Il razzo di mare

Uno sgomento inenarrabile si era impadronito dei sessanta uomini che formavano l’equipaggio della fregata, all’annuncio dato dai gabbieri, che il temuto razzo di mare stava per montare ed irrompere contro la fregata.

 L’incendio dell’attrezzatura dunque non era un pericolo abbastanza grave, perché vi si mescolasse la furia delle onde? Mancava ancora quel tremendo cavallone, terrore dei naviganti del Golfo del Messico e del Mare dei Caraibi, per mettere a più dura prova la sorte, già molto precaria, della nave?

 «Siamo perduti!» aveva esclamato involontariamente Carmaux, che si era precipitato verso il cassero, dove si trovavano Morgan e Pierre le Picard.

 La fregata, investita da onde spaventevoli, che montavano sopra i bordi con muggiti assordanti, e quasi priva di vele, trabalzava allora disordinatamente, rovesciandosi ora sul babordo ed ora sul tribordo.

 L’albero maestro, già privo dei paterazzi e delle sartìe, tutto fiammeggiante dalla base alla cima come una torcia colossale, oscillava in avanti ed indietro con mille lugubri scricchiolii, lasciando cadere in coperta ora un pezzo di pennone ed ora un frammento di coffa o di crocetta.

 Una vera pioggia di tizzoni ardenti rimbalzava in coperta, minacciando di dar fuoco al catrame, sparso fra le connessure delle tavole e di bruciare le imbarcazioni, che erano state levate dalle gru onde i cavalloni non le portassero via.

 Morgan, che conservava il suo solito sangue freddo, aveva dato ordine di abbandonare le pompe, diventate ormai inutili. Non si preoccupava che del razzo di mare, che poteva subissare di colpo la fregata.

 «Quattro uomini alla ribolla del timone!» aveva urlato. «Attenti, a virare!… Salvate la mezzana!»

 Uno scroscio orribile aveva fatto seguito alle sue parole. l’albero maestro, già carbonizzato alla base e privo dei paterazzi, delle sartìe e delle griselle, dopo aver oscillato alcuni istanti, descrivendo un arco di fuoco, era caduto attraverso la fregata fracassando le impagliettature e rovesciando in mare un cannone da caccia della coperta.

 Il rimbombo era stato tale, che Morgan e Pierre le Picard, per un momento aveva temuto che anche i corbetti di tribordo avessero ceduto.

 Fortunatamente sopraggiunse un’onda violenta era sopraggiunta che dopo aver spento, con mille sibili, le antenne fiammeggianti ed i rimasugli della velatura, portò via l’albero, permettendo alla nave di risollevarsi.

 Era tempo. Il razzo di mare stava per rovesciarsi sulla fregata con impeto irresistibile.

 Si era formato, o meglio, era apparso a cinque o sei gomene dalla prora e s’avanzava con mille muggiti, come una immensa muraglia liquida, la cui altezza non poteva misurarsi.

 Sulla cima, una frangia di spuma che rifletteva i bagliori delle fiamme, avvolgenti ancora l’albero di trinchetto, s’arricciava e si rompeva sotto le incessanti e poderose sferzate del vento.

 I marinai della fregata, vedendolo avanzarsi, si erano rifugiati precipitosamente sul cassero, che era la parte più alta e quindi la meno esposta.

 «Aggrappatevi e tenetevi fermi!…»tuonò Morgan. «Wan Stiller!…Carmaux!… Nel quadro e impedite l’uscita alla fanciulla!…»

 Aveva appena pronunciate quelle parole ed i due filibustieri erano scomparsi nel quadro, chiudendo la porta, quando la mostruosa onda si rovesciò con un muggito così potente da soffocare i tuoni del cielo.

 La nave, investita a prora da quell’enorme massa liquida, si rizzò bruscamente, quasi verticalmente, poi piombò in un abisso che pareva non avesse fondo, con mille scricchiolii. Pareva che i madieri ed i corbetti si spezzassero e che tutti i puntelli del frapponte cadessero.

