Il baribal

 A quindici passi da loro, fermo presso un pino enorme, stava uno di quegli orsi neri chiamati baribal, di dimensioni enormi.

 Era uno dei più bei campioni della specie, col pelame corto, ispido, lucentissimo, che diventava fulvo solamente ai lati del muso.

 Era lungo più di due metri, alto uno dalla zampa alla spalla e grossissimo. Questi orsi, anche oggidì sono abbastanza numerosi non solo nelle foreste della Florida, bensì anche in quelle delle regioni più settentrionali degli Stati Uniti, dove fanno dei grandi guasti, devastando i campi e decimando anche gli armenti, essendo ad un tempo erbivori e carnivori.

 Carmaux e Moko, scorgendo quel nemico inaspettato, da cui nulla di buono potevano aspettarsi, si erano ritirati frettolosamente sul tronco dell’aristolochia, guardandolo con diffidenza.

 «Compare!»

 «Carmaux!»

 «Ecco una sorpresa che non m’aspettavo!»

 «E che ci farà sudare freddo, compare,» disse Moko.

 «E non ce ne siamo nemmeno accorti! Se l’avessimo veduto venire almeno saremmo fuggiti.»

 «Per poco, Carmaux. Questi orsi neri corrono velocemente e non si trovano imbarazzati a raggiungere un uomo.»

 «Cosa facciamo?»

 «Aspettiamo, compare.»

 «Che l’orso se ne vada?»

 «Non trovo altro mezzo migliore.»

 L’orso pareva che si divertisse davvero della paura dei due filibustieri. Piantato sulle sue zampe deretane, come un gatto che aspetta il momento opportuno di gettarsi sul sorcio, guardava coi suoi occhietti maliziosi e mobilissimi i due poveri pescatori, sbadigliando in modo da slogarsi le mascelle. Pel momento però non dimostrava intenzioni ostili, anzi sembrava che non avesse alcun desiderio di abbandonare il suo posto per accostare i due filibustieri.

 «Tuoni!» esclamò Carmaux, che cominciava a perdere la pazienza. «Mi pare che sia una faccenda molto lunga. Sono molto pericolosi questi orsi?»

 «Hanno delle unghie d’acciaio e posseggono una forza prodigiosa. Coi nostri coltelli non verremo a capo di nulla.

 «Diavolo!» esclamò Carmaux, grattandosi furiosamente la testa. «Il capitano comincerà a inquietarsi della nostra prolungata assenza. Un’idea!»

 «Gettala fuori compare,» disse il negro.

 «Proviamo ad imbarcarci?

 «Ad imbarcarci!» esclamò Carmaux, guardandolo con stupore. «Hai scoperta qualche scialuppa tu?»

 «No, compare, ma dico che si potrebbero tagliare le radici di questa pianta e far servire il tronco da barca.»

 «Tu sei un genio, compare sacco di carbone! A me forse non sarebbe mai venuta una simile idea! Mio caro orsaccio questa volta ti gabbiamo!»

 «Al lavoro compare.»

 «Sono pronto, Moko.»

 L’aristolochia che serviva loro di rifugio, come si disse, aveva il tronco grosso quanto una botte, sostenuto da parecchie radici piantate nel fondo della palude e che emergevano da tutte le parti. Bastava reciderle per far cadere la pianta e servirsene come d’una zattera, molto incomoda è vero, ma sufficiente per sostenere quei due uomini.

 Carmaux ed il negro si misero quindi a recidere quelle radici, maneggiando abilmente i coltelli. Ne avevano troncate più di mezze, quando videro l’orso abbandonare il suo posto e scendere lentamente verso la riva.

 «Ehi, compare, viene!» esclamò Carmaux.

 «L’orso?»

 «Pare che sia curioso di sapere cosa facciamo.»

 «O che abbia intenzione di assalirci?»

 Il baribal, vinto forse dalla curiosità, s’apriva il passo fra i canneti che ingombravano la riva, accostandosi al luogo occupato dai due filibustieri. Non sembrava però che fosse di cattivo umore, poichè di quando in quando s’arrestava come se fosse indeciso fra l’andare innanzi ed il tornare indietro.

 Giunto a quindici o venti passi dalla riva, si alzò sulle zampe deretane per meglio vedere a quale genere di lavoro si erano dedicati i due filibustieri, poi di certo sodisfatto tornò ad accovacciarsi, continuando a sbadigliare.

 «Moko,» disse Carmaux, che riprendeva animo. «Mi nasce un dubbio.»

 «Quale, compare?»

 «Che il nostro orso abbia più paura di noi!»

 «Sono pazienti e difficilmente assalgono per primi. Egli sa che noi non possiamo rimanere eternamente qui e ci aspetta sulla riva. Non ti fidare, sono feroci.»

