Capitolo X – L’attentato

Erano trascorsi cinque giorni durante i quali Yanez, Tremal-Naik ed i montanari di Sadhja, vinti sì, sotto le mura di Goalpara dalle forze strapotenti di Sindhia, ma non completamente sconfitti, non avevano perduto il loro tempo.

Avevano tagliati tutti i ponti, avevano preparato mine, avevano disposte nei punti più deboli le artiglierie, una sessantina di piccoli pezzi, ed avevano accumulate immense cataste di legna per dare fuoco alla città nel caso che una difesa fosse diventata assolutamente impossibile. Non vi erano più abitanti. All’annuncio che Sindhia si avvicinava tutti erano fuggiti, temendo le sue vendette. Non erano rimasti che pochi cani rognosi e spelati, quasi morenti di fame.

Yanez, che aveva ancora una ventina di cavalli, aveva lanciati parecchi uomini in direzione di Goalpara per avere notizie del suo formidabile avversario, ma soltanto al sesto giorno gli esploratori gli portarono la poco lieta novella che le orde si avanzavano compatte, saccheggiando tutti i villaggi che incontravano sul loro cammino, per poi incendiarli senza misericordia.

«Bah!…» disse il valoroso portoghese a Tremal-Naik, che dall’alto d’un bastione spingeva gli sguardi verso occidente. «Le mura della capitale sono salde, cannoni ne abbiamo, mentre pare che il nemico non ne possegga affatto, ed abbiamo ancora sotto le mani duemila e cinquecento montanari pronti sempre a farsi uccidere per tenere in testa a mia moglie la sfasciata corona. Ah!… Povero carro dello stato!… Come è invecchiato presto!… Le ruote avevano bisogno di più grasso».

«Tu non sei nato, si vede, per fare il re» rispose il “Cacciatore della Jungla Nera”, ridendo. «Eppure che cosa non hai fatto tu insieme a Sandokan? Si direbbe che siete più bravi a sfasciare regni che a tenerli in piedi».

«Può darsi» rispose Yanez, pure ridendo. «Tu sai, d’altronde, che noi siamo le Tigri della Malesia, più pronte a distruggere che a edificare. Toh!… Pare che si avanzino. Era tempo. Cominciavo ad annoiarmi». «Chi si avanzano?» «I banditi di Sindhia». «Hanno fretta di cacciarti dalla tua capitale». «Pare di sì». «Credi tu di poter resistere a tutta quella gente?» Una nube passò sull’ampia fronte del portoghese.

«Siamo troppo pochi per poter resistere fino all’arrivo degli altri montanari e di Sandokan. Noi cadremo prima». «Perdi il tuo antico coraggio?»

«No, sono troppi e poi sono, quei banditi, fanatizzati dai bramini. Non avranno paura né delle nostre carabine, né delle nostre artiglierie. Bah!… Faremo quello che potremo e della gente ne cadrà sotto le mura della mia capitale. Se mi fossi accorto prima del brutto giuoco che mi preparava silenziosamente Sindhia, avrei fatto venire Sandokan per tempo, ed anche se sconfitti, sulle montagne avremmo potuto tenere a lungo testa a tutti quei banditi e prenderci forse la nostra rivincita».

«Sì, è la Tigre della Malesia che ci dà dei grossi fastidi, senza saperlo» disse Tremal-Naik. «Eppure dovremo aspettare qui i suoi formidabili guerrieri per guidarli poi con noi sulle alte cime».

«È vero, amico»rispose Yanez, il quale appariva un po’ triste. «Eppure senza quella gente noi non potremmo fare nulla di grosso. Io però non dispero, anzi. Finché il nemico è ancora lontano, andiamo a dare un ultimo sguardo ai nostri uomini ed ai nostri bastioni. Noi difenderemo quello che guarda verso la vecchia pagoda per poter raggiungere le cloache».

Due montanari, alla base della scarpata, tenevano per le briglie due bei cavalli di razza mongola, con staffe corte e selle leggère, alla mussulmana. Yanez e Tremal-Naik dopo essersi bene assicurati che le truppe di Sindhia avevano fatta una sosta per prepararsi gli accampamenti, salirono in arcione e fecero una rapida galoppata lungo tutti i bastioni, fermandosi qua e là per dare degli ordini ai montanari i quali, quantunque sconfitti, si trovavano ancora in ottime condizioni e pronti a tentare una disperata riscossa.

