La fuga dei corsari

A poco a poco i rumori erano cessati nel villaggio dei pescatori ed i fuochi accesi presso le capanne si erano spenti. Non si udiva altro che il monotono e regolare fragore delle onde, spinte dalla marea, che venivano ad infrangersi sulla sponda.

 Gli indiani che dovevano aver pescato tutta la giornata, a giudicare dalla straordinaria quantità di pesce messo a seccare su certe graticole di legno rizzate sulla riva, si erano addormentati ed il drappello dei cacciatori, che aveva camminato dall’alba al tramonto, non aveva tardato ad imitarli.

 Solamente le due sentinelle che erano state collocate presso la gabbia, vegliavano ancora, sedute presso un falò già quasi semispento, ma non dovevano tardare a chiudere gli occhi. La loro conversazione languiva ed il Corsaro, che non le perdeva di vista, si era accorto che facevano sforzi straordinarii per non abbandonarsi in braccio a Morfeo.

 Doveva essere la mezzanotte quando gli ultimi tizzoni del falò, non più ravvivati, si spensero completamente. Per alcuni minuti ancora le braci proiettarono verso la gabbia qualche po’ di luce sanguigna, poi anche quelle si coprirono di cenere e l’oscurità piombò in quel luogo.

 Le due sentinelle si erano sdraiate l’una presso all’altra e russavano.

 «È il momento,» disse il Corsaro, dopo essersi assicurato che nessun altro indiano vegliava attorno alla gabbia.

 «Si sono addormentati?» chiese Carmaux.

 «Non li odi a russare?»

 «Purchè non fingano di dormire, capitano! Non mi fido affatto di questi indiani.»

 «Rompi le corde, Carmaux.»

 «Le ho rose così bene che si spezzeranno subito, capitano.»

 «Allora affrettati.»

 Il marinaio contrasse le braccia più che potè, poi le fece scattare allargandole di colpo. Le corde vegetali, già intaccate in varii punti dai suoi acuti denti, si spezzarono.

 «Ecco fatto, capitano,» disse.

 «Frugami nel petto,» disse il signor di Ventimiglia. – La misericordia l’ho nascosta qui.

 Il filibustiere cacciò una mano sotto il panciotto di seta nera del Corsaro e trovò il pugnale, un’arma affilatissima, d’una robustezza eccezionale, di acciaio di Toledo, il migliore che si conoscesse in quei tempi.

 «Ora recidi le nostre corde,» disse il signor di Ventimiglia. «Adagio, non far rumore.»

 Carmaux, dopo d’essersi assicurato che le sentinelle non si erano mosse, s’accostò ai suoi compagni e tagliò destramente i loro legami.

 «Almeno potremo morire difendendoci,» disse il Corsaro stiracchiandosi le membra indolenzite da quelle legature.

 «Cosa devo fare capitano?» chiese il negro.

 «Levare due traverse della gabbia.»

 Il negro ed il marinaio passarono dalla parte opposta onde essere più lontani dalle due sentinelle ed intaccarono risolutamente una delle sbarre.

 Il legno era durissimo, essendo di noce nero, ma Moko aveva il pugno solido ed il pugnale tagliava come un rasoio. Bastarono cinque minuti per recidere parte della traversa.

 Afferrarono la sbarra e facendo forza insieme la staccarono. S’udì un leggero scricchiolìo, poi più nulla.

 «Fermi!» mormorò il Corsaro.

 Quantunque il rumore fosse stato leggierissimo, uno dei due indiani si era alzato brontolando.

 I quattro filibustieri s’erano sdraiati prontamente l’uno vicino all’altro, mettendosi a russare.

 L’indiano, sospettoso come tutti i suoi compatriotti, rimosse coll’estremità della lancia i tizzoni, alzando qualche scintilla, poi sempre brontolando fece il giro della gabbia e ritornò presso il compagno senza essersi accorto che una sbarra era stata già levata.

 Rimase qualche minuto ritto, guardando la luna che allora cominciava ad alzarsi specchiandosi nel mare poi, rassicurato dal continuo e regolare russare dei prigionieri, tornò a sdraiarsi.

 I quattro filibustieri rimasero per un buon quarto d’ora immobili, temendo che il sospettoso indiano li spiasse, poi s’alzarono silenziosamente e Moko e Carmaux ripresero il lavoro intaccando la seconda sbarra.

