Capitolo I – L’assassinio d’un ministro

«Signor Yanez, se non m’inganno, vengono, ed avremo una carica formidabile, spaventosa».

«Ah, briccone!… Quando sarà che ti deciderai a chiamarmi Altezza? Quando ti avrò fatto tagliare la punta della lingua dal carnefice del mio impero?» «Voi non lo farete mai».

«Ne sono più che convinto, mio bravo Kammamuri: per te io sono sempre il signor Yanez o la Tigre Bianca, come Sandokan per te è sempre la Tigre della Malesia». «Due grandi uomini, signore!…»

«Che il diavolo ti porti! Qualche cosa, è vero, abbiamo fatto in Malesia ed in India, tanto per non lasciar irrugginire le nostre splendide carabine inglesi». «No, Altezza…»

«Olà, Kammamuri, ti proibisco di darmi questo titolo quando non siamo a corte; e mi pare, se non sono diventato cieco, che ci troviamo ora in mezzo ad una magnifica foresta, senza seccanti ministri, grandi marescialli di non si sa che cosa». «È un ordine che avete istituito voi, signor Yanez».

«Ora va bene. Ma vedi: a questi indiani bisogna dare grossi gradi e titoli rimbombanti. Marescialli dell’Assam!… Per Giove!… Hanno ragione di andare superbi, mentre sono più che convinto che nessuno di quei poltroni che vuotano le casse dello Stato, avrebbe osato prendere parte a questa caccia. Dicevi dunque, mio bravo Kammamuri?» «Che i bufali si avvicinano». «Hai gli orecchi ben fini, tu!…» «Sono indiano, signore, e sono nato cacciatore». «È vero; mentre io sono un europeo, figlio del gaio Portogallo, che non ha…» «Alto là, signore: avete ucciso più tigri voi di me».

«Non me lo ricordo» rispose colui che si faceva chiamare signor Yanez, ridendo. «Dunque, vengono?» «Ne sono sicurissimo». «Che siano molti?»

«Sapete bene, signor Yanez, che quei bestioni cornuti, forti quasi quanto i rinoceronti, vanno sempre a grosse bande». «È vero».

«Il carro è pesantissimo, signor Yanez, ed io spero che non riusciranno a sgangherarlo, né a sollevarlo».

«Io spero invece che vi si rompano le corna contro» rispose il signor Yanez, «M’inquieta l’elefante che il cornac non ha abbastanza allontanato, per poter assistere anche lui alla grossa caccia. Tutti bricconi quest’indiani». «Anche io, Altezza?»

«Per tutti i fulmini di Giove, smettila, Kammamuri!… Vuoi farmi andare in bestia proprio ora che ho bisogno di avere i nervi ed il sangue tranquilli?» «Ho finito, Altezza!…» «Che un thug ti strangoli, briccone! Tu vuoi farmi arrabbiare». «Ma no, signor Yanez».

«Ora ci siamo e non protesto. Ah, ti dicevo che avevo qualche inquietudine per Sahur. Se i bufali lo scoprono lo sventreranno, senza badare ai colpi di proboscide».

«Sahur è un coomareah e non già un merghee, signor Yanez. È massiccio come uno scoglio e forte come cento cateri».

«Cento giganti indiani? Avevano ben poca forza quei signori spaventapasseri!… Noi in Europa ne abbiamo avuti due soli, che si chiamavano Sansone ed Ercole, ma potevano accoppare anche con una semplice mascella d’asino cinquecento cateri, e forse… Oh!… Odo anch’io!… Per Giove!… Si direbbe che quei colossi rovesciano la foresta. Vedremo se saranno capaci di gettare in aria anche noi». Poi, alzando la voce, comandò con voce secca: «Preparate le carabine!… Fuoco di fila!…»

Un enorme carro, formato di travi pesanti collegate con arpioni di ferro e con ruote altissime, tutte piene, stava fermo, un po’ affondato nella terra grassa, in mezzo ad una superba foresta irta di giganteschi tara, di tamarindi, di cocchi e di mangifere.