Si fermarono sul gran bastione che guardava verso la vecchia pagoda, difeso da una quindicina di piccoli pezzi d’artiglieria e da trecento montanari guidati dal figlio di Khampur.

Vi erano anche il cacciatore di topi ed il gigantesco rajaputo, il quale non aveva mai cessato di bestemmiare contro i suoi compatrioti che avevano così vigliaccamente traditi la rhani ed il maharajah. Il sole era tramontato e le tenebre erano scese sulle immense campagne ormai deserte, non meno della città, che si stendevano intorno alle fortificazioni. In lontananza cominciavano a brillare i primi fuochi dell’accampamento nemico, fuochi che si moltiplicavano con rapidità fantastica. Non facevano economia di legna i paria, abituati a distruggere una foresta per cucinare un semplice sciacallo od una scimmia.

Altissime fiamme s’alzavano dovunque, in forma d’una immensa mezzaluna, lanciando in aria fasci di scintille.

«Per Giove!…» esclamò Yanez, il quale aveva cenato alla meglio insieme a Tremal-Naik ed al figlio di Khampur, accontentandosi d’un mezzo pavone. «Cercano di stringerci da tutte le parti. Questa sera accamperanno là e domani li vedremo comparire anche dall’altra parte della città. Faremo una notte bianca».

«Non sarà la prima» disse Tremal-Naik. «Quante ne abbiamo passate quando noi sul Re del Mare combattevamo contro mio genero?»

«Oh, se me le ricordo! Quel Moreland era un bravo marinaio che dava anche a Sandokan dei grossi fastidi. Toh!… È un po’ di tempo che Darma e suo marito non si fanno vivi».

«L’ultimo dispaccio l’ho ricevuto da Acapulco e mia figlia mi avvertiva, che colla splendida nave di suo marito, stava per intraprendere la traversata dell’Oceano Pacifico».

«Io, vedi, mi sono domandato molte volte perché sir Moreland dopo che ha sposato la tua Darma non è mai più tornato in India».

«Per prudenza, Yanez» rispose Tremal-Naik. «Non tutti i thugs sono scomparsi in questo disgraziato paese, e tu sai quanto sono vendicativi e lesti di mano. Teme non per sé ma per mia figlia, e l’ho consigliato io di tenersi, il più che gli era possibile, lontano dall’India. Un giorno lo rivedremo. Darma me l’ha promesso».

«Se fosse qui, coi suoi marinai, ci sarebbe di grande aiuto in questo momento» disse il portoghese con un sospiro. «A quest’ora saranno forse nel Giappone o in Cina, e quei due paesi sono troppo lontani. Giungerebbero ad affare finito».

Si sedette su un piccolo pezzo d’artiglieria, e si rimise a guardare gli innumerevoli fuochi degli assedianti, masticando rabbiosamente un pezzo di sigaretta.

Tremal-Naik si era accomodato su un piccolo terrapieno erboso, ed aveva riaccesa la sua pipa.

Sui bastioni le sentinelle si davano la voce per far comprendere al nemico che vegliavano attentamente, e gli artiglieri dispersi qua e là nei luoghi più minacciati, soffiavano sulle micce, pronti a scatenare uragani di mitraglia. Ciò che Yanez temeva, era un furioso attacco notturno, ma non avvenne.

Le truppe di Sindhia, forse assai stanche ed anche un po’ timorose di dover provare i crudeli morsi delle artiglierie, si erano mantenute tranquille; però avevano approfittato delle tenebre per estendere le loro linee in modo da avvolgere completamente la città.

Spuntata l’alba, Yanez, non vedendo ancora il nemico deciso a slanciarsi all’attacco, montò sul suo cavallo, e seguito da Tremal-Naik pure in sella, fece una rapida corsa fino al suo bungalow ormai deserto e silenzioso. Solamente un vecchio montanaro vegliava dinanzi alla porta, tutto avvolto in un mantellone di pelle di capra tibetana, dal pelo lunghissimo e lucentissimo.

