Capitolo IV – Fra Angelico

Pochi momenti dopo tutta la famiglia artistica era in grandi faccende. La novella si era sparsa, colla rapidità della folgore in tutti gli angoli della soffitta e persino Pumietto aveva preso parte all’allegria universale.

Quella scimmietta in quarantaquattresimo, grossa poco più di un porcellino d’India, graziosissima e altrettanto birbona, come avesse compreso che i suoi padroni stavano per abbandonarsi ad un’orgia pantagruelica, faceva un tal fracasso da far impallidire perfino le statue di gesso della passeggiata archeologica. Ferrol, da uomo previdente, si era affrettato a mettere in salvo la bottiglia del rigatino, perchè dopo il moka non mancassero i liquori.

Quell’indiavolata scimmietta era capace di mandarla all’aria coi suoi salti acrobatici.

Quintino, nominato già da tre settimane grande cuoco della famiglia artistica ad unanimità di voti, si era cacciato in testa un mostruoso berretto di carta e si era cinto un grembiale nuovissimo, decorato di quindici buchi.

Armato d’una draghinassa che gli serviva da coltello, spaccava costolette, pestava bistecche e sezionava, con un ardore ammirabile, pomidori. Figuratevi che ne aveva comperato un mezzo cesto.

Spartaco e Ferrol, dopo una viva disputa colla serva del piano inferiore, avevano preparata la tavola, provvedendola perfino di sedie, lusso a cui non erano abituati i bohémiens. Io mi ero occupato della stufa. La famosa sedia stile XIV, completamente sventrata, crepitava già allegramente, spandendo un calore benefico, in compagnia d’una vecchia cornice, opera di non so quale celebre intagliatore.

Già dei profumi appetitosi invadevano tutti i recessi della soffitta, quando udimmo bussare alla porta.

— È l’ospite atteso, — disse Ferrol. — Diamoci un po’ di contegno serio o l’amico scapperà senza condurci in campagna. —

Un momento dopo ci si presentava un bel frate, con tanto di barba nera e pancia rotonda, come Sancio Pancia, indizio certo che preferiva i capponi alle aringhe.

Frate Angelico — lo chiamavano così — era stato il maestro di Ferrol. Da lui il mio amico aveva appresi i segreti per manipolare i colori antichi ed aveva anche imparato a dipingere. Però, come ho già detto, dopo pochi mesi era diventato il macinatore di colori dell’allievo, diventato ormai suo maestro.

Romano di Roma, anzi puro trasteverino, aveva ben poco del religioso, almeno all’aspetto, Già si sapeva che era artista e che preferiva i pennelli ai rosari.

Bel tipo, del resto, giovialone, che teneva allo scherzo e anche, sia detto fra noi, alle buone bottiglie.

Avendo ottenuto alcuni mesi di permesso, gli era saltato il ticchio di rivedere l’antico scolaro non solo, ma gli aveva anche promesso di portarlo in campagna assieme ai suoi amici. Sospetto che in quell’epoca avesse avuto una eredità.

Il frate artista rimase molto stupito nel ritrovare l’allievo annidato in quella soffitta.

— Mi pare che qui non regni molta abbondanza, mio caro allievo, — disse ridendo. — Credevo di trovarti in un castello ed invece abiti una grotta.

— L’avevamo il castello, — disse Ferrol con gravità. — Abbiamo dovuto abbandonarlo per salvare le nostre tele dai topi, e poi cadeva in rovina.

— Già, — disse fra Angelico, battendosi il petto. — Tutti i castelli diroccano al giorno d’oggi, specialmente quelli degli artisti. Uh!… Che profumo è questo? Non ne ho mai sentito uno simile nelle cucine del convento. Non è odore d’olio cotto e nemmeno di biacca.

— È la zimarra che cuoce, — disse imprudentemente Quintino.

— Quale zimarra? — chiese fra Angelico stupito.

— Non badare, maestro, — disse Ferrol. — Quintino è stato preso da una zimarrite acuta che mi fa perfino temere dell’equilibrio delle sue facoltà mentali. È vero, Quintino? —

Il cuoco, accortosi d’aver commesso una bestialità, s’era, per fortuna, ecclissato.

— Mi hanno detto che vuole andare al Parà il tuo Quintino, — disse il maestro. È vero?

— Va a civilizzare le indiane.

— Il briccone!…

— Oh!… è maestro in tale arte, te lo assicuro, frate mio. Basta colle ciarle; pensiamo invece a metterci a tavola. Sento un odore di spaghetti al pomodoro che mi fa andare in solluchero.

