La vendetta di Wan Guld

Se la nave spagnuola si trovava a mal partito, essendo ormai sotto il tiro della filibustiera, nemmeno i corsari si trovavano in un letto di rose. Coll’uragano che s’avanzava rapidamente dall’Atlantico, colle rocce, le isole, gli isolotti ed i banchi che si succedevano senza interruzione a destra, a sinistra e dinanzi, e con quelle due navi così vicine, correvano pericolo di trovarsi da un momento all’altro in condizioni estremamente pericolose. La corvetta poteva arrestarsi, far fronte al nemico che la inseguiva e tener fors’anche duro fino all’arrivo della fregata, la quale ormai aveva segnalata la sua presenza con quegli spari. Le onde, che ingrossavano a vista d’occhio e che diventavano sempre più impetuose presso le isole, dovevano favorirla, rendendo difficile l’abbordaggio. Morgan aveva subito compreso il pericolo ed indovinato l’audace disegno del comandante spagnuolo.

 Salì sulle griselle dell’albero maestro, spingendosi fino sulle crocette e guardò attentamente verso il sud. In quella direzione già lampeggiava ed il tuono rombava cupamente, propagandosi fra le procellose nubi. I fanali della fregata scintillavano sul fosco orizzonte, ma non si poteva giudicare con esattezza a quale distanza si trovava la nave.

 «Aspettiamo un lampo,» mormorò. «Poi prenderemo una decisione.»

 Attese alcuni minuti, tenendosi stretto alle funi per resistere alla furia del vento ed alle scosse che subiva l’albero, finchè un gran lampo che divise le nubi come una immensa scimitarra, facendo scintillare il mare fino agli estremi limiti dell’orizzonte, gli permise di distinguere la fregata.

 «È a otto miglia per lo meno,» disse. «Prima che sia qui impiegherà un’ora, e in sessanta minuti si possono fare molte cose.»

 Discese rapidamente, si slanciò sul ponte di comando ed imboccato il porta-voce per dominare meglio il fragore delle onde, tuonò:

 «Fuoco di bordata!… Pronti per l’abbordaggio!»

 Un grido di gioia irruppe da tutti i petti, a quel comando lungamente atteso. In un baleno tutti i filibustieri presero i loro posti di combattimento, mentre gli artiglieri puntavano i loro pezzi.

 La corvetta allora non si trovava che a sei o settecento metri dalla Folgore e stava per virare di bordo, onde evitare l’isola del Piccolo Pino che le si mostrava a tribordo.

 Subito i due grossi cannoni da caccia della filibustiera avvamparono con un accordo ammirabile, prendendo la nave avversaria di traverso e sfondando le murate di babordo e di tribordo.

 «Più alto, nell’alberatura! – gridò Morgan che alla luce d’un lampo aveva potuto constatare gli effetti di quella prima scarica.

 La corvetta, solamente danneggiata nella sua opera morta, virò di bordo quasi sul posto e rispose con una bordata dei suoi quattro pezzi di tribordo, colpendo la filibustiera presso la linea di galleggiamento.

 «Ah! Si risponde vigorosamente!» esclamò Morgan.

 L’uragano, quasi fosse geloso di quel combattimento, entrava in lizza a sua volta con grande sfoggio di lampi e di tuoni. Il vento, scatenatosi quasi improvvisamente, cominciava a ruggire tremendamente, spingendo addosso alle navi vere trombe d’acqua. Corsari e spagnuoli però pareva che non si preoccupassero gran che dell’uragano. Erano intenti a rovinarsi le navi per poi distruggersi da vicino. In mezzo ai tuoni assordanti, fra le onde che scuotevano sempre più impetuosamente le navi, in mezzo all’acqua che cadeva a torrenti sulle tolde, combattevano con rabbia estrema, cannoneggiandosi furiosamente.

 La corvetta, inferiore per artiglierie, si difendeva disperatamente, ma aveva la peggio. I pezzi da caccia della filibusteria, abilmente maneggiati, la coprivano di ferro, sfondandole i madieri, fracassandole le murate e le imbarcazioni, crivellandole il cassero ed il castello di prora e recidendole pennoni, vele e cavi in gran numero.

 I filibustieri, ansiosi di abbordarla, non le lasciavano un momento di tregua, ed infuriavano maggiormente, risoluti ad impadronirsene, prima che giungesse la fregata del duca fiammingo.

