LA REGINA DELL’OCEANO PACIFICO

CAPITOLO IX

 

 LA REGINA DELL’OCEANO PACIFICO

 

 Le tenebre calavano rapide sull’Oceano Pacifico e le stelle salivano, a milioni e milioni, brillanti come faci nel purissimo cielo.

 Uno schifo scivolava lentamente, a piccoli colpi di remo, verso l’ampio porto di Panama, non piú rischiarato.

 Quattro uomini lo montavano: il conte di Ventimiglia, il quale teneva la barra del timone, Mendoza, don Ercole e il guascone, i quali manovravano i remi.

 Lo schifo, leggiero come una baleniera moderna, scivolava dolcemente sulle nere acque, lasciandosi a poppa, di quando in quando, una scia fosforescente.

 Aveva già girato, inosservato, l’estrema punta di ponente e filava silenzioso fra i grossi galeoni spagnuoli provenienti dal Messico e dal Perti e le sottili ed esili caravelle ancorate lungo le superbe gettate, in attesa di ricevere l’ordine dal Viceré di sciogliere le vele, quando Mendoza che remava di punta, disse sottovoce:

 – Alto!

 Il conte di Ventimiglia si era alzato.

 – Che cosa c’è? – chiese.

 – Una caravella ci segue e cerca di passarci avanti.

 – Gettiamoci dietro ai galeoni.

 – È quello che volevo proporvi, signor conte.

 – Date dentro ai remi.

 – Preferirei dare dentro alle spade, – borbottò il guascone, il quale non aveva mai avuta soverchia passione pel remo.

 Lo schifo scivolò rapidamente in mezzo ai grossi galeoni, che danzavano lievemente sulle loro âncore e s’accostò alla calata.

 Una grande ombra attraversava in quel momento la baia: era una delle caravelle incaricate di sorvegliare l’entrata del porto.

 Doveva aver scorto lo schifo e lo cercava. Non potendo però passare fra le navi ancorate, cercava di sorprenderlo in qualche sbocco.

 – Troppo tardi, miei cari, – mormorò il conte. – Quando giungerete, non troverete che la scialuppa vuota.

 Con un colpo di barra diresse lo schifo verso la gettata, mentre i tre avventurieri deponevano silenziosamente i remi.

 – Lesti, – disse il conte. – Una imbarcazione si è staccata dalla caravella e probabilmente incontreremo degli uomini a terra.

 Il guascone lasciò passare il signor di Ventimiglia, poi balzò sulla calata, seguito dal basco e dal silenzioso fiammingo.

 – Giuocate di gambe, – disse il conte. – Se ci prendono, pagheremo a prezzo della vita questa impresa.

 – E dove scappare?- chiese il guascone.

 – Lasciate fare a me, – disse Mendoza. – Conosco abbastanza bene la città e vi condurrò, se il diavolo non ci mette la coda, in una certa taverna dove, almeno una volta, si bevevano delle deliziose bottiglie di Porto.

 – Si direbbe che voi conoscete, compare Mendoza, tutte le taverne dell’America nota ed ignota, – disse il guascone. – Voi siete veramente un uomo meraviglioso!..

 – Tacete ed allungate invece le gambe, – disse il conte. – Sono certo che c’inseguono.

 – Gli uomini della caravella? – chiese il guascone.

 – Sí, don Barrejo.

 – Ma questi spagnuoli posseggono un fiuto straordinario. Sentono un filibustiere a qualunque distanza. Che le nostre carni siano impregnate d’un odore speciale?

 – Sí, di polvere da sparo, – disse Mendoza, ridendo. – È vero, signor conte?

 – Non scherzare, Mendoza, – rispose il signor di Ventimiglia, fermandosi bruscamente. – Non è questo il momento. Zitti tutti!

 Si erano fermati sull’angolo d’una stretta via, fiancheggiata da catapecchie di brutto aspetto e si erano messi in ascolto.