 Onde evitare lo scricchiolìo, la recisero completamente alla base ed in alto e poi la fecero cadere.

 «Capitano, possiamo andarcene,» disse Carmaux, con un filo di voce.

 Diedero un ultimo sguardo ai due indiani i quali non si erano più mossi, poi uno alla volta abbandonarono la gabbia.

 «Dove fuggiremo?» chiese Wan Stiller.

 «Verso il mare,» rispose il signor di Ventimiglia. «C’impadroniremo d’una scialuppa e prenderemo il largo.»

 «Andiamo,» disse Carmaux. «Ho la febbre indosso.»

 Fecero il giro della gabbia e si slanciarono verso la spiaggia la quale non era lontana più di duecento passi.

 Colà vi erano due dozzine di scialuppe o meglio di canoe , molto pesanti essendo scavate nel tronco d’un albero e munite di pagaie col manico corto e la pala assai larga.

 I filibustieri unendo i loro sforzi ne spinsero una in acqua. Già stavano per balzarvi dentro, quando si videro piombare addosso le due sentinelle.

 Il primo arrivato si scagliò contro il negro, alzando la mazza e gridando:

 «Arrenditi o ti uccido!»

 Il negro con una mossa fulminea evitò il colpo che doveva fracassargli il capo poi, afferrato l’indiano attraverso il corpo lo sollevò come che fosse una piuma e lo scagliò dieci passi lontano facendogli fare un superbo volteggio.

 Il secondo indiano, spaventato dalla forza erculea del gigante e anche dalla misericordia che brillava nelle mani del Corsaro, fuggì verso il villaggio urlando a squarciagola.

 «Presto, imbarchiamoci!» gridò il Corsaro, slanciandosi verso la canoa.

 I tre filibustieri l’avevano seguito, afferrando subito le pagaie.

 Nel villaggio si udivano delle grida furiose e si vedevano agitarsi delle ombre umane. Gl’indiani, ormai avvertiti della fuga dei prigionieri, si preparavano a dare la caccia.

 «Forza, amici, – disse il Corsaro che si era pure impadronito d’una pagaia. – Se fra mezz’ora non siamo fuori della baia verremo ripresi.

 La canoa , spinta velocemente, si era staccata dalla spiaggia, dirigendosi verso le scogliere che difendevano la baia contro la furia dei marosi. I filibustieri arrancavano con lena disperata, tendendo i muscoli fino a farli quasi scoppiare. Soprattutto Moko, il cui vigore era colossale, imprimeva tali colpi alla sua pagaia , da sbandare la canoa fino al bordo superiore. Gl’indiani, passato il primo momento di confusione, si erano rovesciati verso la spiaggia, gettando in acqua cinque o sei imbarcazioni, fornite ognuna di sei remi.

 Vedendo i fuggiaschi dirigersi verso le scogliere, arrancarono celeremente verso l’uscita della baia per impedire loro di prendere il largo. Avendo maggior numero di remi, quella manovra doveva riuscire senza troppe difficoltà.

 «Tuoni d’Amburgo!» esclamò Wan Stiller, che si era accorto delle intenzioni dei nemici. «Fra poco avremo la via chiusa.»

 «Vento d’inferno!» gridò Carmaux. «Stiamo per venire presi, capitano.»

 Il Corsaro aveva abbandonato per un momento il remo, guardando le scialuppe indiane, le quali stavano già per giungere all’uscita della baia.

 «Non possiamo più prendere il largo,» disse.

 «Cerchiamo di approdare su quella spiaggia,» disse Carmaux, indicando il lato sud della baia. «Vi sono alberi e cespugli e potremo forse far perdere le nostre tracce.»

 «Animo!… Date dentro ai remi!»

 La canoa virò di bordo sul posto e riprese la corsa, mentre gl’indiani, credendo che i fuggiaschi volessero sforzare l’uscita della baia, si stendevano fra le scogliere per chiudere il passo.

 Accortisi però della intenzione dei filibustieri, lasciarono tre scialuppe a guardia del passaggio e colle altre si misero in caccia per catturarli prima che potessero toccare terra.

 Erano troppo lontani per avere qualche speranza di riuscire. Il Corsaro approfittò subito del vantaggio per guidare la canoa dietro una scogliera onde sottrarla agli occhi degli indiani.

