Il trionfo degli strangolatori (quarta parte)

Era una magnifica notte d’agosto, una vera notte tropicale.
L’aria era tiepida, dolce, elastica, imbalsamata dal soave profumo dei gelsomini, degli sciambaga, dei mussenda e dei nagatampo. Lassù, in un cielo purissimo, d’un azzurro d’indaco, punteggiato da miriadi di scintillanti stelle, l’astro delle notti serene seguiva il suo corso, illuminando fantasticamente la corrente dell’Hugly, la quale svolgevasi come un immenso nastro d’argento, fra le interminabili pianure del delta gangetico.
Schiere di marabù volteggiavano sopra la corrente, posandosi sull’una o sull’altra riva, ai piedi dei cocchi, degli artocarpi, dei banani e dei tamarindi, che curvavansi graziosamente sulle onde.
Un silenzio funebre, misterioso, regnava ovunque, rotto di quando in quando da una folata d’aria, che faceva stormire le fronde degli alberi, dall’urlo acutissimo, malinconico dello sciacallo, che vagava sulle rive del fiume, e dal gracidare dei corvi e dei marabù.
Quantunque l’ora fosse assai inoltrata, e quantunque mille pericoli s’aggirassero fra le ombre della notte, un uomo stava sdraiato ai piedi di un grande tamarindo.
Poteva avere trentacinque o trentasei anni e portava la divisa di capitano dei sipai, ricca d’ornamenti d’oro e d’argento. Era di statura alta, di complessione robusta, di carnagione bronzina ma assai meno carica di quella degli indiani. Si indovinava l’europeo, da lunghi anni esposto ai calori del sole tropicale.
Il suo volto era fiero, ornato d’una lunga barba nera, ma la sua fronte era solcata da precoci rughe. Gli occhi erano grandi, melanconici, ma che talvolta scintillavano d’ardire.
Non fiatava, ma di tanto in tanto alzava la testa, guardava fissamente la grande fiumana e faceva un moto d’impazienza.
Era già trascorsa mezz’ora, quando in lontananza rimbombò una detonazione. Il capitano allungò la destra ad una ricca carabina rabescata. incrostata di argento e di madreperla, s’alzò rapidamente in piedi e scese sulla riva aggrappandosi alle radici del tamarindo le quali uscivano, come serpenti, da terra. Al nord era apparso un punto nero che andava gradatamente avvicinandosi; attorno ad esso l’acqua scintillava come fosse percossa da dei remi.
– Eccoli, – mormorò.
Alzò la carabina al disopra della sua testa e sparò. Un lampo balenò sul punto nero e una terza detonazione echeggiò.
– Tutto va bene – ripigliò il capitano. – Spero questa volta di sapere qualche cosa.
Una commozione dolorosa scompose i suoi lineamenti, ma fu rapida come un lampo.
Tornò a guardare il punto nero. Era di già assai ingrandito ed aveva preso l’aspetto di una barca, la quale scendeva in fretta, sotto la spinta di una mezza dozzina di remi. A bordo si vedevano sette od otto uomini armati.
In capo a dieci minuti la barca, uno svelto e bellissimo “mur-punky”, condotto da sei indiani muniti di lunghe pagaie e guidata da un sergrnte dei sipai, giunse a poche braccia dalla riva. Con pochi colpi di remo s’incagliò profondamente fra le erbe. Il sergente balzò lestamente a terra, salutando militarmente.
– Conducete il “mur-punky” nel piccolo seno, – disse il capitano agli indiani. – E tu Bhârata, vieni con me.
Il “mur-punky” prese il largo. Il capitano condusse l’indiano sotto il tamarindo e si sdraiarono entrambi fra le erbe.
– Siamo soli, capitano Macpherson? – chiese il sergente.
– Assolutamente soli, – rispose il capitano. – Puoi narrare ogni cosa, senza temere che altri possano udirci.
– Fra un’ora Negapatnan sarà qui.
Un flusso di sangue imporporò il viso del capitano.
– L’hanno preso adunque? – esclamò con viva emozione. – Credeva che mi avessero ingannato.
– E’ proprio vero, capitano. Il miserabile era rinchiuso da una settimana nei sotterranei del forte William.
– Sono certi che sia uno strangolatore?
– Certissimi, anzi è uno dei capi più potenti.
– Ha confessato nulla?
– Nulla, capitano; eppure gli fecero patire la fame e la sete.
– Come fu preso?
