fossero animali?

– Almeno mi parvero tali, capitano.

– Noi non abbiamo veduto alcuno, signor Rokoff.

– Manca nulla qui?

– Nessuno è salito sul fuso; col fuoco che brilla, lo avremmo veduto.

– È strana.

– Cercate di sorprenderne qualcuno.

– È quello che farò; torno al posto.

Rokoff rifece per la quinta volta il giro del fuso, senza notare alcunché di straordinario.

Stava per tornare al suo cumulo di neve che gli era servito da sedile, quando vide un’altra ombra fuggire dinanzi a sé.

– Questa volta non mi fuggirai – disse, alzando il fucile. – Uomo od animale ti prenderò.

Si era slanciato a tutta corsa dietro quell’ombra che cercava di dileguarsi nella nebbia. Aveva percorsi appena quindici o venti passi, quando incespicò in qualche cosa che gli si aggrovigliò attorno alle gambe come una rete od uno straccio.

– Per le steppe…! – esclamò, cadendo in mezzo alla neve.

Si rialzò prontamente ma l’ombra aveva approfittato per sparire fra il nebbione.

Si curvò per cercare l’ostacolo che lo aveva fatto cadere e che doveva essergli stato gettato fra le gambe dal fuggiasco e mandò un grido di rabbia.

– Canaglia!

Si trattava realmente d’un lungo pezzo di stoffa che aveva subito riconosciuta. Era un pezzo di seta levato dai piani orizzontali.

– Ci guastano lo “Sparviero”! – urlò, slanciandosi verso il fuso. – Ci hanno rubata la seta dei piani! All’armi!

Il capitano era balzato a terra seguito dal macchinista il quale portava una lampada.

– La seta dei piani! – esclamò, pallido d’ira.

– Ne ho trovato un pezzo. Le ombre che fuggivano erano uomini e non cani o lupi.

– Se è vero, me la pagheranno cara!

Prese la lampada e si diresse velocemente verso i piani di babordo.

– Canaglie! – gridò. – Ci hanno rovinati!

I tibetani, approfittando del nebbione, avevano strappata tutta la seta del terzo piano, ossia di quello che posava al suolo e che doveva opporre la maggior resistenza.

La perdita era grave, perché il capitano non aveva seta sufficiente per sostituire tutta quella rubata. E non era tutto! Anche i piani di tribordo erano stati privati d’una buona parte del tessuto.

– Non potremo alzarci egualmente? – chiese Rokoff.

– Non oserei – rispose il capitano. – È necessario ritrovare la seta e l’avrò, dovessi mitragliare tutti questi ladri – rispose il capitano, che una bella collera bianca rendeva furibondo. – È in questo modo che il capo ci fa pagare l’ospitalità? Avrà da fare con me. Signor Fedoro! Le nostre carabine! –

– Cosa volete fare, capitano? – chiese Rokoff.

– Recarmi dal capo e costringerlo a farci restituire la seta.

– Cattiva mossa, signore, perché saremo costretti a dividere le nostre forze e poi, chi mi assicura che i tibetani, approfittando della nebbia, non ci abbiano preparato qualche agguato? Ormai sanno che noi ci siamo accorti del furto.

– Temete un attacco?

– E contro lo “Sparviero” – rispose Rokoff. – Se non avessimo da difendere il nostro aerotreno, io per primo vi consiglierei di agire senza indugio; lasciarlo con due soli uomini non mi sembra prudente.

– Hanno la mitragliatrice.

– Lo so, tuttavia pensate che le palle dei moschettoni a miccia possono danneggiare gravemente anche l’altra ala.

– È vero – disse il capitano che a poco a poco s’arrendeva alle giuste riflessioni dell’uomo di guerra. – Potrebbero guastarci le ali e distruggerci anche i piani e allora lo “Sparviero” non ci servirebbe più a nulla. Eppure io non posso perdere la seta che mi è necessaria quanto l’aria liquida per poterci sorreggere. Ce ne hanno rubati almeno cento metri, mentre io non ne possiedo più di quaranta, avendo già subito un altro guasto gravissimo sulle Montagne Azzurre del continente australiano.

– Aspettiamo che la nebbia si alzi prima d’affrontare i tibetani. Impegnare un combattimento con simile oscurità contro un nemico che può essere cinquanta volte più numeroso di noi, sarebbe una vera pazzia, signore. Saremmo costretti a sparare a casaccio, senza o con scarsissimi risultati – disse Rokoff.