«Vuoi dare fuoco alla tua palazzina?» chiese il “Cacciatore della Jungla Nera” al portoghese. «Aspetta ancora. La città non è stata ancora presa».

«Sono qui tornato a mettere al sicuro i tesori di mia moglie ed i miei. Si tratta di molti milioni di rupie. Seguimi».

Salì al secondo piano, sempre accompagnato dal fedele amico ed aprì una porta laminata in ferro, entrando in una stretta stanza dove si vedevano allineati cinque enormi forzieri di acciaio, a prova di fuoco.

«È meglio prevedere» disse. «Si sa già che è il denaro che fa la guerra e Sindhia ce lo ha dimostrato».

Si avvicinò ad una parete e premette una molla. Subito una parte del pavimento, che era in legno, si spostò con dei lunghi scricchiolii ed i forzieri precipitarono, con immenso fracasso, sollevando una folta nube di polvere che finì in una vera pioggia di sabbia.

«Ecco i tesori della corona ed i miei al sicuro» disse il portoghese. «Anche se tutta la città bruciasse, non soffriranno». «Dove sono caduti?»

«In una cantina piena di sabbia finissima e dove si sono sprofondati a cinque o sei metri sotto il pavimento. Ti assicuro che nessuno li troverà e che Sindhia, se prenderà la città, avrà un bel cercare». Stava per spezzare la molla, quando udì rimbombare un colpo di cannone. «Ci chiamano» disse. «Che le bande di Sindhia si muovano?»

Si affrettò a fracassare la molla col pesante calcio della carabina guernito in fondo in acciaio, poi uscì correndo.

Montarono sui loro cavalli e si diressero, a corsa sfrenata, verso la porta di Agra, sul cui bastione sovrastante si vedeva ancora sfumare lentamente il fumo del piccolo pezzo che aveva fatto fuoco.

La guardava il figlio di Khampur, alla testa di duecento montanari, scelti fra i migliori.

«Grande sahib» disse il giovane guerriero a Yanez, quando questi, sempre seguito da Tremal-Naik, giunse sul bastione. «Sindhia ti manda un parlamentario». «Chi è?» «Un bramino». «Quel furfante ha assoldati anche tutti i sacerdoti del Bengala?» «così pare, grande sahib» rispose il giovane. «Dov’è quell’uomo?» «Aspetta all’estremità del ponte che noi abbiamo già tagliato».

«Fa’ gettare un paio di travi con delle tavole. Se si rompe il collo tanto peggio per lui».

Mentre i montanari eseguivano rapidamente l’ordine, Yanez si spinse verso l’estremità del bastione e si mise a guardare il parlamentario il quale cavalcava una specie di poney, di forme assai scadenti, e teneva in pugno una bandiera di seta bianca.

Era un bell’uomo, assai barbuto, di tinta assai carica e gli occhi sfavillanti come quelli dei serpenti. Indossava il costume dei bramini e non portava nessuna arma, almeno apparentemente.

«Per Giove!…» esclamò il portoghese. «Quel furfante di Sindhia sa scegliere la sua gente. Udiamo che cosa vuole questo religioso diventato combattente».

Ridiscese il bastione accompagnato da Tremal-Naik, ed attese il parlamentario seduto su un ammasso di travi tolti dal ponte levatoio. Si era messa fra le ginocchia la fedele carabina, temendo sempre qualche nuovo tradimento, ed aveva fatto cenno a sei montanari di preparare anche i loro grossi fucili.

Cinque minuti dopo il parlamentario, riuscito ad attraversare il ponticello improvvisato mercé l’aiuto del figlio di Khampur, passava sotto le due volte della porta e si presentava dinanzi al maharajah salutandolo famigliarmente con un gesto della mano destra.

«Che cosa vuoi e chi ti manda, prima di tutto?» chiese Yanez, senza restituirgli il saluto. «Il rajah dell’Assam» rispose il bramino.

