Capitolo XIII – Partenza per la campagna

Dieci giorni dopo l’incontro dell’artista barbuto, gli abitanti della tranquilla Via delle Scuole venivano svegliati dalle note assordanti di un corno da caccia e dallo scalpitio dei nostri asini.

I bohémiens partivano per la campagna a fondare la colonia artistica.

La villa era stata trovata e, cosa piuttosto rara, avevano pagato l’affitto intero. Trecento lire, in bei biglietti da dieci lire, erano uscite, non senza molti sospiri, dalle nostre tasche, per passare in quelle del fortunato proprietario.

Una bella somma, dovete convenirne, e che ci era costata molti sacrifici, ve lo assicuro. Per radunarla, eravamo stati costretti a vendere perfino il nostro museo, acquistato da un antiquario per sette lire e trenta centesimi. E dire che vi era perfino una passeggiata archeologica!…

L’avesse almeno acquistata Baccelli!… Forse qualche scudo di più si sarebbe potuto ricavare.

Bando alle tardive e malinconiche riflessioni e andiamo innanzi.

Volendo giungere nella nostra villa col decoro che si spetta ad una truppa artistica, avevamo noleggiata una vecchia berlina, che Ferrol aveva scovato da un mercante di vetture del Pallone.

Era una veneranda reliquia d’altri tempi, che aveva servito ad una delle più illustri famiglie marchionali del Piemonte, – nei suoi viaggi in Savoia – così aveva detto il noleggiatore che era un uomo che la sapeva molto lunga, in fatto di vetture storiche.

Il tempo l’aveva ridotta in uno stato miserando. La cassa era tutto un buco, le molle, grandi come costole di balena, non presentavano troppe garanzie di solidità e le ruote stridevano orribilmente ed erano così sgangherate da temere che da un momento all’altro se ne andassero per loro conto. C’era perfino un grande squarcio, d’origine celebre però. Era stato prodotto da un colpo di cannone sparato da Napoleone I in persona alla battaglia… di Marengo!…. Chissà poi per quali misteriose circostanze quella veneranda carcassa, che faceva i viaggi della Savoia, era andata a terminare a Marengo, proprio il giorno della grande battaglia. Su questo punto molto importante, dal lato storico, il proprietario che ce l’aveva affittata non s’era spiegato di più. Non avendo trovato cavalli a buon mercato, avevamo noleggiato due vecchi asini, un po’ spelati, e che nondimeno facevano ancora bella figura, non ostante gli anni che pesavano sulle loro groppe.

Un altro era stato noleggiato dall’artista barbuto, il quale doveva servirci da battistrada. Era così piccolo quell’orecchiuto animale, che le gambe del romano di Roma toccavano la terra.

Eccoci adunque in viaggio. Quale festa!… Don Chisciotte e Sancio Pancia non dovevano essere più contenti di noi, quando andavano a caccia di molini a vento e nemmeno Cristoforo Colombo quando salpò per l’America.

L’artista barbuto ci precedeva, suonando disperatamente un bel corno da caccia, comperato da una rigattiera per ventidue soldi.

Ferrol guidava la pariglia facendo scoppiettare la frusta, e noi, seduti sulla cima della nostra berlina, ci abbracciavamo piangendo per la commozione e mandavamo baci alle tote che vedevamo alle finestre, invitandole tutte a Lucento.

Un momento dopo la vecchia berlina rotolava nel fossato.
L’ex-segretario del moro appunto per mandare uno di quei baci, perdette l’equilibrio, e fu un vero miracolo se giunsi in tempo ad afferrarlo per le falde della sua zimarra.

Alla barriera del Martinetto fu dato il primo alt. L’asino dell’artista barbuto aveva ceduto sotto il peso del romano corpulento, facendo un grazioso inchino dinanzi alle guardie daziarie.

Per buona ventura, a poca distanza v’era un’osteria.

— Faremo dare una zuppa a queste povere bestie, — disse il romano. — Vedrete che poi correranno come il vento. —

E la zuppa fu subito portata. Consisteva in pane inzuppato nel vino e dispensato con una prodigalità tale da quel briccone di romano, da temere che gli asini finissero coll’ubriacarsi.

Approfittammo della fermata per provvederci di un bottiglione di vino, da vuotarsi durante il viaggio, e di salame e di prosciutto, prevedendo qualche nuovo incidente.

