Capitolo XVII – Una grande idea

Quindici giorni di lavoro assiduo!… Non si era mai visto una cosa simile in nessuna Topaia artistica.

Come si può resistere due settimane? Era quello che si chiedeva con insistenza Ferrol. E nessuna avventura in tutto questo tempo, nessuna trovata degna della famiglia artistica e tanto meno dei topi.

Da mattina a sera la penna del letterato aveva scricchiolato senza posa ed i pennelli degli artisti avevano dipinto quadri. Otto tavole dell’Impero ed un mezzo romanzo!… Ciò era veramente troppo; tutti lo riconoscevamo. Così non poteva durare.

Per bacco!… Non eravamo mica venuti in campagna per lavorare come asini!…

Già da due giorni Ferrol, l’usignuolo della Topaia, non cantava più; Alfonso si addormentava sulle pergamene, tingendosi il naso di nero e non ci raccontava più le sue avventure vere o inventate che fossero poco importa; l’artista barbuto bisticciava tutto il giorno con le nostre pipe e per fugare i nuvoloni di fumo eruttanti dalle nostre ciminiere, spalancava la finestra cinquantadue volte al giorno, non ostante i nostri sagrati e malgrado il freddo cane che faceva al di fuori.

Il letterato poi faceva ondeggiare spaventosamente la sua tavola come si trovasse in piena tempesta, e per ammazzare il tempo colava a fondo una nave ogni ventiquattro ore o faceva mangiare un paio di fanciulli dal suo re Dunza.

Perfino il castellano era diventato di cattivo umore e si sfogava ad abbruciare giornali.

Anche l’Amazzonia, mandataci da Mosca e che tenevamo cara, era andata a finire nella stufa, per opera di quell’incendiario.

No, così non doveva durare. Era troppo: tale era l’opinione di tutti.

Un dopo pranzo, vediamo il letterato rompere la sua penna contro il muro, con un tremendo:

— Corpo di mille pipe!…

— Cos’hai? — gli chiedemmo, sorpresi da quell’improvviso scatto di collera.

— Quattro pagine! — gridò egli. — Possibile che io sia diventato un facchino della penna?…

— Lo vedo, — disse Ferrol. — Tu vuoi andare a pescare. —

Dovete sapere che da quando il letterato era venuto a Lucenta, era stato preso dalla passione della pesca. Avendo avuto un giorno la fortuna di prendere nella Ceronda, con un velo da signora, una ventina di piccoli pesci, s’era fisso nell’idea di spopolare tutto il fiume dei suoi abitanti.

Trovata non so dove una rete; l’aveva foggiata a modo suo e tutte le mattine, prima di venire in Topaia, se ne andava sulle rive della Ceronda a spiare i pesci. Tempo perduto! Non ne aveva preso più uno.

Lui diceva che i pesci dovevano preferire, per spirito di cavalleria, i veli da signora alle reti; la causa invece stava nell’estrema limpidezza dell’acqua. Comunque sia, la frittura tante volte promessa, non era mai giunta.

Udendo Ferrol parlare di pesca, la sua collera, invece di calmarsi, raddoppiò.

— All’inferno i pesci e anche i loro occhi! — gridò.

— Ed allora cosa vuoi fare? — chiese Ferrol.

— Voglio andare a giuocare a tressette la nave che ho fatto affondare or ora. Trentatrè annegati!… Saranno trentatrè franchi che i lettori mi pagheranno!… Andiamo a bere i morti. Chissà quali idee troveremo nel fondo di un buon bicchiere.

— Ne hai qualcuna? — gli chiedemmo.

— Sì, vorrei andare a prendere un cannone all’artiglieria.

— Io preferisco andare a bere un quinto dalla sorella del corazziere, — disse Alfonso. — Chi mi dà quattro picchi?… —

Un urlo d’indignazione accolse quella insulsa proposta.

