Capitolo III – Le meraviglie della soffitta

Il tanto decantato museo della famiglia artistica di Via delle Scuole, occupava un angolo della soffitta, il migliore, essendo il più ampio ed anche il più alto.

Ecco però in che cosa consisteva quella raccolta di antichità, di cui avevo udito parlare perfino in provincia, come di cosa meravigliosa.

Innanzi a tutto vi erano centinaia di negative per la maggior parte rotte, grandi drappi luccicanti di stelle, tamburelli sfondati e certi vasi che suppongo servissero di sedie ai visitatori.

Riparto I: Corona ferrea, rappresentata da un certo tubo che poteva essere stato benissimo un pezzo di caminiera di qualche macchina ferroviaria, striato di porpora e appoggiato su di un pezzo di mattone foggiato a cuscino.

Riparto II: Elmo d’Attila. Sapete di cosa si trattava? D’uno scheletro di cappone, superbamente dorato ed il cui proprietario era stato mangiato l’anno prima, la sera di Natale.

Un cartellino avvertiva i visitatori che le polpe erano state già digerite. Io me n’ero persuaso, anche senza quell’annuncio.

Riparto III: Antichità borgiana. Un cuscino di legno dipinto in rosso, su cui si vedeva un fiasco di grandezza straordinaria.

Un bigliettino avvertiva che era stato trovato nella stanza di Lucrezia Borgia.

Chiesi a Ferrol se conteneva davvero qualche veleno, ed egli mi rispose con tono truce:

— Il liquido che si trova lì dentro ci serve per le fotografie. Vuoi assaggiarlo?

— Grazie, preferirei mangiare l’elmo d’Attila. —

Riparto IV: Nerone trovato negli scavi del Colosseo.

Guardai con curiosità il crudelissimo imperatore romano, e per quanto mi studiassi di cercare qualche rassomiglianza umana, vi confesso che non trovai nemmeno l’indizio del naso.

Si trattava di un pezzo di legno carbonizzato, anzi molto carbonizzato. — Sarà stato il tempo a ridurlo in quello stato, — pensai. Già Nerone doveva essere più nero d’un carbone.

Riparto V: Pecorino romano trovato sotto le terme di Caracalla, rappresentato da un pezzo di ghisa spugnosa.

Riparto VI: Pinacoteca: un quadro di dimensioni monumentali a base d’azzurro ed una testa così sfumata da non potersi quasi distinguere.

Una raccolta splendida, ve lo assicuro. C’era tanto da perdere gli occhi.

Riparto VII: Passeggiata archeologica: collezione di figurine di gesso decapitate ed amputate, di pezzi di terrecotte trovate negli scavi di Pompei, di pomici raccolte nell’eruzione del Vesuvio non so quanti secoli or sono, ed un ritratto di Guido Baccelli vestito da imperatore romano.

Riparto VIII: Numismatica: Raccolta di monete fuori di corso con sovrabbondanza di soldi dell’Argentina e della Grecia. Un vero tesoro!

Riparto IX: Sezione industriale: grande quadro con ricca cornice. Sulla tela era stata dipinta la testa d’un inglese col motto: el padron del vapor!

Poi una scatola di cartone sostenente un pezzo di tubo da stufa, eruttante, nubi…. di bombace dipinto di nero.

Quindi un avanzo d’orologio con un assortimento d’ingranaggi di cartone e un pendolo di ferro colla scritta: stuzzicadenti di Claudio.

Noto che quel pendolo era rappresentato da un chiodo lungo mezzo metro.

Acci…. dempoli! che denti doveva avere quell’imperatore romano.

Riparto X: Mineralogia: Collezione di pezzi di bicchiere che dovevano essere…. diamanti del Transvaal e di Golconda.

— Cosa ne dici? — mi disse Ferrol, dopo d’avermi mostrato quelle meraviglie — Hai mai veduto un museo più ricco di questo?

— Oh! splendido! — risposi. — L’hai almeno assicurato?

