La fuga dell’ambasciatore

La baia di Gaya, situata dinanzi alla foce del Kabatuan, è uno dei posti più meravigliosi per nascondervi una flottiglia, essendo quei paraggi tutti irti di scoglietti estremamente pericolosi e battuti sempre da una risacca violentissima, la quale rende l’approdo assai difficile.

Quantunque lo yacht fosse dotato di macchine abbastanza potenti, soltanto il giorno seguente dopo il mezzogiorno poté fare la sua entrata nella baia.

Non aveva ancora gettata l’àncora, che l’intera flottiglia mosse all’aperto in linea di battaglia, credendo di aver da fare con qualche nemico.

La bandiera delle tigri di Mompracem sventolante sul picco dello yacht rassicurò subito quei terribili scorridori del mare i quali senz’altro si accingevano a montare all’abbordaggio.

Un praho si arrestò sotto la scala di babordo della piccola nave a vapore e comparve un uomo, che dava segni della più violenta disperazione.

– Signore, – disse – giacché avete due pistole alla cintura, scaricatele contro il mio petto, poiché io ho meritato la morte.

– Che cosa dici, Ambong? – chiese Yanez al colmo dello stupore. – Credevo di trovarvi qui tutti occupati a cacciare i beccaccini ed ora tu mi domandi di passarti per le armi!

– Una grande disgrazia è accaduta, signor Yanez: l’ambasciatore inglese è fuggito.

– Corpo di Giove! – gridò il portoghese, facendo un salto indietro. – Che cosa mi racconti?

– La verità, signore.

– Come ha fatto a fuggire?

– Corrompendo due dei vostri indiani.

– È molto tempo che è fuggito? – chiese Yanez, il quale era rimasto sinistramente impressionato da quella notizia, che poteva avere più tardi conseguenze incalcolabili.

– Due sere or sono – rispose il capo della flottiglia.

– Su che cosa è fuggito?

– Su una scialuppa.

– Non hai mandato i tuoi legni ad inseguirla?

– L’abbiamo cercata tutta la notte, signor Yanez, ma con esito negativo.

Certo si sarà rifugiata a Labuan.

– Credi che abbia avuto il tempo necessario per raggiungere quell’isola?

– In quarant’otto ore, anche a remi, quando il mare è tranquillo, se ne fanno delle miglia!

– Quell’uomo mi è assolutamente necessario – disse Yanez. – Se ci denuncia, noi verremo considerati come pirati ed appiccati.

– Non ci hanno ancora presi, signore. E non ci prenderanno tanto facilmente. Ritornate a Varauni?

– Darò prima la caccia alla scialuppa dell’ambasciatore. Quell’uomo, libero, è più pericoloso di una squadra d’incrociatori.

Temo che le cose si complichino assai, prima della calata di Sandokan dai Monti del Cristallo. Ba’, andremo intanto un po’ in campagna col Sultano.

– In campagna?

– Non spira buon’aria per me a Varauni, e sarà meglio che mandi qui anche il mio yacht e che io tenti di avvicinarmi alla Tigre della Malesia.

Tieni raccolta la squadriglia e, se avrai qualche novità, mandami il praho di Padar il quale non tarderà a giungere.

– Dovremo rimanere inoperosi?

– Per ora è necessario.

– Quando dovremo raggiungervi?

– Ti manderò Padar ad avvertirti. Quello che ti raccomando è di tenere ben raccolta la flottiglia, poiché non si sa quello che può succedere da un momento all’altro.

Apri gli occhi; non ti lasciar sorprendere e non ti muovere. –

Lo yacht fischiò e si mosse verso l’uscita della baia, spingendosi assai al largo.

– Dobbiamo cercarlo – disse Yanez a Kammamuri. – In mano nostra sarà più prezioso di cento ostaggi.

Se è riuscito a raggiungere Victoria, è probabile che domani qualche novità succeda a Varauni.

– Vorreste dire?

– Che qualche incrociatore potrebbe fare la sua comparsa per chiedere mie notizie.

Chi sa: non disperiamo. –

Lo yacht filò lungo le scogliere esterne, contro le quali il mare si frangeva con impeto irrefrenabile, sollevando i fondi.