— Abbasso Alfonso!…

— Nella Ceronda la corazziera!…

— Ed il briccone si finge ammalato!…

— Mandiamolo a dormire!…

— Una proposta, — disse Ferrol.

— La parola al miniatore.

— Se andassimo a spargere il terrore alla Madonna di Campagna?

— In qual modo? — chiedemmo tutti.

— Mettiamoci le parrucche ed i nasi di Alfonso ed andiamo ad annunciare, agli abitanti, la fine del Mondo. Ci prenderanno per maghi giunti dall’oriente.

— No, — disse il letterato. — Preferisco andare a prendere un cannone al 5° Artiglieria.

— Il letterato si crede al Siam, — disse l’artista barbuto. — Vuole mandarci in galera. Per mio conto preferisco di vuotare una goccia di quello buono.

— Niente progetti, — gridò Ferrol. — Prima il tressette.

— Vada pel tressette, — disse Alfonso. — L’idea verrà dopo. —

Hurràh pel tressette!..

Buttiamo in aria pennelli e tavolozze, e ce ne andiamo ad un Ristorante, un luogo veramente chic, che frequentavamo solamente nelle grandi occasioni, cioè quando il denaro suonava una marcia deliziosa nelle nostre tasche.

Dovendosi trovare un’idea luminosa, ad unanimità, ci provammo ad assaggiare un certo grignolino che si diceva risanasse gli ammalati gravi.

Quante bottiglie passarono, io non lo so; vi posso però dire che sulla tavola dei morti ve n’erano in gran numero. Diavolo!… Bisognava ben trovare la grande idea!…

Come al solito, Ferrol ed il letterato pagarono le spese di quell’ecatombe. Ambedue avevano poca fortuna alle carte.

Il primo dava la colpa al secondo; questi asseriva invece che il letterato non sapeva giuocare.

Comunque sia, facevano quasi sempre loro le spese.

Il male si è però, che la sera era giunta senza che la grande idea fosse spuntata.

— Nulla? — chiese Ferrol, nel momento d’andarsene.

— Ho il cervello un po’ torbido, disse il letterato. Devono essere stati i trentatrè annegati.

— Io dico invece che non abbiamo bevuto abbastanza, — disse l’artista barbuto. — Con qualche bottiglia di più, l’idea sarebbe certamente spuntata.

— Ed io credo invece che non sia venuta per la cattiva qualità del vino, — disse Alfonso. — Se fosse stato migliore, qualche cosa avrei trovato.

— Il nostro grignolino era eccellente, — disse il letterato.

— Non però come quello della sorella del corazziere, — rispose Alfonso. — Se foste venuti con me, la grande idea sarebbe già spuntata.

— Una proposta, — disse il letterato.

— Dite su.

— Andiamo a cercarla in un’altra borgata.

— Questo vuole andare a prendere il cannone, — disse l’artista barbuto. — Deve avere oggi una cannonemania acuta.

— Noi non possiamo tornarcene in Topaia così, — osservò Ferrol. — Andiamo a bere un gocciolino ad Altessano.

— Battaglione, avanti!… — urlò il romano. —

Ed eccoci in viaggio per Altessano, alla ricerca della grande idea.

Dopo pochi passi, ci accorgemmo che qualche diserzione era avvenuta.

L’artista barbuto, che non voleva saperne dei cannoni, era scomparso e si era pure dileguato anche Alfonso. Quel briccone doveva aver trovato i quattro picchi necessari pel quinto della sorella del corazziere.

Un quarto d’ora dopo la famiglia artistica, nuovamente diminuita, si trovava nel caffè più rispettabile della borgata.

Ci eravamo appena seduti, quando vedemmo entrare come una bomba l’artista barbuto seguito da Alfonso.

— La grande idea è stata scoperta! — esclamò.

— Parla romano! — esclamammo.

— Abbiamo trovato che ci manca il portiere!… —

Ci inchinammo dinanzi a quella trovata degna di un gran genio. Sì, ci mancava il portiere!… Gli eroi di Murger ne avevano avuto uno e noi non avevamo mai pensato a rimediare a quello sconcio da pitocchi.

