La regina degli antropofaghi

Parecchi giorni erano trascorsi senza che alcun avvenimento fosse venuto ad interrompere l’angosciosa esistenza dei disgraziati corsari. Dopo la loro cattura erano stati nuovamente rinchiusi nella gabbia di legno la quale era stata rinforzata con nuove traverse ed affidata alla sorveglianza di sei guerrieri armati di mazze, di archi e di coltellacci di pietra, coll’incarico di trucidare i prigionieri al menomo tentativo di fuga.

 Se erano rigorosamente guardati giorno e notte, gl’indiani però non li avevano nè trascurati, nè importunati. Anzi per proteggerli dal sole avevano coperto parte della gabbia con rami e li avevano sempre nutriti abbondantemente con selvaggina arrostita, frutta e pesce. Un giorno il Corsaro, che cominciava a trovare quell’agonia eccessivamente lunga e troppo angosciosa, vedendo il capo che li aveva ripresi, si risolse d’interrogarlo per sapere quanto sarebbe ancora durata.

 «È tempo di finirla,» disse. «Noi siamo convenientemente ingrassati.»

 L’indiano lo guardò senza rispondere, stupito forse da quello straordinario sangue freddo.

 Poi dopo qualche esitazione, disse:

 «È il genio del mare che non vuole ancora che vi si mangi.»

 «Mi dirai almeno quali sono le intenzioni del genio del mare.»

 «Tutti le ignorano.»

 «Sa chi noi siamo?»

 «Ho detto a lui che voi siete uomini bianchi e l’ho veduto a piangere.»

 «Il genio?»

 «Sì,» rispose l’indiano.

 «Ama gli uomini bianchi?»

 «È bianco anche lui.»

 «Non potremo mai vederlo?»

 «Sì, fra poco, al tramonto.»

 «Dove?…»

 «Apparirà sulla cima di quella scogliera che si estende dinanzi alla baia. Oggi sacrificherà un caimano alle divinità del mare.»

 «Ma cos’è questo genio? Un uomo od una donna?»

 «Una donna.»

 «Una donna!» esclamò il Corsaro, impallidendo.

 «È la regina della tribù.»

 Il Corsaro era rimasto come fulminato. Guardava l’indiano cogli occhi smisuratamente dilatati, mentre il suo pallore aumentava di momento in momento ed il petto gli si sollevava affannosamente.

 «Una donna!… Una donna!» ripetè con voce strozzata. «Quale dubbio!… Se fosse Honorata!… Gran Dio!… Mi avevano detto che era naufragata su queste spiagge!… Capo, lascia che io la veda!…»

 «È impossibile,» rispose l’indiano. «Ella sta bagnandosi in mare.»

 «Dimmi il suo nome!» gridò il Corsaro, che era in preda a tale esaltazione da far temere che impazzisse.

 «Ti ho detto che si chiama il genio del mare.»

 «Come è sbarcata qui?»

 «L’abbiamo raccolta in mezzo alle onde, fra i rottami d’una nave.»

 «Quando?»

 «Noi non sappiamo misurare il tempo. So che in quell’epoca avevamo combattuto contro le tribù del settentrione.»

 «Conta le lune! – gridò il Corsaro, con crescente ansietà.»

 «Non le ricordo.»

 «Dille alla tua regina che noi siamo corsari della Tortue.»

 «Sì, dopo il sacrificio,» disse l’indiano.

 «E che io sono il cavaliere di Ventimiglia.»

 «Mi ricorderò di questo nome. Addio, mi si aspetta sulla scogliera.»

 Ciò detto l’indiano s’allontanò a rapidi passi, dirigendosi verso la spiaggia dove già si vedevano numerose scialuppe cariche di selvaggi, pronti a prendere il largo.

 Il signor di Ventimiglia si era voltato verso i suoi compagni. Era trasfigurato: al pallore cadaverico di poco prima era successo un rossore febbrile, mentre nei suoi occhi balenava una viva fiamma.

 «Amici,» disse con voce spezzata. «Ella è qui!…»

 «Voi non ne avete ancora la certezza, signore,» disse Carmaux.

 «Ti dico che Honorata è qui!» gridò con esaltazione.

 «Possibile che la duchessa fiamminga sia diventata la regina degli antropofaghi?» esclamò Wan Stiller. «E se fosse invece un’altra? Qualche spagnuola sfuggita ad un naufragio?»

 «No, il cuore mi dice che quella donna è la figlia di Wan Guld.»

 «Saremo salvi o saremo perduti?» si chiese Carmaux.

