Una partita di dadi che finisce male

Quella notte nessuno dormì tranquillo a bordo dello yacht, per la paura d’un attentato da parte degli inglesi, i quali dovevano essere furibondi della magra figura fatta perfino dinanzi ai cinesi.

Gli uomini di guardia furono raddoppiati ed armati e la grossa scialuppa fu messa in acqua per potere, in caso di pericolo, imbarcarsi subito.

Yanez, che era abituato a dormire pochissimo e che aveva non poche preoccupazioni, era rimasto in coperta insieme con Kammamuri, e passeggiava agitatissimo fra i due alberi di trinchetto e di maestra coll’eterna sigaretta in bocca.

– Signor Yanez, – disse l’indiano – mi sembrate assai inquieto.

– Temo che quelle canaglie tentino qualche cosa contro di me.

– Avete dei cannoni e dei fucili per metterli al posto.

– Qui, mio caro, non siamo nell’Assam, dove un rajah può permettersi qualunque capriccio.

Vi sono dei residenti esteri nel Borneo meridionale, inviati dall’Olanda e dall’Inghilterra e che hanno sempre sotto mano delle cannoniere.

– Avete la flottiglia dei prahos.

– Che impegnerò al più tardi possibile – rispose il portoghese. – Quella è la riserva per dare l’ultimo colpo a Mompracem… Ma non senti quest’acre odore, tu?

– Sì, signor Yanez. Si direbbe che brucia della pece insieme con dello zolfo.

– Dobbiamo chiarire subito questo mistero. –

Staccò uno dei fanali di guardia e si diresse verso il cassero, poiché era appunto da quella parte che l’acre odore si espandeva.

Subito s’accorse che una sottile colonna di fumo saliva lungo la ruota di poppa ed il timone.

Guardando attentamente, vide balenare quasi a fior d’acqua un po’ di luce.

– Al fuoco! Al fuoco! – gridò. – In coperta la guardia franca! Armate la scialuppa e le pompe. –

Poi sparò le pistole in direzione del fuoco.

– Alla scialuppa, Kammamuri! – disse. – Mi bruciano lo yacht. –

In un lampo lasciarono la nave e si diressero, scortati da una dozzina d’uomini, verso il timone in quel punto dove fra questo e la ruota poppiera brillava una fiamma azzurrastra.

– Ah, furfanti! – gridò Yanez. – Me lo immaginavo qualche brutto tiro da parte di quella gente.

Fortunatamente siamo giunti in tempo. –

Il fuoco infatti non guadagnava gran che, quantunque trovasse della pece e delle vernici da divorare.

Dei pezzi di legno erano stati cacciati dietro il timone da una mano colpevole.

I marinai si preparavano a spegnere il focherello, quando Kammamuri disse:

– Signor Yanez, ancora la pelle di bue o di cavallo!

– Dov’è?

– Proprio dietro lo yacht.

– Ha servito a nascondere dei nuotatori. D’ora innanzi bisognerà sorvegliare più attentamente la nostra nave. –

Pochi secchi d’acqua erano bastati a spegnere il fuoco.

La pelle fu levata e tirata sulla scialuppa, ma ormai non vi era più nessuno nascosto sotto.

– I birbanti sono scappati! – disse Yanez. – Che i pescicani li mangino.

– Lo auguro di cuore anch’io – aggiunse Kammamuri.

Fecero due o tre volte il giro dello yacht, poi, non avendo scorto più nessuno, tornarono a bordo.

Il portoghese fumò un’ultima sigaretta e andò a coricarsi nella sua cabina, dopo d’aver dato ordine di svegliarlo subito se qualche altro fatto fosse avvenuto.

La notte invece passò tranquillissima ed il criminoso tentativo degli inglesi di incendiare lo yacht non si ripeté.

Probabilmente i colpi di pistola che Yanez aveva sparato in varie direzioni li avevano persuasi a ritornare al più presto alla riva.