— Spaghetti! — esclamò fra Angelico, accarezzandosi il ventre. — Sono la mia passione.

— Ed anche quella dei bohémiens, mio caro maestro. Però come i nostri non ne avrai mangiati nemmeno dal superiore dei cappuccini.

— A tavola! — urlò in quel momento Quintino. — L’arrosto minaccia di saltare fuori dallo spiedo da solo. —

Ferrol alzò la tenda turca che nascondeva il museo e spinse innanzi il maestro, dicendogli:

— Pranziamo nel salone del tesoro. Tu, fra Angelico, che hai visitata l’India, stupirai trovando qui delle collezioni di diamanti. Bada però di non nascondertene qualcuno sotto la tonaca. —

Quando fra Angelico vide di cosa si trattava, non potè trattenere un gran scoppio di riso, tale anzi che Pumietto scappò via spaventato.

— Oh!… Burloni!… — gridò. — Sempre gli stessi matti!…

— Taci, maestro, — disse Ferrol, — o le nostre statue si offenderanno. Guarda: perfino il divo Baccelli ha arrossito d’indignazione e minaccia di buttar giù la passeggiata archeologica.

— A tavola!… — ripetè Quintino. — Volete compromettere la mia fama di cuoco dei bohémiens? Vi darò querela per avermi fatto bruciare l’arrosto.

— Basta che tu salvi i pomodori. Fra Angelico va matto per le bistecche; credo anzi che le preferisca alle aringhe.

— Sì, allievo, — rispose il frate. — Conto però su qualche cosa di più solido. Pensa che ho mangiato un mese di fila soltanto insalata e uova sode.

— Bagnate da quello vecchio, — disse Ferrol, ridendo.

— Avremo anche da fumare? Tu sai, allievo, che porto sempre con me la pipa.

— Figurati che abbiamo perfino dell’ambra.

— Allora voi siete ricchi come cresi.

— Certo, — rispose Ferrol, con un risolino. Poi curvandosi verso di me, mi disse: — Se sapesse che stiamo mangiando la mia zimarra!… Altro che cresi!…

— A tavola!… — tuonò nuovamente Quintino in quel momento.

Devo confessare che quel futuro esploratore dell’Amazzonia, aveva fatto dei veri prodigi col ricavato della zimarra. Vi era forse troppa abbondanza di pomidoro, questo è vero, poichè ce ne aveva preparati tre piatti cucinati in diverse maniere. L’ultimo pareva una vera conserva di pomodoro, pure fu passato, avendo avuto la precauzione di cospargerlo di zucchero polverizzato.

— Oh!… Burloni!… — gridò. — Sempre gli stessi matti!
Questo pudding di nuovo genere ebbe, malgrado le smorfie di fra Angelico, un completo successo.

— Ed ora, — gridò Ferrol, quando sulla tavola non rimase più nulla, segno indubitabile della robustezza eccezionale degli stomachi dei bohémiens — avanti il caffè e relativi liquori.

— I liquori non si possono servire, — disse Quintino con tono solenne.

— Forse che sono stati consumati? — chiese Ferrol, spaventato.

— No, — rispose Quintino. — Li ho serbati per prepararvi una sorpresa.

— Qualche piatto infernale di certo, — disse il pronipote di Spartaco.

Sorseggiato il caffè, non certo degno di quello di S. Carlo, vedemmo comparire in tavola un punch fiammeggiante, il quale puzzava orribilmente di grappa.

— Rhum della Giamaica! — urlò Quintino, per confondere i nostri sospetti.

— Somiglia ad un grog australiano, — disse Fra Angelico.

La Giamaica non ha mai visto di certo questo rhum.

Che razza di miscela, lettori miei! Io credo che Quintino vi avesse messo dentro perfino un pezzo della famosa zimarra.

Non mancavano nemmeno il sale ed il pepe. E quel birbone di cuoco aveva il coraggio di chiamarlo un punch!…. Meno male che due eccellenti bottiglie di barbèra che si succedettero, fecero subito scordare il sapore infernale di quella orribile miscela bohémienne.

Accese le pipe, Ferrol prese finalmente la parola.

— Amici, — diss’egli. — Ora che il ventre non ha più il diritto di reclamare la sua parte, apriamo la discussione. Fra pochi giorni noi partiamo per la campagna.

— Credo che questa proposta non avrebbe bisogno di discussione, — disse il pronipote del gladiatore.

— Al diavolo il tuo bisnonno.