 Il Corsaro non rispose. Aggrappato alle sbarre della gabbia, ansante, affannato, colla fronte imperlata d’un freddo sudore, guardava verso la scogliera sulla cui cima doveva fra poco apparire il genio del mare. Un tremito convulso agitava le sue membra.

 La cerimonia del sacrificio era cominciata.

 Una moltitudine d’indiani aveva invasa la spiaggia, mentre numerose scialuppe percorrevano la baia dirigendosi verso la scogliera.

 Verso il mare si udivano dei canti strani e ad intervalli risuonavano dei colpi sordi che parevano mandati da un enorme tamburo.

 La regina degli antropofaghi, circondata dai capi e dai più famosi guerrieri della tribù, doveva aver cominciati i sacrifici destinati alle divinità del mare. Le rocce però impedivano ai corsari di vedere la strana cerimonia. Gl’indiani accalcati sulla spiaggia si erano inginocchiati e univano le loro voci a quelle che venivano dalla scogliera. Era un canto triste, monotono, senza scatti, che rassomigliava al misurato rompersi delle onde contro la costa.

 Ad un tratto però si fece un gran silenzio. Tutti gl’indiani si erano sdraiati al suolo, colla fronte appoggiata sulla sabbia.

 Il sole era allora prossimo al tramonto. Scendeva in mare fra due nuvole color del fuoco, mandando i suoi ultimi raggi proprio sulla cima della scogliera.

 Tutto all’intorno le acque scintillavano, come se dei getti d’oro fuso si fossero mescolati o fossero sorti dalle profondità del mare.

 Il Corsaro non distaccava gli sguardi dalla vetta sulla quale doveva apparire la regina degli antropofaghi. Il cuore gli batteva così forte da rompergli il petto, mentre stille di sudore gli solcavano il volto ritornato pallidissimo.

 Carmaux, Wan Stiller e Moko, pure in preda ad una viva ansietà, si erano collocati ai suoi fianchi.

 «Guardatela!» esclamò improvvisamente Carmaux.

 Sul fondo infuocato del cielo era comparsa una forma umana. Si teneva ritta sulla punta estrema della scogliera, colle braccia tese verso la tribù che gremiva la spiaggia. La distanza che la separava dai filibustieri era tale da impedire a questi di poterla ravvisare, ma il cuore del Corsaro aveva provato un sussulto. Qualche cosa, come una specie di corona di metallo, probabilmente d’oro, scintillava sulla testa della regina ed un ampio mantello, che pareva formato di piume variopinte, l’avvolgeva dalle spalle ai piedi. Anche alle braccia, che sembravano nude, scintillavano dei pezzi di metallo, forse dei braccialetti o dei monili.

 Le chiome erano sciolte e ondeggiavano leggiadramente attorno al volto della regina, sotto i primi soffi della brezza notturna.

 «La vedete, signore?» chiese Carmaux.

 «Sì,» rispose il Corsaro, con voce soffocata.

 «La riconoscete?»

 «Ho un velo dinanzi agli occhi… ma il mio cuore batte forte e mi dice che quella donna è la stessa che io ho abbandonata sul mare tempestoso dei Caraibi.»

 In quell’istante una voce robusta, potente, quella del capo indiano, echeggiò per l’aria:

 «Guerrieri rossi!… La nostra regina proclama sacri gli uomini bianchi, figli delle divinità marittime!… Sventura a chi li tocca!»

 Il sole in quel momento scomparve e l’oscurità scese rapida, celando agli sguardi dei corsari la regina degli antropofaghi.

 Il signor di Ventimiglia si era lasciato cadere, nascondendosi il viso fra le mani. Ai suoi compagni era sembrato di udire come un sordo singhiozzo. Gl’indiani avevano abbandonata la spiaggia e anche le scialuppe erano approdate.

 Passando dinanzi alla gabbia, uomini, donne e fanciulli s’inchinavano come se i prigionieri fossero diventati, di punto in bianco, delle vere divinità. Il passaggio era già terminato, quando si vide comparire il capo, seguito da quattro guerrieri che portavano dei rami resinosi accesi.

 Con un colpo di mazza sfondò quattro sbarre e, preso il Corsaro per una mano, gli disse:

 «Vieni! La regina ti attende.»

 «Le hai detto il mio nome? – chiese il signor di Ventimiglia.

 «Sì.»

 «Dimmi se ha i capelli biondi o neri.»

 «Come l’oro.»

 «Honorata!» esclamò il Corsaro, comprimendosi il petto con ambe le mani. «Andiamo!… Conducimi dalla regina!»

