Le due prove (terza parte)

 – Dove siamo noi? – chiese Yanez, guardando con stupore quei mostri e quelle torce.
 – In una pagoda deithugs indiani – disse Sandokan.
 – Chi ha fatto tutti questi brutti mostri?
 – Noi, fratello.
 – In così poche ore?
 – Tutto si fa, quando si vuole.
 – Chi è quella brutta figura che ha quattro braccia?
 – Kalì, la dea deithugs – rispose Tremal-Naik che l’aveva riconosciuta.
 – Vi sembra, Tremal-Naik, che questa pagoda improvvisata somigli a quella deithugs ?
 – Sì, Tigre della Malesia. Ma che cosa volete fare?
 – Uditemi.
 – Vi ascoltiamo.
 – Io credo che solamente una straordinaria impressione possa far riacquistare la ragione a Ada.
 – Anch’io sono del tuo parere, Sandokan – disse Yanez, – e comprendo il tuo piano. Tu vuoi ripetere la scena che accadde nella pagoda deithugs quando Tremal-Naik si presentò a Suyodhana.
 – Sì, Yanez, è proprio così. Io sarò il capo deithugs e ripeterò le parole pronunciate dal terribile uomo in quella notte fatale.
 – E ithugs ? – chiese Tremal-Naik.
 – Ithugs saranno i miei uomini – disse Sandokan. – Sono stati istruiti da Kammamuri.
 – Avanti dunque.
 Sandokan accostò alle labbra il fischietto d’argento ed emise un suono acuto. Subito trentadayachi seminudi coi fianchi stretti da un laccio di fibre dirotang e con un serpente dalla testa di donna dipinto in mezzo al petto entrarono nella grande capanna schierandosi ai lati della mostruosa divinità deithugs .
 – Perché hanno quel serpente sul petto? – chiese Yanez.
 – Tutti ithugs hanno un tatuaggio simile – rispose Tremal-Naik.
 – Kammamuri non ha dimenticato nulla a quanto pare.
 – Siete pronti? – chiese Sandokan.
 – Tutti – risposero idayachi .
 – Yanez – disse allora Sandokan, – ti affido una parte importante.
 – Che cosa devo fare?
 – Tu che sei un bianco, devi rappresentare il padre di Ada. Guiderai gli altri pirati che fingeranno di essere isipai indiani e farai quanto ti dice Kammamuri.
 – Sta bene.
 – Quando io fingerò di assalirti fuori del forte, cadrai dinanzi a Ada come morto.
 – Fidati di me, fratello. Ognuno al suo posto.
 Tremal-Naik, Yanez e Kammamuri uscirono, mentre Sandokan si fermava dinanzi alla statua della dea Kalì e idayachi , i fintithugs , si schieravano ai suoi lati.
 Ad un cenno della Tigre, un pirata percosse dodici volte una specie di gong che era stato trovato in un angolo del fortino.
 All’ultimo colpo la porta del capannone s’aprì e lavergine della pagoda entrò sorretta da duedayachi .
 – Avanzati,vergine della pagoda – disse Sandokan con voce grave, – Suyodhana te lo comanda.
 A quel nome di Suyodhana, la pazza si era arrestata, liberandosi dalle braccia dei due pirati. Il suo sguardo, improvvisamente acceso e dilatato, si fissò su Sandokan, che stava ritto in mezzo alla pagoda, poi suidayachi che conservarono una immobilità assoluta e da ultimo sulla dea Kalì. Un fremito agitò il suo corpo e alcune rughe si disegnarono sulla nivea fronte.
 – Kalì – mormorò con un accento nel quale si sentiva una vibrazione di terrore. – Ithugs …
 Si avanzò di alcuni passi continuando a volgere lo sguardo ora su Sandokan, ora sui pirati, ora sulla mostruosa divinità deithugs , poi si passò due o tre volte la mano sulla fronte e parve che facesse un supremo sforzo per richiamare alla memoria una qualche orribile scena.
 D’improvviso Tremal-Naik irruppe nella pagoda e le si slanciò incontro gridando:
 – Ada!…
 La giovinetta si era arrestata di colpo; il suo volto era diventato pallidissimo e manifestava una inesprimibile ansietà. I suoi occhi, che pareva perdessero a poco a poco quella luce strana, propria dei pazzi, si fissavano su Tremal-Naik.
 – Ada!… – ripeté questi con voce straziante. – Ritorna in te!…
 In quell’istante si udì una voce gridare:
 – Fuoco!