 «Lega intanto l’anguilla ad un ramo. Attento, compare, il tronco sta per cadere in acqua.»

 L’aristolochia, priva ormai di quasi tutte le sue radici, si curvava lentamente sull’acqua. Ad un’ultima scossa del negro cadde del tutto sprofondandosi quasi tutta, ma poi tornò subito a galla.

 Il negro e Carmaux s’erano messi a cavalcioni del tronco, tenendosi aggrappati ai rami.

 Udendo quel tonfo l’orso si era alzato, ma invece di precipitarsi verso la riva era fuggito verso la foresta a tutte gambe.

 «Ehi, compare» gridò Carmaux. «Te lo dicevo io che il tuo ferocissimo orso aveva più paura di noi! È scappato vigliaccamente come se gli avessimo sparato contro una cannonata.»

 «Che non sia un’astuzia per aspettarci a terra?»

 «Ti dico che il tuo orso è un poltrone e che se lo incontro gli romperò le reni a bastonate,» disse Carmaux. «Andiamo a terra, compare, e torniamo al campo ad arrostire la nostra anguilla.»

 Con pochi colpi di piede spinsero il tronco verso la riva e sbarcarono. Carmaux raccolse il suo bastone, si gettò in ispalla il pesce tamburo e si diresse verso il bosco seguito dal negro. Dobbiamo però confessare che procedeva con molta precauzione, guardandosi intorno con sospetto e che, non ostante le sue rodomontate, aveva ancora indosso un po’ di paura e nessuna voglia di rivedere l’orso. Giunto sul margine della pineta si arrestò per ascoltare, poi non udendo alcun rumore si rimise in cammino dicendo:

 «Se n’è proprio andato.»

 «Non fidiamoci, compare. Forse ci spia e si tiene pronto a piombarci addosso,» disse Moko.

 Stava per cacciarsi sotto gli alberi, quando un grido strano lo inchiodò al suolo. In mezzo alle piante, una voce che pareva quasi umana aveva gridato ripetutamente:

 « Dum-ka-duj!… Dum-ka-duj!…

 «Compare!» esclamò. «Gl’indiani!…»

 «Dove li vedi?» chiese il negro.

 «Non li vedo ma li odo. Ascolta. Dum-ka-duj!… Dum-ka-duj!…Che sia il grido di guerra degli antropofaghi?»

 «Sì, del botauro-mokoko,» rispose il negro, ridendo.

 «Chi è questo signore?»

 «Un magnifico arrosto da preferirsi al pesce tamburo. Vieni compare, noi lo prenderemo.»

 «Ma chi?»

 «Il botauro-mokoko. Zitto e seguimi.»

 Quelle strane grida erano uscite da un cespuglio formato da un gruppo di pontedeire.

 Il negro s’arrestò guardando attentamente fra il fogliame, poi, alzato bruscamente il bastone foggiato a lancia, lo scagliò abilmente dinanzi a sè.

 Il dum-ka-duj cessò improvvisamente.

 «Preso?» chiese Carmaux.

 «Eccolo!» rispose Moko che si era slanciato in mezzo ai cespugli. «È più pesante di quanto credevo.»

 Il volatile che aveva così abilmente trafitto colla lancia era alto più di due piedi. Aveva le penne bruno-nerastre rigate, il becco giallo e acutissimo e gli occhi molto dilatati.

 «Bell’uccello!» esclamò Carmaux.

 «E sopratutto squisito,» disse Moko, «quantunque viva di pesci.»

 «E un pescatore?»

 «Ed anche un gran cacciatore, poichè si pasce anche di piccoli uccelli che divora interi.»

 «Allora…»

 «Vuoi dire compare?»

 Invece di rispondere Carmaux aveva fatto un salto indietro, impugnando il suo nodoso bastone.

 «Cos’hai?» chiese il negro.

 «Mi è parso d’aver veduto l’orso.»

 «Dove?»

 «In mezzo a quei cespugli.»

 «Ancora quell’animalaccio!»

 «Moko!»

 «Compare!»

 «Battiamocela.»

 «E le legnate che volevi dargli?»

 «Sarà per un’altra volta,» disse Carmaux.

 Raccolsero il botauro-mokoko e se la diedero a gambe, trottando come due cavalli spronati a sangue. Dopo un quarto d’ora, ansanti e trafelati, giungevano all’accampamento.

 «Siete inseguiti?» chiese il Corsaro, balzando in piedi colla misericordia in pugno.

 «Abbiamo veduto un orso, capitano,» disse Carmaux.

 «Vi segue?»

 «Pare che si sia fermato.»

 «Allora abbiamo tutto il tempo per cenare,» rispose tranquillamente il Corsaro.