 Nel grande silenzio della notte, rotto appena da qualche latrato, si udivano distintamente, a non molta distanza, i passi pesanti d’una ronda.

 – Ve lo avevo detto io che ci davano la caccia, – disse il conte. Orsú, Mendoza, conducici al piú presto alla taverna che tu conosci. Non ho alcun desiderio di farmi prendere. È lontana?

 – Meno di quello che credete, signor conte.

 – Fuori le spade e lasciate in pace le pistole.

 I quattro corsari imboccarono la viuzza, correndo velocissimi, e s’internarono in un dedalo di stradicciole strette e fangose, e soprattutto oscurissime.

 Mendoza si era messo alla testa e pareva che non si trovasse affatto imbarazzato sulla via da seguire.

 Dopo venti minuti, egli si fermava dinanzi ad una casa di modesta apparenza, fiancheggiata a destra ed a sinistra da giardini. Sopra la porta pendeva una grande tavola di legno, la quale doveva servire probabilmente da insegna.

 – Ecco la posada di Panchita, la bella castigliana, – disse. – Porta un brutto titolo, ma il vino, almeno una volta, era buonissimo.

 – Come si chiama? – chiese il guascone.

 – Posada del muerto.

 – Tonnerre!…Speriamo di non trovarcelo dentro!

 – Fa’ aprire, – disse il conte. – Mi pare di udire sempre i passi della ronda dietro di noi.

 Il basco picchiò forte la porta col pomo della sua draghinassa.

 Un momento dopo una finestra s’apriva discretamente ed una voce femminile e fresca chiese:

 – La posada non si apre di notte: cercate altrove.

 – Vi conduco un conte, che pagherà generosamente l’ospitalità, Panchita.

 – Chi siete voi che mi conoscete di nome?

 – Un vecchio avventore. Aprite presto, o gettiamo giú la porta. Siamo inseguiti da alcuni banditi che ci vogliono spogliare.

 – Aspettate un momento.

 – Se s’indugia un po’, la ronda ci capita alle spalle, – disse il guascone. – Signor conte, volete che io vada a fermarla insieme al fiammingo? Se ci vedono entrare qui, domani verranno a scovarci in cinquanta.

 Il signor di Ventimiglia esitò un momento.

 – Siete ben sicuri delle vostre spade? – chiese poi.

 – Rispondo anche di quella di don Ercole.

 – Se non potete fugare la ronda, ripiegatevi e verremo anche noi in vostro aiuto.

 – Venite, don Ercole, – disse il guascone. – Fermeremo quei curiosi che non vogliono lasciare in pace degli onesti borghesi come siamo noi.

 Mentre Mendoza strepitava per far aprire subito la porta, i due spadaccini presero la corsa, dirigendosi verso l’estremità della via.

 Si udivano in quella direzione dei passi affrettati e anche uno strascicare di spade.

 Poteva darsi che fossero dei nottambuli un po’ allegri che s’affrettavano a tornare alle loro case, ma poteva anche darsi che si trattasse veramente di quella ronda che aveva cercato di sorprendere i quattro corsari, prima che avessero lasciata la calata, e che li avevano seguiti attraverso le viuzze della città.

 Se sono veramente guardie, cerchiamo di tenerle a bada, finché saremo sicuri che il conte e Mendoza sono in salvo, poi caricheremo e le faremo scappare.

 Scantonarono l’angolo della via e scorsero tre uomini, i quali affrettavano il passo, tenendo le spade sguainate.

 Non ci volle molto ai due avventurieri per riconoscere tre soldati della capitaneria incaricati della sorveglianza del porto.

 – Bell’affare, – disse il guascone. – Voi incaricatevi di quello di destra, io mi prendo quello di sinistra e quello che sta in mezzo. Non abbiate fretta, però, don Ercole. La porta della posada non è stata ancora aperta. Si vede che l’ostessa sta facendo la sua toelette per ricevere degnamente il conte.

 – Eccoli! – gridò in quel momento una delle tre guardie.