Io non so per quale fenomeno, un quarto d’ora dopo, l’ex-segretario del moro cantava come un canarino; il romano penava a mantenersi diritto e gli asini ragliavano ferocemente. Il contenuto del bottiglione era diminuito a vista d’occhio: questa fu una mia osservazione.

Anche il nostro auriga non guidava più colla sicurezza di prima. C’erano certi momenti che vedevo le ruote sfiorare i fossati.

Un altro quarto d’ora più tardi, i bohémiens cantavano il coro di Viva Noè gran patriarca e non si trovava più nemmeno una fetta di salame. I tre asini pure cantavano, a loro modo, e non mi parevano più ben sicuri sulle loro gambe, non so se per effetto dell’allegria che regnava sulla berlina marchionale o della zuppa somministrata loro dal romano di Roma.

A Madonna di Campagna nuova fermata. Il segretario del moro, che da quando si era unito a noi aveva perduto l’abitudine di bere l’acqua, si era accorto che il bottiglione era vuoto. Lui asseriva che il vino era scappato in causa dei trabalzi che subiva la berlina, io ero e sono ancora di parere contrario.

Comunque sia, la provvista fu rinnovata e anche gli asini non furono dimenticati. Anzi la zuppa fu più copiosa di prima, non ostante le mie gravi osservazioni sulla sicurezza delle loro gambe.

La nostra partenza avvenne fra i più commoventi addii. Alfonso il Magro piangeva a calde lagrime, vedendo le contadinelle che si affacciavano alle finestre.

Figuratevi che scoppiò in singhiozzi vedendo un montone correrci dietro. Nella sua commozione l’aveva scambiato per una fanciulla innamorata del suo ciuffo.

Per consolarsi intuonò la popolare canzone: Addio morettina che terminò in una sorsata magistrale. Povero bottiglione!… Aveva un bel da fare ad accontentare tutti.

Eravamo già arrivati in mezzo alla deserta campagna, quando i nostri asini, il cui buon umore aumentava a vista d’occhio, si misero a ballare un can-can indiavolato, sferrando calci alla povera berlina.

L’asino del romano, per non mostrarsi da meno dei suoi compagni, cominciò a fare certi salti che terminarono col mandare il suo cavaliere in un fossato.

Cercammo di fermare la berlina per accorrere in aiuto dell’artista e per riprendere l’asino che era fuggito attraverso la campagna, ragliando a piena gola in una carica tremenda.

Ma che!… gli asini non volevano più intendere la ragione. Vedendo il loro compagno trottare pei campi, vollero imitarlo e senza pensare che dietro di loro stava la berlina e soprattutto che sulla berlina stavamo noi, si gettarono a loro volta in mezzo al vicino campo.

Fu un momento terribile, emozionante.

L’ex-segretario del moro si era aggrappato al bottiglione, premendogli più il collo del recipiente che il proprio, e noi alle nostre casse contenenti i colori ed i pennelli.

Ferrol aveva cercato di trattenere, con uno sforzo supremo, i due asini, che erano diventati feroci in causa di quella maledetta zuppa. Fu un eroismo inutile.

Un momento dopo la vecchia berlina rovinava nel fossato, mandandoci tutti a gambe levate nel vicino campo. I due asini, spezzati i tiranti, si rotolavano in mezzo al grano, agitando pazzamente le gambe, e ragliando a tutta voce.

— Ubriaconi!… — urlò l’ex-segretario del moro, tendendo verso di loro il pugno. — Ecco cosa avete fatto, sciagurati, bevendo troppo!…

— È stata la zuppa del romano, — disse Ferrol.

— Ed il bottiglione? — gridò l’artista barbuto, che era riuscito ad alzarsi.

Alfonso cercò in mezzo al grano e lo trovò che era ancora intatto. L’abbraccio che gli diede vedendolo ancora pieno, fu così commovente che ci sentimmo inumidire gli occhi.

Poco mancò che non lo baciasse.

La vecchia berlina in quel capitombolo aveva riportati tali guasti, da dover rinunciare alla speranza di poter continuare subito il viaggio. I tiranti si erano spezzati, una ruota si era sfasciata urtando contro un paracarro, e la cassa si era sgangherata. Una catastrofe completa… ed i nostri asini ridevano!…

Se avessi potuto raggiungerli li avrei fatti piangere.

Ci guardammo l’un l’altro in viso e non sapendo che cosa fare, nè cosa dire, mandammo giù un sorso. Alfonso, da uomo previdente, aveva già riempito un bicchiere, anche quello sfuggito miracolosamente al disastro, per farsi passare lo spavento provato.