 Un colpo di mare la avvolse da prora a poppa, tutto spezzando e, frantumando le murate, uscì sopra il cassero, sbattendo in tutte le direzioni gli uomini che l’occupavano.

 Quando la fregata tornò a galla, il razzo era già passato e s’allontanava verso il sud con un rombo spaventevole, ed una profonda oscurità avvolgeva il mare.

 Il cavallone, che si era rovesciato sulla tolda, aveva schiantato l’albero di trinchetto e l’aveva portato via, come fosse stato un fuscello di paglia, spegnendo contemporaneamente l’incendio.

 Anche parecchi uomini, fra cui non pochi prigionieri spagnoli, erano pure scomparsi, travolti e spinti fuori dai bordi da quel torrente d’acqua, che si era infranto contro il cassero, dopo aver spazzato il castello e la tolda.

 La nave era sfuggita al colpo datole dal razzo, ma in quali condizioni si trovava!… Si poteva ormai considerare come un rottame, destinato, presto o tardi, a diventare preda dei flutti.

 Dei suoi alberi non rimaneva che quello di mezzana, perché anche il bompresso, che primo aveva ricevuto l’urto, era stato strappato di colpo; le sue murate erano state sventrate in tutta la loro lunghezza; le scialuppe erano scomparse e perfino il timone era ormai così sgangherato da non poter più servire a nulla. E, per colmo di disgrazia, la tempesta continuava ad infuriare e non era improbabile che un nuovo razzo si formasse e tornasse a piombarle addosso.

 «È finita o sta per finire?» chiese Pierre le Picard a Morgan che si era spinto fino sul castello di prora, per rendersi conto dei danni subiti dalla fregata.

 «Il disastro non poteva essere maggiore» rispose il filibustiere. «La nave è perduta e non vale più d’una zattera. Se si trattasse di noi soli, poco m’importerebbe. Ne abbiamo viste di peggiori e ce la siamo sempre cavata con fortuna.»

 « Ti preoccupi per la figlia del Corsaro?»

 «Sì» rispose Morgan.

 «La salveremo a dispetto delle onde e dei venti» disse Pierre le Picard. «Dove supponi che siamo?»

 «Il vento ci ha spinti sempre verso levante, e, tenendo conto della velocità che imprimeva alla fregata, io ritengo che noi ci troviamo all’altezza dell’isola della Tortuga.»

 «Che corsa!… Dove andremo a dar di cozzo noi, o dove cercheremo un rifugio?»

 «Certo contro le isole della Nueva Esparta» rispose Morgan.

 «Ci sono spagnoli su quelle isole?»

 «Lo ignoro.»

 «Sarebbe meglio evitarle.»

 «Faremo il possibile.»

 «Se potessimo cacciarci nel golfo di Paria?»

 «È quello che tenteremo, per non farci sorprendere, in così miserando stato, da qualche nave spagnola. Aspettiamo che l’uragano si calmi, poi vedremo.»

 Pareva invece che la tempesta non avesse, almeno per il momento, alcun desiderio di andarsene altrove.

 Il vento continuava ad infuriare sempre da ponente, trascinando la fregata verso levante, essendo rimasta spiegata la grande vela latina sull’albero di mezzana.

 Anche il mare non accennava a calmarsi e le onde si seguivano, sempre altissime, scrollando incessantemente la povera nave e percuotendo poderosamente i malfermi fianchi.

 L’equipaggio però, vedendo che nessuna via d’acqua si era aperta nello scafo e che nessun altro razzo di mare li minacciava, aveva ripreso animo e aveva messo un po’ d’ordine sulla tolda, sgombrandola dai rottami e dagli avanzi dei pennoni e dei cordami.

 Alcuni marinai tentarono di saldare alla meglio il timone, ma dovettero rinunciarvi, a causa dell’incessante irrompere delle onde.