«Quale rajah? Fino in questo momento nell’Assam comandava la rhani Surama». «Noi l’abbiamo proclamata decaduta». «Ed il maharajah suo marito?» «Anche quello, e da tempo». «E chi siete voi?» «Assamesi partigiani di Sindhia».

«Menti!…» gridò Yanez. «Non siete altro che un’accozzaglia di banditi arruolati in tutte le province del Bengala e che per la prima volta entrano nell’Assam col solo scopo di massacrare i veri assamesi e di saccheggiare città e borgate». «Mi dirai ora chi sei tu» disse il bramino con tono altezzoso. «Sono il principe consorte della rhani». «Hai pieni poteri per trattare con noi, sahib?»

«Sono il maharajah!…» gridò Yanez, alzandosi furiosamente. «Sono io, uomo, che tratto gli affari dello stato».

«Allora vengo a dirti, da parte del mio signore, di cedere immediatamente la città se non vorrai vedere passare a filo di spada tutti gli abitanti». Il portoghese proruppe in una fragorosa risata.

«Quale popolazione?» chiese poi. «Qui non sono rimasti che i topi, qualche cane e forse qualche pavone. La popolazione, sapendo bene come è generoso il tuo signore, ha preferito fuggire tutta, portando con sé il meglio che possedeva. Troverete ben poco da raccogliere, se riuscirete ad espugnare la capitale della rhani». «Se riusciremo!… La prenderemo di colpo come abbiamo presa Goalpara». «Gahuati non è Goalpara, sacerdote di Brahma» disse Yanez.

«Abbiamo ventimila uomini, maharajah, e tu non hai che pochi montanari, poiché noi ti abbiamo portato via non solo tutti i rajaputi ma perfino le tue guardie».

«Puoi aggiungere anche gli elefanti» disse Tremal-Naik, che stava seduto accanto al portoghese.

«Sì, anche quelli, e sono stato io a fare quel magnifico colpo, mentre voi ci cercavate nella pagoda. Siamo stati molto più furbi di voi».

«E vieni a dirmelo in faccia!…» gridò Yanez, balzando nuovamente in piedi, colla carabina puntata.

«Io mi vanto di aver condotta a buon fine quell’operazione» rispose il bramino con enfasi. «Venti elefanti, i loro cornac e tre grossi drappelli di rajaputi!… Confesserai, maharajah, che sono stato molto abile». «Sei stato un gran furfante!…»

Il sacerdote lo guardò con quei suoi occhi neri e scintillanti come un serpente, e rispose subito: «Ecco una offesa che potresti pagare cara, sahib bianco». «È una minaccia, mi pare». «Prendila come vuoi, a me poco importa».

«E se io ti facessi arrestare, insolente, e se ti facessi ben bastonare prima di rimandarti al campo di Sindhia?» «Chi oserebbe battere un sacerdote di Brahma?» «Io» disse Tremal-Naik.

Il bramino lo fissò un momento, stupìto da tanta audacia, poi con una mossa fulminea si aprì il lungo camice, estrasse una pistola e sparò due colpi, uno verso il “Cacciatore della Jungla Nera” e l’altro contro Yanez. Aveva avuto troppa fretta, e non aveva pensato che il figlio di Khampur gli stava presso, sorvegliandolo attentamente. Il coraggioso montanaro aveva dato un calcio al cavallo facendolo impennare, sicché le due palle erano andate a conficcarsi nelle travi. Subito tre o quattro altri montanari si erano gettati sul traditore, l’avevano strappato di sella e l’avevano gettato violentemente a terra, puntandogli sul petto le carabine.

Yanez accese tranquillamente una sigaretta e si avvicinò al prigioniero il quale ruggiva come una giovane tigre. Il figlio di Khampur lo aveva già legato solidamente con delle corregge tolte ai sacchi dei viveri che si trovavano accumulati in buon numero lì presso.

«Pare che quel caro rajah tuo signore», disse Yanez, gettando in pieno viso al bramino un getto di fumo, «non ti abbia mandato qui come parlamentario. Ti aveva dato l’incarico di assassinarmi, è vero? Ti dico però che sei un pessimo tiratore, poiché io al tuo posto, anche se il mio cavallo si fosse impennato, ti avrei mandato diritto nel nirvana».