– Condivido pienamente le tue idee – disse Fedoro, che li aveva raggiunti coi fucili. – Il fuso per noi rappresenta, in questo momento, una piccola fortezza, sulla quale potremo resistere lungamente.

– Sì, avete ragione – rispose il capitano, che riacquistava il suo sangue freddo. – Se però i ladri tornano, non li risparmieremo. Signor Rokoff, voi sorvegliate il piano di babordo ed io quello di tribordo e voi, signor Fedoro, andate ad aiutare il macchinista. È necessario che per domani l’ala sia riparata onde essere pronti a partire. Spero di potermi innalzare fino al margine di questo vallone anche coi piani semi-sventrati, ma non lo faremo che all’ultimo momento, nel caso d’un gravissimo pericolo.

Tornarono verso il fuso. Fedoro si unì al macchinista e allo sconosciuto, il quale lavorava non meno febbrilmente del compagno, dimostrando molta perizia, mentre Rokoff ed il capitano si collocavano a babordo ed a tribordo, coi fucili in mano.

Essendosi la nebbia un po’ diradata, potevano sorvegliare i piani che s’allungavano ai due lati del fuso.

Nel piccolo villaggio pareva che tutti dormissero, nondimeno né il comandante né il cosacco si lasciavano ingannare da quel silenzio, il quale poteva invece nascondere qualche sorpresa.

Nessuna ombra più vagava fra le nebbie, tuttavia le due sentinelle non rallentavano la loro vigilanza. Anzi talora scendevano dal fuso spingendosi fino alle estremità dei piani.

La sera era calata e l’oscurità era aumentata in quel selvaggio burrone, rendendo più difficile la sorveglianza.

L’uragano continuava intanto ad imperversare sull’altipiano. Il vento ruggiva sempre in alto, lanciando nel vallone nembi di neve, le quali s’accumulavano in masse enormi qua e là, e si udivano ancora i rombi delle valanghe.

Doveva essere la mezzanotte quando Rokoff vide alcune ombre scivolare cautamente fra i mucchi di neve, cercando di accostarsi allo “Sparviero”

– Capitano! – gridò. – Vengono.

– I tibetani?

– Sì, li vedo strisciare verso di noi.

– Salutateli con un colpo di fucile.

– Faccio di meglio, signore; metto in opera la mitragliatrice. Si persuaderanno in tal modo che possediamo delle armi terribili.

Il cosacco s’avvicinò al pezzo che era stato collocato a prora.

Le ombre aumentavano di numero di momento in momento. Cercavano d’accostarsi ai piani per rubare dell’altra seta o muovevano all’assalto dello “Sparviero” sperando di sorprendere gli aeronauti e di opprimerli colla loro enorme superiorità?

Il cosacco che aveva già maneggiato altre mitragliatrici nella sanguinosa guerra russo-turca, mise in azione il terribile istrumento di distruzione, scatenando un uragano di piombo.

Urla terribili seguirono quella salva di detonazioni, poi si videro le ombre gettarsi precipitosamente al suolo e scomparire in direzione del villaggio.

– Pare che abbia levato la pelle a più d’uno – disse Rokoff. – Speriamo che ci lascino ora in pace.

Aveva sospeso il fuoco e si era slanciato giù dal fuso, assieme al capitano ed a Fedoro, per vedere se i tibetani si erano realmente allontanati.

Aveva fatto venti o trenta passi, quando vide alcune scintille brillare fra le tenebre.

– Guardatevi! – gridò. – Le micce bruciano

Si erano lasciati cadere a terra tutti e tre, riparandosi dietro un cumulo di neve.

Quattro o cinque spari rimbombarono in quel momento e udirono sibilare in alto.

– Si tenevano in agguato – disse Rokoff. – Nemmeno la mitragliatrice è stata sufficiente a calmarli.

– Ripieghiamoci verso il fuso – disse il capitano. – Qui corriamo il pericolo di farcì fucilare a tradimento e anche di venire circondati.

Vedendo brillare altri punti luminosi, si gettarono in mezzo ai cumuli di neve, salutati da una seconda scarica, che come la prima non ebbe alcun effetto.

Quei moschettoni, non dovevano tirare troppo bene, tuttavia qualche palla, anche per puro caso, poteva giungere a destinazione e costringere il macchinista, il quale aveva dovuto scendere dal fuso per lavorare intorno all’ala ferita, a sospendere la riparazione.