 Al mattino, quando la luce riapparve, i filibustieri si contarono. Quattordici dei loro e sei prigionieri spagnoli erano scomparsi durante la notte, strappati dal razzo di mare.

 «Fosse stato almeno inghiottito anche il capitano Valera» disse Carmaux, che presenziava all’appello fatto da Pierre le Picard.

 «Invece è là che ci guarda ridendo» rispose Wan Stiller. «Si direbbe che egli ha indovinato il tuo desiderio.»

 «E don Raffaele?»

 «È ancora vivo.»

 «Che batosta però per la fregata!…»

 «E delle altre navi che cosa sarà accaduto?»

 «Se il razzo le ha raggiunte in alto mare le avrà sommerse di colpo» rispose Carmaux. «Non erano in grado, eccettuata forse la Folgore , di resistere a tale cavallone.»

 «Dovremo dunque lasciarci trasportare dall’uragano, finché troveremo qualche scogliera o qualche spiaggia che ci arresti?» si chiese Wan Stiller, che pareva preoccupato. «Fosse almeno una spiaggia deserta!…»

 « Tu temi gli spagnoli che, è vero, compare?»

 «Hanno grosse colonie nel Venezuela e potrebbero scorgerci, e darci la caccia. Che cosa ne dite, don Raffaele?» chiese, scorgendo presso di sé il piantatore.

 «Se vi prendono vi impiccheranno e che vi ritoglieranno la figlia del Corsaro» rispose il piantatore con maligna compiacenza.

 «In quanto all’impiccarci, credo che non abbiano delle funi abbastanza resistenti per noi» disse l’amburghese. «Siamo ancora in buon numero e abbiamo a bordo polvere e palle in abbondanza.»

 «Palle sì, ma polvere… vorrei un po’ vedervi a caricare i cannoni.»

 «Che cosa dite, don Raffaele?» chiese Carmaux, corrugando la fronte.

 «Io non so che cosa il razzo di mare abbia sfondato, vi posso solamente dire che ho veduto entrare dell’acqua nel frapponte, presso la santabarbara e che i depositi di polvere devono essere sommersi.»

 «Tuoni d’Amburgo!» gridò Wan Stiller. «È impossibile. Noi non abbiamo urtato in alcun luogo.»

 «Eppure qualcosa ha urtato e sfondato i madieri» disse lo spagnolo. «Andate un po’ ad assicurarvi.»

 Carmaux e l’amburghese non l’ascoltavano più. Stavano per scendere la scala che metteva nel frapponte, quando udirono fra i fischi furiosi del vento ed i muggiti crescenti delle onde, un rotolare cupo, accompagnato da colpi sordi, come se degli arieti percuotessero furiosamente la nave.

 «È acqua che entra?» si chiese Wan Stiller, fermandosi, mentre Carmaux staccava una delle lampade che illuminavano la camera comune dell’equipaggio.

 «Si direbbe che rotolino dei cannoni » rispose il francese, diventando pallido. «Che i pezzi della batteria abbiano spezzati i freni?»

 «O che qualcuno li abbia invece tagliati?»

 Scesero a precipizio la scala ed entrarono nel frapponte, dove s’arrestarono, mandando un urlo di furore.

 Quattro pezzi della batteria, spezzate le funi che li trattenevano ai sabordi, correvano all’impazzata per il frapponte, a seconda che la fregata si piegava sul babordo o sul tribordo.

 Quelle masse di bronzo, andavano e venivano con cupo fragore, che non si udiva sopra coperta a causa degli ululati del vento e dei muggiti delle onde, e investivano i fianchi del legno con foga irresistibile, schiantando i puntali e fracassando a poco a poco i bagli, i corbetti ed i madieri.

 Già uno squarcio si era aperto all’estremità opposta del frapponte, in prossimità della Santa Barbara e vi penetravano attraverso grossi fiotti d’acqua, che correvano come torrenti verso poppa, colando nella sentina e nei depositi.