– Un uomo in vedetta sulla crocetta! Cinque sterline a chi riuscirà a segnalarmi la scialuppa.

Tu intanto, Mati, fa’ preparare le nostre artiglierie, poiché non sarà improbabile che incontriamo ancora le cannoniere. –

Colla promessa del premio abbastanza vistoso, non uno, bensì parecchi uomini erano saliti sull’alberatura, armati di forti cannocchiali di marina.

Lo yacht, dopo una breve corsa di venti o trenta nodi, cambiò rotta dirigendosi sollecitamente verso l’isolotto di Dehuan, il quale ha nascondigli quasi introvabili.

Passarono parecchie ore senza che nessun fatto accadesse a bordo del piccolo vapore, il quale continuava a divorare carbone senza risparmio per tenersi in alta pressione, nel caso che le cannoniere si fossero nuovamente mostrate.

Già sessanta miglia erano state percorse, ora verso il largo ed ora verso le coste del Borneo, sui cui frangenti si scorgeva ancora navigare il praho di Padar, quando le vedette gridarono:

– Scialuppa sottovento! –

Yanez era balzato sul ponte di comando col suo cannocchiale.

Un piccolo galleggiante, che non doveva essere che una scialuppa, costeggiava in quel momento l’isola di Dehuan.

– È strana! – esclamò il portoghese, il quale allungava macchinalmente i tubi dell’istrumento. – Non vedo che due uomini a bordo.

– Vi è almeno l’ambasciatore? – chiese Kammamuri.

– Non riesco a scoprirlo.

– Che sia già sbarcato in qualche luogo?

– È possibile; e ciò mi seccherebbe.

Mati!

– Signore!

– Ci arriveresti con una cannonata?

– Il bersaglio è piccolo, signor Yanez, tuttavia non dispero di colpirlo.

Fate largo a prora, voialtri. –

Salì sul castello dove era stato già caricato il cannone da caccia prodiero, corresse parecchie volte la mira, poi scatenò un uragano di fuoco, di fumo e di ferro.

In alto si udì il rombo del proiettile allontanarsi, seguito poco dopo da una sorda detonazione.

Il mastro, per essere più sicuro del fatto suo, aveva caricato il suo pezzo con una granata da trentadue e l’aveva scaraventata sotto la poppa della scialuppa, coprendo di chiodi i due uomini che la montavano.

– Mancato! – disse Yanez, il quale non staccava il cannocchiale dagli occhi.

– Un momento, signore, – rispose Mati. – Forse che non sono più il miglior artigliere della flottiglia? –

Passò all’altro cannone da caccia, pure caricato con una granata e fece fuoco alla distanza di sette od ottocento metri.

La scialuppa questa volta venne affondata, ma i due uomini che la montavano avevano avuto il tempo di gettarsi in acqua, prima che l’esplosione fosse avvenuta.

– Una baleniera in mare! – gridò Yanez. – In caccia, ragazzi! Mantengo il premio che ho promesso. –

Una scialuppa leggera e sottile fu subito calata, e otto uomini vi presero posto con Mati, Kammamuri ed il portoghese.

I due uomini che si erano gettati in acqua nuotavano vigorosamente, cercando di raggiungere l’isola la quale era vicinissima.

Per paura di venire salutati da qualche colpo di carabina, si tenevano più che fosse possibile sott’acqua, non facendo che delle rare apparizioni alla superficie.

– Birbanti! – esclamò Yanez. – Scappate pure, ma noi vi prenderemo egualmente.

Date dentro ai remi, ragazzi! –

I rematori non avevano proprio bisogno di alcun incoraggiamento, poiché lavoravano di gran lena, spingendo sempre più innanzi la baleniera.

In quel momento i due uomini approdarono e scomparvero in mezzo alle scogliere dell’isolotto, scappando con una velocità da far invidia alle lepri.

– Signor Yanez, – disse Kammamuri – pare che se ne vadano.

– Non lascerò loro il tempo di raccogliere troppi granchi di mare.

Li sorprenderemo questa sera, più tardi che ci sarà possibile.