«Tu ed il tuo compagno mi avete offeso, dimenticando che io sono un bramino».

«Ebbene, che cosa sono questi bramini? Uomini diversi dagli altri che possono permettersi anche degli assassinii? Se io avessi tentato di avvicinare Sindhia coperto da una bandiera di parlamentario e poi avessi tentato di bruciargli, a tradimento, le cervella, che cosa mi avreste fatto voi banditi?»

«Tu non hai sparato sul rajah, il quale gode anche in questo momento ottima salute, ed è quindi inutile una mia risposta».

«Non mi avreste rimandato perché avevo una bandiera bianca, è vero?» chiese Yanez, il quale perdeva a poco a poco la sua famosa calma. «Può darsi» rispose il bramino, alzando le spalle. «Va bene». Si volse verso Tremal-Naik e gli disse:

«In una casamatta abbiamo uno di quei lunghi cannoni che usavano i mongoli duecento e più anni or sono. L’hai veduto?» «Si trova a venti metri da noi, sopra il bastione».

«Tu lo metterai bene in vista sull’orlo della merlatura, lo farai caricare con due cartocci di polvere ed uno di grossa mitraglia».

«Che cosa vuoi fare, sahib?» chiese il bramino diventando grigiastro e tentando, con uno sforzo supremo, di spezzare i legacci. «Aspetta che il pezzo sia carico e lo saprai» rispose Yanez con voce sibilante. «Tu oseresti uccidermi?»

«Tu hai osato far fuoco sul maharajah dell’Assam, poiché fino a questo momento sono io il maharajah. Fuoco per fuoco!» «Tu non hai mai appartenuto alla nostra razza».

«Vuoi dire che io non ho governato come i vostri rajah, sempre ubriachi e null’altro desiderosi che di stragi. Conosciamo la storia di Sindhia e di suo fratello specialmente, ucciso in buon punto dal tuo signore non meno feroce dell’altro».

«Lasciami andare» disse il bramino. «Io appartengo alla prima casta di tutte quelle che si trovano nel nostro grande paese».

«Nel mio paese vedi, anche i grandi, quando commettono un delitto, si garrottano». «Non so che cosa vuoi dire».

«Si strangolano con una macchina speciale che spezza, sul colpo, la colonna vertebrale». «Vorresti uccidermi?»

«Per Giove!… Mi crederesti un uomo capace di scherzare? Non vedi che stanno già caricando il cannone?»

Il bramino diventò ancora più grigiastro, ed i suoi occhi espressero un terrore impossibile a descriversi.

«Tu non oserai, sahib, no, non oserai, perché dietro di me vi è Sindhia, il mio signore». «Io me ne infischio di quel pazzo». «Mi vendicherà».

«Non mi ha ancora preso ed ho le mie buone ragioni per credere che non mi avrà mai nelle sue mani». «Ma non vedi che tutta la città è circondata dai nostri?»

«Basta colle chiacchiere: il tuo signore aspetta una risposta da me e gliela darò sotto forma d’una palla umana».

Ciò detto Yanez si volse verso i montanari e fece loro un cenno. Subito cinque uomini si precipitarono sul prigioniero, e quantunque il disgraziato tentasse una disperata resistenza, lo portarono di peso sopra il bastione. Tremal-Naik, aiutato da altri uomini, aveva preparato il pezzo, spingendolo fino sull’orlo della piattaforma.

Si trattava, come abbiamo detto, d’un vecchio cannone mongolo, lungo più di due metri, assai somigliante ad una colubrina. Forse da cent’anni giaceva dimenticato nella casamatta e non aveva più fatta udire la sua voce.

Il bramino fu nuovamente preso e legato alla bocca del pezzo, colle gambe penzoloni, poiché la grossa canna era stata volta ben in alto, fino all’ultimo limite della mira. Essendo gli assedianti vicinissimi, potevano vederlo.

Tremal-Naik aveva presa una miccia e non aspettava che un ordine di Yanez per dare fuoco alla doppia carica.

Il bramino, coi lineamenti orribilmente sconvolti, gli occhi iniettati di sangue, agitava pazzamente le gambe e mandava urla spaventevoli. Yanez gli si era avvicinato, guardandolo con aria perfettamente tranquilla.