Eppure ci era necessario. Da quando era stata accesa la stufa, quella mancanza si era fatta vivamente sentire pel motivo che nessuno di noi voleva lasciare il caldo cantuccio per ricevere i visitatori.

Quando qualcuno entrava nel cortile, Ferrol, pel primo, accusava dei dolori ai piedi per non lasciare il suo tiepido posticino; il letterato diceva di essere occupato a terminare un capitolo interessantissimo; Alfonso fingeva di dormire e l’artista barbuto dichiarava di non aver veduto nessuno entrare e che non si sarebbe mosso.

Quando poi si trattava di rinnovare la provvista del tabacco non c’era verso di deciderli a spingersi fino al paese. Avevamo dovuto ricorrere a multe con relativi decreti recanti l’arma della Topaia e vi assicuro che fioccavano.

Ci era poi anche necessario per svegliarci, poichè da quando aveva cominciato a fare freddo, i topi penavano assai a lasciare le tiepide coltri. Alfonso poi, come sempre, non appariva prima delle undici, malgrado i decreti dei capi-topi e le multe.

Bisognava andarlo a chiamare almeno dieci volte e si finiva sempre per doverlo strappare, a viva forza, dal letto.

Una vera disperazione per noi.

Visto e considerato che un portiere s’imponeva anche per decoro della famiglia artistica, dopo una nuova seduta, decidemmo di trovarne uno.

La cosa non era molto facile. Non si voleva spendere molto. Le nostre tasche, non so per quali cause, non si trovavano mai ben gonfie, anzi erano più i giorni che erano vuote che fornite.

Già si sa che i bohémiens non sono mai stati ricchi. Anzi noi avremmo inesorabilmente scacciato dalla nostra famiglia chi avesse commessa l’imprudenza di tenere in tasca un biglietto da mille.

Non oserei però dire se noi glielo avremmo lasciato per molto tempo.

Decisi adunque di avere anche noi un pipelet, mandammo messaggieri ad Altessano e in altre località più o meno vicine, coll’incarico di trovarcelo.

Passarono dieci giorni senza che avessimo fatta la scelta. Ne era venuto uno che contava quasi un secolo e che andava per le vie suonando un treppiede: fu scartato per paura che impiantasse concerto nella nostra sala di ricevimento.

Se n’era pure presentato un altro, un pezzo di montanaro grande come un granatiere e rubicondo come un frate. Avendo notato che aveva il naso rosso, lo rimandammo senz’altro nelle natie montagne, per tema che ci saccheggiasse la cantina. Quel naso era troppo sospetto.

L’undicesimo giorno i nostri messaggieri ce ne mandavano un terzo che dapprima incontrò il favore di tutti, specialmente perchè aveva un vero muso di topo ed anche perchè era molto piccolo. C’era da economizzare sulla divisa.

Misurato dall’artista barbuto, constatammo che era alto solamente un metro e trentadue centimetri e che la sua testa non sorpassava, in circonferenza, i quaranta centimetri, una testa veramente eccezionale!

— Ecco l’economia del berretto, — disse Ferrol. — È già qualche cosa.

Non sarebbe necessario che vi dicessi che la sua divisa doveva limitarsi, pel momento, al un berretto decorato di tre topi rampanti. Lo stemma, per economia, doveva dipingerlo l’artista barbuto su un pezzo di cartone. Si risparmiava così la ricamatrice.

Due giorni dopo, ecco il nostro portiere in funzione.

Dovendo ricevere i visitatori, lo insediammo nel cortile, su di una panchetta di pietra. Siccome però quel povero diavolo, che era già molto innanzi colle primavere, gelava pel freddo, i primi giorni gli fu concesso il permesso di accendere la stufa. Cinque minuti di calore potevano fargli bene.