Un fuoco che arda fra quelle scogliere si scorgerà facilmente. –

Dopo un quarto d’ora anche la baleniera approdava in fondo ad una piccola ansa, tutta circondata di scogliere gigantesche, coperta da legioni e legioni di uccelli marini.

– Vediamo un po’ dove sono scappati quei furfanti – disse Yanez. – La costa è sabbiosa e non avranno perduto il loro tempo a cancellare le loro orme.

A terra il drappello da sbarco! –

Sei uomini, con Mati e Kammamuri, risposero all’appello, arrampicandosi lestamente su per la riva.

Con un solo sguardo il portoghese aveva scoperto le tracce dei due fuggitivi impresse ancora sulla sabbia, la quale aveva conservata l’umidità dei piedi.

– Lassù – disse, indicando un’altura coperta da una ricca vegetazione. – Cercheranno un rifugio nelle foreste.

– Che vi sia con loro anche l’ambasciatore? – chiese Kammamuri.

– Io non l’ho veduto, ma potrei essermi ingannato.

Preparate le armi e seguitemi. –

Attraversarono correndo la spiaggia sabbiosa, per paura di venire salutati da qualche colpo di fuoco e, tenendosi dietro le rocce, giunsero ben presto alla base dell’altura.

– Credo inutile spingere per ora l’inseguimento – disse Yanez. – Lasciamo che si accampino. –

La sera già cominciava a calare e le tenebre scendevano lungo i fianchi dell’altura, avvolgendola tutta.

Le tigri di Mompracem, che si tenevano sicurissime di catturare i fuggiaschi, si accamparono in mezzo ad una macchia, aspettando che qualche luce segnalasse loro la presenza dei due furfanti.

Nell’interno dell’isola regnava un profondo silenzio. Solamente dalla parte del mare si udivano le onde rumoreggiare cupamente e si vedevano sbalzare sopra le scogliere, coprendole di spuma talvolta fosforescente.

Trascorsero un paio d’ore, occupate da parte degli inseguitori a rilevare i primi scaglioni dell’altura, poi, finalmente, attraverso la limpidissima luce lunare, si vide alzare un pennacchio di fumo misto ad alcune scintille.

– Si scaldano o stanno preparandosi la cena – disse Yanez, dopo d’aver rilevata colla bussola la direzione della colonna di fumo. – La digestione sarà pessima, perché io ho l’abitudine di non perdonare mai i traditori, siano indiani, malesi o dayachi.

Su, ragazzi, in caccia! E guardatevi da qualche probabile colpo di fucile, poiché quegli uomini devono essere armati. –

Si disposero in fila indiana, con Mati alla testa, e cominciarono la scalata dell’altura, passando lestamente fra le grandi macchie che ne coprivano i fianchi.

La colonna di fumo era sempre visibile, poiché i fuggiaschi avevano scelto proprio la cima del cono.

Avanzando con precauzione, sovente carponi, tra le piante foltissime, verso le nove della sera il drappello raggiungeva una discreta altezza.

I fuggiaschi fino allora non avevano dato segno di vita, dopo il fuoco acceso nella boscaglia.

Non era però prudente assalirli direttamente, potendo darsi che avessero salvato qualche fucile.

A duecento metri sotto il cono Yanez divise il suo drappello in modo da impedire ogni scampo.

Erano ormai vicini, poiché delle faville, trasportate dal vento, cadevano in mezzo alle macchie occupate dalle tigri di Mompracem.

– Adagio – disse Yanez a Kammamuri. – I birbanti si terranno certamente in guardia e non si lasceranno prendere senza opporre resistenza. –

In mezzo alle piante un fuoco brillava vivissimo ed espandeva un profumo appetitoso, come se su quei tizzoni si cucinasse qualche testuggine marina o qualcuna di quelle gigantesche ostriche chiamate di Singapore, che s’incontrano spesso. Che degli uomini si fossero accampati sulla cima di quella specie di cono non vi era dubbio, poiché si udivano di quando in quando dei sommessi bisbigli e l’urto dei coltelli.

