Le bande della Tigre

La luna, una luna magnifica, che rischiarava le foreste come in pieno giorno, sfiorava gli altissimi alberi dei Monti del Cristallo, quando una piccola banda d’uomini comparve in fondo ad un burrone che conduceva allo stagno di Sirdar.

Non erano più di cinquanta, ma il loro aspetto era tutt’altro che rassicurante.

Vi erano malesi e dayachi dell’interno, i famosi cacciatori di teste, tutti armati di fucili e di sciabole spaventevoli, che solamente a vederle, facevano gelare il sangue nelle vene.

Per di più alcuni portavano sulle loro robuste spalle delle lunghe canne le quali non erano altro che delle spingarde.

Pareva che altri uomini valicassero più in alto i passi delle montagne, poiché il silenzio della notte veniva di quando in quando interrotto da un lontano rotolamento di massi.

All’estremità del burrone percorso da quella piccola truppa, bruciava un gran fuoco acceso sulla riva d’un pantano.

Due uomini, seduti sul tronco d’un albero, discorrevano tranquillamente, senza preoccuparsi, a quanto sembrava, dei pericoli che potevano presentarsi da un momento all’altro.

Uno era il vero tipo del malese, intensamente bruno, con delle sfumature rossastre sugli zigomi; l’altro invece, il quale si appoggiava ad una superba carabina a due colpi montata in argento ed in madreperla, era il puro tipo dell’indiano.

Entrambi erano alquanto attempati, ma robusti ancora ed in grado di compiere anche da soli delle grandi gesta.

– Dimmi – disse il malese all’indiano, il quale da qualche tempo dava segni d’impazienza – non ti sembra strano che Yanez non ci abbia ancora mandato qualche corriere?

Mati, il mastro dello yacht, deve conoscere il paese ed io credo che saprà giungere presto qui, mio caro Tremal-Naik.

– Ti confesso che non sono punto tranquillo, Tigre della Malesia. Ho sempre il timore che al signor Yanez ed alle flottiglie sia toccata qualche disgrazia.

– Vorrei sapere anch’io che cosa è successo degli uomini che abbiamo sbarcato sulla costa.

Eppure, io credo che fra poco avremo qualche nuova. Conosco troppo bene Yanez, e mi pare di vederlo venirci incontro, poiché sa che anche noi siamo esposti a dei gravi pericoli.

Ci sono sempre alle costole i cacciatori di teste?

– Sì, signor Sandokan. Non ci vogliono assolutamente lasciare.

– Hanno dunque sempre bisogno di teste quei sanguinari selvaggi? – disse la Tigre della Malesia, facendo un gesto d’ira.

– Lo sapete al pari di me che razza di birbanti sono quegli uomini: hanno sempre bisogno di guarnire le loro capanne con teste umane per terrorizzare i loro avversari.

– Taci, Tremal-Naik, – disse in quel momento la Tigre della Malesia, alzandosi di scatto e mandando un fischio per far accorrere i suoi uomini, i quali si erano già riuniti a poco a poco sulle rive dello stagno.

– Un colpo di fucile! è vero, Sandokan? – chiese l’indiano.

Mi è parso.

– I dayachi non posseggono armi da fuoco – disse la Tigre della Malesia – se non sono assoldati da noi.

Le loro cerbottane non fanno rumore, pur uccidendo inesorabilmente. –

La piccola truppa che era scesa attraverso il burrone dello stagno, aveva subito messo in batteria due spingarde, volgendo le bocche verso la boscaglia.

Tutti si erano messi in ascolto, allarmati da quel colpo di fuoco che non poteva essere stato certamente sparato da amici.

Trascorsero alcuni minuti d’angosciosa aspettativa, poiché il drappello sapeva benissimo di avere dinanzi ed alle spalle i famosi cacciatori di teste, i quali sono i più prodi di tutti gli isolani della Malesia.

Dopo quello sparo, echeggiato lontano, in mezzo alla grande e tenebrosa foresta, non avevano udito più nulla.

Tuttavia il drappello non aveva disarmato e si teneva pronto a respingere qualunque assalto che venisse dall’altra parte dello stagno.

– Che ci siamo ingannati, Sandokan? – chiese Tremal-Naik al formidabile capo delle tigri di Mompracem.

– No, è stato un colpo di fuoco – rispose il malese, lanciando uno sguardo alla sua piccola truppa. – Conosco le carabine dei miei uomini ed uno sparo lo riconoscerei fra mille, perché le nostre armi hanno un calibro ben maggiore delle carabine usate dagli inglesi.

– Rispondiamo, Tigre della Malesia?

– Per segnalare ai cacciatori di teste il nostro accampamento? No, Tremal-Naik: preferisco aspettare ancora.