– La cosa minaccia di diventare grave – disse Rokoff. – Siamo caduti in mezzo a dei veri briganti.

– Che cosa mi consigliereste di fare? – chiese il capitano, le cui inquietudini aumentavano.

– Scacciare questi banditi.

– Non siamo in numero sufficiente.

– Ritiratevi tutti a bordo e facciamo lavorare la mitragliatrice e le carabine.

– E voi?

– Io vado ad incendiare il villaggio.

– Fatelo saltare con una bomba d’aria liquida.

– To’! Non avevo pensato che disponiamo di mezzi così potenti. Datemene una e m’incarico io di mandare in aria tutte le catapecchie di questi briganti.

– Teneteli occupati per cinque minuti ed io m’incarico del resto.

– E se vi sorprendono?

– Con questa oscurità! E poi mi difenderò. Datemi un paio di rivoltelle.

– Sbrigatevi, signor Rokoff. Vedo i tibetani avanzarsi e tremo per i miei piani orizzontali che possono venire distrutti in pochi minuti.

– Sono pronto a partire.

Risalirono precipitosamente a bordo. Il cosacco prese le rivoltelle e la bomba che il capitano erasi recato a prendere e discese dalla parte opposta.

I montanari avevano ricominciato a sparare e la mitragliatrice rispondeva vigorosamente, appoggiata dagli Sniders del macchinista; di Fedoro e dello sconosciuto, il quale anche in quel terribile frangente non si era lasciato sfuggire una sola parola che avesse potuto tradire la sua vera nazionalità.

Rokoff appesosi il tubo di ferro, che racchiudeva l’aria liquida, alla cintura ed impugnate le sue rivoltelle, si era messo a strisciare lungo il piano di tribordo.

Fortunatamente per lui, i tibetani invece di accerchiare lo “Sparviero”, avevano cominciato l’attacco su un solo punto, ossia verso il piano di babordo. Dall’altra parte non si vedevano né ombre avanzarsi, né scintillare le micce dei vecchi moschettoni. Nondimeno il cosacco procedeva cautamente, temendo di trovarsi improvvisamente dinanzi a qualche drappello di nemici.

– Mi parve che le casupole fossero disposte su una vasta fronte – disse – e che si trovassero su due file. Salteranno tutte insieme.

A un tratto un pensiero lo trattenne.

– E la seta dei piani? – si chiese. – Non verrà distrutta? M’immagino che i ladri l’avranno nascosta nelle loro capanne. Bah! In qualche modo la surrogheremo più tardi. Pensiamo per ora a salvare la pelle.

Dall’altra parte le fucilate continuavano, aumentando d’intensità. I tibetani non cedevano nemmeno dinanzi alle poderose scariche della mitragliatrice le cui palle dovevano spazzare il terreno in tutte le direzioni, essendo le canne disposte a ventaglio.

Rokoff, raggiunta l’estremità del piano, si gettò al suolo per non venire colpito dai proiettili dei montanari che passavano sopra il fuso e si spinse risolutamente innanzi, brancolando fra l’oscurità.

Sapeva press’a poco dove si trovavano le capanne. Non dovevano distare che tre o quattrocento metri dallo “Sparviero”.

Si era messo a correre, udendo le urla dei tibetani aumentare, come se si incoraggiassero per un assalto decisivo.

Ad un tratto andò a urtare contro un ostacolo. Era una parete in legno od in muratura.

– Una casupola – disse. – Fosse almeno quella del capo!

Girò rapidamente intorno finché trovò un’apertura e vi si cacciò dentro. Un po’ d’argol bruciava su alcuni sassi, spandendo all’intorno una vaga luce. Rokoff depose il tubo di ferro in un angolo, mise a posto il rocchetto, svolse il filo e poi fuggì a tutte gambe per non saltare assieme al villaggio. La fucilata in quel momento era diventata furiosa. Presso il fuso, si combatteva ferocemente fra gli aeronauti e i tibetani, i quali parevano più che mai decisi d’impadronirsi dello “Sparviero” e dei suoi difensori o meglio delle loro formidabili armi.

Già il cosacco stava per raggiungere il piano di babordo, quando vide sorgere dalla terra alcune ombre.

– Largo! – gridò.