La linea delle tigri di Mompracem si era rapidamente ristretta per piombare compatta sull’accampamento e sorprendere i fuggiaschi, occupati certamente a cenare.

Il profumo di fritto di tartaruga o ragno di mare od ostrica gigante cominciava ad espandersi sotto le piante, cacciando attraverso ai raggi purissimi della luna dei piccoli getti di fumo.

– Sali alla mia destra tu, Kammamuri, – disse Yanez all’indiano. – Quegli uomini li abbiamo sottomano e credo che non ci fuggiranno più, a meno d’un miracolo.

Sali quella cresta che sta di fronte a te, mentre io monto l’opposta.

Li prenderemo in mezzo e non ne lasceremo scappare neppure uno.

– Sì, signor Yanez.

– Avverti i tuoi uomini di tenere la carabine pronte. Non si sa mai quello che può succedere e non vorrei che l’ambasciatore fosse scappato con qualche altro dei tuoi uomini.

– Ci terremo in guardia, signor Yanez, – disse Kammamuri.

– Spingiamoci avanti.

– Sono pronto.

– Non far rumore, perché si tratta di sorprenderli.

– E noi li sorprenderemo – rispose l’indiano.

Yanez, udendo gli accampati parlare sopra la sua testa, si era cacciato in mezzo ai foltissimi cespugli, premendogli di sapere che cosa dicevano i fuggiaschi.

Trascinandosi innanzi sui gomiti e sulle ginocchia, si diresse verso dove luccicava il fuoco, il quale lanciava di quando in quando getti di fumo e di faville.

Avanzatosi una quindicina di passi, il portoghese si trovò dinanzi ad un albero enorme che aveva un tronco colossale, e che doveva essere certamente un teck.

Dietro quella pianta due uomini stavano seduti intorno ad un fuoco, colle gambe allargate per meglio asciugarsi.

Sui tizzoni arrosoliva una gigantesca ostrica di Singapore, la quale aveva già aperto, al contatto col fuoco, le sue valve.

– Sono essi – mormorò Yanez. – Se non li prendiamo questa sera, non li prenderemo più; ed allora chi sa che cosa potrà succedere.

I testimoni pericolosi vanno soppressi e voglio dare a questi traditori una lezione indimenticabile. –

Raggiunse cautamente il grossissimo albero e si mise a girare intorno al tronco, tenendo le dita sul grilletto delle fide pistole.

Aveva appena compiuto il giro, quando un’ombra umana gli sorse dinanzi, gridandogli:

– Arrenditi o sei morto! –

Vedendo luccicare una canna di fucile, il portoghese si era gettato prontamente a terra, per evitare una scarica in pieno petto.

– Arrenditi! – ripeté la voce.

– A chi lo dici, a me? Ad una tigre di Mompracem? Avànzati e ti darò quello che meriti.

– Oh, signor mio – rispose il fuggiasco con fare altezzoso – qui non siamo a Varauni e nessun Sultano vi proteggerà.

– So difendermi da me, amico, – rispose il portoghese – e questa è la prova. –

Aveva mandato un grido: – Avanti tutti! prendiamoli! –

La fila indiana delle tigri di Mompracem si era in un lampo ristretta ed era piombata furiosamente sull’accampamento, colla carabina puntata, urlando ferocemente: – Arrendetevi, o siete tutti morti.

Un uomo, che stava tagliando l’ostrica gigante di Singapore, era balzato in piedi, tenendo in pugno un coltellaccio.

– Ah, cane! – gridò. – Ancora tu? Sei il diavolo, che vieni a scovarci dappertutto? –

Yanez che aveva la buona abitudine di non farsi mai sorprendere, spianò le sue due pistole, dicendo:

– Getta quell’arma, o ti uccido.

Io sono il tuo signore, e perciò ho diritto su di te di vita e di morte essendo tu un mio suddito.

– Adagio, signore! – gridarono diverse voci.

Intanto la scorta sbarcata dalla scialuppa era balzata in piedi e tentava di accerchiare il portoghese.

– Giù quell’arma o sparo, – ripeté Yanez. – Non vedi che sei ridicolo? Vorresti impegnare una lotta contro di noi tutti muniti di carabine e d’armi bianche?