 Vi era già una bella distesa di carboni ardenti. Carmaux tagliò il pesce tamburo, ne infilò un pezzo di tre o quattro chilogrammi in una bacchetta verde e lo mise sul fuoco, girandolo lentamente onde si arrosolasse per bene.

 Venti minuti dopo i quattro corsari davano l’assalto all’arrosto, lodandone la squisitezza e la delicatezza.

 «Giacchè non si vede, dormiamo,» disse il Corsaro. «Chi monta il primo quarto di guardia?»

 «Carmaux,» disse Moko. «Egli già non ha paura degli orsi.»

 «E te lo mostrerò, compare sacco di carbone,» rispose il filibustiere, piccato. «Lascia che si mostri e vedrai che cosa sono capace di fare.»

 «Allora affidiamo a te le nostre costolette,» disse l’amburghese. «Buona guardia, camerata.»

 Mentre i suoi compagni si cacciavano sotto la capannuccia, Carmaux si sedette presso il fuoco, tenendo a fianco la lancia del negro. Nel bosco e verso la palude si udivano certi rumori che non rassicuravano molto il bravo filibustiere, non pratico di quelle regioni. Di quando in quando il silenzio veniva rotto da lontani muggiti che parevano mandati da tori, ma che invece erano dovuti ai caimani della palude; poi si udivano sotto i cespugli delle grida ora acute ed ora rauche, poi più lontano il triste ululato di qualche lupo vagante in cerca di preda. Di quando in quando invece rane e ranocchi improvvisavano concerti assordanti che coprivano tutti quei diversi rumori.

 Carmaux ascoltava attentamente e si guardava intorno. Non temeva nè i lupi nè i caimani, i primi troppo codardi per assalire in piccolo numero l’accampamento ed i secondi troppo lontani: aveva solamente paura di quel maledetto orso.

 «Si direbbe che io ho perduto il mio coraggio,» mormorava. «Eppure ho infilzato un bel numero di nemici, meglio armati e forse più pericolosi di quel bestione.»

 Si era alzato per fare il giro della capannuccia, quando a breve distanza udì un urlo che gli gelò il sangue nelle vene.

 «L’orso!» esclamò. «Che si sia cacciato nel cervellaccio l’idea di volermi mangiare? Siamo in quattro, mio caro, e ti faremo ballare rompendoti il groppone a legnate.»

 Scivolò sotto la capannuccia e svegliò Moko e Wan Stiller.

 «Su, camerati,» disse. «L’orso viene.»

 «Dov’è?» chiese l’amburghese, raccogliendo un pesante randello semi-acceso.

 «Non deve essere lontano,» rispose Carmaux. «Odi?»

 Un secondo urlo, più potente del primo, ruppe il silenzio della notte.

 «È l’orso, è vero Moko?» chiese Carmaux.

 «Sì,» rispose il negro.

 «Andiamo a scovarlo,» disse Wan Stiller.

 «Eccolo!» esclamò Moko.

 Un orso, probabilmente l’istesso che si era mostrato presso la palude e che poi li aveva seguiti, era uscito da una macchia di pontedeire e si dirigeva verso l’accampamento, dondolando comicamente la massiccia testaccia.

 I tre filibustieri si erano riparati dietro al fuoco, coprendo contemporaneamente la capanna.

 «L’ha proprio con noi,» disse l’amburghese.

 «Svegliamo il capitano,» disse Carmaux.

 «È inutile,» rispose il Corsaro, comparendo dietro di loro.

 «Lo vedete?» chiese Carmaux.

 «Sì, e mi pare che sia ben grosso. Potrà offrirci degli eccellenti prosciutti.»

 L’orso accortosi che gli avversarii erano nuovamente aumentati di numero, si era fermato a cento metri dall’accampamento, guardando con diffidenza il fuoco che ardeva vicino alla capannuccia.

 I quattro filibustieri si mantenevano immobili, colla speranza di deciderlo ad avvicinarsi. Tutto d’un tratto però il plantigrado fece un brusco voltafaccia e partì al galoppo scomparendo in direzione della palude.

 «Lo avevo detto io che era un pauroso,» disse Carmaux. «Si sarà finalmente persuaso che è meglio se ne stia lontano.»

 I suoi compagni stettero qualche po’ seduti attorno al fuoco poi, convinti che il bestione avesse definitivamente rinunciato alle sue idee bellicose, ripresero l’interrotto sonno.

 La notte trascorse senz’altri allarmi, quantunque due o tre lupi si fossero avvicinati all’accampamento urlando a più riprese lugubremente. All’alba i quattro filibustieri riprendevano la marcia costeggiando la grande palude la quale si prolungava verso l’ovest.

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