 «Li costringeremo a dividersi,» disse. «Forza, amici!… La riva è vicina!»

 Con pochi colpi di remo superarono la distanza che li separava dalla costa ed arenarono l’imbarcazione su di un banco di sabbia.

 Essendo riparati dalla scogliera, giunsero inosservati sotto i primi alberi, partendo a tutta corsa. Dove andavano? Non lo sapevano, nè pel momento si preoccupavano della direzione. A loro bastava di guadagnare via e di cercare un rifugio. La foresta era fitta, essendo composta d’immensi noci neri, di tapelas, grandissime piante colle foglie fittissime raggruppate in rosette, di enormi grandiflore e di ammassi di rododendri i quali formavano dei cespi enormi e così folti da impedire quasi il passo.

 I fuggiaschi percorsero un chilometro tutto d’un fiato, e s’arrestarono dinanzi ad un noce colossale, il cui tronco era coperto da liane e da cobee ricadenti in festoni.

 «Lassù,» disse il Corsaro. «Il rifugio è trovato.»

 Aggrappandosi alle liane ed alle cobee ,i quattro filibustieri raggiunsero i rami superiori, nascondendosi in mezzo al fitto fogliame.

 Gli indiani giungevano urlando come indemoniati. Avevano acceso dei rami di pino e frugavano le macchie, minacciando, imprecando ed avventando dovunque colpi di lancia e di mazza. Essi passarono presso l’albero senza nemmeno arrestarsi e scomparvero in mezzo alla foresta, sempre urlando e tutto fracassando sul loro passaggio.

 «Buon viaggio,» disse loro Carmaux. «Vi auguro di non tornare più mai.»

 «Non li aspetteremo di certo,» disse Wan Stiller. «Cosa ne dite, capitano?»

 «Che ce ne andremo,» rispose il signor di Ventimiglia.

 «Da qual parte?» chiese Carmaux.

 «Verso la spiaggia.»

 Stavano per abbandonare i rami ed aggrapparsi alle liane, quando videro due forme massicce sbucare da un cespuglio ed accostarsi rapidamente all’albero. Non regnando che una luce molto debole sotto la gigantesca pianta, quantunque la luna brillasse in tutto il suo splendore, lì per lì non seppero con quali esseri avevano da fare.

 «Non mi pare che siano indiani,» disse Carmaux, il quale si era subito arrestato.

 «Mi sembrano due orsi,» disse Moko, rabbrividendo.

 «Vento d’inferno! Non ci mancherebbe altro! Dopo gl’indiani gli orsi!»

 «Vediamo,» disse il capitano, curvandosi innanzi ed aggrappandosi solidamente alle liane.

 «Abbiamo da fare con due veri orsi, signori,» disse Wan Stiller, il quale era disceso di qualche metro. «Mi pare anzi che abbiano intenzione di dare la scalata all’albero.»

 «Gli indiani devono averli spaventati e cercheranno anch’essi di rifugiarsi quassù,» disse il Corsaro.

 «O che vengano per mangiarci?» chiese Carmaux. «E non abbiamo che un pugnale per difenderci!»

 «La legna non manca qui. Ehi, Moko, spezza qualche grosso ramo.»

 Mentre il negro stava per obbedire, i due orsi, dopo una breve esitazione, s’erano aggrappati alle liane, cacciando i loro unghioni, solidi come l’acciaio, nel tronco dell’albero.

 Come si sa, tutti gli orsi, eccettuati i bianchi, sono ottimi arrampicatori. Ordinariamente vivono a terra, ma quando le bacche cominciano a scarseggiare nei boschi, salgono sugli alberi per divorarne le frutta. I due orsi non dovevano quindi incontrare molte difficoltà per dare la scalata alla noce, tanto più che il tronco era coperto di piante arrampicanti le quali dovevano facilitare loro molto la salita.

 «Capitano,» esclamò Carmaux. «L’hanno proprio con noi!»

 «Moko sei pronto?»

 «Ho spezzato un grosso ramo, signore,» rispose il negro. «Gli orsi sentiranno se pesa!»

 «Io ti aiuterò colla misericordia .»

 «Eccoli,» disse Wan Stiller, salendo rapidamente e mettendosi in salvo su di un grosso ramo.

 I due orsi erano già giunti presso la prima biforcazione dei rami. Udendo però quelle voci umane si erano arrestati come se fossero indecisi.