Non somigliava affatto agli tciopaya indiani, grossi carri anche quelli, ma più eleganti, perché hanno la cassa sempre dipinta in azzurro color cielo ed ornata di fiori e di divinità, con belle colonnette. Sembrava più un bastione rotolante, che solamente la forza illimitata degli elefanti, specialmente dei coomareah, potevano smuovere.

I bufali non ci sarebbero riusciti nemmeno accoppiati sei a sei, nonostante il loro vigore tre volte superiore a quello dei tori e delle vacche d’Europa. Otto uomini montavano quella strana fortezza, che un vigoroso elefante aveva trascinato fino a quel luogo, per correre subito ad imboscarsi in mezzo ad un foltissimo gruppo di mangifere.

Quello che stava dinanzi a tutti e che si faceva chiamare Altezza, o signor Yanez, a suo piacere, era un bel tipo d’europeo, sui cinquantacinque anni, colla folta barba brizzolata e la pelle un po’ abbronzata pei lunghi soggiorni nelle regioni equatoriali. Non indossava affatto un vestito da principe indiano, carico di ricami d’oro.

Aveva un semplice vestito di flanella bianca, assai largo per non impedirgli nessun movimento, stretto solamente ai fianchi da un’alta fascia di seta azzurra sulla quale si vedeva spiccare un grosso S.

Entro quella specie di cintura erano due grossi pistoloni indiani, a canna lunga, armi che possono valere le moderne rivoltelle. Il secondo, che si ostinava a chiamarlo signor Yanez, era un purissimo tipo d’indiano, anche lui già sulla cinquantina, però coi capelli e la barbetta nerissimi. Piuttosto massiccio, di forme vigorose, però di lineamenti fini, nobili, quei lineamenti che si riscontrano nelle alte caste indiane che non hanno mai avuto alcun contatto coi paria.

Assai bruno, cogli occhi sempre in moto che gli davano un non so che di feroce, faceva tintinnare le sue grosse buccole d’oro e le numerose collane di perle che gli scendevano su una casacca tutta verde e ben ricamata, con molto sfarzo d’argento e d’oro.

Qualunque indiano lo avesse veduto, non avrebbe esitato un solo momento ad esclamare: «Ecco un superbo maharatto!…»

Gli altri sei, che stavano dietro al maharajah, non erano che degli sikkari, ossia dei cacciatori, molto valenti così nella jungla infestata di tigri, di pitoni enormi e di coccodrilli, come contro i colossi della foresta: come bufali, elefanti, rinoceronti.

Non avevano che dei calzoncini di tela rigata, niente sulle loro teste accuratamente rasate, però nella cintura di pelle gialla portavano un vero arsenale: pistoloni a doppia canna e tarwar per tagliare le lingue ai bufali.

Al comando dato dal maharajah, gli sikkari avevano armate precipitosamente le carabine, ed avevano occupato il davanti del carro.

Si mostravano perfettamente tranquilli, quantunque non ignorassero con quale formidabile nemico avessero da fare. «Si avvicinano, è vero, mio bravo Kammamuri?» chiese il signor Yanez.

«Sì, Altezza» rispose il maharatto, imbracciando rapidamente una grossa carabina.

«Olà!… Smettila, noioso!… Qui non vi sono né ministri, né grandi marescialli. Vuoi guastarmi il sangue? Se lo hai giurato, come ti ho detto, ti farò tagliare la punta della lingua dal grande carnefice del mio impero».

«Ed infatti ci vorrebbe un po’ di lavoro per quel furfante: quanto lo pagate?…»

«Mille rupie all’anno per non fare niente, giacché io sono un principe umanitario. E poi Surama non vorrebbe che facessi tagliare il collo a qualcuno dei suoi sudditi». «Hum!… Sudditi malfidi, signor Yanez».