 Don Barrejo fece un salto indietro e si portò sotto le finestre d’una casa, mettendosi a cantare a mezza voce una canzonetta amorosa.

 – Che cosa fate? – chiese don Ercole, stupito.

 – Lasciate fare a me, – rispose il guascone, ridendo.

 Le tre guardie della capitaneria scantonarono a loro volta e piombarono addosso ai due avventurieri, colle spade alzate, gridando:

 – Arrendetevi o siete morti!

 Il guascone si volse tranquillamente verso di loro, mentre don Ercole s’appoggiava contro il muro, perché non lo sorprendessero alle spalle.

 – Buena noche, caballeros.,- disse con voce melliflua.

 – Che cosa fate qui? – chiese una delle tre guardie.

 – Facevo una serenata alla mia bella, – rispose il guascone. – Una splendida catalana, sapete, con due occhi che brillano come stelle e… una bocchina, miei cari signori, da far girare la testa anche al Signor Presidente dell’Udienza reale.

 – Chi è?

 – Alto là, signora guardia. Non si deve essere troppo curiosi quando vi è di mezzo una donna, bella come la mia. Se vedeste che capelli ornano quella meravigliosa testina!… Se il grande Velasquez, il nostro glorioso pittore, fosse ancora vivo, se ne innamorerebbe alla follia e dipingerebbe certamente un quadro meraviglioso. E la carnagione della mia stella… Le creole di Cuba possono andare a nascondersi: veri riflessi d’alba!… E le sue manine? Ed i suoi dentini?… Veri granelli di riso, ve lo giuro sullo spadone arrugginito del mio defunto padre.

 Mentre il fiammingo faceva sforzi disperati per non scoppiare dal ridere. le tre guardie della capitaneria guardavano stupefatte il guascone, il quale non accennava a finire di decantare le meravigliose bellezze della sua donna.

 – Ma… – cominciò finalmente la guardia anziana, la quale cominciava a perdere la pazienza.

 – Ma che ma!… Osereste mettere in dubbio le bellezze della mia señorita? Guardatevene, perché io sono un vero caballero; quando si tratta di difendere la donna del cuore, non ho paura nemmeno di due cinquantine.

 – Io non voglio contraddirvi, quantunque mi sembri impossibile che una cosí meravigliosa bellezza abiti in questa casupola.

 – Alto là!… Non offendete il palazzo della mia donna! – disse il guascone, con voce minacciosa.

 – Quest’uomo è pazzo! – esclamò un’altra guardia.

 Don Barrejo lanciò un rapido sguardo verso il fondo della via e, non scorgendo piú né il conte né Mendoza dinanzi alla porta della posada , fece due salti indietro, urlando ferocemente:

 – Io pazzo!… Ora la pagherai, furfante.

 Snudò la spada e piombò sulle tre guardie, mentre il fiammingo faceva altrettanto.

 Gli assaliti indietreggiarono fino sull’angolo della via, poi puntarono le spade, gridando a loro volta:

 – Arrendetevi alla forza!…

 – Eccola, la forza! – rispose don Barrejo. – A voi il magro, don Ercole!… Insegnerò a questa gente a rispettare la dama del mio cuore.

 Non scherzava quel diavolo di guascone. Tirava colpi di draghinassa con furia incredibile, validamente appoggiato dal fiammingo, il quale, se parlava poco, agiva molto.

 Per qualche minuto la via risuonò di colpi fragorosi, poiché, se gli avventurieri picchiavano sodo, nemmeno le guardie della capitaneria si tenevano indietro: poi queste ultime, impotenti a far fronte a quel grandinare furioso, vistesi in procinto di essere infilzate, stimarono piú opportuno voltare le spalle e scappare a gambe levate.

 Il guascone ed il basco le inseguirono per due o trecento passi, minacciando di fare una vera strage di quei disturbatori degli innamorati; poi, vedendo che continuavano a correre come se avessero alle calcagna una muta di cagnacci, tornarono rapidamente indietro per rifugiarsi nella posada .