«Ebbene?» gli chiese. «Come ti trovi? La posizione non deve essere troppo comoda».

«Che Brahma maledica te e tutti i tuoi discendenti!…» urlò il sacerdote, con voce arrangolata. «Grazie». «Ricòrdati che Brahma è il più potente di tutti gli dèi dell’India». «Lo sappiamo da gran tempo» rispose Yanez, colla sua solita calma.

«Devo dare fuoco al pezzo?» chiese Tremal-Naik. «Non vedi che quell’uomo sta per morire di spavento?»

«Pare anche a me, e penso appunto che sia stato abbastanza punito del suo infame attentato. Scioglietelo, rimettetelo sul suo cavallo e cacciatelo via».

«Sei troppo generoso, grande sahib» disse il figlio di Khampur. «Mio padre non l’avrebbe risparmiato».

«Tuo padre è indiano, mentre io sono un uomo bianco» rispose il portoghese. «Lasciando andare questo furfante, mostreremo meglio a Sindhia che noi non abbiamo paura dei suoi banditi». «Forse hai torto, grande sahib».

«E lo credo anch’io» disse Tremal-Naik, gettando la miccia diventata inutile. «Questa canaglia l’avrei scaraventato in aria in venti o trenta pezzi».

«Forse quest’uomo potrà esserci riconoscente ed un giorno giovarci. Lascia andare: vedo molto da lontano e molte cose le indovino».

I montanari avevano slegato il bramino il quale si reggeva a malapena sulle gambe tremanti. Pareva che da un momento all’altro dovesse cadere al suolo svenuto. Lo dovettero aiutare a scendere il bastione e così pure a metterlo in sella.

Quando si sentì slegare anche le braccia guardò Yanez a lungo, con due occhi che non avevano più nulla di feroce, poi gli chiese: «Mi doni la vita?» «Sì». «Ritiro la maledizione che io avevo invocata su te e sui tuoi discendenti». «Potevi non incomodarti per una cosa così piccola». Il bramino parve pensare un momento, poi riprese: «Io mi chiamo Kiltar. Ricòrdati di questo nome, sahib».

«Me lo fisserò nel cervello, quantunque non riesca ad indovinare a che cosa potrebbe servirmi».

«Tu mi hai donata la vita ed io ti debbo della riconoscenza. Sindhia mi aveva mandato qui come parlamentario perché ti assassinassi, e lodo Brahma che i due colpi di pistola siano andati a vuoto». «E ritornando presso il tuo signore, senza avermi ucciso, non avrai delle noie?» «No, perché sono un bramino». «Va’, e non comparirmi più dinanzi come nemico, perché non ti risparmierei».

«Ed avresti ragione, sahib: ricòrdati il mio nome, Kiltar il bramino di Benares, la città santa».

Fece un inchino, tracciò in aria alcuni segni come se volesse maggiormente infrangere la maledizione lanciata, volse il cavallo e guidato dal figlio di Khampur riattraversò il ponte improvvisato, lanciandosi poi a gran galoppo verso gli accampamenti degli assedianti.

«Toh!…» disse Yanez a Tremal-Naik «io ho la convinzione di aver fatta una buona giornata».

«Donando la vita a quella canaglia?» disse il famoso “Cacciatore della Jungla Nera”, scuotendo la testa. «Hum! Hum!…»

«Si vedrà in séguito. D’altronde non avrei guadagnato nulla a mandarlo sfracellato in aria. Non sarebbe stato altro che un atto di crudeltà. Mi basta di averlo spaventato».

Erano risaliti sul bastione mentre i montanari disfacevano rapidamente il ponte improvvisato e barricavano solidamente la grossa porta laminata in bronzo, che si apriva su un fossato profondo tre metri e largo otto o dieci, pieno di melma e di piante acquatiche ormai mezzo disseccate.

Il bramino era già sparito fra le capannucce e le tende che gli assedianti avevano innalzate per difendersi dal gran calore.