«Lo so meglio di te, mio bravo Kammamuri» rispose il portoghese. «Finché si può andare avanti filiamo a tutto vapore. Scateneremo, all’ultimo momento, i montanari di Sadhja. Quelli sono veramente devoti alla rhani, e per conservarle il trono minato da un tarlo misterioso, sarebbero capaci di gettarsi anche sul Bengala». «Se avessero un po’ di Tigrotti di Mòmpracem alla testa!» «Ci saranno». «Come? Noi rivedremo ancora qui quei terribili guerrieri delle folte foreste?»

«Non stupirti, Kammamuri, è un po’ che ci penso. Ho nominato un brav’uomo mio primo ministro e me l’hanno misteriosamente avvelenato; ne ho nominato un altro, e nel suo letto si è trovato un serpente del minuto che l’ha portato via, al primo morso, entro cinquantacinque secondi esatti. Domani cacceranno fra le mie coltri un cobra-capello, o fra le lenzuola di seta di Surama e del mio Soarez. Morte di Giove!… Se uccidessero mia moglie e mio figlio…» Si era interrotto bruscamente, gridando per la seconda volta: «Preparate le carabine!… Fuoco di fila!…»

Quantunque regnasse una calma assolutamente completa, la foresta che si stendeva dinanzi al gigantesco carro, si era messa ad agitarsi come se dei colpi di vento la investissero. Tutte le piante, eccetto i grossi tara, inattaccabili anche per gli elefanti più poderosi, si agitavano violentemente, sbattendo le immense foglie e facendo cadere una vera grandine di frutta. Pareva che sotto i grandi vegetali, piuttosto che sopra, si avanzasse furibondo un uragano, accompagnato da strani fragori che non erano altro che muggiti di bhajusa, i formidabili bisonti indiani, ben più audaci di quelli che un tempo popolavano le praterie del Far-West americano. Sono animali di dimensioni straordinarie, massicci quasi quanto i rinoceronti, cattivissimi, specialmente se vengono feriti.

Non somigliano veramente al bisonte americano, né al bufalo selvaggio dell’Africa, forse agli uri, razza ormai scomparsa dalle foreste della Germania e della Polonia, da una buona cinquantina d’anni. Hanno la testa corta e piuttosto quadrata, la fronte alta e larga, coronata di ciocche di pelo lungo, rossiccio, le corna ovali fortemente appiattite che incurvansi indietro per rialzarsi poi a punta. Il collo è grosso e breve, che si attacca subito ad una vera gobba che si stende fino a metà lunghezza dei loro corpi, e che perciò li fanno rassomigliare un po’ ai bisonti delle praterie americane. Tutta quella gobba è coperta d’un pelame nero spesso e lungo; le altre parti sono invece coperte di peli di color marrone e sono meno folti.

Se vi è un animale terribile è indubbiamente il bufalo indiano. Mentre i bisonti americani fuggono quasi sempre e si lasciano massacrare a centinaia, quelli indiani, quantunque abbiano una vista piuttosto cattiva, ma un odorato ed udito finissimi, vendono ferocemente la loro pelle. Già vanno sempre in grossi gruppi di quaranta, cinquanta ed anche più capi, quindi possono condurre delle cariche formidabili anche perché, malgrado la loro mole, sono agilissimi e corrono meglio dei bisonti gareggiando perfino coi cavalli. Sono sempre di pessimo umore, pronti a sventrare il povero indiano che incontrano sul loro passaggio e che non ha avuto il tempo di mettersi in salvo su qualche albero dai rami bassi.

Producono delle ferite spaventevoli, e più volte si sono trovati, nelle foreste indiane, dei disgraziati col ventre aperto fino alla bocca dello stomaco, con un colpo reciso. Perfino le tigri si guardano, anche se assai affamate, di assalire di fronte quei pericolosi bestioni, e ben di rado riescono ad abbatterne qualcuno.

