Il Governatore di Sedang (seconda parte)

 – Dunque voi ci lasciate già? – disse Ada con dolore.
 – È necessario. Ritorno al mio yacht, ma non lascerò la foce del fiume prima che siano aperte le ostilità, per potere eventualmente proteggerti. Tu non hai dimenticato di essere una donna abbastanza energica per agire anche da sola.
 – Oh sì, zio!… Sono decisa a tutto.
 – Ti lascio quattro dei miei marinai con l’incarico di difenderti e di aiutarti. Ti obbediranno come a me stesso, e sono uomini d’un provato coraggio e d’una fedeltà sicura. Addio! Qualunque pericolo ti minacciasse, manda a me uno dei miei marinai. Il mio yacht è armato e ad ogni tua richiesta salirà prontamente il fiume.
 Si abbracciarono a lungo, poi il lord tornò ad imbarcarsi e ridiscese il fiume. La giovinetta era rimasta sulla riva e lo guardava allontanarsi: non si accorse che una guardia delrajah si era avvicinata, osservandola con viva curiosità, non esente da una certa diffidenza.
 Se ne avvide soltanto quando l’uomo fu al suo fianco.
 – Chi siete voi? – chiese la guardia.
 La giovinetta gettò su quell’indiano uno sguardo acuto ed altero.
 – Cosa vuoi tu? – gli chiese.
 – Sapere chi siete – rispose l’indiano.
 – Ciò non ti riguarda.
 – È l’ordine, poiché voi siete una straniera.
 – L’ordine di chi?
 – Del governatore.
 – Non lo conosco.
 – Ma egli deve sapere chi sbarca a Sedang.
 – E il motivo?…
 – Qui vi è il nipote di Muda-Hassin.
 – Non so chi sia.
 – Il nipote del sultano che prima regnava in Sarawak.
 – Non conosco sultani.
 – Non importa: io devo sapere chi siete.
 – Sono una principessa indiana.
 – Di quale regione?…
 – Della grande tribù deimaharatti – disse Kammamuri che si era silenziosamente avvicinato a loro.
 – Una principessamaharatta !… – esclamò l’indiano, trasalendo.- Ma anch’io sonomaharatto .
 – No, tu sei un rinnegato – disse Kammamuri. – Se tu fossi un veromaharatto saresti libero come me, e non schiavo o servo d’un uomo che appartiene alla razza dei nostri oppressori, d’un inglese.
 Il soldato delrajah ebbe negli occhi un lampo d’ira, che subito si spense, e chinò il capo, mormorando:
 – È vero.
 – Vattene – disse Kammamuri. – I liberimaharatti disprezzano i traditori.
 L’indiano trasalì, poi, alzando gli occhi velati di lacrime, disse con voce triste:
 – No, non ho dimenticato la mia patria, non ho dimenticato la mia tribù, non si è spento nel mio cuore l’odio verso gli oppressori dell’India: sono ancoramaharatto .
 – Tu!… – disse Kammamuri, con maggior disprezzo. – Dammene una prova!…
 – Comanda.
 – Ecco la mia padrona, principessa d’una delle nostre più valorose tribù. Giurale obbedienza come le giurarono tutti i liberi figli delle nostre montagne, se osi!…
 L’indiano girò intorno un rapido sguardo per accertarsi di non essere osservato, poi cadde ai piedi di Ada con la fronte nella polvere, dicendo:
 – Comanda: per Sivah, Visnù e Brahma, divinità protettrici dell’India, io giuro di obbedirti.
 – Ora ti riconosco per un compatriota – disse Kammamuri. – Seguici!…
 Entrarono nell’abitazione cinese guardata dai quattro marinai dello yacht, i quali tenevano alla cintura delle rivoltelle per proteggere la nipote del padrone contro qualunque attentato, e s’arrestarono in una stanzuccia con le pareti coperte di carta fiorita di Tung: leggerissime sedie di bambù e alcuni tavoli ingombri di teiere e di chicchere di porcellana color del cielo dopo la pioggia, la tinta favorita dai figli del Celeste Impero, ammobiliavano la camera.
 – Comanda – ripeté l’indiano prostrandosi nuovamente dinanzi ad Ada.
 Allora la giovinetta, fissando su di lui un lungo sguardo, come se volesse leggergli nell’animo, gli disse:
 – Sai che io odio ilrajah ?
 – Tu!… – esclamò l’indiano, rialzando il capo e guardandola con stupore.
 – Sì – disse la giovinetta con energia.
 – Hai forse da lagnarti di lui?
 – No, ma lo odio perché è inglese, lo odio perché io sonomaharatta e lui appartiene alla stirpe degli oppressori dell’India, e perché un giorno appartenne a quella compagnia che distrusse l’indipendenza dei nostrirajah . Noi popoli liberi abbiamo giurato odio eterno agli uomini della lontana Europa.
 – Ma tu adunque sei potente? – chiese l’indiano con maggior stupore.
 – Ho uomini valorosi, ho navi e cannoni.
 – E vieni a portare la guerra qui?
 – Sì, perché qui trovo un oppressore della nostra patria che ora cerca di opprimere altri uomini di colore al pari di noi.
 – Ma chi ti aiuterà nell’impresa?…
 – Chi?… Il nipote di Muda-Hassin.
 – Lui!…
 – Lui.
 – Ma se è prigioniero!
 – Noi lo libereremo.
 – E lo sa lui che tu ti prepari a lottare in suo favore?…
 – No, ma lo vedrò.
 – Ti ho detto che è prigioniero.
 – Deluderemo la vigilanza delle guardie.
 – In che modo?…
 – Lo troverai tu il modo.
 – Io!…
 – Ecco la prova che attendo da te, se sei veramente unmaharatto .
 – Ho giurato di obbedirti e Bangawadi non mancherà alla parola data – disse l’indiano con voce solenne.
 – Sentiamo – disse Kammamuri che fino allora era rimasto silenzioso. – Quante guardie vegliano su Hassin?
 – Quattro.
 – Giorno e notte?
 – Sempre.
 – Senza mai lasciarlo?
 – Non lo abbandonano mai.
 – Vi è qualchemaharatto fra quegli indiani?
 – No, sono tutti del Guzerate.
 – Fedeli al governatore?…
 – Incorruttibili.
 Ilmaharatto fece un gesto di stizza e parve immergersi in profondi pensieri. Poi frugò nell’ampia cintura che gli stringeva i fianchi e ne trasse un diamante grosso come una nocciuola.
 – Recati dal governatore – disse rivolgendosi all’indiano, – e gli dirai che la principessa Raibh gli offre questo regalo e lo prega di accordarle una visita.
 – Ma che cosa intendi fare, Kammamuri? – chiese Ada.
 – Ve lo dirò, poi, padrona. Va’, Bangawadi: contiamo sul tuo giuramento.
 L’indiano prese il diamante, si prostrò un’ultima volta dinanzi alla giovinetta e uscì a rapidi passi.
 Kammamuri lo seguì con lo sguardo fino a che poté, poi, volgendosi verso Ada, le disse:
 – Spero, padrona, che riusciremo.
 – A fare che cosa?
 – A rapire Muda-Hassin.
 – Ma in che modo?…
 Kammamuri, invece di rispondere, levò dalla cintura una scatoletta e mostrò alcune pillole piccolissime, che esalavano uno strano odore.
 – Me le ha date il signor Yanez – disse – e so per esperienza quanto siano potenti. Basta lasciarne cadere una in un bicchiere di acqua o di vino o di caffè per addormentare istantaneamente la persona più robusta.

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