Per un po’ si udirono delle grida, degli spari, poi un gran silenzio si stese su tutti gli accampamenti. Forse l’assalto, che pareva dover essere imminente, era stato rimandato.

Yanez attese con impazienza la notte, e le bande di Sindhia rimasero ancora tranquille nei loro accampamenti. Eppure erano così numerose da poter tentare l’impresa.

«Sai che cosa credo io?» disse il portoghese, quando spuntò l’alba, a Tremal-Naik, che aveva sonnecchiato qualche ora al suo fianco. «Che la mia generosità abbia, se non evitato, ritardato l’assalto». «E perché?»

«Forse il bramino, se è vero che ci debba un po’ di riconoscenza, ha spaventato Sindhia dicendogli che noi se siamo in pochi, abbiamo un numero straordinario di artiglierie». «Può darsi, ma dei pezzi ve ne dovevano essere a Goalpara». «Appena una decina». «Che l’ex rajah voglia prenderci colla fame?» «È questo che temo».

«Come sai, Yanez, l’investimento è stato così rapido che ci è stato impossibile introdurre prima del bestiame».

«Frugheremo tutte le case, saccheggeremo tutti i giardini, ammazzeremo tutte le belve del mio palazzo reale che sono sfuggite all’incendio e poi daremo la caccia…» «Ai cani che sono già scappati insieme agli abitanti?»

«Ai topi delle cloache. Quelle bestie ci procureranno tanta carne da nutrire un esercito per un paio di settimane almeno». «Non so se i montanari li mangeranno» disse Tremal-Naik, sorridendo.

«Spinti dalla fame li metteranno allo spiedo, te lo assicuro io, e non guarderanno le code». «Una spiegazione desidero ora da te. Se la città venisse presa?» «Come ti ho detto, la incendieremo». «Ed i montanari?»

«Forzeranno una o l’altra delle linee d’investimento e torneranno verso Sadhja». «Mentre noi attenderemo Sandokan nelle cloache?»

«Avremo laggiù un magnifico rifugio e potremo attendere tranquillamente lo svolgersi degli avvenimenti. Ti pare?»

«Tu e Sandokan siete nati grandi capitani» rispose il famoso “Cacciatore della Jungla Nera”. «Sareste capaci, non dico di conquistare il mondo, ma l’India ed anche tutta la Malesia. Disgraziatamente gli inglesi oggidì sono troppo forti, e fra sei mesi lo saranno più ancora. Non siamo più ai tempi di Mòmpracem» terminò con un sospiro.

In quel momento alcune detonazioni, abbastanza forti, rimbombarono nell’accampamento che si trovava di fronte al bastione da loro occupato con un centinaio e mezzo di montanari. Erano i pezzi presi alle cinte di Goalpara che facevano udire la loro voce.

Alcune palle sibilarono sopra la città, essendo tutte di piccolo calibro, ed andarono a cadere o sui tetti delle case od in mezzo ai giardini, senza produrre malanni.

«Che pessimi artiglieri ha quel Sindhia» disse Yanez. «È meglio che adoperino i bastoni dei fakiri erranti». «Ed i nostri montanari?»

«Sono abili perché lassù, nelle loro gole, tengono sempre dei buoni pezzi per demolire le hudì. Vediamo di fare qualche cosa anche noi».

Si trovavano sul bastione che fronteggiava la vecchia pagoda, presso la quale sboccava il fiume nero, e vi avevano concentrate metà delle loro artiglierie, volendo conservarsi assolutamente quell’uscita per poter raggiungere, nel caso d’un disastro, già previsto, le cloache. Yanez chiamò a raccolta i montanari, li dispose dietro ai pezzi, scegliendo i puntatori, e rispose alla prima provocazione di Sindhia con una terribile scarica che fece scappare, a tutte gambe, rajaputi, bramini, paria, fakiri e banditi.

«Pare che pel momento ne abbiano abbastanza» disse Yanez. «Non sarà a questo bastione che cercheranno di dare l’assalto. Mio caro Tremal-Naik, questa mattina ho fatto ammazzare gli zebù che servivano per le mie corse. Possiamo quindi andare a fare colazione. Gli assedianti per ora si manterranno tranquilli, te lo dico io».

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