 Dieci minuti dopo con una bordata le fracassavano l’albero maestro, arrestandola nel bel mezzo della sua corsa. La caduta di quel colosso, spaccato quasi alla base da una palla da trentasei, spostò bruscamente il suo equilibrio, facendola inclinare sul tribordo. Era il momento atteso da Morgan.

 «All’abbordaggio!» gridò. «Fuori i para-bordi!»

 Mentre i marinai gettavano lungo i fianchi delle enormi palle di canape intrecciato per ammorzare l’urto, Morgan formò la colonna d’assalto coi fucilieri e con parte degli artiglieri, concentrandola sul castello di prora e sul cassero. La corvetta, non più guidata, andava attraverso alle onde minacciando di arenarsi sui banchi dell’isola del Piccolo Pino. Il suo equipaggio non aveva però rinunciato alla difesa e continuava a sparare i pezzi della batteria.

 «Attenti!» gridò ad un tratto Morgan, che aveva presa la ribolla del timone. «Fermi in gambe!»

 La Folgore, quantunque fortemente scrollata dalle onde, s’avvicinava alla povera corvetta, la quale ormai si trovava impotente a sfuggirle. Alle scariche degli spagnuoli rispondevano i due cannoni da caccia della coperta i quali tiravano a mitraglia, spazzando la nave da prora a poppa.

 Ad un tratto avvenne un urto spaventevole. La Folgore aveva cacciato il suo bompresso fra le sartie di trinchetto della nave nemica, poi, sospinta dall’onda, l’aveva investita con tale violenza da fracassarle parecchi madieri di babordo.

 Mentre i gabbieri lanciavano i grappini d’abbordaggio per stringere le due navi ed evitare nuovi urti, Morgan alla testa dei fucilieri si era già slanciato sulla tolda dell’ Alambra,urlando:

 «Arrendetevi!»

 Gli spagnuoli irrompevano allora in coperta, salendo dalle batterie. All’intimazione del filibustiere, rispondono con un urlo di guerra:

 «Viva la Spagna!…»

 «Avanti!» grida Morgan.

 I filibustieri accorrono da tutte le parti. Scendono dal cassero, si slanciano dal castello di prora, si calano dai paterazzi e dalle sartie, piombano dai pennoni di trinchetto e di maestra. In mezzo alla pioggia che si rovescia sulle due navi, fra gli urti, i cozzi violenti, i muggiti orrendi delle onde e gli scrosci assordanti delle folgori, s’impegna una lotta atroce. L’acqua si mescola al sangue e scorre fra i piedi dei combattenti, sfuggendo a stento fra i crepacci delle murate.

 L’urto dei filibustieri è stato così impetuoso, da costringere gli spagnuoli, assai inferiori di numero, a ripiegarsi confusamente verso il castello di prora dove hanno piazzato un cannone.

 Mentre i suoi uomini si preparano ad espugnare quel posto, Morgan, seguito dall’amburghese e da alcuni fidi, si slancia verso il cassero lasciato libero dal nemico.

 Con pochi colpi di scure sfonda la porta del quadro e si precipita giù dalla scala, gridando:

 «Cavaliere!… Signor di Ventimiglia!…»

 Una voce a lui ben nota echeggia dietro la porta d’una cabina.

 «Per centomila diavoli! Siete voi, signor Morgan?»

 «Carmaux!» esclamò l’amburghese, scagliandosi contro la porta con tale furia da sfondarla di colpo.

 «Adagio, amici,» grida Carmaux.

 «Dov’è il capitano?» chiese Morgan.

 «Nella cabina vicina assieme a Moko.»

 «Liberi?»

 «Legati, signore.»

 Mentre alcuni marinai liberavano Carmaux, Morgan e gli altri sfondavano la porta della cabina attigua. Il Corsaro e Moko giacevano al suolo strettamente legati ed attaccati ad un grosso anello di ferro. Il signor di Ventimiglia aveva mandato un grido:

 «I miei uomini!…»

 «Presto, cavaliere,» disse Morgan. «Stiamo per venire assaliti da una fregata!»

 «E questa nave?»

 «È ormai conquistata.»

 «E la mia Folgore?»

 «Può ancora sostenere una seconda lotta.»