L’alba era appena spuntata, tingendo pittorescamente in rosa le case di Varauni volte verso il mare, quando la bella olandese salì in coperta, dove Yanez l’aspettava dinanzi ad un servizio da thé d’argento di manifattura indiana.

– Come? Siete già ritornato? Vi credevo ancora in città.

– L’ho lasciata tardi Varauni – rispose il portoghese, versando la profumata bevanda.

– Vi è accaduto nulla?

– Una piccola rissa col capitano del vapore, terminata con un colpo di coltello che spero non avrà gravi conseguenze.

– Vogliono proprio vendicarsi di voi.

– Ed anche di tutti noi, signora, poiché alle due del mattino hanno tentato d’incendiare lo yacht.

– E sono fuggiti?

Se li avessi presi, a quest’ora li vedreste pendere dai pennoni con una cravatta di canape al collo. To’! Ecco il segretario del Sultano! Che non possano fare a meno della mia presenza a corte? –

Guardò verso le montagne del Cristallo, che si ergevano maestose, coronate di foreste, poi si volse alla olandese e le chiese:

– Amate la caccia, signora?

– Sì, milord: sono sempre vissuta nelle colonie, ed ho imparato a servirmi delle armi da fuoco.

– Allora proporremo al Sultano, giacché desidera distrarsi, una gita fino alle grandi foreste.

Là troveremo selvaggina in quantità prodigiosa. –

In quel momento la barca del Sultano abbordò lo yacht ed il segretario comparve sul ponte col viso così sconvolto che Yanez non poté fare a meno di chiedergli:

– Brucia Varauni?

– Il mio signore vi aspetta e subito.

– Che cosa è successo dunque?

– Non ve lo saprei dire, milord ma pare che siano successi dei gravi avvenimenti che vi riguardano.

– Me? – fece Yanez colla sua solita calma un po’ ironica.

– Voi, milord.

– Qualcuno mi cerca forse?

– Credo.

– Chi è?

– Un capitano olandese.

– E che cosa vuole da me?

– Non lo so, milord.

Yanez fece un gesto di contrarietà, ma non perdette un solo momento la sua calma meravigliosa.

– Quando è giunto? – chiese.

– Ieri sera.

– Con quale nave?

– In una scialuppa costiera proveniente da Pontianak.

– Ecco l’affare della cannoniera! – mormorò il portoghese. E come potrebbero incolpare me della sua distruzione? Ah, la vedremo. – Poi aggiunse alzando la voce:

– Kammamuri, una scorta di dodici uomini completamente equipaggiati da guerra.

Signora, volete accompagnarci?

– Se si tratta di un mio compatriota, mi rincresce dirvi che rifiuto. –

– Avete ragione, signora. Lasciate a me la cura di sbrogliare questa matassa.

Mati!

– Signore! – rispose il mastro accorrendo.

– Che lo yacht rimanga sotto pressione sempre. –

Yanez e Kammamuri scesero nella barca, seguiti dal segretario e dalla scorta composta per metà di dayachi di statura quasi gigantesca e per l’altra metà di malesi, meno alti ma più membruti e certamente più terribili dei primi in un combattimento.

– Signor Yanez, – disse l’indiano – che cosa può essere successo?

– Lo sapremo da quel signore che si è preso il disturbo di navigare tre o quattro giorni in mezzo alle scogliere.

– Tuttavia non siete tranquillo.

– Ah no, ma noi non dobbiamo dimenticare che abbiamo due ritirate: una verso il mare e l’altra tra i monti del Cristallo che Sandokan e Tremal-Naik devono aver occupati.

Mati non si lascerà cogliere e nemmeno predare.

D’altronde abbiamo sempre sotto mano la flottiglia e prenderemo il Sultano fra due fuochi. –

La barca, spinta dai dodici vogatori, attraversò la baia e si fermò su una gettata sulla quale si vedevano il carro dalla cupola dorata e dalle colonne bianche e due zebù assai gobbi.

– Tutto è pronto – disse Yanez, provandosi a scherzare. – Il Sultano deve avere urgente bisogno di me. –

Montò sul carro assieme col segretario e Kammamuri, e partì seguito dalla scorta.