Quello che rende il bufalo assolutamente terrificante è la loro forza prodigiosa, la quale dà loro una superiorità immensa sull’uomo che abita quelle regioni, pel fatto che anche attraverso le più folte foreste si apre il passo senza sforzo apparente, mentre i più destri cacciatori non potrebbero andare innanzi che con somma lentezza.

La malignità poi dei bufali, siano africani od asiatici e talvolta anche americani, è incredibile. Perseguitano il cacciatore con una ostinazione incredibile, facendo degli improvvisi ritorni dietro le macchie, per prenderlo di fronte e sventrarlo, gettarlo in aria e calpestarlo rabbiosamente.

Il signor Yanez non era alle sue prime cacce. Conosceva i “grossi polli della foresta”, come li chiamava lui, ed aveva prese le sue precauzioni, facendosi costruire un carro monumentale che nemmeno i fortissimi elefanti, in una delle loro cariche spaventevoli, potevano fracassare.

Aveva per di più il maharatto, cacciatore nato, e sei sikkari dal polso fermo e niente affatto impressionabili.

I bisonti, fiutati forse i nemici, continuavano a caricare attraverso alla foresta, sventrando i cespugli e facendo oscillare gli alberi. Muggivano furiosamente, come se fossero impazienti d’impegnare la lotta.

«Siete pronti?» chiese Yanez, il quale tendeva gli orecchi ed aguzzava gli occhi. «Tutti, Altezza» risposero i sette uomini, imbracciando le carabine.

«Per Giove!… Voglio vedere la danza dei bisonti. È un po’ di tempo che non ne uccido, ma giacché vengono a devastare le mie selve e sventrare i miei sudditi, faremo anche noi dei massacri. Olà!… Attenzione!… Giungono!…»

La banda irrompeva colla violenza d’una vera tromba. Erano cinquanta o sessanta enormi animali, quasi tutti maschi, i quali caricavano a testa bassa, colle corna tese.

«Fanno veramente paura!» disse Yanez colla sua solita voce tranquilla. «Mi spiace che non vi sia qui Tremal-Naik.»

«Veglia su vostro figlio, sul piccolo Soarez» ebbe appena il tempo di dire il maharatto.

Una scarica echeggiò subito, scarica secca, terribile. I bisonti, impressionati dal fragore delle armi, si erano subito arrestati dinanzi a due loro compagni che non davano più segno di vita, mentre un terzo si dibatteva disperatamente fra le ultime convulsioni dell’agonia, emettendo formidabili muggiti. «Le carabine di ricambio!…» gridò prontamente Yanez. Tutti si erano prontamente riarmati, e si erano messi in posizione di sparare. I bufali ebbero un momento di esitazione, ma il loro straordinario coraggio si risvegliò ben presto, e si slanciarono dritti contro il carro colla speranza di fracassarlo a gran colpi di corna, o per lo meno di rovesciarlo. «Fuoco!…» comandò per la seconda volta Yanez.

Altri otto spari rimbombarono, formando quasi una detonazione sola e rompendo violentemente l’eco della foresta. Tre animali caddero morti o feriti, tuttavia gli altri continuarono la indemoniata carica, muggendo spaventosamente, e si precipitarono all’attacco. Stavano quasi per investire il carro, quando da una folta macchia irruppe, correndo e barrendo, un grosso elefante montato da un cornac indiano, quasi nudo.

«Sahur!…» gridò Kammamuri, riprendendo un’altra carabina di ricambio, poiché ne avevano ancora. «Che cosa viene a fare qui quello stupido? A farsi sbudellare?»

«Ci siamo anche noi, pronti a proteggerlo» disse Yanez. «Vediamo un po’ che cosa succede. Per l’elefante non m’importa, poiché nelle mie riserve ne abbiamo perfino troppi; è per quel povero diavolo di cornac il quale corre il pericolo, se non riesce a domare Sahur, di vedere le budella pendenti sulla punta di qualche corno. Non fate fuoco per ora. Uno di voi ricarichi le armi».