Visto e considerato che non vi era mezzo di raddrizzare la berlina, ci sdraiammo in mezzo al grano per consigliarci.

I nostri asini già ci avevano imitati pascolando liberamente.

— La nostra situazione è grave, — disse il miniatore dopo una lunga riflessione.

— Gravissima, — disse Alfonso.

— Disperata, — aggiunse l’artista barbuto. — A Roma….

— Abbasso Roma, — disse Alfonso. — Qui siamo in un deserto e anche Torino è lontano.

— In un deserto! Ben detto! — disse Ferrol. — Difatti non vedo anima viva.

— Io sì, — disse il romano. — Vedo gli orecchi dei nostri asini.

— Parliamo seriamente, disse Ferrol. — È necessario uscire da questo passo.

— Usciamo, — diss’io.

— Propongo intanto di bastonare i nostri asini prima che qualche contadino venga a bastonare noi e sporgere querela per pascolo abusivo.

— Io preferisco proporvi una colazione, — disse Alfonso. — Un po’ di cibo rischiarerà meglio le nostre idee.

— È vero, — confermò il romano. — Le mie sono ancora confuse.

— Effetto della caduta, — aggiunse Alfonso.

— Già, precisamente, — confermò il romano. — Io però ero d’opinione diversa. Quei bricconi si erano dimenticati del primo bottiglione.

— Concludiamo, — disse Ferrol.

— Sì, concludiamo, — dissero tutti. —

E fu deciso di mangiare quattro pani che ci erano ancora avanzati e di accendere le pipe.

Dopo una mezz’ora nessuna idea era ancora scaturita dai nostri cervelli, cioè no, una ne era venuta. Era stata fatta la proposta di scrivere ad un nostro amico, il romanziere, perchè lui, che sapeva trarre dall’imbarazzo così bene gli eroi dei suoi romanzi, ci mandasse qualche consiglio.

Quando calò la sera, noi eravamo ancora intenti a discutere. La nostra berlina non era stata mossa ed i nostri asini, pasciuti come mai non erano stati, dormivano beatamente in mezzo al grano.

E pensare che Lucento non era lontano più di tre o quattro chilometri!… Se lo avessimo saputo! E come?…. In fatto di geografia, nessuno era forte.

Ah! se ci fosse stato con noi il romanziere! Lui che ha scritto tanti lavori fantastici, ci avrebbe di certo levati dal cattivo passo.

Quando non ci vedemmo proprio più, o meglio quando ci accorgemmo che nel bottiglione non vi era più un sorso di vino, l’idea, per tante ore cercata, venne. Non ci voleva che quella scoperta disastrosa per deciderci a muoverci.

Se ci fosse stato ancora da bere scommetterei che i bohémiens non si sarebbero mossi.

Si trattava dunque di andare a cercare un ricovero per la notte. Un’idea degna del genio di Napoleone I, non vi pare?

Lasciammo la berlina e anche gli asini e ci mettemmo in cerca d’una cascina qualunque, Ahimè! Non si vedeva nessun lume brillare per l’oscura campagna; in compenso cantavano i grilli e le rane.

Alle dieci non avevamo trovato ancora nulla. Alfonso si lamentava d’aver fame; il romano invece spergiurava di aver solamente sete. Noi invece avevamo voglia di fare una buona dormita. Le proposte intanto fioccavano. Uno aveva perfino proposto di macellare un asino e di metterlo arrosto.

Se non fosse stato il timore di doverlo poi pagare, sono certo che quella superba proposta sarebbe stata senz’altro messa in esecuzione, tanto più che il nostro amico letterato ci aveva raccontato che i Persiani mangiano, la domenica, di quella carne.

Ferrol invece aveva proposto di costruire una tettoia. Da un ingegnere suo pari, poteva venire qualche splendida costruzione.

Prevalse il consiglio di continuare le ricerche e non avemmo a pentircene. Il romano, in un momento di lucidità, si era ricordato che in quei dintorni doveva trovarsi un castello abitato da un suo commilitone, non so bene se un capitano o un maggiore.

La prospettiva di andare a dormire in un castello, ci mise le ali ai piedi e le lenti agli occhi.

Attraversando fossati e siepi e campi, verso la mezzanotte noi giungevamo dinanzi ad una costruzione che poteva anche essere un castello. Qualche cosa che rassomigliava ad una torre, s’innalzava fra le tenebre: era dunque un buon segno.