 La porta era stata chiusa, però trapelava attraverso la toppa un filo di luce.

 Alla prima battuta del guascone si aprí ed i due spadaccini si trovarono in una vasta stanza, piuttosto bassa, dalle pareti un po’ affumicate e illuminata da una grossa lanterna.

 Dinanzi ad una tavola già bene imbandita di cibi freddi e d’un bel numero di bottiglie polverose, stavano seduti tranquillamente il conte, Mendoza ed una bellissima donna sulla trentina, dai capelli nerissimi, adorni con un mazzolino di fiori, due occhi scintillanti, tagliati a mandorla come quelli delle castigliane, e che indossava un ampio nagua a striscie nere e gialle.

 Il guascone, vedendola, si tolse il feltro e s’inchinò galantemente, con un tonnerre formidabile, aggiungendo subito dopo:

 – Buena noche, señora!…Voi somigliate alla donna del mio cuore, sotto la cui finestra poco fa cantavo una canzone d’amore.

 – Davvero? – chiese il fiammingo, scoppiando in una clamorosa risata. – Voi cantavate sotto la finestra d’una catapecchia, la quale probabilmente serviva d’abitazione a qualche brutta negra.

 – Tacete, don Ercole, – rispose serio serio il guascone. – Voi non avete mai conosciuti i miei segreti.

 – E le guardie? – chiese il conte.

 – Scappate, signore. Ora possiamo cenare tranquillissimi.

 – Erano molte?

 – Oh!… Tre sole, – rispose con noncuranza l’avventuriero.

 Peccato che la mia bella della catapecchia non abbia assistito agli atti di valore del suo innamoratissimo.

 – Voi siete pazzo, don Barrejo, – disse il conte.

 – Me lo hanno veramente detto anche le guardie; io tuttavia non credo di avere ancora il cervello guasto. Gliele ho date però, ve l’assicuro, signor conte, e le ho fatte correre. In Guascogna non ci sono mai stati dei pazzi e nemmeno dei manicomi.

 – Che paese meraviglioso! – esclamò Mendoza. – Un’altra volta voglio nascere dall’altra parte del mar di Biscaglia!…

 – E farete bene, però mi pare che sarebbe meglio mostrare a quella deliziosa ostessa come sanno lavorare di denti i guasconi ed anche i fiamminghi, è vero, don Ercole? Se il conte ci permette?…

 – Metteteli pure in opera, – rispose il signor di Ventimiglia.

 – Mi rincresce che manchi qui un po’ d’antipasto. Ah!… Come divorerei in contraccambio i bellissimi occhi di questa simpatica catalana!…

 – No, sivigliana, – disse Mendoza.

 – Sempre occhi delle belle spagnuole, – rispose il guascone, con un sospirone, mentre si tirava dinanzi un paio di tondi ben pieni di pesci arrostiti e si empiva il bicchiere. Don Ercole, degnatevi di imitarmi. Anche voi, signora, se non avete cenato col signor conte.

 La bella ostessa scoppiò in una risata argentina.

 – Io non sono una signora, caballero, – disse ,mostrando due magnifiche file di denti. – Sono la padrona d’una povera posada .

 – Per un guascone, una donna è sempre una signora, – rispose don Barrejo, il quale però, pur chiacchierando, divorava come un lupo e vuotava bicchieri di eccellente Porto, aiutato vigorosamente dal taciturno fiammingo. – E poi, pei vostri magnifici occhi un guascone si farebbe uccidere.

 – Che cosa sono questi guasconi? – chiese la bella castigliana.

 – Dei parenti prossimi del diavolo, – rispose Mendoza, il quale faceva gli occhi di triglia alla vezzosa ostessa.

 – Misericordia! – esclamò Panchita, facendosi precipitosamente il segno della croce.

 – Compare, – disse il guascone, guardando con un certo cipiglio il basco. – Anche al di là del mar di Biscaglia si dice che vivano dei prossimi parenti di Belzebú. Sareste geloso di me?

