Capitolo XII – L’artista barbuto

Dopo quell’esito felicissimo, fu deciso di affidarci nuovamente al caso per scoprire il secondo artista, avendo bisogno di un altro per meglio completare la nostra famiglia.

Io ed il miniatore ci mettemmo adunque nuovamente in caccia per scoprirlo. Tutti i caffè frequentati dai bohémiens furono da noi coscienziosamente visitati, senza alcun risultato soddisfacente. Le trattorie furono pure perlustrate diligentemente senza miglior esito.

Cominciavamo già a disperare, quando una sera, passando dinanzi ad un caffè del Corso Vittorio Emanuele, la nostra attenzione fu attirata da parecchie persone che parevano in preda ad una pazza allegria. Ridevano e battevano le mani, gridando:

— Bene!… Bravo… Bis… Replica!…

— Che applaudiscano qualche artista? — mi disse Ferrol. — Andiamo un po’ a vedere di che si tratta. —

Ci facemmo largo fra quei curiosi ed entrammo nel caffè.

Anche là dentro si rideva, si applaudiva e si gridava:

— Bene! Bravo! Avanti!… —

In mezzo al caffè, in piedi su di un tavolino, stava un uomo molto barbuto, un bel tipo di brigante abruzzese, d’aspetto imponente e dal gesto fiero.

Con una voce che faceva tremare perfino i vetri del caffè, declamava, sbracciandosi, con un accento molto romano.

Non declamava nè il Trionfo d’Amore, nè Una partita a scacchi; parlava del divorzio, sostenendo con molti, anzi moltissimi argomenti, l’utilità di esso. Diceva molta roba da chiodi, questo ve lo posso assicurare perchè mi ricordo che nella sua foga oratoria parlava perfino di fiaschi vuotati e di lumache; nondimeno anche delle buone ragioni uscivano dalle sue labbre.

Sono certo che anche l’illustre Villa, se fosse stato presente, non vi avrebbe trovato che dire, a parte fiaschi e lumache.

— È qualche matto, — disse Ferrol.

— Io credo invece che abbia bevuto un gocciolino di più, — gli risposi. — Se la continua ancora un po’, cade sulla testa degli ascoltatori. —

E, vi era realmente da temere che quel bolide di nuova specie, da un momento all’altro rovinasse sulle lucide tube dei suoi ammiratori. Meno male che aveva un nodoso bastone il quale gli serviva di punto d’appoggio.

— Sento odor d’artista, — diss’io. — Quest’uomo deve essere un secondo Alfonso.

— A me invece pare un comico, — disse Ferrol.

— Meglio, — risposi io. — Pianteremo teatro in campagna. —

Chiedemmo ai vicini se conoscevano quell’originale; nessuno seppe dirci chi fosse. Ci fu però narrato per quale caso strano quell’uomo barbuto era diventato oratore, un caso assai curioso e che merita di venire raccontato.

Quell’originale era entrato poco prima, sedendosi ad un tavolino occupato da due belle signorine e da un uomo.

Dopo d’aver bevuto un moka, era rimasto talmente affascinato dagli sguardi di una di quelle signore da spifferarle, lì per lì, una bollente dichiarazione. Probabilmente non si era accorto della presenza dell’uomo.

Per un po’ la cosa era andata liscia ed il compagno delle signore l’aveva lasciato dire. Finalmente seccato da quella pioggia di frasi brucianti, un bel momento aveva preso per un braccio l’adoratore facendogli capire che quella signora dagli occhi fulgidi era…. sua moglie.

Un altro se ne sarebbe andato facendo anche delle scuse. L’uomo barbuto invece, non solo rimase, ma aprì un vero fuoco di fila contro il matrimonio, facendosi lì per lì paladino del divorzio.

A poco a poco si era talmente accalorato nella discussione da attirarsi l’attenzione di tutti. Non parlava più, declamava come se si trovasse su qualche palco scenico o alla Camera dei deputati. Ma vedendo che i curiosi gli si stringevano addosso, era saltato su di una sedia, poi sulle spalle di un cameriere che gli era passato vicino, quindi su un tavolino.