Vedendo altri uomini accorrere alzò le due rivoltelle e aprì un vero fuoco di fila facendone cadere alcuni, poi approfittando del terrore dei superstiti si slanciò verso il fuso, urlando:

– Tenete fermo! Il villaggio sta per saltare!

E sprigionò la scintilla elettrica, servendosi del filo che non aveva abbandonato. Una spaventevole detonazione rimbombò nel vallone, seguita da urla di spavento e da un precipitare di rottami.

La spinta dell’aria era stata così violenta da spostare perfino il fuso e da atterrare di colpo gli aeronauti.

Per alcuni minuti si udirono dei clamori assordanti che si allontanavano verso l’uscita del vallone, poi una luce intensa s’alzò forando il nebbione.

– Il villaggio ha preso fuoco! – gridò Rokoff, il quale si era risollevato. Il capitano si era slanciato verso il cosacco aiutandolo a salire.

– Grazie – disse. – Stavamo per venire sopraffatti.

– Non avrà sofferto lo “Sparviero”? – chiese Rokoff.

– Nulla di guasto – gridò il macchinista, che si era precipitato verso le ali.

– E i tibetani? – chiese Fedoro.

– Fuggiti – rispose il capitano.

– E credo che non torneranno nemmeno più – aggiunse Rokoff.

Intanto le fiamme aumentavano, distruggendo tutto ciò che l’esplosione aveva risparmiato. Lingue di fuoco s’alzavano dappertutto rischiarando il vallone come in pieno giorno.

Nembi di scintille, che il vento spingeva altissime, facendole turbinare fino ai margini superiori dell’altipiano, solcavano le tenebre come miriadi di stelle.

– Capitano! – gridò ad un tratto Rokoff. – Se provassimo a qualche cosa? Vi è la nostra seta in quelle casupole.

– È quello che pensavo anch’io – rispose il comandante. – E poi vedo anche delle tende di feltro che potrebbero servire pei nostri piani. Signor Fedoro, venite con noi e voialtri guardate lo “Sparviero”.

I tre uomini si slanciarono verso il villaggio, il quale ardeva come un fastello di legna secca.

La violenza dell’esplosione aveva atterrato una terza parte delle abitazioni e parecchie tende. Le altre però erano ugualmente perdute, perché le le avevano ormai avviluppate divorando i legnami con rapidità incredibile.

Sarebbe stata una follia il volersi cacciare fra quella fornace ardente per cercare la seta rubata.

Il capitano ed i suoi compagni s’impadronirono di tre vaste tende che erano state gettate al suolo, formate di spesso feltro e le trascinarono presso lo “Sparviero”. La stoffa era più che sufficiente per coprire i piani e poteva surrogare, quantunque assai più pesante, la seta presa dai tibetani.

– Lasciamo che il fuoco termini di consumare le catapecchie e occupiamoci dell’ala – disse il capitano. – Vorrei andarmene prima che sorgesse l’alba.

– Che i briganti ritornino? – chiese Rokoff.

– Se hanno altri compagni in questo vallone, non mi stupirei di vederli ricomparire, per vendicare la loro disfatta e punirci d’aver incendiate le loro case. Se il freddo non vi importuna andate a esplorare i dintorni, onde non ci sorprendano nuovamente.

– Un cosacco non sente la neve. Contate su di me, signore.

Mentre Rokoff s’inoltrava nel vallone, verso la parte donde erano fuggiti i tibetani, il macchinista, il capitano e i loro compagni si rimettevano al lavoro con febbrile attività.

Già il macchinista aveva preparate le traverse che dovevano surrogare quelle spezzate dall’uragano e non si trattava che di saldarle, operazione però che richiedeva un certo tempo onde la grave avaria non si ripetesse più tardi per la terza volta e in circostanze maggiormente difficili.

Alle quattro del mattino, con uno sforzo supremo, l’ala era accomodata con una serie di robuste saldature, rinforzate da anelli d’acciaio.

Non rimaneva che coprire i piani inclinati nei luoghi dove la seta era stata levata, cosa facilissima perché non si trattava che di tagliare il feltro delle tende e d’inchiodarlo.

Rokoff non era ancora tornato dalla sua esplorazione. Quel coraggioso doveva essersi spinto ben innanzi per impedire una nuova sorpresa.

– Affrettiamoci – disse il capitano. – Fra un’ora potremo innalzarci e riguadagnare l’altipiano. Intanto mettiamo in funzione la macchina.