Avendo poi constatato che consumava troppa legna, forse colla segreta speranza che il fumo scaldasse anche il cortile o che il calore emanato dalla nostra Topaia si comunicasse alla sua poltrona di pietra, decretammo di esonerarlo da quella importantissima funzione.

Diavolo!… Non aveva poi il diritto di mandarci in rovina. Si spendeva già troppo in legna, quantunque Alfonso per fare un po’ di economia, bruciasse giornali a palate e qualche volta perfino delle pagine che cadevano dal tavolino del letterato.

Il povero vecchio, ora con un pretesto ed ora coll’altro, non mancava mai di salire nella nostra Topaia per scaldarsi un po’ le mani dinanzi alla stufa.

Un giorno però, anche quella pessima abitudine di venire a romperci le tasche ad ogni momento, fu perduta dal nostro pipelet. È vero che da quel momento lo trovavamo di frequente addormentato sulla sua poltrona di pietra.

Forse era il freddo del cortile che lo faceva cadere in quel torpore, quantunque ci avesse detto di essere figlio d’un granatiere che aveva fatto la campagna di Russia con Napoleone I.

Vedendo che quei letarghi si moltiplicavano al punto da dimenticarsi di rispondere alle nostre chiamate, cominciammo ad inquietarci.

— Che voglia morire? — disse un giorno l’artista barbuto.

— O che sia il freddo che lo intirizzisce? — disse Alfonso, il più freddoloso di tutti.

— Non è possibile, — osservò il letterato. — Il figlio d’un reduce di Mosca, non può gelare a cinque gradi sotto lo zero.

— Qui gatta ci cova, — borbottò Ferrol. — Avete osservato che da qualche tempo, il naso del nostro pipelet diventa rosso?

— Bisogna fare una visita alla nostra cantina, — disse l’artista barbuto. — Mi è venuto il sospetto che il nostro portiere ci beva il rigatino.

— Andiamo a perlustrare le nostre bottiglie, — concluse Ferrol. — Noi non possiamo con simile sospetto vivere tranquilli. —

La nostra cantina era formata da un armadio sulle cui imposte avevamo messi due cartelloni colla seguente scritta:

Veleni della Topaia.

Questa idea ci era stata suggerita dalla paura che qualcuno, approfittando della nostra assenza, avesse tentato di fare man bassa sulla nostra cantina.

Finora quello spauracchio era stato sufficiente per tenere lontani i ladri. Sapendosi che noi tenevamo dei veleni per le nostre fotografie, nessuno aveva osato forzare quell’armadio.

Visitata la nostra cantina, trovammo che delle quattro bottiglie di rigatino, in serbo per le grandi occasioni, una era quasi vuota. Chi poteva averla bevuta?

— Non può essere stato che il nostro pipelet, — disse Ferrol.

— Ciò è grave, osservò il letterato. — Bisogna cercare un rimedio, o la nostra provvista se ne andrà tutta.

— Cacciamo il portiere, — suggerì Alfonso.

— Oh!… No, — disse Ferrol. — Si potrebbe supporre che noi l’abbiamo mandato via per economia.

— E poi noi non siamo ancora certi che sia stato lui a beverci il rigatino, — disse l’artista barbuto.

— Nondimeno noi non dobbiamo lasciarci saccheggiare, — notò giudiziosamente Alfonso. — Una bottiglia già bevuta!… Una lira e sessanta centesimi!… Voi siete un po’ ricchi, ma io non ancora e non posso sopportare, simile spesa.

— Un’idea!… — gridò Ferrol.

— Ecco l’uomo delle idee, — brontolò l’artista barbuto. — Fosse almeno buona questa!…

— Ho trovato il rimedio.

— Udiamo!… —

Ferrol uscì e andò a prendere pel colletto il nostro portiere, il quale pareva più intorpidito che mai. Quattro ore di guardia, con tre gradi sotto lo zero, dovevano averlo incretinito più d’una bevuta di rigatino.

— Ascoltami, topo grigio, — disse Ferrol, dopo d’averlo fatto sedere fra noi. — Ti piacciono i liquori?