L’elefante, impressionato dai muggiti veramente spaventosi dei bufali, aveva lasciato il suo nascondiglio, gettandosi storditamente in mezzo a tutte quelle corna.

È vero che si trattava di un poderoso coomareah, saldo quanto uno scoglio, dotato d’una forza più che prodigiosa ed armato d’una tromba larga che doveva fare dei veri miracoli nel caso di un attacco diretto. Il cornac, armato dell’arpione, invano si sforzava di ricondurlo nelle folte macchie. Il testardo suonava la sua fanfara di guerra, preparandosi anche lui a slanciarsi.

«Per Giove!…» esclamò Yanez. «Ha del coraggio quel bestione!… Che venga proprio per proteggerci?»

«Non mi stupirei» rispose Kammamuri. «Sahur ha una intelligenza meravigliosa. «Tenetevi sempre pronti a far fuoco».

I bufali, per la seconda volta si erano arrestati, calpestando rabbiosamente il suolo e scuotendo forsennatamente le loro grosse teste. Pareva che esitassero fra l’assalire il carro o l’elefante, il quale si avanzava sempre trombettando a pieni polmoni.

Finalmente parvero decidersi. Dovevano aver riconosciuto che era più facile atterrare il pachiderma piuttosto che il gigantesco carro, il quale presentava la resistenza d’un piccolo bastione. Si allargarono, formando un semicerchio di oltre cento metri, poi tornarono a muoversi, mirando all’elefante. Stavano per attaccare a fondo, quando un nitrito echeggiò improvvisamente a poche centinaia di passi dal carro.

«Un cavallo!…» esclamò Yanez, diventando leggermente pallido. «Che nella mia capitale sia scoppiata la rivoluzione? Sono tutte cariche le carabine?»

«Sì, Altezza» disse Kammamuri. «Abbiamo trentaquattro palle da regalare ai bufali». «Troppo poche». «Le munizioni abbondano».

«Non so se ci lasceranno sempre il tempo di ricaricare le armi, mio bravo maharatto. Pronti!… Per tutti i fulmini di Giove! Bindar!» Un bellissimo cavallo nero era sbucato dalle macchie, correndo verso il carro.

Un indiano magro come un fakiro, eppur giovane ancora, lo montava tenendo ben raccolte le briglie, e le punte dei piedi cacciate dentro le staffe, che non erano quelle larghe coi margini taglienti, usate dai mussulmani indiani. Il cavallo, vedendo i bufali, aveva fatto un fulmineo dietro front, preparandosi a scappare con tutte le sue forze. Per istinto, conosceva troppo bene la potenza di quei bestioni. «Bindar!…» urlò Yanez. «Che cosa vieni a fare qui? A farti sventrare?»

«Mio signore», gridò l’indiano a gran voce «hanno avvelenato anche il vostro terzo ministro. È morto un paio d’ore fa». «Corpo di Giove!… Che cosa vieni a raccontarmi tu?» «La verità, Altezza». «E Surama e mio figlio, il mio piccolo Soarez?» «Vivi tutti. Tornate presto: Tremal-Naik vi aspetta».

«Fuggi tu intanto. Avremo da fare a cavarcela con questi animali. Scappa!… Scappa!… Porta i miei saluti a mia moglie!… Veglia su mio figlio!…» «Sì, maharajah!… Che Visnù ti protegga!…»

Il cavallo aveva già presa una corsa sfrenata scomparendo quasi subito sotto i grandi vegetali.

I bufali sempre maligni e molto intelligenti, avevano lasciato in pace il carro ed anche l’elefante, dalla cui proboscide, oltre che dalle zanne, molto avevano da temere, e si erano scagliati dietro al cavaliere, come il più debole a reggersi ad un attacco poderoso. Sotto le immense volte di verzura rintronarono due spari che parvero di pistola, poi anche la banda indemoniata, inattaccabile sempre muggente, scomparve, lanciata a gran velocità sulle tracce del cavaliere.