 «Datemi una spada!»

 «Eccovi la mia, signore,» disse Morgan.

 «Venite!… Mostreremo agli spagnuoli come sanno combattere i filibustieri!»

 Il signor di Ventimiglia si slanciò sulla scala balzando sul cassero.

 «A me, uomini del mare!» tuonò.

 Un urlo uscito da cento petti vi rispose:

 «Viva il capitano!»

 La battaglia era finita a bordo della corvetta. Gli spagnuoli, impotenti a resistere al formidabile assalto dei filibustieri, s’erano arresi deponendo le armi.

 Se la nave era stata conquistata, il pericolo non era però cessato per la Folgore. La fregata del duca s’avanzava minacciosa, sormontando le onde che l’assalivano da tutte le parti. Quella massa enorme, colla sua immensa alberatura, faceva impressione alla livida luce dei lampi.

 Il Corsaro Nero non era però uomo da lasciar tempo ai suoi uomini d’impressionarsi.

 «Abbandonate la corvetta!» tuonò.

 «Ed i prigionieri?» gridarono alcuni marinai.

 «Abbandonateli al loro destino: la nave sta per rompersi sulle scogliere.»

 «In ritirata!» gridò Morgan.

 I filibustieri non esitano più. Gettano in mare le armi cedute dagli spagnuoli, inchiodano i pezzi d’artiglieria onde renderli inservibili, spezzano a colpi di scure la ribolla del timone e, tagliati i grappini d’abbordaggio, si rovesciano a bordo della Folgore.

 «Ai bracci delle manovre!» grida il Corsaro. «Pronti a virare!»

 La Folgore abbandona la corvetta nel momento in cui la poppa di questa va a infrangersi contro una scogliera.

 «Ai vostri pezzi!» comanda il Corsaro.

 La filibustiera, tornata al vento, si slancia verso la costa settentrionale dell’isola per fuggire nel canale che bagna le coste della Florida, ma il Corsaro s’accorse che ormai era troppo tardi per eseguire quella manovra.

 La fregata aveva già superata la punta del Pino e piombava addosso alla povera filibustiera, favorita dal vento e anche dalle onde.

 «Signore,» disse Morgan, che si teneva presso il Corsaro. «È impossibile prendere il largo.»

 «Lo vedo,» rispose il signor di Ventimiglia, con voce calma. «Chi comanda quella nave?»

 «Il duca, signore.»

 «L’assassino dei miei fratelli?…»

 «Lui, cavaliere.»

 «Ed io stavo per fuggire mentre quest’uomo viene ad assalirmi!… Uomini del mare!… Vendetta pel Corsaro Rosso e pel Verde!… L’uomo che li ha uccisi sta dinanzi a noi!… All’abbordaggio!… All’abbordaggio!…»

 «Sì, vendetta o la morte!» urlarono i filibustieri.

 «E sia,» disse Morgan. «Con questi uomini possiamo compiere qualunque miracolo.»

 Il Corsaro Nero s’era messo alla ribolla del timone con a fianco Wan Stiller, Carmaux ed il negro.

 Fermo incrollabile fra i furiosi rollii della nave che le onde, diventate spaventevoli, scuotevano orribilmente, fra i lampi, i tuoni ed i fischi del vento, il Corsaro guidava impavido la Folgore.

 I suoi occhi, ogni volta che un lampo rompeva l’oscurità, si dilatavano e si fissavano sul cassero della nave nemica, cercando avidamente il suo mortale nemico. Egli sentiva per istinto che il vecchio fiammingo doveva trovarsi là, al timone, a guidare la fregata in mezzo alla tempesta e che anche lui lo cercava.

 I filibustieri lo guardavano con un misto d’ammirazione e di terrore superstizioso. Capivano vagamente che qualche cosa di tremendo stava per accadere fra quei due formidabili avversarii.

 Già la Folgore era giunta a cinquecento passi dalla fregata, senza che nè da una parte nè dall’altra fosse stata sparata una sola cannonata, quando fra le due navi si videro due immense ondate luminose. Correvano l’una contro l’altra, colle creste scintillanti. Pareva che in mezzo a loro guizzassero getti di piombo fuso o di zolfo liquefatto. Nel vederle un grido di terrore era echeggiato fra l’equipaggio della filibustiera. Anche Morgan era diventato pallidissimo.