D’altronde siamo in buon numero e abbiamo le spingarde che sono così temute dai dayachi. –

Trascorsero altri cinque minuti.

Una tigre affamata, che andava in cerca della sua cena, fece udire il suo spaventoso ed impressionante ahough; ma il colpo di fucile non si ripeté sotto la tetra boscaglia.

– Ci domanda le nostre costolette – disse Tremal-Naik, il quale avendo vissuto moltissimi anni nell’India non pareva troppo agitato.

– Che assalga l’uomo che ha tirato il colpo?

– Anche a me è venuto questo dubbio, Sandokan, – rispose l’indiano.

– Che cosa faresti tu?

– Andrei a cercare l’uomo che ha segnalata la sua presenza con quel colpo di fucile.

Ne abbiamo ammazzate abbastanza nelle Sunderbunds del Gange e lungo le rive del fiume sacro, per spaventarci dell’urlo di quell’affamata.

La notte non è tanto oscura, ed anche sotto la foresta sapremo guardarci dal mangiatore d’uomini. –

La Tigre della Malesia fece un gesto, ed un brutto e vecchio malese, che aveva il viso ed il petto rigati di colpi di sciabola, si fece innanzi, chiedendo:

– Che cosa vuoi, capo?

– Che tu tenga duro fino al nostro ritorno – rispose Sandokan. – Se i tagliatori di teste tenteranno l’assalto al campo, lavora di mitraglia, giacché abbiamo portato fino qui le nostre più grosse spingarde.

– Bada, capo!… La foresta nasconde mille tradimenti, specialmente quando è percorsa dai selvaggi della frontiera.

– Io e Tremal-Naik per il momento basteremo.

Voglio cercare assolutamente l’uomo misterioso che s’avanza nella foresta, malgrado l’urlo della tigre. Non può essere che uno degli uomini di Yanez, ne sono sicuro. –

Diede alla sua banda uno sguardo, poi soddisfatto di vedere quei formidabili scorridori delle foreste in linea di combattimento, pronti a respingere qualsiasi attacco, si gettò sulle spalle la carabina e si allontanò, dicendo a Tremal-Naik:

– Vieni, amico: o troveremo l’uomo o troveremo la tigre. –

Volsero i talloni al piccolo accampamento e si cacciarono risolutamente sotto la tenebrosa boscaglia, ben decisi a trovare l’uomo che aveva fatto fuoco, malgrado la presenza della terribile belva.

La luna, filtrando attraverso le fronde, disegnava sul terreno delle chiazze curiosissime, brillanti per la rugiada notturna.

I due uomini s’avanzarono guardinghi per un cinquanta passi, tendendo gli orecchi ad ogni istante, poi Sandokan disse:

– Sia un amico o un nemico, noi provocheremo qualche altro colpo di fucile.

– Se la tigre non ha mangiato il misterioso corriere – disse l’indiano.

– Gli uomini di Yanez hanno fatto le campagne dell’India e conoscono troppo bene le bâg, per lasciarsi sorprendere.

Proviamo. –

Si tolse la carabina e si mise in ascolto per qualche istante.

Aveva già alzata l’arma, quando improvvisamente l’urlo spaventoso della tigre echeggiò novamente in mezzo alle foreste.

– Pare furiosa – disse Tremal-Naik. – Che l’uomo abbia mancato il colpo, o la belva sia stata ferita?

– Vediamo – disse Sandokan.

Sparò un colpo, il quale rumoreggiò sinistramente sotto la tenebrosa foresta ripercotendosi a lungo attraverso i sentieri e gli squarci.

Un ahough minaccioso fu la prima risposta che risonò non troppo lontano, poi dopo qualche minuto s’udì un altro sparo ma meno forte degli altri.

– L’abbiamo alla nostra destra – disse Sandokan. – Non può essere un dayaco.

– No, ma ha per alleata la tigre – rispose l’indiano, il quale nelle Sunderbunds indiane aveva fatto delle vere stragi di quelle sanguinarie belve.

– Bada che non ci sorprenda: è più vicina dell’uomo.

– Gli occhi li abbiamo anche noi e siamo abituati a vedere anche in mezzo alle tenebre.

– Pieghiamo, Tremal-Naik, e stiamo attenti.

Se la tigre ci ha fiutati, come è probabile, si metterà alle nostre calcagna per tentare ora il colpo su di noi.

– Sì, ci arriverà addosso quando meno ce l’aspettiamo. –

Avendo trovato nella foresta uno squarcio larghissimo, aperto dagli elefanti o dai rinoceronti, vi si cacciarono dentro, tenendo le dita sui grilletti delle carabine.

Sandokan si era già affrettato a ricaricare la sua arma, per non trovarsi quasi inerme al momento opportuno.