Getta via il coltello! –

L’indiano digrignò i denti, si contorse come un serpente, poi lasciò cadere il coltellaccio, dicendo:

– Grazia, rajah.

– Dimmi innanzi tutto dov’è il tuo compagno.

– È qui il furfante! – gridò in quel momento Kammamuri spingendo innanzi a pugni e calci un uomo che aveva sorpreso nascosto fra due rocce.

– Ecco come i miei sudditi portano anche qua gli eterni tradimenti dell’India nera – disse Yanez con amarezza.

Piombò sui due miserabili e con due formidabili pugni li rovesciò l’uno sull’altro semistorditi.

– Miserabili! – gridò. – Dov’è l’ambasciatore inglese?

– È fuggito – rispose uno dei due indiani con voce rauca.

– Chi lo ha fatto evadere?

– Dinar.

– Ah, sei stato tu, buffone, che mi hai compromesso! Dov’è scappato l’ambasciatore? Voglio saperlo subito: mi capite, miserabili?

– Ci ha traditi, Altezza, – disse Dinar. – Ci aveva fatto mettere in mare due scialuppe ed una notte la sua scomparve, lasciando noi in pieno mare.

– Dove si è diretto? Io lo voglio sapere.

– Diceva di voler raggiungere Labuan.

– E a quest’ora l’avrà già raggiunta – disse il portoghese. – Io vi avevo condotto con me credendovi due persone fidate ed incorruttibili.

Bell’esempio che avete dato! –

Stette un momento silenzioso, poi volgendosi verso i suoi uomini, disse:

– Impadronitevi di queste canaglie e conducetele verso la spiaggia.

– Che cosa volete fare, signor Yanez? – chiese Kammamuri.

– Dare un esempio terribile.

Andiamo, amici. –

I due indiani furono afferrati, strettamente legati colle mani dietro il dorso e condotti giù dal cono sotto la sorveglianza del portoghese, di Kammamuri e di Mati.

Lo yacht bordeggiava lentamente intorno all’isola, fumando allegramente.

Al largo nessuna nave appariva. Anche le cannoniere erano scomparse.

Mancavano due o tre ore allo spuntare del sole, quando il drappello giunse sulla spiaggia, presso il luogo ove si era arenata la scialuppa.

– Scavate una fossa – disse Yanez. La rhani, mia moglie, ha condannati questi traditori per mia bocca.

Si eseguisca. –

Gli uomini della scialuppa erano scesi portando dei kampilangs e dei parangs, i quali potevano servire benissimo come zappe in suolo così sabbioso.

La buca fu scavata ai piedi dei traditori, i quali non osavano nemmeno guardare in viso il loro signore; poi un drappello armato prese posto dinanzi a loro.

Yanez, un po’ commosso quantunque ben deciso a dare una terribile lezione ai traditori, si volse per non vedere.

Sei spari rimbombarono.

I due assamesi, colpiti dal piombo, erano precipitati nella fossa, la quale era stata subito ricoperta.

– Giustizia è fatta! – disse Yanez. – Rammentatevi che coi traditori io sarò implacabile e che con me non conviene scherzare troppo.

– E l’ambasciatore? – chiese Kammamuri.

– Lasciamo che corra per ora, faremo tuttavia una puntata verso Labuan per tentare di catturarlo.

Prevedo dei grossi fastidi, eppure non dispero di sapermela cavare abbastanza bene.

– Che cosa contate di fare, ora?

– Di partire per la campagna. –

L’indiano guardò il portoghese con sorpresa:

– Per la campagna?

– Sì: ho promesso al Sultano di condurlo nelle grandi foreste dei Monti del Cristallo per farvi grosse cacce.

Lassù vi deve essere già Sandokan e sarà meglio che io cerchi di raggiungerlo, poiché ormai a Varauni comincia a spirare una pessima aria per noi. –

Balzò nella scialuppa e fece segno ai rematori di vogare subito.

Un quarto d’ora dopo Yanez ed i suoi compagni, un po’ rattristati, giungevano sullo yacht.

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