– Il birbone s’era nascosto nei dintorni del forte William e là attendeva la sua preda. Sei soldati erano di già caduti sotto il suo infallibile laccio, ed i loro cadaveri erano stati trovati nudi e col misterioso tatuaggio sul petto. Il capitano Hall, sette giorni or sono, si metteva in campagna con alcuni sipai, risoluto a scovare l’assassino. Dopo due ore d’infruttuose ricerche, si fermava sotto la fresca ombra di un borasso per riposarsi un po’. D’improvviso senti un laccio piombargli sulla testa e stringergli il collo. Balzò in piedi afferrando strettamente la corda e si scagliò sullo strangolatore chiamando aiuto. I sipai erano poco discosti. Piombarono sull’indiano che si dibatteva furiosamente, ruggendo come un leone, e lo atterrarono.
– E fra un’ora quell’uomo sarà qui? – chiese il capitano Macpherson.
– Sì, capitano, – rispose Bhârata.
– Finalmente!
– Volete sapere qualche cosa da lui?
– Sì, esclamò il capitano, diventando assai triste.
– Voi avete qualche gran dolore che cercate di nascondermi, capitano Macpherson, – disse il sergente.
– E’ vero, Bhârata, – rispose Macpherson con voce sorda.
– Perché non raccontarmi tutto? Forse potrei esservi più utile.
Il capitano non rispose. Era divenuto assai cupo e il suo sguardo era diventato umido.
Si capiva che un atroce dolore, in quel momento aveva accasciato il suo forte animo.
– Capitano, – disse il sergente, commosso da quell’improvviso cambiamento. – Ho forse risvegliati nella vostra mente dei dolorosi ricordi? Perdonatemi, non lo sapeva.
– Non ho nulla da perdonarti, mio buon Bhârata, rispose Macpherson, stringendogli fortemente la mano. – E’ giusto che tu sappi tutto.
S’alzò, fece tre o quattro passi colla testa china sul petto e le braccia strettamente incrociate, poi tornò a sedersi accanto al sergente. Una lagrima gli rotolò silenziosamente dalle abbronzate gote.
– Correva l’anno 1853, – diss’egli con voce che invano sforzavasi di rendere ferma. – Mia moglie era morta da parecchi anni, uccisa dal cholera e m’aveva lasciato una fanciulla, bella quanto un bottoncino di rosa, coi capelli neri, gli occhi grandi, dolci e scintillanti come diamanti. Mi ricordo ancora quando saltellava per gli ombrosi viali del parco, inseguendo le farfalle; ricordo ancora quelle sere, quand’ella, assisa a me d’accanto, all’ombra di un grande tamarindo, mi suonava il sitar e mi cantava le canzoni della mia lontana Scozia.
Oh! come ero felice a quei tempi… Ada, mia povera Ada!…
Uno scoppio di pianto soffocò la sua voce. Si nascose il capo fra le mani e per qualche minuto Bhârata lo udi singhiozzare come un fanciullo.
– Capitano, coraggio, – disse il sergente.
– Sì, coraggio, – mormorò il capitano tergendosi, quasi con rabbia, le lagrime. – Era tanto tempo che non piangeva. Ciò mi fa bene, qualche volta.
– Continuate, se non vi dispiace.
– Hai ragione, – disse Macpherson, con voce rotta.
Stette alcuni istanti in silenzio, come penasse a riaversi da quel fiero colpo, poi continuò:
– Una mattina la popolazione di Calcutta era in preda ad un vivo sgomento. I “thugs”, o strangolatori che dir si voglia, avevano affisso su pei muri e sui tronchi d’albero dei manifesti, coi quali avvertivano gli abitanti che la loro dea chiedeva una ragazza per la sua pagoda. Senza sapere il perché, fui preso da un grande tremito; presagii che una disgrazia mi stava vicina.
Feci imbarcare, la sera stessa, mia figlia e la rinchiusi entro le mura del forte William, sicuro che i “thugs” non sarebbero giunti fino a lei. Tre giorni dopo, non lo crederai, la mia Ada si svegliava col tatuaggio degli strangolatori sulle braccia.
– Ah! – esclamò Bhârata, impallidendo. – E chi fu a tatuarla?
– Non lo seppi mai.
– Un thug era adunque penetrato nel forte?
– Così deve essere.
– Hanno degli affigliati fra i nostri sipai, forse?
– La loro setta è immensa, Bhârata, ed ha degli affigliati in tutta l’India, nella Malesia e persino in China.
– Avanti, capitano.
– Io che non aveva sino allora conosciuta la paura, quel giorno l’ebbi a provare. Compresi che mia figlia era stata scelta dalla mostruosa dea e raddoppiai la vigilanza. Mangiavamo assieme, dormivo nella stanza attigua, avevo sentinelle che vegliavano dì e notte dinanzi alla sua porta. Tutto fu inutile, una notte mia figlia scomparve.
– Vostra figlia scomparve! Ma come?