Nella foresta regnava ora un gran silenzio, rotto appena appena dallo stormire delle fronde, agitate leggermente dal venticello notturno.

Sotto le foglie secche si udivano di quando in quando dei sussurrii e dei sibili più o meno acuti, che annunciavano la presenza di non pochi rettili.

Sempre coll’orecchio teso, lo sguardo fisso sui cespugli e sulle grosse macchie, i due uomini cominciavano a marciare coraggiosamente cercando il misterioso corriere.

Avevano percorso altri cinque o seicento passi, quando Tremal-Naik, che si trovava dinanzi, si gettò bruscamente a terra, sussurrando:

– La bâg.

– L’hai veduta? chiese Sandokan senza dimostrare alcuna apprensione.

– Un’ombra è scivolata verso quella cupa macchia che si stende dinanzi a noi.

– Non sei certo peraltro che sia la tigre.

– Son certo che non tarderà a farsi vedere. Se sono coraggiose quelle del Bengala, quelle del Borneo non sono meno, e non scappano davanti all’uomo.

– Che abbia il suo covo in mezzo a quelle piante?

– Lo sospetto, Sandokan.

– Andiamo allora a cercarla – disse risolutamente il terribile capo dei pirati di Mompracem. – Non voglio che si mangi il corriere.

Si erano fermati entrambi, fiutando intensamente l’aria, la quale si era impregnata di quell’acuto odore di selvatico che si lasciano sempre dietro le bestie feroci.

– La senti? – chiese Tremal-Naik.

– Sì – rispose Sandokan. – Non è possibile ingannarsi. –

Si guardò intorno ed avendo scorto a terra un pezzo di ramo secco, lo raccolse e lo lanciò a tutta forza in mezzo alla macchia per provocare l’attacco della belva.

Fra gli sterpi si udì un brontolio minaccioso, poi uno scrosciare di foglie secche.

– È là dentro – disse Tremal-Naik.

– E ci aspetta al varco – aggiunse Sandokan. – Cerchiamo di scoprire i suoi occhi e di fulminarla con una palla in fronte.

Mettiti alla mia destra, amico. Spareremo meglio ambedue. –

L’indiano si scostò di qualche passo, si curvò fino a terra, spingendo gli sguardi acutissimi dentro la macchia, poi si alzò dicendo:

– È dinanzi a noi.

– E l’uomo?

– Chi sa dove è andato a finire.

– Lo cercheremo più tardi, quando ci saremo sbarazzati di questo pericoloso vicino, che conta di cenare colle nostre polpe.

Sangue freddo e avanti! –

Si gettarono entrambi carponi, spingendo più innanzi che potevano le loro terribili carabine e cercando ansiosamente gli sguardi della belva.

Un buffo d’aria umida, che sapeva di serra, impregnata di miasmi, portò per la seconda volta fino a loro l’odor di selvatico della bâg.

– Vedi nulla tu, Tremal-Naik? – chiese Sandokan all’indiano che gli stava accanto.

– Nella macchia regna un buio pesto.

– Eppure la bestiaccia è là dentro!

– Oh, ne sono convinto anch’io.

– Cerca i suoi occhi.

– Non riesco a scoprirli!

– Vuoi che passiamo innanzi e che riprendiamo il nostro cammino? Questa tigre ci è di più…

– Non ti fidare, perché se è affamata, ci segue per piombarci addosso al momento opportuno.

– Eppure non possiamo rimanere eternamente qui immobilizzati, mentre forse quel corriere misterioso cerca di raggiungere lo stagno.

– Che cosa vuoi fare, Sandokan?

– Scacciarla – rispose il capo dei pirati di Mompracem.

Non sarà la prima che cadrà sotto i nostri colpi. –

Si era nuovamente alzato, e con una pazza temerità si era avvicinato alla macchia, tenendo la carabina puntata.

Un rauco mugolìo lo avvertì che il pericolo era più vicino di quanto aveva creduto.

– Tremal-Naik, – disse – vuoi fare la parte della preda vivente? Tu sai che io non sbaglio mai.

– Sono pronto – rispose il coraggioso indiano.

S’avvicinò ad una fibra di rotangs e vi si appese con le mani, scotendola fortemente.

La liana, che passava in mezzo alle macchie, vibrò parecchie volte attirando l’attenzione del carnivoro.

Sandokan, cinque passi più indietro, nella classica posa del vero tiratore, aspettava trattenendo il respiro.

Ad un tratto un’ombra si abbatté sui rotangs che Tremal-Naik stringeva, tentando di portar via l’uomo che si offriva così storditamente ai suoi denti ed ai suoi artigli.

In quel medesimo istante due colpi partirono dalla carabina di Sandokan.

La belva, che cercava di issarsi sui rotangs per raggiungere l’indiano allargò le zampe anteriori, mandò fuori un ruggito cavernoso, poi s’abbandonò.