 L’indiano attraversò il villaggio che pareva deserto, non scorgendosi alcun lume brillare nelle capanne nè udendosi alcun rumore, si cacciò sotto la foresta che la luna cominciava ad illuminare e un quarto d’ora dopo s’arrestava dinanzi ad una vasta abitazione la quale sorgeva in mezzo ad una macchia di magnolie.

 Era una costruzione che non mancava d’una certa eleganza, colle pareti coperte di stuoie dipinte a vivaci colori, con una veranda che le girava tutto intorno ed un doppio tetto terminante a punta per ripararla meglio dai cocenti raggi del sole.

 Una lampada, avanzo certamente di qualche nave naufragata in quei paraggi, illuminava vagamente l’interno, lasciando nella penombra buona parte della vasta stanza.

 Il Corsaro, pallido come un cencio lavato, si era arrestato sulla soglia. Gli pareva d’avere un denso velo dinanzi agli occhi.

 «Entra,» gli disse il capo, il quale si era arrestato al di fuori assieme ai quattro guerrieri. «La regina è qui!»

 Una forma umana, avvolta in un ampio mantello di penne di jacamar verdi e oro a strisce fiammeggianti, con in testa una corona d’oro, si era staccata dalla parete opposta, avanzandosi lentamente verso il Corsaro. Giunta a tre passi da lui, aprì il mantello gettando contemporaneamente indietro, con un rapido moto del capo, l’opulenta capigliatura bionda che le scendeva sulle spalle e sul petto in pittoresco disordine. Era una splendida creatura di venti o ventidue anni, colla pelle rosea, gli occhi grandi, che mandavano vivi lampi, con una bocca piccolissima, che lasciava intravedere dei denti piccoli come granelli di riso e scintillanti come perle. Aveva il corpo racchiuso in una specie di camicia di seta azzurra, stretta ai fianchi da una cintura d’oro e le braccia cariche di monili di gran valore ed in mezzo al petto portava l’emblema del sole, in argento massiccio.

 Il Corsaro era caduto in ginocchio dinanzi a lei, esclamando con voce soffocata:

 «Honorata!… Perdono!»

 La regina degli antropofaghi, o meglio la figlia di Wan Guld, era rimasta immobile dinanzi a lui. Il seno però le si sollevava impetuosamente, mentre dei sordi singhiozzi le morivano sulle labbra.

 «Perdonami, Honorata,» ripetè il Corsaro, tendendo le braccia.

 La regina si curvò su di lui e lo rialzò, mormorando con voce rotta:

 «Sì, t’ho perdonato… la notte istessa in cui tu mi abbandonasti sul mare dei Caraibi… Tu vendicavi i tuoi fratelli.»

 Poi scoppiò in pianto, nascondendo il bel volto sul petto del fiero scorridore del mare.

 «Cavaliere,» mormorò. «T’amo ancora!»

 Il Corsaro aveva mandato un grido di gioia suprema e si era stretta al cuore la giovane donna. Ad un tratto però si staccò da lei quasi con orrore, coprendosi il viso colle mani.

 «Sorte fatale!» esclamò. «Parliamo così, mentre fra me e te il triste destino che mi perseguita ha gettato tanto sangue!»

 Honorata udendo quelle parole era indietreggiata, mandando un grido.

 «Ah!» esclamò. «Mio padre è morto!»

 «Sì,» disse il Corsaro con voce cupa. «Egli dorme il sonno eterno nei baratri del gran golfo, nella stessa tomba ove riposano i miei fratelli.»

 «Me l’hai ucciso…» singhiozzò la povera giovane.

 «È il destino che te l’ha ucciso,» rispose il Corsaro. «Egli si è inabissato col suo vascello, mentre cercava di trarmi nella gran tomba umida, dando fuoco alle polveri.»

 «E tu sei sfuggito alla morte!»

 «Dio non ha voluto che io morissi senza rivederti.»

 «Perdono per mio padre!»

 «Le anime dei miei fratelli sono placate,» disse il Corsaro con voce funebre.

 «E la tua?»

 «La mia!… L’uomo che odiavo non vive più e oltre la tomba non sopravvive la vendetta. La mia missione è finita.»

 «E anche l’amor tuo è morto, cavaliere?» singhiozzò Honorata.

 Un sordo gemito fu la risposta.

 Ad un tratto il Corsaro prese la giovane per una mano, dicendole:

 «Vieni!…»

 «Dove vuoi condurmi?»

 «Bisogna che veda il mare.»