 Alcuni spari rimbombarono sulla soglia della pagoda ed un gruppo di uomini guidati da Yanez irruppe nell’interno, mentre idayachi , come ithugs in quella fatale notte, fuggivano in tutte le direzioni.
 Ada era rimasta immobile. Ad un tratto trasalì, poi si curvò innanzi, come se cercasse di raccogliere il rumore di una nuova scarica o qualche altra voce.
 Sandokan si era fermato all’estremità della pagoda e non la perdeva di vista. Comprese ciò che aspettava ancora la disgraziata?… Forse, poiché con voce tonante si mise a gridare, come aveva gridato il feroce Suyadhama:
 – Andate!… Ci rivedremo nellajungla !…
 Aveva appena pronunciate quelle parole che un urlo acutissimo irrompeva dalle labbra della pazza.
 Fece un passo innanzi col viso sconvolto, le braccia alzate, barcollò, girò su se stessa e cadde fra le braccia di Yanez.
 – Morta!… morta!… – urlò Tremal-Naik con accento disperato.
 – No – disse Sandokan. – Ella è salva!
 Appoggiò una mano sul petto della vergine. Il cuore batteva, debolmente sì, ma batteva.
 – È svenuta – diss’egli.
 – Allora è salva – disse Yanez.
 – Fosse vero! – esclamò Tremal-Naik che rideva e piangeva ad un tempo.
 Kammamuri ritornava con dell’acqua. Sandokan spruzzò a più riprese il viso della giovinetta e attese che ella ritornasse in sé.
 Passarono alcuni minuti, poi un sospiro profondo uscì dalle labbra della fanciulla.
 – Sta per rinvenire – disse Sandokan.
 – Devo rimanere qui? – chiese Tremal-Naik.
 – No – rispose Sandokan. – Quando noi le avremo narrato ogni cosa, vi manderemo a chiamare.
 L’indiano gettò un lungo sguardo sullavergine della pagoda e uscì soffocando un singhiozzo.
 – Speri, Sandokan? – chiese Yanez.
 – Molto – rispose il pirata. – Domani questi due infelici potranno unirsi per sempre.
 – E noi…
 – Zitto, Yanez: apre gli occhi.
 La giovinetta infatti ritornava in sé. Mandò un secondo sospiro più lungo del primo, poi aprì gli occhi fissandoli su Sandokan e Yanez. Il suo sguardo non era più torbido; era limpido, era lo sguardo di una donna che non era più pazza.
 – Dove sono? – chiese con voce debole, cercando di alzarsi.
 – Fra amici, signora – disse Sandokan.
 – Ma che cos’è successo? – mormorò. – Ho sognato? Dove sono?… Chi siete voi?
 – Signora – disse Sandokan, – vi ripeto che siete fra amici. Cos’è successo, mi chiedete? Vi dirò che non siete più pazza.
 – Pazza?… pazza?… – esclamò la ragazza con sorpresa. – Ero pazza io?
 Non ho sognato, dunque? Ah… mi ricordo… È orribile… È orribile…
 Uno scoppio di pianto soffocò la sua voce.
 – Calmatevi, signora – disse Sandokan. – Qui non correte alcun pericolo. Suyodhana non esiste più ethugs qui non ce ne sono. Non siamo in India, ma nel Borneo.
 Con uno sforzo Ada si rizzò in piedi e, afferrando strettamente le mani di Sandokan, gli disse piangendo:
 – In nome di Dio, ditemi ciò che è successo e chi siete voi. Mi sembra di non comprendere più nulla.
 Erano le domande che Sandokan aspettava. Allora con voce grave le narrò succintamente tutto quello che era accaduto prima in India, poi a Mompracem e da ultimo nel Borneo.
 – Ora – concluse Sandokan, – se amate ancora Tremal-Naik, il coraggioso indiano che per voi ha compiuto miracoli, ad un vostro cenno egli sarà alle vostre ginocchia.
 – Se lo amo!… – esclamò Ada. – Dov’è? Lasciate che lo riveda dopo una così lunga separazione.
 – Tremal-Naik!… – gridò Yanez.
 L’indiano si precipitò nella pagoda e cadde ai piedi di Ada, esclamando:
 – Mia!… Ancora mia!… Dimmelo ancora una volta, Ada, che sarai mia moglie!…
 La giovinetta posò le mani sul capo del fidanzato:
 – Sì, sarò tua moglie – diss’ella. – Mio padre mi ha promessa a te, e t’amo ancora.
 Nel medesimo istante una scarica di fucili rintronava sulle sponde della baia, seguita da una voce tonante che gridava:
 – All’erta!… pirati di Mompracem!… Ecco il nemico!…

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