– È nostra! – gridò l’indiano, il quale si preparava a sparare il colpo di grazia, nel caso che ve fosse stato bisogno.

– Ed anche il corridore misterioso fra pochi minuti cadrà nelle nostre mani. –

Una voce umana si era alzata in mezzo ad una seconda macchia, gridando minacciosamente:

– Chi vive?

– È a te, mio caro, che lo domandiamo – rispose prontamente Sandokan. – O ti mostri, o noi ti passiamo per le armi, come la tigre che abbiamo abbattuta in questo momento.

– Saccaroa!… Quale voce! – esclamò il corriere misterioso, il quale pareva che non ci tenesse affatto a farsi innanzi.

Sareste voi la Tigre della Malesia?

– Mi conosci?

– Sono uno degli uomini del capitano Yanez, signore, – rispose lo sconosciuto.

– Mati!… Il mastro dello yacht! – esclamarono Sandokan e Tremal-Naik, facendosi innanzi.

– Sì, sono io – rispose il valoroso marinaio. – Sono due giorni che frugo tutti i burroni dei Monti del Cristallo per cercarvi.

– È accaduta qualche disgrazia a Yanez? – chiese premurosamente Sandokan.

– Sono venuto a chiedere il vostro aiuto.

– È stato preso, forse?

– Non ancora; ma credo che prima di domani sera si troverà preso e ben legato, nelle mani dei rajaputi del Sultano che assediano la collina, sulla quale si sono rifugiati i nostri poveri compagni.

– Come? Il Sultano che si è messo in guerra, ora? – chiese Sandokan. – Ah, l’avrà da fare con noi. Contavo di sorprenderlo nella sua capitale: tanto meglio se riusciremo a prenderlo qui. E la flottiglia? E lo yacht?

– Per ora sono tutti in salvo – rispose Mati – quantunque si dica che delle cannoniere inglesi ed olandesi si aggirino nel porto.

– Ecco il momento di decidere risolutamente la riconquista di Mompracem – disse Sandokan. – Torniamo allo stagno, raduniamo tutte le nostre bande ed andiamo in soccorso dei nostri amici.

Neppure i rajaputi fanno paura alla vecchia Tigre della Malesia. Orsù, Tremal-Naik: in ritirata, alla lesta! I minuti possono diventare troppo preziosi.

– Siamo lontani dallo stagno?

– Appena una mezz’ora di marcia, Tremal-Naik, – rispose Sandokan. – Andiamo, amici. –

Batterono, perlustrando qua e là, la fronte della foresta, poi si misero rapidamente in cammino, per accorrere in aiuto del disgraziato portoghese e di Kammamuri, che doveva essere rimasto lassù insieme con la bella olandese per sorvegliare il Sultano e le mosse dei rajaputi.

Certamente doveva essergli mancata l’occasione di lasciare la roccia per non farsi fucilare dalle guardie indiane.

Prima di un quarto d’ora, Sandokan, Tremal-Naik e Mati si trovavano radunati sulle rive dello stagno.

Intorno a loro tre o quattrocento uomini, per la maggior parte dayachi dell’interno, avevano preso posizione con una quarantina di spingarde ed un paio di lilà.

– Formate le linee e partiamo senza indugio – disse Sandokan ai selvaggi guerrieri, scesi dai Monti del Cristallo. – Tu, Mati, ci guiderai.

– E la flottiglia? – chiese il mastro dello yacht. – Non sarebbe meglio farla radunare nella baia di Varauni?

– Per ora occupiamoci di liberare Yanez – rispose la Tigre della Malesia. – Non è ancora giunta l’ora di riprenderci l’isola di Mompracem. –

Le bande si disposero su cinque file, si caricarono delle spingarde e dei lilà e si misero in marcia dietro a Mati, il quale segnava la via insieme con Tremal-Naik e Sandokan.

La mezzanotte era già suonata e la luna stava per tramontare, quando in lontananza si udirono delle detonazioni.

– Yanez forse? – chiese Sandokan ansiosamente a Mati.

– Senza dubbio è lui, che si difende contro i rajaputi e contro gli scikari del Sultano.

– Daremo a quelle canaglie una spaventosa battaglia, che li persuaderà a non misurarsi più colle Tigri di Mompracem.

– Che sia ancora con loro il Sultano? – chiese Tremal-Naik.

– Certamente, poiché Yanez, perché non fuggisse, l’ha collocato sulla punta d’una roccia, e ciò anche per impedire ai rajaputi di far fuoco contro il loro signore.

– Ecco un ostaggio prezioso: se quell’uomo cadrà nelle nostre mani, Mompracem non tarderà a ritornare in possesso delle Tigri della Malesia. –

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