Cinque minuti dopo, non senza un po’ di preoccupazione, il portoghese saliva le scale del palazzo e si faceva annunciare al monarca, il quale in quel momento stava prendendo il caffè sotto una delle magnifiche gallerie prospettanti il mare, insieme coi suoi cortigiani.

Quello che impressionò subito Yanez, fu un drappello di cipai neerlandesi, perfettamente equipaggiati, colle tuniche rosse ed i calzoni bianchi.

Un capitano, un bellissimo uomo della flemmatica Olanda stava dietro al drappello, tenendo la sciabola sguainata come se si preparasse a ordinare il fuoco.

Il portoghese con un colpo d’occhio misurò le forze degli avversari e sicuro di tenerli tutti sotto il suo pugno di ferro, mosse verso il Sultano, chiedendogli: – Che cosa è successo dunque, durante la mia assenza?

– Dovreste dire voi, milord, dove siete stato ieri sera.

– A bere una bottiglia di pessimo vino portoghese nel quartiere cinese.

– Voi, milord, siete padronissimo di bere finché volete, ma non dovete crearmi delle noie coi rappresentanti europei.

– Per Maometto! una meschina rissa provocata da alcuni marinai inglesi.

Pretendereste che mi fossi lasciato scannare come un montone, senza difendermi?

– Si dice per altro che vi sia un morto e che quel morto sia un capitano inglese.

– È morto come me, Altezza, – rispose Yanez. – Gli ho dato solamente una dura lezione per levargli la voglia di tormentarmi e di tendermi degli agguati.

– Degli agguati, avete detto? – disse il Sultano.

– Quei marinai hanno perfino tentato di dar fuoco al mio yacht. –

Il capitano olandese, un uomo di altissima statura, roseo come una fanciulla e con una lunga barba bionda, in quel momento si fece innanzi e disse a Yanez:

– Vorreste dirmi signore chi siete voi?

– Un ambasciatore inviato qui dal mio governo a dare la caccia ai pirati che infestano le baie settentrionali dell’isola.

– Pare, signor ambasciatore, che nell’attesa di scambiare colpi di cannone coi malesi, ve la prendiate anche con altre navi, che non hanno mai commessa nessuna pirateria.

– Vorreste dire?

– Che giorni sono una delle nostre cannoniere è entrata nella baia di Varauni e non è più tornata al suo ancoraggio.

– Sarà stata colta da un ciclone – rispose Yanez. – Le coste del Borneo sono pericolosissime per chi non le conosce a fondo ed una disgrazia fa presto a succedere.

– Fortunatamente, milord, noi abbiamo le prove che il vostro yacht ha aperto il fuoco contro la cannoniera.

– Voi venite a raccontarmi delle grosse frottole, che non berremo né io, né il Sultano.

Chi sono le persone che affermano d’avermi veduto far fuoco?

– Dei pescatori di trepang che si trovano dinanzi alle scogliere della baia di Tiga.

– Ebbene, signore, io vi smentirò prontamente. –

Ad un suo cenno la scorta si avanzò attraverso la spaziosa galleria, e si fermò dinanzi al capitano neerlandese.

– Questi uomini sono tutti ferventi maomettani, quindi potete credere loro quando mettono in campo il loro grande Profeta. Parlate, amici, – disse Yanez. – Chi ha sparato per primo, noi o la cannoniera?

– La cannoniera, – risposero i malesi ed i dayachi. – Lo giuriamo sul Corano.

– Allora doveva aver avuto qualche motivo per assalirvi – rispose il capitano.

– È dunque proibito oggidì di venire a pescare sulle coste del Borneo? – chiese Yanez seccato. – Voi non siete il Sultano.

– Rappresento una potenza europea.

– Ed anch’io – rispose il portoghese. – E l’Inghilterra vale qualche cosa di più dell’Olanda, signor mio.