 – Don Barrejo, – disse il conte, – vorreste attaccare lite?

 – No, signor di Ventimiglia: in questo momento preferisco attaccarmi alle bottiglie di questa graziosa castigliana. Tonnerre!… Va giú come l’acqua, è vero, don Ercole?

 – Come l’olio, – rispose il fiammingo.

 – Señora,spero che ne avrete molte di queste, nella vostra cantina.

 – Mio marito l’ha provveduta per bene prima di morire.

 – Ah!… Vostro marito è morto?

 – Durante una contesa avuta una sera con un filibustiere.

 – Pessima gente quei bricconi, – disse don Barrejo. – Ammazzano sempre!… Quelli sono veri figli di Belzebú. Oh!… La finiranno anche loro. Señora, un’altra bottiglia del vostro Porto. La vuoterò tutta alla vostra salute, parola di gentiluomo.

 – Voi, don Barrejo, siete una spugna, – disse il conte.

 – Io e don Ercole abbiamo battagliato contro le guardie della Capitaneria del Porto, signor di Ventimiglia, e, quando si combatte, la sete viene sempre, almeno ai guasconi.

 – E anche ai fiamminghi, a quanto pare, – aggiunse Mendoza.

 Don Ercole, invece di rispondere, si accontentò di versare attraverso la sua bocca di lupo nordico l’ultimo bicchiere rimasto sulla tavola.

 La taverniera giungeva in quel momento portando un cesto pieno di bottiglie. Il conte aveva già, prima dell’entrata dei due avventori, posato sull’angolo della tavola un bel mucchio di piastre, poteva quindi fornire abbondantemente da bere e realizzare nel medesimo tempo un bel guadagno.

 – Ora, donna Panchita, parliamo, – disse il conte, mentre Mendoza e don Barrejo continuavano a sturare bottiglie. – Io sono venuto qui per chiedervi una informazione.

 – A me, signor conte! – esclamò la bella castigliana, con stupore.

 – Avete molte conoscenze in città.

 – Sono nata qui.

 – Avete mai udito nominare un certo don Juan de Sasebo, consigliere dell’Udienza Reale di Panama?

 La castigliana pensò un momento, poi rispose:

 – Sí, io ho avuto occasione di fornire a quel consigliere del mio vino.

 – Quello doveva essere un gran furbo, – disse il guascone. Sapeva dove poteva trovare il buon vino.

 – Allora voi sapete, Panchita, dove abita, – riprese il conte.

 – In calle dell’Arameio.

 – Siete certa di non ingannarvi?

 – Certissima, signor conte. Sono andata io coi miei due servi a portargli una cinquantina di bottiglie.

 – Tonnerre!…Bevono i consiglieri dell’Udienza Reale di Panama! – borbottò il guascone. – E poi danno a me della spugna!…

 – È lontana da qui la sua abitazione? – riprese il signor di Ventimiglia.

 – Si trova di fronte al palazzo del Viceré.

 – Lo sai tu, Mendoza?

 – Saprò trovarlo, – rispose il basco.

 – Che uomo è quel don Juan de Sasebo? _ chiese il corsaro alla bella castigliana.

 – Sulla quarantina e uomo coraggiosissimo, perché si dice che un tempo fosse stato aiutante di campo del re di Spagna o d’uno dei suoi parenti.

 – Sapete dirmi altro?

 – No, signor conte.

 – Avrete cinquanta piastre per le informazioni datemi.

 – Voi siete troppo generoso. Che cosa posso fare per voi?

 – Darci una stanza o due per poterci riposare alcune ore, – rispose il signor di Ventimiglia.

 – Non ne ho che una, con sei lettucci che in questo momento sono tutti vuoti.

 – Non chiedo di piú.

 Il conte si era alzato. I tre avventurieri, che avevano già dato fondo anche a parecchie altre bottiglie, si erano pure levati.