Nessuno l’aveva mai veduto. Era però opinione di tutti che fosse un pazzo o per lo meno un grande originale.

L’ascoltavamo da un quarto d’ora, applaudendo anche noi le frasi rimbombanti e più salienti di quel discorsone, quando udii l’amico Ferrol dire:

— Vediamo se è proprio lui. —

L’uomo barbuto stava per finire il suo discorso. Già da alcuni minuti non faceva altro che ripetere, alzando tono ad ogni parola:

— Il divorzio…. è il divorzio! Capite, miei signori?… Il divorzio è una istituzione!… Il divorzio è…. è…. è…. il divorzio.

— Dimmi, — gridò ad un certo momento Ferrol. — Ce l’avete voi il portiere? —

L’uomo barbuto guardò trucemente il miniatore, poi disse:

— Sicuro che l’ho.

— Allora vada a raccontare a lui il resto1. Noi ne sappiamo abbastanza. —

L’uomo barbuto, udendo quelle parole, perdette l’equilibrio e rovinò addosso ad alcuni spettatori, facendo un massacro di tube.

— Tu sei un romano di Roma!…

— Nato nel Veneto, — disse Ferrol. — Non conosci più gli amici?… —

Non aveva ancora finito che già l’uomo barbuto si stringeva al petto il mio amico e con tanto impeto, che credetti me lo volesse spezzare in due.

Poi senza dire nulla lo prese per un braccio e lo trascinò fuori dal caffè, senza più occuparsi della chiusa del suo discorso.

Io li avevo seguìti temendo che quell’originale me lo volesse rapire. Li trovai all’aperto che si baciavano con tanta espansione da farmi piangere o poco meno.

— Che amiconi! — pensai. Ecco due matti che faranno un bel duetto nella nostra famiglia. —

L’uomo barbuto era, come diceva lui, un romano di Roma puro sangue. Figuratevi che pretendeva discendere in linea retta non so se da Numa Pompilio o da Tarquinio Prisco.

Credo che vantasse anche qualche goccia di sangue della famosa lupa. Poteva forse essere, in considerazione della sua barba. Da pelo non doveva nascere che pelo.

Era stato un tempo bersagliere ed aveva fatta bravamente la campagna del brigantaggio, tirando molte fucilate e bevendo anche molti barili; poi era passato ufficiale, quindi, attratto da un intenso amore per l’arte, era diventato pittore e disegnatore.

Bohémien anche lui, aveva avuto giorni felici e giorni tristi, che aveva divisi fraternamente con Ferrol.

Per una di quelle tante combinazioni della vita, aveva lasciato con dispiacere i vini dei castelli romani che tanto gli piacevano, per venire ad assaggiare il barbèra del Piemonte.

Sembra però che quella sera, del barbèra ne avesse mandato giù un po’ troppo, che dico?…. moltissimo, poichè dovete sapere che il barbuto aveva un tale ventricolo, da contenere una ventina di litri.

Non c’era da stupirsi. So che un giorno suo padre, suo nonno ed un amico di loro ne avevano vuotati niente meno che quaranta boccali, attendendo che loro fosse preparata la colazione.

E la chiamava un’inezia lui!…

Comunque sia, anche il secondo artista era stato ritrovato. Devo dirvi, per la verità, che prima di condurlo con noi dovemmo subire una tale zuppa sul divorzio da averne per un anno. Se nessuno più me ne parlasse, per mio conto, ne sarei ben lieto.

Non sarebbe necessario che vi dicessi come accolse la nostra proposta di andarcene in campagna.

— Ci staremo bene, berremo meglio, — aveva detto il barbuto.

E tanto per incominciare, il giorno dopo ci vuotò tutta la nostra cantina, con grande disperazione dell’ex-segretario del moro, che aveva cominciato a trovarci gusto al grignolino.

1 Frase molto usata a Roma.

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