– Qui si cerca d’ingannarmi – disse il capitano. – Per quale motivo avete armato uno yacht, quando già l’Olanda e l’Inghilterra si sono impegnate di dare un colpo finale alla pirateria?

Non sareste per caso voi un avventuriero simile a James Brooke? Anche quello aveva cominciate le sue imprese armando una nave, lo schooner il Realista.

– Benissimo! E dovrete riconoscere anche che ha fatto più James Brooke che tutte le cannoniere dell’Olanda e dell’Inghilterra. Forse che non si chiamava lo sterminatore dei pirati? Se il numero di quei banditi è scemato, lo dobbiamo appunto a quel valente marinaio.

– James Brooke aveva patenti di corsa contro i pirati. Ne avete voi? Mostratemele.

– Un ambasciatore non fa il corsaro, signor mio, – rispose dignitosamente Yanez. – Io sono in perfetta regola perché ho presentato al Sultano le mie credenziali.

– Che si vorrebbero leggere a Pontianak – aggiunse subito il capitano.

– Con quale diritto l’Olanda s’immischia negli affari dell’Inghilterra? Tuttavia, per dimostrarvi che io sono in perfetta regola, andremo a visitare il governatore di quella colonia.

Sarà una corsa di quattro giorni appena, fra l’andata ed il ritorno, perché il mio yacht è un sorprendente camminatore.

– Voi mi proponete questo?

– Certo.

– Che vi possa essere qui un equipaggio?

Si occuperà il governatore di Pontianak di verificare la cosa. –

Il capitano ed il Sultano si scambiarono uno sguardo.

– Altezza, – disse il primo – voi avete letto le credenziali di milord?

– Sì, capitano, – rispose il Sultano.

– E le avete trovate in perfetta regola?

– Il mio ministro le ha esaminate e da quelle carte risulterebbe realmente che milord è un ambasciatore inglese.

– Si parla dello yacht sulle credenziali?

– No – rispose uno dei ministri che stava seduto accanto al Sultano.

– Ecco il punto oscuro.

– Ebbene, andiamo a chiarirlo a Pontianak, a condizione che siano primi i cannoni olandesi a salutare la bandiera dello yacht.

– Vi prometto questa piccola soddisfazione – rispose il capitano – ma vi domando anch’io un piccolo favore.

– Dite pure – rispose Yanez.

– D’imbarcare anche la mia scorta sul vostro yacht.

– C’è posto per tutti e, non faccio per dire, ma la mia cucina di bordo la troverete insuperabile.

– A quando la partenza?

– A questa sera, al levarsi della luna. Ho bisogno di un po’ d’alta marea per uscire dalla baia.

– Saremo all’appuntamento – disse il capitano, inchinandosi leggermente dinanzi al portoghese.

Questi rispose al saluto e se ne andò tranquillamente colla sua scorta, dopo avere stesa la mano al Sultano, il quale pareva più che mai convinto di aver dinanzi a sé un ambasciatore della potentissima e temuta Inghilterra.

Il portoghese invece non era più tranquillo, e sul suo viso si leggeva una intensa preoccupazione.

Aveva capito che stava per imbarcarsi in avventura che avrebbe potuto avere conseguenze incalcolabili.

Appena a bordo, fece salire Padar, il cui praho veleggiava sempre lentamente dinanzi all’apertura della baia in attesa di ordini.

Mati e Kammamuri si erano uniti a loro.

– Cattive notizie, è vero, signor Yanez? – disse l’indiano.

– Non sono infatti molto soddisfacenti. Ho per altro sempre in fondo al mio sacco qualche sorpresa straordinaria che rimedia a tutto.

– E andrete a Pontianak?

– Io? Sei pazzo, Kammamuri. Sarà invece il capitano che andrà prigioniero alla baia di Gaya: così terrà compagnia al vero console inglese.

– E come ve lo leverete d’attorno?

– Con un colpo che, te lo dico fin d’ora, sarà magnifico.

Quando saremo in alto mare, noi arresteremo tutti i cipai neerlandesi ed il loro capitano e li passeremo a bordo del praho di Padar, affinché vada a metterli al sicuro.