Avevano appena tagliato il feltro e lanciata l’aria liquida attraverso i tubi della macchina, quando udirono improvvisamente echeggiare la voce di Rokoff:

– All’armi!

Poi uno sparo, seguito a breve distanza da un altro e da un fragore assordante misto a muggiti ed a nitriti.

– Quale valanga sta per rovesciarsi su di noi? – si chiese il capitano.

Delle grida e delle detonazioni formidabili si udivano in lontananza, verso l’estremità del vallone e si vedevano anche delle linee di fuoco solcare di quando in quando la nebbia.

La voce di Rokoff, improntata d’un profondo terrore, era echeggiata più vicina:

– All’armi! Preparate la mitragliatrice! Ecco il nemico!

Poco dopo usciva dalla nebbia, correndo all’impazzata.

I clamori erano diventati assordanti. Muggiti, nitriti, urla umane e spari si confondevano con un crescendo spaventevole.

– Signor Rokoff! – gridò il capitano, balzando dietro la mitragliatrice, mentre il macchinista portava in coperta Winchester, Snider, Mauser, Remington e parecchie rivoltelle. – Che cosa succede?

– Non so – rispose il cosacco, scavalcando rapidamente la murata del fuso. – Una torma infinita d’animali sta per irrompere addosso a noi. Mi parve che fossero jacks.

– E i tibetani?

– Spingono le bestie attraverso la valle, spaventandole con colpi di fucile e con rami resinosi accesi.

– Mille tuoni! Se quegli animali ci rovinano addosso, fracasseranno i nostri piani. Del fuoco! Mi occorre del fuoco!

– Le casupole stanno per spegnersi e poi sono dietro di noi – disse Rokoff.

– Ma sì! Possiamo salvarci! Per due o trecento metri potremo sorreggerci anche senza i piani… Macchinista, è sotto pressione la macchina?

– Sì, signore.

– Metti in movimento tutto… ali…, eliche… Signor Rokoff! Venite!

Il capitano si era precipitato verso il boccaporto, seguito dal cosacco. Un momento dopo risalivano portando ognuno due barili della capacità di cinquanta litri ciascuno.

– Partite! – gridò il capitano. – Non occupatevi di noi! Aspettateci dietro al villaggio…

La valanga vivente stava per rovesciarsi addosso allo “Sparviero”. Era un’enorme mandria di jacks, probabilmente ammaestrati, la quale scendeva attraverso il vallone a galoppo sfrenato, con mille muggiti.

Dietro si vedevano galoppare confusamente numerosi tibetani, montati su piccoli cavalli. Per spaventare i grossi ruminanti, agitavano dei rami di pino infiammati e sparavano colpi di moschetto.

Il capitano e Rokoff si gettarono in mezzo alle casupole quasi interamente consunte, stapparono due barili e lasciarono sfuggire il liquido sui tizzoni fumanti.

Era brandy e di prima qualità.

Le fiamme che stavano per spegnersi, d’un tratto si ravvivarono. Una cortina di fuoco, alta parecchi metri, che mandava dei riflessi sinistri e lividi in un baleno si estese su una larghezza di oltre cento metri.

In quel momento lo “Sparviero” s’alzava precipitosamente, appena in tempo per evitare l’urto formidabile di tutti quegli animali, che il terrore rendeva pazzi.

Spinto anche dal vento che soffiava in favore, la macchina volante passò sopra la cortina di fuoco, abbassandosi quattrocento passi dietro le ultime casupole.

Gli jacks, vedendo fiammeggiare quel fuoco immenso che pareva dovesse divorare l’intera valle, nonostante le urla e le fucilate dei pastori, si erano arrestati di colpo, muggendo spaventosamente.

Rimasero un momento irresoluti, poi con un volteggio fulmineo si scagliarono a testa bassa contro i loro padroni, volgendo le spalle alle fiamme. Successe allora una confusione indicibile.

I cavalli tibetani, colpiti dalle corna dei furibondi ruminanti, cadevano l’uno sull’altro, sferrando calci in tutte le direzioni, poi i superstiti fuggirono all’impazzata, fra un clamore immenso.

– Ecco una disfatta pagata cara da quei bricconi – disse Rokoff. – Se tornano ancora dovranno avere il diavolo in corpo e la protezione di Buddha.

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