«Hai udito, Kammamuri?» chiese Yanez, con voce un po’ alterata. «Anche il mio terzo ministro avvelenato!… La mia corte è piena di traditori dunque? Domani avveleneranno me, poi la rhani mia moglie, poi mio figlio ed anche tutti voi amici fedeli. Corpo d’una saetta!… Ne ho già abbastanza di questa corona che pesa come se fosse di piombo. Questo impero, come lo chiamano pomposamente, non vale la nostra piccola isola di Mòmpracem, per le centomila corna di tutti i diavoli noti ed ignoti».

«La notizia che ci ha recata Bindar è impressionante, signore. Si direbbe che nella vostra corte si siano stabiliti alcuni di quei dacoiti che hanno avvelenato mezza popolazione del Bundelkund».

«Io penso ad altro» disse Yanez, tormentando il grilletto della carabina. «E non è da oggi che questo pensiero terribile mi perseguita». «Dite, signor Yanez».

«Che Sindhia sia fuggito dall’ospedale dei pazzi di Calcutta, dove l’avevamo internato».

«Ma che!… Quell’eterno ubriacone non saprà mai fare nulla anche se libero, signor Yanez».

«Io non condivido affatto la tua fiducia, mio bravo Kammamuri» rispose il principe. «Intorno a noi regna il tradimento, ed il tradimento indiano è il più terribile». «Signore, torniamo subito».

«Se i bufali ci lasceranno il passo. Ritorneranno, lo vedrai, e ci daranno ancora dei grossi fastidi».

Poi alzando la voce gridò al cornac che montava il coomareah, e che era riuscito a domare l’enorme bestione:

«Metti in salvo Sahur!… Ci è necessario per tornare alla capitale. Approfitta di questo momento di tregua».

«Sono ormai padrone io, maharajah, della mia bestia» rispose il cornac. «Ora lo condurrò in un luogo sicuro, e se vorrà fare dei capricci lavorerò d’arpione senza badare dove tocco». «Vàttene, allora!…» «Sì, signore».

L’elefante si era calmato, non avendo veduto più i bufali, ed obbediva al suo conduttore abbastanza docilmente.

Dapprima cercò di avvicinarsi al carro, forse coll’idea fissa di proteggere i cacciatori o di mettersi sotto la loro protezione, poi, dopo avere scrollato più volte il dorso gigantesco e le enormi orecchie, ritornò a piccolo trotto dentro la folta macchia.

«Ritornare subito!» disse Yanez. «Si fa presto a dirlo: vorrei però vedere gli altri cacciatori nella nostra situazione. Finché non avremo distrutto buona parte di quei maligni animali, saremo costretti a rimanere qui». «Che abbiano raggiunto Bindar?» chiese Kammamuri.

«No, è troppo esperto cavaliere, e poi montava uno dei miei più veloci cavalli. I bufali hanno la carica impetuosa, però dopo pochi minuti cominciano a sfiatarsi ed a rallentare la corsa». «Che ritornino?»

«E me lo domandi? Mi sembra già di vedermeli dinanzi. Quelle bestie non lasciano il campo di battaglia senza tentare delle rivincite che faranno sempre paura non solo a tutti i cacciatori dell’Asia, bensì anche a quelli dell’Europa che qualche volta vengono fra noi a provare le loro grosse carabine. Avvelenato!… Ed è il terzo!… C’è da impazzire». «Da impressionarci certamente, signor Yanez».

«Questa volta però voglio vedere ben dentro a questo delitto, e quel cane che lo ha commesso non sfuggirà alla scimitarra del mio carnefice. Conto assai su Timul: quell’uomo è un meraviglioso cercatore di piste. Se trova quella dell’assassino la seguirà anche fino alle grandi montagne dell’Himalaya, anzi più oltre, anche nel cuore del Tibet. Non comprendo il motivo di questi delitti. Io sono popolarissimo, la rhani mia moglie più di me ancora, tutti ci amano e… ci avvelenano a tradimento. Cominciando da questa sera io non mangerò che uova sode che spaccherò e sguscerò io».