– Non ci darà da fare la scorta?

– Niente affatto. Vedrai come io giocherò quel flemmatico capitano.

Ah, io ho bisogno di te, Kammamuri.

– Parlate, signor Yanez.

– Desidero che il capitano non veda la sua compatriotta. Sarebbe un testimone troppo compromettente.

– Che cosa devo fare?

– Condurla a casa mia con una piccola scorta, affinché sia protetta dalle furie feroci di John Foster.

– È tutto questo?

– Per il momento sì. –

Scesero verso il porto e presero posto nelle scialuppe, che si erano ormeggiate dinanzi alla gettata, e tornarono sollecitamente a bordo, dove li aspettava la colazione.

Nel pomeriggio, Yanez fece chiamare Padar, il mastro del piccolo e velocissimo praho, e gli diede lunghe istruzioni.

Era ormai risoluto non solo di sbarazzarsi della scorta neerlandese, ma anche del capitano, e di mandarli a villeggiare a bordo della flottiglia che stava sempre all’àncora dinanzi alla profonda e sicurissima baia di Gaya.

– I beccaccini devono abbondare laggiù – aveva detto tra sé il portoghese – quindi gli olandesi, grandi mangiatori di volatili acquatici, non avranno da lagnarsi.

In quanto al capitano ci penso io a farlo cadere nella rete senza nemmeno sparare un colpo di pistola o impegnare battaglia coi cipai.

Questa sera faremo festa a bordo, e l’harak scorrerà a fiumi in onore del capitano. –

La bella olandese era già scesa a terra, accompagnata da una piccola scorta, per proteggerla contro le violenze del capitano, quando una scialuppa abbordò lo yacht.

Era montata dal capitano e dai cipai neerlandesi, i quali avevano indossati dei costumi fiammanti, orlati oro, per farsi meglio ammirare dall’equipaggio del signor ambasciatore.

Yanez, prontamente avvertito, salì in coperta e mosse incontro all’olandese, dicendogli cortesemente:

– Siete l’ospite gradito a bordo del mio yacht.

– Grazie – rispose ruvidamente il capitano, fingendo di non vedere la mano che il portoghese gli porgeva.

– Possedete una bella nave, milord, e splendidamente armata.

– E soprattutto rapidissima. Sfido tutti i prahos della Malesia a darmi la caccia ed a raggiungermi.

– Dove vi siete armato?

– A Hong-Kong.

– E nessuno ha protestato, sapendo che la vostra intenzione era quella di dirigervi verso il Borneo?

– E perché, capitano? Molti altri inglesi, che montavano delle splendide navi e formidabilmente armate, si sono mostrati nelle acque di Varauni, di Labuan e di Mompracem e hanno fatto le loro cacce senza disturbi.

– Ah, siete un cacciatore voi?

– Conto al mio attivo una mezza dozzina di tigri e due pantere nere.

– E che cosa venivate a cercare ora qui?

– Delle altre pantere nere, avendo promesso due pellicce ad un ministro inglese.

Volete che salpiamo?

– Fate pure. –

Yanez lanciò in macchina il comando e subito l’elica si pose a turbinare e lo yacht balzò come un cetaceo, filando rapidissimamente e dirigendosi verso l’uscita della baia.

Era il tramonto.

Gruppi di prahos, colle loro altissime vele variopinte sciolte alla brezza, entravano in porto manovrando con quell’abilità che distingue i marinai malesi.

Una grossa giunca, proveniente dai porti della Cina, di forme tozze e pesanti, colle vele formate di vimini intrecciati, sfuggita chi sa per quale miracolo agli attacchi dei pirati bornesi, s’avanzava dondolandosi comicamente, mentre l’equipaggio piuttosto numeroso strillava a piena gola.

Al largo il cielo era purissimo ed il mare appena mosso. Solamente molto da lontano di quando in quando un’ondata s’avanzava e si sfasciava contro le scogliere con delle vere detonazioni.