L’artista barbuto, che aveva fatto la campagna del brigantaggio, fu mandato in perlustrazione. Avendo udito dei cani abbaiare, nessuno di noi aveva avuto il coraggio di andare innanzi, per paura di farci mordere le polpe. Ed alle sue ci teneva molto l’ex-segretario del moro, quantunque le dovesse avere molto scarse attorno alle ossa.

Passò mezz’ora senza che il romano facesse ritorno. Cominciavamo a temere che fosse stato mangiato dai cani o che si fosse rotto il collo, quando lo vedemmo giungere seguìto da alcuni contadini che portavano delle lanterne.

Il suo amico ci aveva offerto ospitalità completa, promettendoci anche una cena. Udendo parlare di manducatoria, Alfonso per poco non svenne.

Fu tale la nostra gioia, da dimenticare perfino i nostri asini. Meno male che orsi e leoni non ce ne dovevano essere nelle campagne di Lucento.

La nottata fu splendida. L’amico del romano non lesinò nè cibi, nè vini, anzi terminò col portarci in cantina per evitarci la fatica di versarci da bere.

Quando sorse l’alba, eravamo ancora in mezzo alle botti. Solamente Alfonso mancava e fu scoperto, con grande fatica, nella colombaia del castello. Forse era salito nella torre, colla segreta speranza di procurarsi un arrosto pel giorno seguente. Il birbone ci aveva invece giurato di essere andato lassù per addomesticare i piccioni del castellano.

Quando giungemmo sulla strada di Lucento, trovammo la nostra berlina accomodata e raddrizzata. Durante la notte, i contadini del capitano avevano riparati i guasti e messa la ruota che mancava, prendendone una da un carro.

Degli asini però nessuna traccia.

— Che li abbiano mangiati i lupi? — chiese Alfonso.

— Io credo che siano ancora ubriachi, — disse Ferrol. — La zuppa non è fatta per tutti.

— Andiamo a cercarli, — disse il romano.

— E se non li troviamo? — chiese l’ex-segretario del moro.

— Ci attaccheremo noi alla berlina, — rispose il romano. — Faremo maggior effetto.

— E ci faremo degli orecchi di carta per rassomigliare agli asini, — disse Alfonso. — Me gli ha messi tante volte il mio maestro!…

Ci mettemmo in cerca dei nostri orecchiuti trottatori, senza riuscire a scovarli. Avevamo bensì trovato le loro tracce in mezzo al grano e molto visibili. Quei ghiottoni avevano mangiato a crepa-pancia, facendo dei larghi vuoti.

Vedendo in un campo vicino un coltivatore, ci rivolgemmo a lui per chiedergli conto dei nostri animali.

— Quanti erano?

— Precisamente tre, — rispose Alfonso.

— Molto affamati anche.

— Non credo, disse l’artista barbuto. — Avevano già mangiato due zuppe.

— Allora la pagheranno anche a me, — disse il contadino.

— Siamo sempre disposti a pagare anche quando non abbiamo picchi in tasca.

— Comincino a pagarmi il grano che hanno divorato i loro asini.

— Misericordia!… — esclamò Alfonso. — Il padrone del campo!…

Ci guardammo l’un l’altro con una viva apprensione. Ahi!… Il viaggio minacciava di finir male.

Il romano che era un abile parlatore e anche un esperto diplomatico – così almeno diceva lui – si offerse di aprire trattative per pagare quell’esoso villano e ricuperare i nostri asini.

Alfonso invece aveva fatto la proposta di saldargli il conto a suon di legnate.

Il nostro diplomatico dopo un discorso rimbombante sulle proprietà altrui e sulla cocciutaggine degli asini, terminò coll’offrire tre lire, una bottiglia di vino alla prima osteria, ed un pranzo a Torino, da pagarsi il mese venturo.

Il risultato fu una minaccia di querela per pascolo abusivo, alla quale noi però contrapponemmo la minaccia di querela per appropriazione indebita, unita ad una buona dose di legnate.

Il villano, forse impressionato dall’atteggiamento fiero del nostro romano e dalle grida dell’ex-segretario del moro, terminò coll’accettare le tre lire, la bottiglia ed il pranzo a trenta giorni.

Riavuti i nostri destrieri, attaccammo la berlina e riprendemmo il viaggio fra uno squillare di corni e uno scoppiettio di fruste.

Un’ora dopo, senza che fossero accaduti altri incidenti, facemmo la nostra entrata trionfale nella villa, accolti dal castellano, da tutti i suoi servi, vassalli e uomini d’arme, muniti di spiedi e di casseruole.

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