Capitolo XVI – Il topo bianco

Tre giorni dopo – ce ne vollero tanti prima di riordinare le nostre idee e che ci tornasse la voglia di fare qualche cosa – eravamo tutti al lavoro.

Eravamo stati presi da una vera febbre – cosa piuttosto rara a dire il vero – ma che pure qualche volta si manifestava anche fra noi. Forse influiva molto anche la presenza del letterato che conoscevamo per un lavoratore indemoniato.

Egli ci dava l’esempio, facendo stridere per delle ore intere la sua penna senza prendere un istante di riposo. Faceva sopratutto scricchiolare maledettamente la sua tavola, un vero oggetto d’arte che io non avrei pagato trenta soldi e che lui non avrebbe ceduto per mille scudi.

Su quella tavola il letterato aveva scritto tutti i suoi lavori noti od ignoti al pubblico. Egli aveva, per quella baracca oscillante, una venerazione e le voleva un bene incredibile.

La sua tavola!… Solamente a parlarne arrossiva e impallidiva come si fosse parlato della sua fidanzata.

L’aveva portata con sè in tutti i suoi viaggi, sui monti, in riva al mare, dappertutto. Potete quindi immaginarvi in quale stato ormai si trovava ridotta; eppure non poteva scrivere due righe senza di essa. Egli ci assicurava che trovava su quella le sue ispirazioni.

E non crediate già che si trattasse di una tavola fissa!… Mai più!… Era anzi assai oscillante, avendo le gambe mobili, e pareva che il romanziere, quando scriveva, provasse un vero piacere a farla ondulare.

Quando poi scriveva delle scene importanti, la tavola sembrava che soffrisse il mal di mare o che avesse la tarantola. Ondeggiava tremendamente, con certi scricchiolii che ci guastavano il sangue e faceva tremare le pareti della Topaia sotto gl’incessanti urti che le imprimeva il romanziere.

In quei momenti, oltre gli scricchiolii, si udivano pure i soffi e gli sbuffi dello scrittore. Era bello vederlo quando stava descrivendo qualche scena di banditi, qualche scontro terribile.

I suoi occhi, ordinariamente così tranquilli e dolci, mandavano baleni; i suoi lineamenti diventavano feroci come quelli dei personaggi che descriveva e dalle sue labbra sfuggivano sibili tali da credere, talvolta, che la Topaia fosse stata invasa da un reggimento di serpenti.

Lavoravamo dalle otto a mezzodì, interrompendoci solamente per caricare le nostre pipe; però non c’eravamo mai tutti. Qualcuno mancava sempre al mattino, non mostrandosi che alla grande partita delle boccie che si giuocava dopo il mezzodì, partita che qualche volta terminava a sera, dimenticando completamente il lavoro.

Specialmente l’ex-segretario del moro dormiva della grossa. Da quando era venuto in campagna, era stato preso da una lettomania straordinaria. Egli diceva che il canto degli uccelli esercitava su di lui una influenza tale, da farlo cadere in una specie di catalessi.

Per difendersi chiudeva ermeticamente le finestre, senza riuscire a vincere quel fàscino strano. Un usignuolo od un passero, non potei mai sapere se fosse l’uno o l’altro non avendo mai potuto vederlo, andava a posarsi sul davanzale della sua finestra e lo faceva cadere in un torpore profondissimo.

Non so se fosse quella la causa di quelle magistrali dormite. Lui asseriva che non ve n’erano altre e bisognava credergli.

Per deciderlo a lasciare le tiepide coltri, dapprima eravamo ricorsi alle multe. Tutte le mattine, quando usciva, trovava appeso alla sua porta un papiro coll’arma della Topaia, firmato da tutti i topi, che lo condannava al pagamento del rigatino. Non furono bastanti; non si otteneva altro successo che quello di alleggerirgli le tasche.

Non sapendo più a quale altro mezzo ricorrere, ci affidammo al genio del nostro letterato e così fu inventata una sveglia all’americana che diede, da principio, ottimi risultati.

Al mattino tutta la truppa dei bohémiens invadeva le cucine del castello e metteva a requisizione tutte le pentole, tutte i coperchi e tutte le casseruole, non ostante le proteste della cuoca e delle sue aiutanti. Per calmarle si faceva grande dispensa di complimenti e madrigali e vi assicuro che tutti facevano a gara. Questo mezzo riusciva quasi sempre e le batterie della cucina passavano nelle nostre mani, quasi senza alcuna resistenza.

Con quegli istrumenti musicali ci sedevamo dinanzi la porta dell’ex-segretario e davamo certi concerti da svegliare anche i morti. Volere o no, il povero artista era costretto a uscire, magari per mandarci in quel paese.

Eppure, lo credereste? Gli orecchi dell’ex-segretario finirono per abituarsi anche a quella spaventevole cacofonia ed i nostri istrumenti non ottennero più il successo sperato. Anzi finirono per conciliare il sonno di quel dormiglione.

La voce che nella villa si era fondata una Topaia e che l’abitava una truppa bohémiens, s’era intanto sparsa per tutti i vicini paesi, portandoci un gran numero di visitatori, con molto scapito della nostra provvista di rigatino.

Certi giorni anzi era una vera invasione e Alfonso, il nostro cantiniere, andava addirittura sulle furie e si strappava i capelli per la disperazione.

— La nostra cantina si vuota a vista d’occhio! — gridava. Così non la può durare. Tutta questa gente finirà col rovinarci. —

E non pensava, il briccone, ai buchi che facevamo noi, quando intavolavamo delle tressettate che duravano cinque o sei ore.

Anche da Torino giungevano visitatori ed amici ed in quest’ultimo caso era un vero guaio. Il rigatino terminava allora con certe colazioni e certi pranzetti da fare ammalare gravemente e per parecchi giorni le nostre tasche.

Avevamo preso possesso della Topaia da circa un mese, spingendo molto innanzi i nostri lavori non ostante le frequenti partite allo scopone ed al tressette, quando ci fu annunciata la visita d’un pezzo grosso della magistratura torinese.

— È qui che abita la famiglia dei bohémiens? — chiese entrando.

— Sissignore, — rispondemmo, guardandolo con un certo sospetto.

— Io sono un vecchio bohémien, e vorrei per qualche tempo fare vita comune con loro.

— Cosa sa fare lei, innanzi a tutto? — gli chiese Ferrol.

— Un po’ di tutto.

— Sa giuocare allo scopone?

— È la mia passione.

— Al tressette?

— Benissimo.

— Allora può avere qualche piccola speranza di venire ammesso nella nostra Topaia. Un magistrato può talvolta essere utile.—

Ci radunammo a consiglio per deliberare ed il giorno appresso mandavamo al magistrato il papiro, col quale lo nominavamo, a unanimità di voti, membro della famiglia, in considerazione dello scopone e del tressette, dandogli il titolo di Topo bianco.

Fu un acquisto felice Quantunque quel magistrato contasse una sessantina d’anni, sosteneva a meraviglia la sua parte di bohémien.

Sapeva poi giuocare splendidamente lo scopone ed il tressette, anzi così bene, da mandarci a letto colle tasche leggiere.

È vero, però che ci vendicavamo, facendogli piovere addosso multe in gran numero per ristabilire un po’ l’equilibrio.

Appunto per questi meriti un bel giorno lo innalzammo al grado di presidente della Topaia offrendogli un berretto di seta decorato di tre topi rampanti.

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