Lo yacht, superate le squadriglie dei prahos, affrettò la corsa con un rombo sonoro.

Nella scia, pesci-cani e delfini si trastullavano in gran numero, giocherellando fra la spuma e, per un caso strano, senza mordersi.

Yanez ed il capitano olandese erano saliti sul castello di prora per abbracciare più ampio orizzonte.

– Se i miei uomini resistono dinanzi ai fuochi, noi domani saremo a Pontianak prima che il sole tramonti.

– E mi conducete volentieri?

– E perché no?

– Non sapete che correte il pericolo di venire arrestato?

– Da chi?

– Dal governatore.

– In tal caso non farei altro che stendere attraverso la tolda la bandiera inglese: sarei curioso di sapere chi sarebbe tanto audace di calpestarla.

– Vi reputate molto forte voi! – disse il capitano.

– Certo che non sono un minchione! – rispose il portoghese, ridendo. – Capitano, questa sera vi è festa a bordo, e spero che voi ed i vostri cipai vi partecipereste.

– Preferirei che i cipai dormissero nelle loro amache.

– Di che cosa mi credete capace?- gridò Yanez.

– Dopo quello che ha commesso al Borneo James Brooke, noi abbiamo una grande paura di quelli che navigano in questi mari.

– Sicché un milord non può prendersi il capriccio di armare uno yacht per venire a cacciare nel Borneo?

– Sì, ma sotto la sorveglianza delle nostre cannoniere.

– Vengano pure! – rispose Yanez. – Sul picco del mio yacht sventola una bandiera che non si offende impunemente.

– Se sarà veramente inglese…

– Che cosa vorreste dire?

– Che anche James Brooke cambiava sovente bandiera.

– James Brooke era un avventuriero, mentre io ho presentato al Sultano le mie credenziali in perfetta regola.

– Avute da chi?

– Dal mio governo – rispose Yanez energicamente.

– Le avete a bordo?

– Sì.

– Il governatore di Pontianak le esaminerà.

– Potrei rifiutarmi a questo arbitrio.

– In tal caso entreranno in ballo le cannoniere e tanto peggio per chi ne toccherà.

– Per questo non ho paura, capitano, – rispose Yanez. – Credo per altro che non valga la pena di guastarci l’appetito con parole inutili.

Facciamo un po’ di festa a bordo questa sera e ceneremo allegramente. Il mio cuoco quando vuole sa compiere dei veri miracoli.

– Desidererei che i miei uomini non vi partecipassero.

– Questa sarebbe un’offesa che mi fareste. Giacché si presenta l’occasione lasciate che si divertano. –

In quell’istesso momento la campana di bordo annunziò che la cena era pronta.

Yanez, il capitano e Kammamuri scesero nel quadro di poppa splendidamente illuminato, dove si trovava imbandita una ricchissima tavola, con posate e vasellame d’argento di stile indiano.

La cena, come si può capire, era a base di pesce, pescato poco prima dai marinai nella baia di Varauni e cucinato splendidamente.

Vi figuravano delle sogliole larghe come un cappello, dei calamaretti minuscoli croccanti, delle aragoste di dimensioni straordinarie e datteri di mare in grande quantità, e per di più frutta eccellenti, comperate al mercato prima della partenza.

Abbondavano soprattutto le bottiglie, fra le quali figuravano le ultime di champagne che Yanez ancora possedeva.

I due uomini, sfogata un po’ la loro bile, si misero a mangiare tranquillamente con grande appetito ed a chiacchierare, mentre Kammamuri conservava un mutismo assoluto.

Sul ponte anche i cipai neerlandesi si divertivano al suono di una fisarmonica suonata da un meticcio di Pimer.

Mati, che aveva ricevuto delle istruzioni rigorose, aveva fatto portare molti canestri pieni di bottiglie di harak, ed i danzatori, sfidati dai marinai dello yacht e del praho, che erano saliti a bordo, bevevano a garganella.

Mai si erano trovati in mezzo a tanta abbondanza!

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