 L’ostessa accese una candela di sego e salí una scala, introducendo i suoi ospiti in uno stanzone, che era occupato da un bel numero di letti tutti vuoti.

 Appena entrati, furono colpiti da uno strano fragore che si ripercuoteva al di fuori.

 – Che cos’è questo? – chiese il conte.

 – È il fiume che passa proprio sotto la posada , signore, – rispose la castigliana.

 – E che ci canterà la ninna nanna, – aggiunse il guascone, per farci addormentare piú presto.

 Badate di non dormire coi due occhi chiusi, – disse il conte.

 Che cosa temete, signore?

 Chi mi assicura che gli uomini che avete fugati non tornino per cercarvi?

 – Tanto peggio per loro, signor conte. Io e don Ercole ci siamo accontentati di battagliare; se ci compariscono dinanzi un’altra volta, li uccideremo, è vero, signor fiammingo?

 – Certo, – rispose l’omaccione.

 – E se tornassero in buon numero? – disse Mendoza.

 – Forse che noi non siamo le quattro piú formidabili lame della filibusteria? – rispose don Barrejo.

 – Corichiamoci, – disse il conte. – Dormiremo con un occhio aperto.

 – Buona notte, caballeros, – disse la bella sivigliana.

 Il guascone fece un galante inchino, dicendo:

 – Bella signora, io vi contraccambio l’augurio e cercherò di sognare i vostri occhi fulgidissimi. Voi cercate di sognare almeno i miei baffi.

 L’ostessa scappò via, ridendo, mentre i quattro avventurieri si gettavano vestiti sui letti, mettendosi accanto le spade e le pistole, non essendo proprio sicuri di passare la notte tranquillamente.

 Purtroppo erano stati buoni profeti!

 Sonnecchiavano da un paio d’ore, quando furono bruscamente svegliati da alcuni colpi sonori picchiati contro la porta della posada .

 Il conte ed il guascone erano stati i primi a gettarsi giú dai letti.

 – Tonnerre! -esclamò quest’ultimo, afferrando la sua draghinassa. Che non si possa dormire cinque minuti a Panama?

 Queste sono le guardie, – disse il conte, aggrottando la fronte.

 In quel momento la porta della stanza si aprí e comparve l’ostessa, appena coperta da una manta rigata, in preda ad un vero spavento.

 – Caballeros, – disse,con voce affannata. – Vi sono giú dieci o dodici guardie del porto, che domandano di perquisire la fonda.

 – È profondo il fiume? – chiese il conte.

 – Profondissimo, caballero.

 – Potete tenere a bada quegli uomini per qualche minuto?

 – Dirò loro che mi lascino almeno il tempo di vestirmi.

 – Quella finestra dà sul fiume?

 -Sí, caballero.

 – Noi scapperemo di là; ci permettete di rivedervi?

 – La mia fonda è sempre aperta per voi, signor conte.

 – Ritorneremo domani sera.

 Si tolse da una tasca una borsa ben fornita e gliela mise nelle mani, dicendole:

 – Addio, bella vedova: conto sulla vostra furberia.

 I colpi risuonavano piú sonori: le guardie picchiavano furiosamente coi calci degli archibugi e colle impugnature delle spade, gridando con voce minacciosa:

 – Aprite o gettiamo giú la porta!… Ordine del viceré!

 Mentre l’ostessa usciva correndo, per rispondere, il guascone spalancò la finestra che dava sul fiume.

 Un corso d’acqua, piuttosto impetuoso, scorreva sotto la posada , lambendone la parete.

 Il conte s’affacciò e lanciò un rapido sguardo.

 – Quello che mi rincresce, – disse, – è di dovere bagnare le pistole. Bah!… Ci rimarranno le spade, è vero, don Barrejo?

 – Talvolta sono piú preziose delle armi da fuoco, perché almeno sono piú sicure, – rispose il guascone.

 – Sapete tutti nuotare?

 – Tutti! – risposero ad una voce i tre avventurieri.

 – Saltiamo, prima che le guardie buttino giú la porta.