«E farete bene, signor Yanez. Non c’è più da fidarsi. Impasterò il pane io per voi, per la rhani, per il piccolo Soarez e per il mio padrone».

«Un vecchio cacciatore che diventa panettiere!…» disse il portoghese, tentando di scherzare.

«Noi, maharatti, sappiamo ammazzare una tigre od un elefante, come impastare e cucinare una pagnotta. Prendo io il comando delle cucine reali e, se sorprendo qualche cuoco a gettare nei cibi delle polveri velenose, lo uccido con un solo colpo di tarwar». «E poi darai il corpo a mangiare alle tigri dei nostri giardini».

«Sissignore. Dobbiamo impressionare profondamente questi traditori che minacciano di mandarci tutti tra le braccia di Parvati, la dea della morte». «Aspetta prima di sorprenderlo!» «Eh!… Chi lo sa!…»

«Vedremo che cosa dovremo fare quando saremo ritornati alla capitale. Intanto, giacché ti sei offerto come cuoco, per me e per tutti i miei preparerai uova». «Vi stancherete, signore» disse Kammamuri, ridendo. «Mangeremo anche delle frutta che sbucceremo noi».

«Non mi fiderei più, signor Yanez. Si fa presto ad avvelenare un banano iniettando sotto la scorza, con una sottile siringa, un po’ di bava del cobra-capello».

«Mi fai venire freddo, Kammamuri, eppure il termometro segna 40° e alza sempre. Queste cose a Mòmpracem non succedevano. Eh!… Tornano?»

«Sì, mi pare» rispose Kammamuri. «Saranno più furibondi che mai e tenteranno di rovesciare il carro». «Non sono elefanti» rispose Yanez. «Tutte le carabine sono cariche?» «Sì, Altezza» risposero ad una voce gli sikkari.

«Daremo un’altra terribile lezione a quei bruti che minacciano di tenerci qui prigionieri, mentre così gravi avvenimenti succedono nella mia capitale».

«Udite, signore?» gridò in quel momento Kammamuri. «Forzano la foresta e cercano di piombarci addosso da un’altra parte».

«Guarda se qualcuno di quei bestioni ha le budella del cavallo appese alle corna».

«Siva non lo voglia, poiché significherebbe che anche Bindar è stato sventrato». «Può essersi salvato su di un albero. Pronti!…»

I bufali giungevano col solito slancio, aprendosi impetuosamente il passo attraverso i cespugli che venivano atterrati e quasi polverizzati da tutte quelle poderose zampe.

Si arrestarono un momento sul margine della radura in mezzo alla quale si trovava il carro, muggendo furiosamente. Grondavano sudore e la schiuma imbrattava i loro larghi petti, scendendo a terra, come tanti piccoli fili d’argento.

Dovevano essere esausti. Il cavallo li aveva certamente trascinati in una corsa velocissima, sfuggendo anche al loro attacco, perché dalle corna delle bestie non pendeva nessun intestino. I loro fianchi pulsavano fortemente ed i loro occhi erano iniettati di sangue in modo da fare spavento.

«Giù!…» comandò Yanez, che cominciava ad averne abbastanza dell’ostinazione di quegli animali.

Otto colpi partono, uno dietro all’altro, ed una pioggia di palle coniche, rivestite di rame, colpisce nuovamente in pieno i giganti delle jungle. Tre o quattro cadono, colle spine dorsali fracassate, poiché i cacciatori non miravano né alla testa, né al petto, ma gli altri, sempre più inferociti, si scagliano come una tromba, colle corna ben tese, decisi a non rientrare nella boscaglia senza aver vendicati i compagni. Il momento è terribile. Il carro è pesantissimo ed assai robusto, tuttavia anche Yanez è diventato un po’ pallido. «Non lasciamoli avvicinare!…» gridò. «Fuoco!… Fuoco!… Fuoco!…»

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