– Una finestra era stata sfondata, gli strangolatori erano entrati e l’avevano rapita. Gli affigliati avevano versato un potente narcotico nel nostro vino e nessuno udì nulla, né s’accorse di nulla. Il capitano in preda a una indicibile emozione, si arrestò.
– La cercai per lunghi anni, – prosegui dopo qualche minuto di dolorosa tregua, – ma non riuscii a trovare nemmeno le sue traccie.
Gli strangolatori l’avevano trascinata nel loro inaccessibile covo.
Cangiai nome assumendo quello di Macpherson, per meglio agire ed intrapresi una campagna terribile, spietata contro di loro. Centinaia di quegli uomini caddero nelle mie mani e li feci morire fra i più atroci tormenti, sperando di strappare a loro una confessione che mi mettesse sulle traccie della mia povera Ada, ma tutto fu vano. Quattro lunghi anni sono scorsi e mia figlia è ancora nelle mani di quegli uomini…
Il capitano non si frenò più e per la seconda volta scoppiò in singhiozzi.
In lontananza s’udi uno squillo di tromba. Tutti e due s’alzarono precipitosamente, correndo verso il fiume.
– Eccoli! – gridò Bhârata.
Dalle labbra del capitano Macpherson uscì come un sordo ruggito e ne’ suoi occhi guizzò un lampo di feroce gioia.
Discese la riva e scorse, a cinque o seicento metri di distanza, un gran canotto che scendeva con grande rapidità la fiumana. A bordo si scorgevano alcuni sipai colle baionette inastate sulle carabine.
– Lo vedi? – chiese egli coi denti stretti.
– Sì, capitano, – rispose Bhârata.
– E’ seduto a poppa, fra due sipai e bene incatenato.
– Presto! presto! – gridò il capitano.
Il gran canotto raddoppiò di velocità e venne ad arenarsi presso il capitano. Sei sipai, coi volti abbronzati e fieri, col caschetto, il collare ed i polsini ricamati in oro e argento, sbarcarono.
Dietro a loro discesero altri due sipai, tenendo fortemente stretto per le braccia lo strangolatore Negapatnan.
Era questi un indiano alto quasi sei piedi, magro ed agile. La sua faccia era truce, barbuta, cuprea ed i suoi occhi piccoli brillavano come quelli di un serpente in collera.
In mezzo al petto aveva tatuato in azzurro, il serpente colla testa di donna, circondato da molti segni indecifrabili. Un piccolo “dubgah” di seta gialla cingevagli i fianchi e una specie di turbante pure di seta gialla, sormontato da un diamante grosso come una nocciola, coprivagli il capo perfettamente rasato e unto d’olio di cocco.
Nello scorgere il capitano Macpherson trasalì, ed una profonda ruga si disegnò sulla sua fronte.
– Mi conosci? – chiese il capitano, a cui non era sfuggito quel trasalimento per quanto fosse stato rapido.
– Tu sei il padre della “vergine della pagoda” sacra – rispose l’indiano.
Una vampa salì in volto al capitano.
– Ah! Tu sai questo! – esclamò.
– Sì, so che tu sei il capitano Harry Corishant.
– No, il capitano Harry Macpherson.
– Sì, giacché hai cambiato nome.
– Sai perché ti feci qui condurre?
– Suppongo che sia per farmi parlare, ma sarà un tentativo vano.
– Questo è affar mio. Alla villa, miei prodi, e state in guardia. I “thugs” possono esserci vicini.
Il capitano Macpherson raccolse la carabina, l’armò e si mise alla testa della piccola colonna, prendendo un sentiero aperto fra una foresta di nagatampi, bellissimi alberi, dei cui fiori si ornano le eleganti del Bengala ed il cui legno è tanto duro che gli valse il nome di legno di ferro. Avevano già percorso un quarto di miglio, senza trovare alcuno, quando nel mezzo del bosco s’udì il lamentevole urlo dello sciacallo.
Lo strangolatore Negapatnan a quel grido alzò vivamente la testa e lanciò un rapido sguardo sotto le foreste. I sipai che camminavano ai suoi fianchi, fecero udire una sorda esclamazione.
– State in guardia, capitano, – disse Bhârata. – Il thug ha avvertito qualche cosa.
– Forse la presenza di amici?
– Può essere.
Il medesimo grido si fece udire, ma più forte di prima. Il capitano Macpherson si volse a destra del sentiero.
– Tuoni e fulmini! – esclamò. – Questo non è uno sciacallo.
– State in guardia, – ripeté il sergente. – E’ un segnale.
– Allunghiamo il passo.
Il drappello riprese le mosse, colle carabine rivolte ai due lati del sentiero.
Dieci minuti dopo giungeva, senz’altro, dinanzi alla fattoria del capitano Macpherson.

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