 «Qui è stato commesso un tradimento» disse Carmaux. «È impossibile che il rollìo abbia potuto spezzare dei paranchi di quella robustezza.»

 «Da chi?»

 «Da chi? Dai prigionieri spagnoli. Qualcuno deve aver approfittato dell’incendio dell’alberatura, per scendere qui inosservato e tagliare le funi. Hanno scelti i cannoni prossimi al deposito delle polveri per inondarci le munizioni.»

 «Se non riusciamo ad arrestarli finiranno per sfondare i fianchi della fregata.»

 «Diamo l’allarme, compare!»

 Si erano slanciati entrambi su per la scala, avvertendo Pierre le Picard del grave pericolo che correva la nave.

 Una rauca imprecazione era sfuggita al filibustiere.

 «Non bastavano la perdita dell’alberatura ed il razzo che ci ha sconquassati!…» esclamò. «A me, marinai!»

 Quindici o venti corsari erano accorsi, muniti di aspe e di manovelle, e si erano introdotti con precauzione nel frapponte, portando parecchi fanali.

 Quei quattro pezzi parevano dotati di vita. Si arrestavano un momento, mostrando le gole nere, poi riprendevano la corsa tutti insieme, scorrendo velocemente sopra le loro ruote massicce, con un fragore di ferraccio.

 Di quando in quando, qualcuno andava a dare di cozzo contro uno dei pezzi collocati dietro i sabordi, girava su sé stesso, poi tornava ad avventarsi in direzione opposta, senza che si potesse prevedere dove sarebbe andato a vibrare un nuovo colpo.

 «È il nostro colpo di grazia!» aveva esclamato Pierre le Picard. «Se non riusciamo a frenarli, spezzeranno i paranchi degli altri e allora sarà la fine per la fregata.

 «Coraggio, camerati! Ci va di mezzo la salvezza di tutti!… Cento piastre a chi ne ferma uno!…»

 Poi, per incitare i suoi uomini che titubavano, temendo di venire travolti da quei pesantissimi pezzi, strappò ad un marinaio un’aspa e si slanciò risolutamente nel frapponte, subito seguíto da Carmaux e da Wan Stiller.

 L’impresa a cui si accingevano era però così difficile e così pericolosa, che i loro compagni si sentirono correre per le ossa un brivido di terrore. Avrebbero amato meglio lanciarsi all’abbordaggio d’un legno, tre volte più grosso della fregata e zeppo di nemici, piuttosto che arrestare quei mostri di bronzo.

 Un violento colpo di mare, che sollevò la nave da prora a poppa, aveva rimessi in movimento i quattro pezzi.

 Vedendoli indietreggiare all’impazzata verso il quadro, Pierre le Picard ed i suoi due compagni si slanciarono verso il più vicino, gettando fra le ruote dell’affusto le loro aspe e balzando subito da un lato per non venire travolti.

 Il pezzo girò su se stesso fracassando gli ostacoli come fossero paglie, poi prese la corsa verso la murata di babordo, sotto un colpo di rollìo, passando appena ad un passo da Carmaux, e andò a dar di cozzo contro un cannone della batteria, con tale violenza da spezzare di colpo i freni che lo trattenevano.

 Quasi nel medesimo istante un altro se ne staccava verso l’estremità poppiera del frapponte.

 Pierre le Picard, Carmaux e Wan Stiller avevano avuto appena il tempo di mettersi in salvo, verso la camera di prora, dove già si erano rifugiati i loro compagni.

 I sei pezzi attraversarono con rapidità vertiginosa il frapponte e abbatterono di colpo la tramezzata di prora e l’estremità inferiore della scala, poi ripartirono in senso inverso, urtando gli altri pezzi e staccandone altri tre.