— Figurati! Per sessantadue soldi! —

In quel momento udii in un angolo un fracasso assordante. Pareva che qualcuno rompesse dei cocci o dei piatti.

Vidi Ferrol impallidire.

— Misericordia! — gridò.

— Che cosa succede? — gli chiesi.

— Quel birbante di Pumietto mi rompe le bottiglie.

— Chi è questo signor Pumietto?

— L’ospite delle mie tasche. Spartaco!… Prendilo, o ci manderà in rovina!… Perdinci! Quale splendida idea!…

— Cos’hai?

— Se Quintino non trova l’ebrea, lo metteremo arrosto.

— Chi?

— Pumietto!

— Orrore!… Siete diventati antropofaghi? Prendo il mio cappello e vi pianto in asso. Ah!… Razza di cannibali!…

Ferrol mi prese per le falde del soprabito.

— Ti gira la testa? — mi chiese.

— Sì, pel freddo, — risposi.

— Si tratta d’una scimmia.

— E voi avete una scimmia?

— E che? Ci credi così miserabili da non poter mantenere un quadrumane? — mi chiese Ferrol, con tono offeso.

— E tu volevi?

— Metterlo allo spiedo se Quintino non ci porta a casa dei baiocchi. Lo faremo passare per una lepre o per un coniglio.

— E vorresti farmi mangiare una scimmia?

— Non avendo un gatto mangeremo Pumietto, — mi rispose serio il miniatore. — E poi….

La frase gli fu tagliata dai sette tratti del chiavistello.

Un momento dopo vedemmo comparire Quintino. Dio, che aria da funerale che aveva!… Brutto segno!… Noi ci sentimmo mancare le forze.

— E così, Quintino? — chiese Ferrol con ansietà.

— Non ho concluso nulla, — rispose il disgraziato pegnarolo.

— Allora mangeremo la scimmia, — disse Ferrol impugnando, con un gesto tragico, una draghinassa che pendeva dalla casa di cartone.

— A te, prendi, — gridò Quintino. — Io salverò Pumietto. —

E ci scaraventò addosso due tascate di pomodori.

— L’insalata non manca, disse Ferrol, ridiventando allegro. — È il piatto forte di Quintino!…

— Ma che insalata d’Egitto!… Oggi si mangia l’arrosto!…

— Oh!…

— E gli spaghetti al pomodoro.

— Ah!…

— E si beve del barbèra!…

— Questo disgraziato ha svaligiata l’ebrea, — gridò Ferrol.

— E dove vedi tu la zimarra? — chiese Quintino.

— Non l’hai riportata?…

— Dorme il sonno eterno nel magazzino della rigattiera.

— Penseremo poi a svegliarla, — disse Ferrol. — E quanti picchi?

— Due scudi.

— Generosa, la rigattiera. Non ne ho mai presi tanti al Monte di Roma e nemmeno a quello di Napoli.

— Ho fatto le cose per bene, — disse Quintino che faceva saltare dei soldi nel cavo delle mani. Se sapeste che storia dolorosa ho raccontato all’ebrea! Roba da commuovere i sassi!…

— Lo vedo, — disse Ferrol. — Si è commossa perfino una rigattiera. Che genio inventivo, ammirabile!… Questo Quintino farà fortuna al Parà! Orsù, racconta.

— Sì, raccontala, — diss’io, — dev’essere una storia interessante

— D’un povero impiegato ferroviario, — disse Quintino ridendo.

— Tu un impiegato!…

— Carico di famiglia, colla moglie che non ho mai avuta, gravemente inferma, i due figli all’ospedale, il padre colla gotta e la madre tisica.

— Un ecatombe addirittura,— disse Ferrol.

— Ne ho raccontate tante alla rigattiera e mi sono commosso così bene, da farla quasi piangere. Figuratevi che mi ha promesso per domani altre cinque lire di sovvenzione.

— Corpo d’una pipa rotta! — gridò Ferrol, dando un calcio alla sezione della mineralogia. — Quindici lire!… La zimarra non verrà più via. Amici, baldoria su tutta la linea. Faremo stupire fra Angelico. —

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