 La trasse fuori dalla casa e la condusse verso la foresta, inoltrandosi sotto i grandi alberi.

 Il capo indiano ed i suoi guerrieri, ad un cenno della regina, si erano arrestati, mentre si disponevano a seguirla.

 La notte era splendida, una delle più belle che il Corsaro avesse ammirato sotto i tropici. La luna splendeva in un cielo purissimo, sgombro di qualsiasi nube, proiettando i suoi raggi azzurrini, sui giganteschi pini e sui funebri cipressi della foresta.

 L’aria era calma, tiepida, carica di profumi deliziosi delle magnolie, delle coreopsidi gialle e delle passiflore. Un silenzio quasi assoluto, pieno di pace e di mistero, regnava al di sotto dei grandi vegetali. Solamente di quando in quando, in lontananza, si udiva il frangersi dell’onda mossa dalla marea.

 Il Corsaro aveva cinta colla destra la sottile vita della giovane donna, la quale da canto suo aveva posato il biondo capo sulla spalla di lui. Camminavano lentamente, in silenzio, ora occultandosi sotto la fosca ombra dei vegetali ed ora comparendo alla luce dell’astro notturno.

 «Morire così, fra il profumo dei fiori e la luna dinanzi agli occhi, sotto queste ombre misteriose, – disse ad un tratto Honorata. «Potessero in questo momento le mie palpebre chiudersi per sempre e non riaprirsi più mai!»

 «Sì, la morte, l’oblio!» rispose il signor di Ventimiglia con voce cupa.

 Il mare cominciava ad apparire attraverso i tronchi degli alberi. Scintillava come una immensa lastra d’argento e tremolava vagamente sotto la spinta della marea. L’onda muggiva cupamente, frangendosi con crescente fragore.

 Il Corsaro si era arrestato presso una gigantesca passiflora e guardava con una specie d’ansietà la brillante superficie del mare. Si sarebbe detto che in mezzo a quei flutti argentei cercasse di scoprire qualche cosa.

 «Essi dormono laggiù,» disse ad un tratto. «Forse a quest’ora sanno che noi siamo uniti e rimontano a galla per maledirci.»

 «Cavaliere!» esclamò Honorata, con terrore. «Quali follie!»

 «Credi tu che l’odio sia spento nell’anima tormentata di tuo padre? Credi tu che il suo cadavere non si agiti sapendoci vicini? Ed i fratelli miei, ai quali avevo giurato l’esterminio di tutta la sua razza?»

 «Sì, essi rimontano a galla,» proseguì il Corsaro che pareva fosse in preda ad una viva esaltazione. «Io li vedo salire dagli abissi del mare a guizzare attraverso le onde luminose. Essi vengono a imprecare contro il nostro amore, essi vengono a rammentarmi i miei giuramenti, essi vengono a dirci che fra me e te vi sono quattro cadaveri… del sangue… dell’odio…

 Dell’odio… Ed essi forse ignorano quanto io ti ho amata e quanto io ti ho pianta. Honorata, dopo quella notte fatale che ti abbandonai sola, in mezzo alla tempesta, affidandoti alla misericordia di Dio!… Guardali, Honorata, guardali… Ecco il Corsaro Verde… ecco il Rosso… ecco tuo padre… e anche l’altro mio fratello ucciso sulle terre di Fiandra…»

 «Cavaliere!» esclamò la giovane, atterrita. «Ritorna in te!…»

 «Vieni!… Vieni!… Voglio vederli!… Voglio dire loro che io t’amo!… Che ti voglio mia sposa!… Che le loro anime ritornino negli abissi del Gran Golfo e che non risalgano più mai alla superficie.»

 Il Corsaro, che pareva avesse smarrita completamente la ragione, trascinava Honorata verso la spiaggia. I suoi occhi mandavano strani bagliori e un tremito convulso agitava le sue membra.

 La giovane regina degli antropofaghi si lasciava condurre senza opporre resistenza, quantunque comprendesse che il Corsaro correva incontro alla morte.

 Quando giunsero sulla spiaggia, la luna stava per tramontare in mare. Un’immensa striscia d’argento si proiettava sull’acqua, la quale pareva che tutto d’un tratto avesse acquistata una trasparenza insolita. Il Corsaro si era arrestato, curvo innanzi, cogli occhi smisuratamente dilatati, fissi in quella striscia scintillante.

 «Li vedo!… Li vedo!…» esclamò. «Ecco le quattro salme che salgono dal fondo del mare e che si coricano sull’onda luminosa!… Essi ci guardano!… Vedo i loro occhi scintillare come carbonchi attraverso i flutti!… Non hai udito tu il gemito di mio fratello morto in Fiandra?»