— Io protesto!…

— Lo farai un altro giorno, — disse Ferrol. — Dunque andremo in campagna.

— Andremo in campagna, — ripetè Quintino come l’eco fedele. — E poi?

— Si va in campagna, — concluse Ferrol.

— Infatti devo andare dall’ebrea a ritirare altri cinque franchi, borbottò Quintino. Serviranno a pagare le spese di viaggio.

— E dove si va? — chiesi io.

— Ecco il grande segreto, — disse Ferrol.

— Fuori il segreto, — dissero tutti.

— Allora vi annuncio che a vostra insaputa ho scovato in Cavuretto una villetta che non ha rivali.

— Qualche castello? — chiese Quintino.

— Meglio ancora.

— Un palazzo medioevale?

— Più ancora.

— E vi è anche l’orto?

— Una campagna addirittura.

— Allora tu hai scoperto qualche tesoro, — diss’io. — Un momento fa abbiamo avuto bisogno della zimarra per….

— Silenzio, — gridò Quintino. — Lasciate riposare in pace la zimarra. Sta fra le braccia dell’ebrea.

— Allora hai ereditato, — disse il pronipote del gladiatore.

— Non io, bensì il mio maestro. Inchinatevi a questo mecenate che ci porta in campagna. —

Fra Angelico, colle mani appoggiate sul rotondissimo ventre, sorrideva beatamente. Noi tutti c’inchinammo, anzi Quintino, in preda ad una commozione incredibile, giunse fino a baciare la barba del munifico maestro.

— E cosa andremo a fare in campagna? — chiesi io.

— Mangeremo, — disse Quintino.

— E berremo, — aggiunse il pronipote di Spartaco.

— E faremo dei papiri egiziani, — disse Fra Angelico. — Sono venuto qui espressamente per questo. Saranno papiri che ci faranno diventare ricchi come nababbi. Sapete, io ho scoperto il modo di fabbricarli con tinte antiche, da non poterli distinguere dai veri.

— Capite, ricchi come nababbi! — esclamò Quintino. — Ah… Fra Angelico, non continuate o io svengo per l’emozione.

— Io sono pronto a dipingere anche il Nilo, — disse Ferrol.

— Ed io le piramidi, — dissi.

— Purchè arrivi il fiume d’oro promesso, io dipingerei le sabbie dei deserti, — disse-Quintino.

— Ed io cammelli, — aggiunse il pronipote di Spartaco.

— E quando andremo a prendere possesso della villa? — chiesi io.

— Fra dieci giorni, — disse Ferrol.

— Purchè non sia poi una bicocca.

— È splendida.

— O un’altra casa degli spiriti, — disse Quintino. — Ti ricordi quella di Frascati?

— Cos’era quella casa degli spiriti? — chiese fra Angelico con una certa diffidenza.

— Ti racconterò la cosa un’altra volta, — rispose Ferrol, ridendo.

— Se c’entrano degli spiriti deve essere una casa interessante, — disse il pronipote di Spartaco.

— Un vero capitolo da romanzo, — disse Quintino.

— Allora udiamolo, — disse fra Angelico.

— Vi faccio però notare che nelle bottiglie manca lo spirito mentre sarebbe necessario parlando di spiriti, — osservò malinconicamente Quintino. — Questi osti birbaccioni ci hanno dato delle bottiglie da tre quinti.

— Sfido io, — disse Ferrol. — Tre formano il quarto.

— Eppure non l’ho bevuto. Prova a battere le tasche del frate. Se ha ereditato, deve essere formidabilmente armato.

— Non dobbiamo mostrarci pitocchi, — disse Ferrol. — Se sospettasse che noi siamo tutti in bolletta, sarebbe capace di scappare a Roma questa notte stessa.

— Fuori gli spiriti, — disse fra Angelico.

— Un momento; qui comincia a far freddo, — disse Spartaco.

— Butta della legna, — disse Ferrol.

— Quel cane di portiere ci ha lasciati senza, — disse Quintino.

— E dire che quest’oggi gli ho contati cinque scudi perchè ce ne mandasse un carro.

— Brucia un’altra sedia, — disse Ferrol. — In campagna non ne avremo bisogno.

— Ed anche la casa di cartone della sezione industriale, — aggiunse Quintino.

— E Nerone insieme, — disse Ferrol. — Giusta punizione dopo duemila anni!… Quintino, ordina al portiere di mandarci quattro bottiglie.

— E…

— Silenzio, — pagherà l’ebrea.

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