 «I due corsari sono rimontati a galla!» esclamò Carmaux, facendosi il segno della croce. «Essi vengono ad assistere alla morte del loro assassino.»

 «Ed alla nostra,» mormorò Wan Stiller.

 Le due ondate si erano incontrate proprio dinanzi alla Folgore, accavallandosi confusamente col fragore del tuono, poi si erano sciolte scorrendo lungo i fianchi della nave come due immensi torrenti di fuoco.

 Nel medesimo istante un lampo accecante aveva rotta l’oscurità, illuminando la filibustiera e la grossa fregata.

 Il Corsaro Nero ed il duca fiammingo si erano veduti. Entrambi guidavano le loro navi; entrambi avevano il medesimo sguardo terribile. Quella livida luce non era durata che tre secondi, ma erano bastati perchè i due formidabili avversarii si guardassero e forse si comprendessero.

 Due grida erano subito partite su ambi i vascelli.

 «Fuoco!» aveva gridato il Corsaro.

 «Fuoco!» aveva urlato il fiammingo.

 Le due navi avvamparono simultaneamente. La lotta era cominciata fra quell’orribile rimescolamento d’acqua, lotta tremenda, senza quartiere. La grossa fregata sembra un vulcano. Le sue batterie, piene di cannoni, vomitano senza posa torrenti di palle e di granate e scagliano uragani di mitraglia, ma anche la filibustiera non dorme: ogni volta che l’onda la inalza, i suoi cannoni tuonano con fracasso orrendo e le sue palle non vanno tutte perdute.

 I marosi fanno trabalzare le due navi, le scuotono come piume, le sollevano o le precipitano negli avvallamenti o balzano a bordo spazzando la coperta e minacciando di sfracellare contro le murate gli uomini che sono al servizio dei pezzi di coperta.

 L’acqua entra per gli sportelli ed invade le batterie, correndo fra le gambe degli artiglieri, ma cosa importa? Le due navi non s’arrestano, anzi corrono l’una incontro all’altra, impazienti di distruggersi e di abbandonare i loro rottami alle onde. Il Corsaro Nero ed il vecchio fiammingo le guidano e quei due uomini hanno già giurato di mandare tutti a picco, pur di mettere fine al loro terribile odio. Le loro voci, del pari possenti, risuonano senza posa fra gli urli della tempesta e lo scrosciare delle artiglierie.

 «Fuoco!…»

 «Fuoco!…»

 Ad ogni lampo che rompe le tenebre, si scambiano uno sguardo saturo d’odio. Essi si cercano sempre, come se avessero paura di non vedersi più allo stesso posto. Ma no, anche il vecchio fiammingo non desidera più evitare il suo rivale, anzi anche lui lo cerca. Lo si rivede sempre al timone, coi capelli bianchi sciolti al vento, cogli occhi in fiamme, saldo come il Corsaro, colle mani raggrinzate attorno al frenello della ribolla.

 «Lo vedi?» chiese Carmaux all’amburghese, dopo un nuovo lampo.

 «Sì,» rispose Wan Stiller.

 «Non abbandoniamo il Corsaro.»

 «No, amico Stiller, qualunque cosa succeda, noi non lo lasceremo, e se quel sinistro vecchio giunge fino a noi la pagherà cara. Moko!»

 «Cosa vuole il compare bianco?» chiese il negro.

 «Veglia sul padrone.»

 «Non lo abbandonerò nemmeno durante l’abbordaggio.»

 «Guardati dal duca.

 Intanto le due navi continuavano la loro pazza corsa cannoneggiandosi furiosamente. Le palle cadevano fitte dappertutto, sfondando le murate ed i madieri, spezzando pennoni, troncando corde e fulminando artiglieri ed archibugieri.

 La grossa fregata, più pesante e meno maneggiabile, si sbandava spaventosamente, minacciando ad ogni istante di sommergersi; la Folgore invece volteggiava sulle creste dei marosi come un immenso uccello marino, tuonando sempre con lena crescente. Già due volte aveva scaricati i suoi cannoni di babordo spazzando il ponte della fregata e facendo dei grandi vuoti fra gli archibugieri radunati in coperta per l’abbordaggio. Le aveva spezzato il bompresso, sconquassato il castello di prora e danneggiato gravemente anche il cassero, non ricevendo in cambio che poche palle. A cento passi però le due navi, inalzate contemporaneamente da un’ondata gigantesca, si erano scaricate addosso due tremende bordate. L’effetto era stato disastroso per entrambe. L’albero di trinchetto della filibustiera, spaccato all’altezza della coffa, era rovinato in coperta trascinando nella caduta anche l’alberetto di maestra e sbandando spaventosamente la nave.