— Non ne ho mai bevuti, — rispose il portiere, con tono solenne, — Lo giuro sulla memoria di Napoleone I.

— Lascia stare Napoleone. Pel momento non c’entra.

— Quando mio padre giurava su….

— Lo sappiamo; beveva i liquori dei russi, — disse Ferrol.

— Nella campagna di Russia….

— Faceva freddo, — disse il letterato. — Nessuno ne dubita.

— Volevo dire….

— Sta’ zitto, topo grigio, — gridò Ferrol. — Spiegaci invece da cosa proviene il rossore straordinario del tuo naso. Quando ti abbiamo innalzato alla carica di portiere, non somigliava ad un peperone.

— È il fumo della stufa, — disse il pipelet, guardandoci con un certo spavento. — Il camino fuma sempre….

— Oppure il nostro rigatino? — chiese Ferrol.

— Signore!… — gridò il pipelet, con indignazione. — Il figlio d’un granatiere di Napoleone deve essere onesto.

— Fammi il piacere di lasciare dormire Napoleone e anche il suo granatiere. Va’ invece dal farmacista onorario della Topaia e fatti dare delle teste da morto. —

Egli guardò il miniatore con due occhi così spiritati, che avemmo il timore di vederlo cadere a terra per lo spavento.

— Ci servono per dei veleni, — aggiunse Ferrol.

— Voi avete dei veleni? — gridò il pipelet.

— Ne abbiamo sei bottiglie nella cantina. —

Vedemmo il povero portiere diventare pallido come un morto, poi cacciarsi le mani nei tre capelli che aveva ancora in testa.

— Misericordia!… — gridò. — Sono morto!… Mi sento bruciare le viscere!… Acqua, latte!… Sono avvelenato!…

— Birbante! — urlò Ferrol. — Tu hai bevuto i nostri veleni!… Ecco perchè da tre giorni sei intorpidito!… —

Il povero pipelet in preda ad uno spavento impossibile a descriversi, era già scappato via, facendo trottare le sue gambe di sessant’anni.

— Ora abbiamo la prova che quel ladro ci derubava, — disse Ferrol. — Fidatevi dei portieri!

— Sì, è meglio che ne facciamo a meno, — disse Alfonso. — Costava troppo.

— Quell’ubriacone avrebbe finito col rovinarci, — osservò l’artista barbuto.

— Ci consumava troppa legna.

— Ci beveva il rigatino.

— Mangiava come un lupo!

— E frustava troppe scarpe.

— Abbasso i portieri!… —

Quando il disgraziato pipelet, dopo d’aver bevuto mezzo litro di non so quale contravveleno, che aveva avuto la potenza di fargli rigettare un buon quinto del nostro famoso liquore, si presentò nuovamente a noi, e fummo inesorabili.

Fu degradato ignominiosamente alla presenza di tutti i topi, non volendo lasciargli il berretto, e messo senz’altro alla porta.

Per alcuni giorni più nessuno parlò di procurarci un altro portiere. Siccome le seccature non cessavano, prendemmo finalmente l’eroica risoluzione di rimetterne uno dinanzi la porta della nostra Topaia.

Per evitare che la nostra cantina potesse correre un nuovo pericolo, fu deciso di fabbricarne uno. Almeno quello non consumava scarpe, non ci costava un soldo, non ci beveva e non aveva bisogno nemmeno d’un nuovo berretto.

— Faremo doppia economia, — aveva detto Ferrol. — Già qui si sente il bisogno d’una estrema economia dopo il rovinìo causatoci da quel scialacquone di portiere. —

E presso la nostra porta fu dipinto un topo di dimensioni mostruose, rinchiuso in una trappola gigantesca, col berretto in testa. Da quel giorno quando qualcuno domandava di noi, dalla finestra rispondevamo:

— Rivolgetevi al portiere! —

E se scappavano, nel vedere quella brutta bestia, ve lo posso dire io!…

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