 – A me prima, signor conte, – disse il guascone.

 Salí sul davanzale, si assicurò bene la draghinassa e saltò risolutamente nel fiume, il quale scorreva quattro metri piú sotto.

 – È profonda l’acqua? – chiese il conte, quando lo vide ricomparire.

 – Si nuota magnificamente, – rispose il guascone.

 – Giù tutti!

 Uno dietro all’altro saltarono e trovarono tanta acqua da sprofondare, senza toccare il letto del fiume e da ritornare, senza incidenti, a galla.

 La corrente, che era rapidissima, li prese e li trascinò via. Erano però tutti abilissimi nuotatori e, quantunque i gorghi cercassero di quando in quando di subissarli e di attirarli nei loro giri vorticosi, dopo quattro o cinquecento metri presero terra a breve distanza l’uno dall’altro.

 – Con una notte cosí afosa, un bagno non fa veramente dispiacere, disse Mendoza.

 – Specialmente quando salva la pelle, – aggiunse il guascone, il quale si stringeva addosso i panni per sbarazzarsi dell’acqua che li inzuppava.

 Il conte si era affrettato a salire la riva, per vedere dove avevano approdato.

 Si trovavano sul margine d’una piantagione di zucchero, coperta di canne altissime le quali potevano offrire un ottimo rifugio.

 Era molto difficile che le guardie andassero a scovarli fino là, quindi pel momento nulla potevano temere.

 – Che cosa faremo, ora? – chiese il guascone. – Qui non vedo né una posada, né una taverna, né una venta.

 – Vorreste bere ancora, don Barrejo? – chiese il conte.

 – Eh!… Se fosse possibile vuotare qualche bottiglia di Alicante per asciugarsi piú presto, non ne sarei dispiacente, – rispose il guascone.

 – Succhiate una canna da zucchero. Qui ve ne sono delle centinaia di migliaia.

 – Le lascio ai fanciulli, signor conte.

 – Allora aspettate che il sole vi asciughi. Noi non possiamo rientrare in città, inzuppati come siamo. E poi non dimenticate che oggi o questa sera dovremo fare una visita.

 – Ad una taverna?

 – A don Juan de Sasebo.

 – Volete proprio vederlo?

 – Se il marchese di Montelimar non mi ha ingannato, mia sorella si trova nelle mani di quel consigliere.

 – Allora andremo a prenderlo pel collo e, se resisterà, stringeremo forte. Io mi domando che cosa faremo noi, intanto?

 – Guardate ed imitatemi, – disse Mendoza.

 Estrasse la draghinassa e cominciò ad abbattere le canne, formandone in terra un fitto strato.

 – Signor conte, – disse poi. – Potete coricarvi e terminare il sonno cosí malamente interrotto dalle guardie. Qui nessuno verrà di certo ad importunarci.

 Il guascone ed il fiammingo non avevano indugiato a fare altrettanto, sicché in pochi minuti si prepararono un giaciglio, se non troppo comodo, per lo meno bene asciutto.

 – Dormiamo, in attesa che il sole renda le nostre vesti almeno un po’ presentabili, – disse il conte.

 Si gettarono sullo strato di canne, uno presso all’altro ed essendo la notte caldissima non tardarono ad addormentarsi, quantunque fossero ancora inzuppati d’acqua.

 Quando si svegliarono, le loro vesti erano perfettamente asciutte ed il sole già molto alto.

 La piantagione era sempre deserta, non essendo ancora giunto il momento di procedere al taglio della preziosa canna.

 – Andiamo a fare una prima esplorazione in città, – disse il conte. – Voglio assicurarmi se veramente il consigliere abita là dove ci ha indicato la bella castigliana. Siate prudenti e non commettete gradassate: lo dico specialmente a voi, don Barrejo.

 – Sí, prometto di essere tranquillo come un agnello dei Pirenei, – rispose il guascone.

 – No, come un montone, – disse Mendoza.

 – Vada anche pel montone!…

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