 «Siamo perduti!…» aveva esclamato Pierre le Picard. «Fra dieci minuti tutti i venti pezzi della batteria saranno in moto e sfonderanno i fanchi della fregata.»

 Volerli arrestare era ormai una follìa. Sarebbero state necessarie delle granate, per scagliarle fra gli affusti e far saltare i pezzi; ma disgraziatamente si trovavano nella Santa Barbara già inondata.

 «Non possiamo far nulla dunque?» chiese Carmaux, che si strappava i capelli.

 «Prepariamoci a colare a picco» rispose Pierre le Picard. «La fregata è perduta.»

 Risalirono in coperta, cupi e scoraggiati.

 «Morgan» disse Pierre le Picard, avvicinandosi al capitano. «Tutto è finito.»

 «Dunque, è vero?»

 «Sì, i pezzi non si possono più frenare ed i fianchi cominciano a cedere.»

 «Maledizione!…» esclamò Morgan, stringendo le pugna.

 I suoi sguardi si erano fissati sui prigionieri spagnoli che stavano raggruppati sul cassero.

 «Sono stati loro!» disse con voce minacciosa.

 «Impicchiamoli tutti» disse Pierre le Picard.

 «Sì, impicchiamoli!…» gridarono sette od otto marinai, che avevano udita la proposta del filibustiere. Morte ai traditori!»

 Morgan stava per aprire la bocca e dare forse quell’ordine crudele, quando una voce dolce, ma nel medesimo tempo ferma, si fece udire dietro di loro.

 «Voi non lo farete, capitano Morgan. I filibustieri che hanno combattuto con mio padre, non devono mutarsi ora in carnefici.»

 Jolanda era comparsa dietro i due comandanti, facendosi largo fra i marinai, che si erano stretti attorno a loro e che già allungavano le mani verso un mucchio di cordami.

 «Voi, signora?» disse Morgan, trasalendo.

 «Giungo in tempo per impedire una inutile crudeltà.»

 «Hanno tagliati i freni dei pezzi, signora, e per colpa loro, noi fra poco forse affonderemo» disse Pierre le Picard.

 «I filibustieri sono gente di guerra e non già dei carnefici» disse Jolanda. «Quali prove d’altronde avete per condannare quei disgraziati? No, capitano Morgan, non darete mai il vostro consenso, almeno fino a che io sarò fra voi. La figlia di colui che voi chiamavate il gentiluomo d’oltremare, non può assistere freddamente a simili crudeltà.»

 «Avete ragione» disse Morgan. «Il luogotenente del Corsaro Nero non offrirà mai un simile spettacolo alla signora di Ventimiglia.»

 «Grazie, capitano» rispose la fanciulla. «Fieri e prodi sì, i filibustieri, ma anche magnanimi.»

 Nessuno aveva osato ribattere parola, tanto ormai era l’ascendente che esercitava su quei ruvidi e battaglieri uomini del mare, la dolce figura della figlia del gentiluomo piemontese.

 «Signor Morgan» disse la fanciulla. «È dunque perduta la nave? Ditemelo francamente. La figlia del Corsaro Nero non deve aver paura.»

 «Spero che resisterà, se la tempesta si calma» rispose il filibustiere. «Anche se i pezzi sfondassero la batteria superiore, il pericolo non sarà immediato.

 «Non dobbiamo essere lontani dalle isole della Nueva Esparta. Non vi nascondo, signora, che tuttavia non mi faccio soverchie illusioni e che la nave potrebbe affondare, prima di avvistare quelle terre. Non temete però. Abbiamo qui tanto legname da poter costruire dieci zattere ed è ciò che noi faremo, appena le onde si saranno un po’ calmate.»

 «Ho piena fiducia in voi, capitano Morgan.»

 «Siete ammirabile, signora.»

 «Perché?» chiese la fanciulla sorridendo.

 «Una tranquillità simile non si troverà mai in nessuna donna. Quale buon sangue aveva il Corsaro Nero!…»

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