 «È la brezza notturna che sibila fra i cipressi,» disse la giovane.

 «La brezza!…» esclamò il Corsaro come se non avesse compreso. «No, è vento che viene dalla Fiandra!… È l’urlo di mio fratello assassinato ai piedi della rocca!…

 E questo grido? L’hai udito tu!… È del Corsaro Verde!… Io l’ho udito la sera che abbandonavo il suo cadavere fra le onde del mar dei Caraibi!… E questo è il gemito del Corsaro Rosso!… Anche Carmaux e Wan Stiller l’hanno udito la notte nella quale io rapivo la sua salma dalla forca di Gibraltar.

 E questo rombo che mi rintrona gli orecchi?… È la fregata che salta!… La nave che tuo padre ha inabissato!…»

 «Vieni, anche la nave rimonta a galla!… Forse risalirà anche la mia Folgore che l’Atlantico mi ha inghiottita!…»

 Il Corsaro, sempre tenendo stretta al suo fianco la giovane donna, scendeva la spiaggia. Le onde mosse dalla marea si frangevano fra le sue gambe e ricadevano gorgogliando e scintillando sotto gli ultimi bagliori della luna.

 Aveva sollevata fra le robuste braccia la giovane regina e si avanzava fra i flutti, gridando: «Vengo!… Fratelli!… Vengo!

 Ad un tratto s’arrestò. Aveva già l’acqua alla cintura e le onde gli rimbalzavano fino alle spalle.

 «Dove sono io?» si chiese. «Cosa sto per commettere?… Honorata!…»

 La giovane l’aveva avvinghiato al collo ed i suoi biondi capelli s’erano attortigliati attorno al Corsaro.

 «La vita o la morte?» gli chiese.

 «L’amor tuo,» rispose la giovane con un filo di voce.

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 L’indomani Carmaux, Moko, Wan Stiller e gli indiani, perlustrando la spiaggia, trovavano sulla sabbia la corona ed il mantello di piume della regina e la misericordia del Corsaro.

 Contate le scialuppe, avevano trovato che ne mancava una.

 

 

 

 Conclusione

 

 Tre mesi dopo gli avvenimenti narrati, un legno corsaro spinto dalla tempesta, andava a rifugiarsi nella baia abitata dagli antropofaghi. Era montato da sessanta filibustieri guidati da Sharp, un altro che doveva più tardi acquistare grande rinomanza fra gli scorridori del mare, colla seconda impresa di Panama.

 Avevano appena gettate le àncore quando videro staccarsi dalla spiaggia una scialuppa montata da due bianchi e da un negro di statura atletica.

 Erano Carmaux, Wan Stiller e Moko.

 Dopo la misteriosa scomparsa della regina e del Corsaro, nella loro qualità di divinità marittime, erano stati proclamati liberi, affidando anzi a loro il supremo comando della tribù, e di quella libertà avevano subito approfittato per abbandonare i loro sudditi e rifugiarsi a bordo della nave corsara.

 Fu da Sharp, che avevano già conosciuto alla Tortue, che appresero, con stupore, che Morgan e la maggior parte dei suoi compagni erano riusciti a salvarsi non solo, ma anche a ricondurre all’isola la Folgore, quantunque mezza fracassata dall’esplosione prima e dalla tempesta poi. Tornati quindici giorni dopo alla Tortue, Carmaux, l’amburghese ed il negro poterono finalmente rivedere i loro compagni e Morgan che avevano creduti inghiottiti dall’Atlantico ed informarli della misteriosa scomparsa del signor di Ventimiglia e della figlia di Wan Guld.

 Varie spedizioni furono tosto organizzate da Grammont, da Laurent, da Wan Horn, da Sharp e da Harris, i più famosi capi della filibusteria e dallo stesso Morgan. Navi furono mandate a perlustrare le coste della Florida e perfino alle isole Bahama ma con nessun risultato.

 Il Corsaro Nero era scomparso senza lasciar traccia in nessuna terra.

 Solamente sei anni più tardi, quando già Morgan era diventato famoso colla sua ardita e fortunata spedizione di Panama e si era ritirato alla Giamaica a godersi le ricchezze immense accumulate, da un capitano fiammingo che veniva dall’Europa gli veniva consegnato un piccolo scudo d’oro che portava nel mezzo gli stemmi del signor di Ventimiglia e di Wan Guld, e che asseriva essergli stato dato da un vecchio marinaio italiano.

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