 La fregata invece era stata rasata come un pontone.

 Urla terribili avevano accolto quelle scariche. Era la fine per entrambe le navi.

 «Non ci rimane che morire sul ponte del nemico,» aveva detto Carmaux. «Qui finisce il Corsaro Nero.»

 Carmaux s’ingannava: non era ancora finita. Il signor di Ventimiglia con un colpo di timone aveva rialzata la sua nave, ed approfittando d’una raffica furiosa l’aveva spinta addosso alla fregata che si trovava nell’impossibilità di governare.

 Fra le urla di terrore degli spagnuoli e gli ultimi spari delle artiglierie, la sua voce risuonò potente ancora:

 «Uomini del mare!… All’abbordaggio!»

 Un’onda solleva la filibustiera e l’avventa contro la nave nemica. La prora, affilata come uno sperone ed a prova di scoglio, penetra nel fianco sinistro della fregata, producendole uno squarcio immenso e vi rimane incastrata.

 Il Corsaro aveva già abbandonato il timone e si era scagliato verso prora colla spada in pugno, urlando:

 «A me, uomini del mare!»

 I filibustieri accorrevano da tutte le parti, urlando come demonii.

 Senza pensare che la fregata, rotta quasi in due dallo sperone della Folgore, sta per inabissarsi, si rovesciano confusamente addosso agli spagnuoli, trincerati fra gli alberi ed i pennoni caduti in coperta. Fra le onde che spazzano ormai i ponti, muggendo e rompendosi fra gli attrezzi e le gambe dei combattenti e gli scrolli e trabalzi che subiscono le due navi, s’impegna una lotta omerica a colpi di spada, di sciabola, di scure e di pistola.

 Gli spagnuoli, sapendosi ormai perduti, vogliono vendere almeno cara la vita. Due volte più numerosi dei corsari, oppongono una fiera resistenza.

 Morgan alla testa di trenta o quaranta uomini prende gli spagnuoli di fianco per cercare di giungere sul cassero, dove spera di trovare il duca, ma anche da quella parte trova una resistenza così accanita da dover ripiegarsi sulla Folgore. Ad un tratto, quando la Folgore s’era già staccata e l’acqua irrompeva, col fragore del tuono, attraverso l’immenso squarcio della fregata, una voce tuonante urla:

 «Morirete tutti!»

 I combattenti s’arrestano un momento. Tutti guardano verso poppa.

 Là, ritto sul cassero, presso la ribolla del timone, coi capelli scarmigliati, la lunga barba bianca scompigliata, scorgono il duca. In una mano stringe una pistola e nell’altra una fiaccola accesa che il vento ravviva.

 «Morirete tutti!» ripete il vecchio con voce terribile. «La nave salta!»

 Il Corsaro aveva fatto atto di scagliarsi innanzi per raggiungere il suo mortale nemico e cacciargli la spada nel cuore. Moko, pronto come un lampo, l’aveva afferrato fra le robuste braccia, sollevandolo come una piuma.

 «A me, Carmaux, – grida.

 Mentre il terrore inchioda i combattenti sulle tavole che stanno per aprirsi sotto la spinta della polveriera, balza sopra la murata e si precipita in mare senza abbandonare il padrone.

 Due uomini sono piombati dietro di lui: Carmaux e l’amburghese.

 Mentre un’ondata enorme li spinge al largo, rotolandoli fra la spuma, una luce accecante rompe le tenebre, seguìta da un orribile rimbombo che si ripercuote lungamente sul mare.

 Quando il Corsaro ed i suoi compagni tornano a galla, la fregata, sventrata, sminuzzata dallo scoppio della polveriera, era scomparsa negli abissi del canale della Florida.

 Ad una grande distanza invece, la Folgore, completamente disalberata e fiammeggiante, andava attraverso le onde, trasportata verso l’Atlantico dalla corrente del Gulf Stream.

Lascia un commento

*

 

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.