 Moko che si trovava a due metri da loro, alzò il nodoso bastone, ed appioppò al più vicino una legnata da fracassargli di colpo la spina dorsale. Il povero animale mandò un urlo altissimo che fece rintronare la foresta, poi allungò le zampe e rovinò pesantemente, al suolo, schiantando quanti rami incontrò nella sua caduta. Il compagno, spaventato da quell’accoglienza, si lasciò scivolare lungo il tronco e giunto al suolo fuggì precipitosamente, grugnendo e soffiando. Quasi nel medesimo istante un drappello d’indiani sbucava fra i cespugli slanciandosi verso l’albero. Probabilmente avevano udito l’urlo mandato dal plantigrado, così tremendamente conciato dal negro e s’erano affrettati ad accorrere per vedere di che cosa si trattava.

 Vedendo l’animale steso alla base dell’albero, cominciarono a sospettare che fra i rami si nascondessero degli uomini. Uno di essi accese alcuni pezzi di pino e li scagliò fra le fronde.

 Uno andò proprio a cadere addosso a Carmaux, strappandogli una esclamazione di dolore.

 Urla feroci salutarono quel grido.

 «Ah! Miserabile che sono!» esclamò Carmaux, strappandosi i capelli. «Vi ho perduti!…»

 «Lo eravamo anche senza il tuo grido,» disse il signor di Ventimiglia. «Gl’indiani non se ne sarebbero andati senza esplorare l’albero.»

 «Ora non ci rimane che arrenderci,» disse Wan Stiller. – La graticola ci aspetta.

 Una voce ben nota, quella del capo che li aveva fatti prigionieri sulla riva del fiume, gridò loro:

 «Che gli uomini bianchi scendano! Ogni resistenza sarebbe inutile.

 «Preferiamo morire combattendo,» gridò il Corsaro, spingendosi verso il tronco dell’albero, per mettersi al riparo dalle frecce.

 «Vi accordiamo salva la vita.»

 «Sì, pel momento.»

 «Il genio del mare vi protegge.»

 «Non ti credo,» rispose Wan Stiller.

 «Scendete!»

 «No,» disse il Corsaro.

 «Allora vi affumicheremo e daremo fuoco all’albero,» gridò il capo.

 «E se fosse vero che il genio del mare ci protegge?» chiese Moko.

 «Sarà il capo supremo della tribù o qualche stregone.»

 «Signor capo,» disse Carmaux. «Si potrebbe parlamentare col genio del mare?»

 «Gli uomini bianchi non devono vederlo,» rispose l’indiano.

 «Potremo intendercela meglio con lui.»

 «Orsù, finitela o faccio incendiare tutte le piante che circondano l’ hickorys.»

 «Mi pare che non vi sia più nulla da fare qui,» disse l’amburghese. «Questo selvaggio metterà in opera la minaccia.»

 «Giacchè il genio del mare ci protegge, arrendiamoci,» disse il signor di Ventimiglia. «La misericordia l’ho nascosta e se ci si presenterà l’occasione ritenteremo il colpo.»

 «Ah!… Vedo la mia pelle in pericolo,» sospirò Carmaux.

 «E rimanendo quassù non la salveresti, vecchio mio,» disse Wan Stiller.

 «Scendete?» gridò l’indiano che cominciava a perdere la pazienza.

 «Eccoci,» rispose il Corsaro, aggrappandosi alle liane e lasciandosi scivolare lungo il tronco.

 Appena giunto a terra si sentì afferrare e stringere da dieci corde vegetali, in modo da non poter fare più alcun movimento. I suoi compagni non ebbero migliore trattamento.

 «Eh, signor capo,» disse Carmaux. «È in questo modo che il genio del mare ci protegge?»

 «Sì,» rispose l’indiano con un feroce sorriso. «Aspettate la notte del Kium e vedrete cosa ne faremo di voi.»

 «Ci mangerete, è vero?»

 «La tribù è impaziente di assaggiare la carne bianca e la nera.»

 «Per sapere quale è la migliore?» chiese Wan Stiller.

 «Te lo diremo quando ti avremo mangiato,» rispose l’indiano con un atroce sorriso.

 Fece gettare i prigionieri su quattro barelle improvvisate con rami ed il drappello riprese la via del villaggio, attraversando la foresta.

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